La Vita si fa storia

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Una riflessione a partire dal Messaggio del Santo Padre Francesco per la 54ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

di Ugo Feraci*

Entri e nel grande padiglione della sala tv li trovi tutti uno accanto all’altro, chi più chi meno con lo sguardo un po’ perso, oppure in cerca di non si sa bene cosa, pronti ad agganciarti con un saluto o una domanda qualsiasi per avere un po’ di attenzione. C’è chi ciondola con gli occhi abbassati un po’ per il sonno un po’ per l’opacità della mente, chi resta assopito, comunque assente nonostante l’alto volume del televisore. Per quanto curati e nutriti, gli anziani in una casa di riposo ti lasciano nella testa e nel cuore tanti interrogativi. Se non altro ti inchiodano all’incontestabile verità che prima o poi – se il Signore non ti chiama prima – la vecchiaia, con i suoi acciacchi e i suoi doni, arriva per tutti. «Mi fanno vedere un vassoio e poi mi domandano cosa c’era sopra. “Un bicchiere, una mela, una penna…”. “La bottiglia non la ricorda?”. Eh, il vassoio lo vedo, ma poi, quando c’è da ridirgli tutto, finisce che qualcosa mi dimentico. Intendiamoci, fanno bene, ma se poi ci si pensa è un po’ penoso».

O. mi racconta le sue giornate nel ricovero, un po’ tutte uguali, in cui «ci si litiga non si sa neanche perché», dove chi è più svelto «gestisce il televisore, mentre tu di fondo non vedi e non segui nulla». La vedo illuminata da un sorriso e do spago ai racconti della sua vita in montagna, chiedo notizie su Tizio e Sempronio. Dopo averla salutata, quando percorro i corridoi del ricovero e la sala mensa, con gli utenti già pronti al tavolo in un’attesa lenta e silente della cena, mi tornano in mente le parole e il tema della Giornata per le comunicazioni sociali 2020: “La vita si fa storia”.

«Siamo esseri narranti», si legge nel messaggio, ma l’uomo «è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita».

Penso alle donne e agli uomini che mi lascio alle spalle, arenati senza più forze su una poltrona e su un letto, ma ancora più tristemente spogliati di storia. Quale storia si dipana tra i corridoi del ricovero? Quando le giornate si alternano tra bisogni primari e sala tv, come cresce e resiste l’identità del singolo, la sua storia irriducibile?

Il testo del messaggio cita anche un salmo, uno dei più belli, dove si dice: «Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda […]. Non ti erano nascoste le mie ossa, quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra» (139,13-15). Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”». È sempre, sempre possibile scoprire la meraviglia stupenda di ogni vita. Forse anche le riserve di umanità e di bellezza che pure esistono nel ricovero chiedono di essere raccontate. Ma certamente anche fuori di lì non siamo esentati dal rischio di cadere nel vortice di giorni privi di storia, bruciati nell’attimo delle cose, storditi dai media e da bisogni primari che pretendono di diventare assoluti.

Papa Francesco ha parlato in più occasioni di “Alzheimer spirituale”: una malattia dello Spirito che «consiste nel dimenticare la storia del nostro rapporto personale con Dio, quel primo Amore che ci ha conquistati fino a farci suoi. (…) Se abbandoniamo il porto sicuro del nostro legame con il Padre, diventiamo preda dei capricci e delle voglie del momento, schiavi dei falsi infiniti». Un rischio personale ed ecclesiale: quando la fede e la sua ricchezza sono slegati dalla vita e sottratti alla storia finiscono per diventare soltanto valori da difendere, prese di posizione dogmatiche, tradizioni che oggi riconosciamo e ricordiamo tutte sul vassoio del tempo presente, ma che domani non sapremo riconoscere o ricordare più bene.

Un rischio più comune, da cui ci mette in guardia il messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali è la pervasività di alcune “cattive storie”. Una deriva che invoca la responsabilità degli operatori della comunicazione, perché non mettano insieme «informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi» perché «colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità». D’altra parte non basta la narrazione per salvarti dai rischi della vecchiaia, occorre che la narrazione sia “buona”, non ritornello dolente o rancore che indurisce. «Mentre le storie usate a fini strumentali e di potere hanno vita breve – afferma il messaggio-, una buona storia è in grado di travalicare i confini dello spazio e del tempo. A distanza di secoli rimane attuale, perché nutre la vita». È il caso delle grandi storie della letteratura (il papa cita i fratelli Karamazov, come i Promessi Sposi, le Confessioni di Agostino come il Racconto del Pellegrino di Ignazio) e soprattutto delle storie bibliche, da quelle narrate nell’antico Testamento a quelle dei Vangeli; storie di uomini, ma anche storia di Dio capace di pienezza di senso, storia generativa, edificante.

Quali storie raccontano i nostri giornali? Quali notizie sono capaci di tessere la vita, di rivestire lettori e ascoltatori di umanità?

Il messaggio offre alcuni suggerimenti, ricordando che «nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio».

Anche una semplice chiacchierata con O. – nella pena del ricovero- è diventata un briciolo di storia, da raccontare a infermieri e parenti, un’oretta diversa, in cui il mio e il suo divenire si sono arricchiti a vicenda. C’è un tesoro prezioso di umanità nel suo sorriso e nel lucido racconto delle sue giornate, ancora una volta pronte ad aprirsi alla grazia che risana e solleva: «ora che ci sei – mi diceva mentre ero lì-, confessami: ho bisogno di Lui».

*Ufficio Comunicazioni Sociali e Cultura della Diocesi di Pistoia