Se gli esercizi si fanno social

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Da «Tienilo acceso», di Vera Gheno e Bruno Mastroianni a Sant’Ignazio di Loyola, qualche spunto per stare sui social da cristiani

C’è un libro recente di Vera Gheno e Bruno Mastroianni («Tienilo acceso», Longanesi 2018) che viene in soccorso all’utente medio dei social network, o meglio, alla stragrande maggioranza degli italiani che tengono in tasca uno smartphone e che si pongono il problema di “come” usarlo. Un agile manuale, non proprio abbreviato, ma di facile lettura che guida, come recita il sottotitolo a postare, commentare, condividere «senza spegnere il cervello».

Superata la distinzione reale/virtuale in auge al volgere del millennio, siamo tutti ormai consapevoli che i social si sono trasformati in “ambienti di vita”, spazi più “reali” che mai, dove si coltivano, costruiscono o distruggono relazioni, dove si fa notizia, tendenza, affari (soprattutto alle nostre spalle) e molta politica. Superata la dialettica dell’online/offline qualcuno ci dice che stiamo già dentro l’onlife.

Anche la Chiesa si è mobilitata in una produzione consistente di testi e proposte culturali legate al web e ai social network, desiderose di guidare alla conoscenza, alle buone pratiche e agli orizzonti pastorali (Ad esempio: «Di terra e di cielo. Manuale di comunicazione per seminaristi e animatori», a cura di Adriano Fabris e Ivan Maffeis, San Paolo 2017). Un’istanza educativa, d’altra parte, come afferma in modo molto convincente «Tienilo acceso», si fa sempre più necessaria se davvero

«è cambiato e sta cambiando radicalmente il rapporto dell’uomo con la conoscenza, così come sono cambiate e stanno cambiando le modalità degli esseri umani di entrare in relazione tra loro».

«Tienilo acceso» si dipana in quatto parti: «parole al centro» è la prima e presenta una provocatoria rassegna dell’odio in rete; quel che succede quando le parole diventano pietre, ma anche consigli pratici per capire che, con un po’ di attenzione, “onlife” possiamo starci anche diversamente. Il secondo capitolo, «parlare di me stesso», scopre il velo di Maya che fa dimenticare come in rete «siamo quel che sembriamo». La terza parte, «Parlare di ciò che succede» tocca il tema dell’informazione, offrendo utili suggerimenti per verificare le notizie e accoglierle criticamente. L’ultima parte, che recupera un altro testo di Mastroianni («La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico», Franco Casati Editore 2017), propone un metodo corredato da utili esempi per imparare a «parlare con gli altri», e vivere «felice e connessi».

A rimuginarci sopra le quattro parti di “Tienilo acceso” possono suggerire un piccolo “corso di esercizi spirituali” per chi, online, prova a starci da credente.

Magari a letto prima di addormentarsi, piuttosto che vagabondare da un profilo all’altro, non varrebbe la pena prendersi un minuto per osservare e osservarsi con occhiali “social”? Di fronte alle «cinquanta sfumature d’odio» squadernate quotidianamente su Facebook possono essere utili le composizioni di luogo ignaziane: «ascolto quello che dicono gli uomini sulla terra, cioè come parlano tra loro, giurano, bestemmiano e via dicendo; così pure ascolto quello che dicono le Persone divine, cioè: “Facciamo la redenzione del genere umano”; ascolto poi quello che dicono l’angelo e nostra Signora; infine rifletto per ricavare frutto dalle loro parole» (ES, 107). Un invito a “riascoltare” le parole umane e quelle decisive della storia della salvezza, per comprendere la misura traboccante della misericordia divina e magari nutrirne un po’ anche per i troll di turno e il piccolo hater che c’è in me. Vigilare sul cuore fa bene, perché «dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male…».

Mentre sbocconcello un panino in pausa pranzo e sul mio smartphone smessaggio serratamente con gli amici, zittisco i colleghi di lavoro, ricordo a mamma che torno a cena e alla fidanzata invio un profluvio di micini coccolosi, quale “me” ha davanti ognuno di loro?

C’è almeno un po’ di sintonia tra il tuo status e il tuo “stato di vita”? Lasciati interrogare dalla tua foto profilo. Prima di chiedere l’amicizia al datore di lavoro non conviene dare un’occhiata agli sfoghi sui tuoi post pubblici? La mia fede ha un’espressione social o è contraddetta dal mio profilo? E se il Signore mi chiedesse “l’amicizia”? Cosa vedrebbe di me?

Forse, come esplicita un buon libro di Rosario Rosarno («Giovani di oggi, preti di domani. Per una formazione vocazionale partecipativa-digitale», San Paolo 2018) occorre “educarsi all’identità” e fare attenzione almeno a tre aspetti: «capacità di gestione delle informazioni personali, inclinazione alla marginalizzazione delle proprie idee a favore di quelle altrui» (una bacheca affollata di link esterni ma priva di pensieri originali), «tendenza all’omologazione in social group che lasciano emergere un’identità eccentrica o annichilita». Qualcuno ci aveva avvertito: «ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti».

Se la mattina, appena alzato, apprendo da Twitter che il Papa è stato contestato da un facinoroso drappello di giovani lucchesi vale la pena domandarsi -preso almeno il caffè- se la notizia è davvero attendibile. Qual è la fonte, chi l’ha rilanciata? Quali le circostanze reali? Forse scopriremo che si trattava di giovani entusiasti che salutavano soltanto il proprio vescovo. Se poi, quando le cose si fanno più serie, la fede o la Chiesa sui social appare svilita, vituperata, deformata, è bene ricordare che desolazioni e tentazioni scaturite dalle menzogne e dal peccato si combattono con la perseveranza e la fiducia nella grazia di Dio: «diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate…». Il tempo (della conoscenza critica), ci ricorda papa Francesco, è superiore allo spazio, anche a quello circoscritto di qualche post.

Vale la pena, infine, riascoltare quanto scriveva, al termine delle annotazioni iniziali degli Esercizi lo stesso Sant’Ignazio:

«è da presupporre che un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro. Se non può difenderla, cerchi di chiarire in che senso l’altro la intende; se la intende in modo erroneo, lo corregga benevolmente; se questo non basta, impieghi tutti i mezzi opportuni perché la intenda correttamente, e così possa salvarsi» (ES, 22).

Una pratica indicazione per chi, tra una telefonata e l’altra, in ufficio sfoga il proprio risentimento nei commenti di un fatto o di messaggio.

Quando torni a casa, imbottigliato nel bel mezzo del traffico, ti sei mai chiesto quali commenti hai postato? Quali reazioni hanno suscitato? «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me…». Suonano pesanti le parole di Gesù. Fa bene ricordarsi di «avere a cuore l’altro», come ricorda «Tienilo Acceso» quando invita a fare attenzione a come scriviamo quel che postiamo perché «per riformulare il proprio pensiero nella maniera più efficace possibile occorre pensare all’interlocutore più debole, non all’interlocutore-modello».

Insomma, le vie del Signore sono davvero infinite. Proviamo a ricordarcene anche quando prendiamo in mano lo smartphone.

d. Ugo Feraci (Ufficio Comunicazioni Sociali e Cultura)

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