«Credo?» A ottobre la terza edizione dei linguaggi del divino

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Il festival di teologia, che si svolgerà il prossimo ottobre in città, avrà per tema il credere oggi.

«Credo. Aiutami nella mia incredulità». L’espressione viene dal Vangelo di Marco (9,24) dove è messa sulla bocca di un padre provato dalla sofferenza del figlio; un male inspiegabile che nessuno – nemmeno gli apostoli – è riuscito a guarire. Il padre si rivolge a Gesù, con fiducia e trepidazione, ma anche con l’onestà di chi confidando nel Maestro, deve fare i conti con la propria fragilità. Un’espressione che può accompagnare bene le inquietudini dell’uomo contemporaneo, di quello che si dice credente, come del non credente, se è vero, come  affermava il cardinale Martini, che «ciascuno di noi ha in sé un credente e un non credente, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’uno all’altro».

Da questa affermazione fragile ma colma di attesa, fiduciosa e consapevole allo stesso tempo, abbiamo estratto il titolo per la nuova edizione de  “i linguaggi del divino”, un evento giunto ormai alla sua terza edizione e che si configura come un vero e proprio festival di teologia.

I linguaggi raccolgono l’eredità delle settimane teologiche, portate avanti per oltre trent’anni da monsignor Giordano Frosini. Con il tempo il desiderio del vescovo di Pistoia Fausto Tardelli è stato quello di ampliare il numero delle relazioni, ma soprattutto di aprire ancora di più alla città la proposta, andando incontro, per quanto possibile, ad un pubblico vario e non necessariamente credente. Non solo aggiornamento, dunque, ma anche stimolo di riflessione, occasione di incontro e dialogo sui temi chiave della fede.

Parlare del “credere” oggi, a dispetto di quanto sembrava dominare il pensiero qualche decennio fa, non significa affatto affrontare un tema marginale o del tutto secondario. Nel mondo plurale di oggi le dinamiche “credenti” custodiscono una evidente vivacità, non soltanto per le tensioni –purtroppo anche drammatiche – che hanno animato l’inizio del nuovo millennio, ma anche per le diverse “credenze” diffuse oggi: da quelle legate alle fake news, a quelle di una politica manipolatoria; da quanto si lega a temi più o meno attuali (ad esempio la polemica sui vaccini) ai diversi tipi di dieta (vegetarianesimo, veganesimo), fino agli orizzonti più incredibili (terrapiattisti, teorici del sospetto). Insomma, “credere” appartiene, forse anche nella sua forma più secolarizzata, all’uomo contemporaneo.

Oggi il vero nemico del credere non è più l’ateismo militante o l’ideologia, ma l’indifferenza. Papa Francesco aggiungerebbe «la tristezza individualista» dell’uomo immerso nel mondo dei consumi, la «coscienza isolata» di chi resta sulla superficie delle realtà e delle relazioni.

Credere si configura come un’esigenza profonda dell’uomo? Un tratto irrinunciabile della sua configurazione antropologica? Oppure è innescato da dinamiche psicologiche, da esigenze del profondo di sé?

Le religioni rivelate, compresa quella cristiana, rispondono “soltanto” ad un bisogno dell’uomo? Cosa c’è di più e di diverso nella proposta di Gesù Cristo?

La secolarizzazione, inoltre, non è intesa da tutti o in diverse parti del mondo allo stesso modo. Il recente sinodo dedicato ai giovani ha messo in luce la grande varietà di presente nei cinque continenti. «Diverse – si legge in un passaggio del documento finale – appaiono le interpretazioni del processo di secolarizzazione. Mentre da alcuni è vissuto come una preziosa opportunità per purificarsi da una religiosità di abitudine oppure fondata su identità etniche e nazionali, per altri rappresenta un ostacolo alla trasmissione della fede. Nelle società secolari assistiamo anche a una riscoperta di Dio e della spiritualità. Questo costituisce per la Chiesa uno stimolo a recuperare l’importanza dei dinamismi propri della fede, dell’annuncio e dell’accompagnamento pastorale».

Papa Francesco insiste molto sull’esigenza di configurare la Chiesa sempre più in senso missionario. Un impegno a diventare “Chiesa in uscita” che si esprime  – lo abbiamo visto, talvolta con sorpresa nel corso del pontificato – in molti modi, ma che intende comunicare un nucleo fondamentale: «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Evangelii Gaudium, 36).

Credere in questo nucleo fondamentale aiuta a comprendere l’originalità del credere cristiano, che è si credere “qualcosa”, come “credere a” qualcuno (Gesù Cristo), ma anche credere “in”; un credere che si manifesta «quando accogliamo Cristo personalmente nella nostra vita e ci affidiamo a Lui, aderendo a Lui nell’amore e seguendolo lungo la strada» (Lumen Fidei, 18). Sì, perché credere presuppone un cammino, una crescita, nella comprensione, come nell’amore. È bello, in questo senso, ricordare che i primi cristiani erano indicati come gli appartenenti alla Via (Atti 9,2).

La proposta di questa nuova edizione dei Linguaggi del divino offre l’opportunità di sostare sul tema del credere oggi con l’aiuto di figure di primo piano della riflessione teologica italiana -la prolusione sarà affidata a Mons. Rino Fisichella-, come di ascoltare l’esperienza viva di chi ha fatto della Parola di Dio e della preghiera gli ingredienti fondamentali della propria giornata. Non mancheranno le voci di chi è in grado di offrire una riflessione sul credere dal punto di vista della sociologia, come delle nuove frontiere delle neuroscienze. Ricordiamo, tra i relatori la prof.ssa Cecilia Costa, sociologa, nominata recentemente da papa Francesco Consultore della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, don Luigi Maria Epicoco, il poeta Davide Rondoni.

Il programma, ancora in via di definizione, sarà presentato ufficialmente nel mese di settembre.

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