Giovani e Fede, tra indifferenza e ricerca di senso

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Cecilia Costa, membro laico della segreteria e consultore del sinodo dei vescovi, sarà presto a Pistoia per il Festival di Teologia “i linguaggi del divino”, per approfondire uno dei temi chiave dell’epoca moderna, ovvero “Giovani e fede”, con una relazione di prospettiva di sociologica.

Quali sono i suoi principali ambiti di ricerca?

I miei ambiti di ricerca sono soprattutto: il fenomeno religioso nelle sue diverse implicazioni, dalla pratica all’appartenenza, dalla credenza all’esperienza; la realtà giovanile nei suoi molteplici aspetti, a cominciare dalla percezione di sé, i valori e la religione; infine, l’immaginario (dai film alle serie televisive), che può far trasparire, più di quanto si creda, dinamiche, elementi, contraddizioni, della realtà socio-culturale quotidiana.

Cosa ha da dire la sociologia alla Chiesa?

La Chiesa è impiantata nella società e agisce sempre nel contesto della sua storia e della sua cultura e, di conseguenza, ha bisogno di conoscere il mondo, i “segni dei tempi”, per poter con maggiore efficacia annunciare il messaggio evangelico e per sostenere il suo mandato profetico. In tal senso, non bisogna dimenticare che il legame uomo-Dio si declina in un contesto temporale, geografico, storico, nelle situazioni sociali concrete e nella religiosità vissuta dalle persone: proprio questa concretizzazione, rilevabile oggettivamente dalle ricerche sociologiche, potrebbe rappresentare il terreno di dialogo tra sociologia e Chiesa.

Papa Francesco l’ha chiamata a ricoprire il ruolo di consultore della segreteria del Sinodo. Cosa pensa di questo Papa?

Pur non mettendo tra parentesi antichi canoni, Papa Francesco ha promosso una Chiesa dal basso, con la sua scelta preferenziale  per gli esclusi, gli emarginati, i poveri, e ha anche scelto uno stile comunicativo dialogante. Questo suo atteggiamento magisteriale, pastorale, e il suo codice comunicativo empatico, aperto, relazionale, stanno suscitando il coinvolgimento di credenti e di non credenti. Nella stagione in cui si fa strada un bisogno della gente di seguire un leader in grado “di infondere fiducia”, di avere interpreti convincenti dell’epoca attuale, Papa Francesco sembra essere l’unica personalità a proporre una visione profetico-spirituale di ampio respiro, capace di coagulare consenso e suscitare speranza.

Quale esperienza di Chiesa ha vissuto durante la sua partecipazione al Sinodo dei giovani?

Ho avuto la profonda consapevolezza di fare l’esperienza di una “Chiesa in ascolto”, e di una comunità di pensiero che ha cercato di comprendere la varietà, le luci, le ombre, la fede e lo scetticismo presenti nella realtà delle nuove generazioniHo sperimentato di vivere in un clima di collegialità, di sinodalità, che ha favorito il raggiungimento di una riflessione a più voci, sinfonica, caratterizzata dalla stessa volontà di comprensione del mondo dei giovani e delle sfide che debbono affrontare nelle diverse aree geografiche del pianeta. Una sinodalità ispirata a quanto affermato da Papa Francesco, il 17 ottobre 2015, in occasione della commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi: “i fedeli laici, il collegio episcopale e il vescovo di Roma sono concepiti l’uno in ascolto dell’altro e tutti in ascolto dello Spirito Santo”.

Quali sono, secondo lei, i frutti più importanti lasciati da questo Sinodo per il cammino della Chiesa?

I maggiori frutti lasciati da questo Sinodo, a mio avviso, non sono esclusivamente appannaggio dei giovani, ma di tutti i credenti e anche dei non credenti. Si è consolidata una Chiesa-aperta, pronta a mettersi all’ascolto dei problemi, delle difficoltà, delle paure, delle attese e delle speranze di oggi. Una Chiesa che ripropone con rinnovato slancio il Vangelo, senza fare concessioni, però, a nessuna forma di proselitismo. Una Chiesa che sollecita, non prescindendo dal fatto che la realtà supera l’idea (Evangelii gaudium), ad avere una visione prospettica coraggiosa per superare la crisi di sistema e di perdita “del senso della vita e del vivere insieme” (Laudato si’). Una Chiesa sempre più attenta alla storia degli uomini, − anche alle “piccole storie” di ogni singolo uomo −, che si sente forte del suo patrimonio di fede  e che propone, − non impone −, il Cristianesimo come risposta, storicamente efficace, ai nodi problematici della nostra società complessa, globalizzata e digitalizzata.

Dal suo punto di vista come è cambiato l’approccio dei giovani verso la fede?

Il vissuto fideistico dei giovani si presenta soprattutto nella forma soggettiva, a volte sincretica e pluralista, all’insegna di una disomogeneità tra la dichiarazione di appartenenza alla Chiesa e il comportamento confessionale adottato. La religione è sempre meno un tratto ereditato o dipendente dall’influenza familiare, anche a causa della difficoltà di trasferimento del patrimonio fideistico tradizionale da una generazione all’altra. Pertanto, la dimensione religiosa non viene elaborata dai giovani, come nel passato, in base al vincolo dell’osservanza, ma viene interiorizzata più come preferenza “sentimentalmente orientata”. Bisogna ancora dire che la realtà religiosa giovanile è pervasa da una molteplicità di sfumature diverse, ma su tutte prevale una incongruenza: la narrazione della coscienza generazionale risulta essere più secolarizzata, agnostica, indifferente, di quanto lo sia realmente la coscienza dei singoli. Nonostante, la situazione culturale laicizzata, gli echi degli scandali, alcune  distanze e incomprensioni, la sfera della fede, comunque, rimane, per le generazioni del nuovo millennio, tutt’ora essenziale come orizzonte di senso, al fine di dare sostanza al loro futuro e densità alla loro vita.

Che differenza c’è, a suo avviso, tra credere e non credere?

Secondo le ultime indagini sociologiche, oggi, tra i giovani credenti e non credenti prevale una considerazione unanime: “credere in Dio è un bisogno dell’uomo”. Inoltre, anche i più agnostici sono meno inclini a considerare irriducibilmente alternative le categorie di religione e di razionalità. E ancora, molti giovani, anche gli indifferenti, avvertono un desiderio di spiritualità: una spiritualità che appare come una sorta di “zona intermedia” tra il credere e non  credere.

Daniela Raspollini

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