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IL DOSSIER CARITAS 2017: AIUTARE CHI RIMANE AI MARGINI CON UMANITÀ

PISTOIA – “Quest’anno la Caritas Diocesana di Pistoia sente ancora di più la responsabilità di presentare il proprio Dossier dal momento che l’anno pastorale 2017-2018, appena iniziato è dedicato alle povertà”. Con queste parole di responsabilità che la Caritas di Pistoia presenta il Dossier 2017 sulle povertà e le risorse, che cade nel corso di un anno pastorale particolare, ovvero quello in la diocesi, su indicazione del Vescovo, si interroga e affronta il tema dei “poveri”.

I DATI

Nel primo semestre 2017 si contano oltre 13.000 visite, il 16,2% in più rispetto all’anno 2016: mai erano state così numerose dall’inizio delle  rilevazioni.  La percentuale dei nuovi arrivi nel 2017 (al 31/10) è 20,3% sul totale delle persone accolte, un dato che evidenzia con stabilità il turn over delle richieste di aiuto e delle prese in carico da parte dei servizi caritas. I cittadini italiani accolti rappresentano 47,8%; gli stranieri il 52,2%. La maggioranza degli utenti possiede un titolo di studio di licenzia media inferiore o elementare (il 73%) ed è coniugato (54%).La totalità degli assistiti presenta almeno una problematica economica, quasi sempre legata ad una insufficienza di reddito. Il problema della disoccupazione, che riguarda il 64 % degli utenti, è associato ad altre due dinamiche fondamentali: disagi o liti in famiglia (50%) e difficoltà nel mantenimento delle spese relative all’alloggio (affitto, condominio o mutuo) 44,6%. Vivono invece il dramma dello sfratto il 15,1% delle persone accolte. L’89% delle richieste d’intervento riguardano l’erogazione di beni e servizi materiali.

MOLTI CITTADINI ITALIANI, SEMPRE PIU’ ANZIANI

«Un dato che caratterizza il nostro territorio diocesano  rispetto al resto della Toscana e in generale rispetto ai dati della Caritas in Italia è la forte presenza di cittadini italiani. La cittadinanza italiana – si afferma nelle note del rapporto – è la prima per presenze presso i nostri centri d’ascolto e da diversi anni ha uno scarto minimo rispetto alla presenza di stranieri. Oggi la differenza tra italiani e stranieri è leggermente più marcata rispetto al 2015 quando si arrivò ad un sostanziale pareggio, tuttavia la differenza in percentuale resta minima. In valore assoluto invece la Caritas diocesana di Pistoia si conferma tra le prime in Toscana per il numero di italiani accolti presso i propri centri, superata solo dalla Diocesi di Firenze che però conta una popolazione ben maggiore e accoglie mediamente più del triplo delle persone che riesce ad accogliere la Caritas diocesana di Pistoia. L’età delle persone accolte sta progressivamente alzandosi danno in anno, quest’anno per quanto riguarda gli stranieri supera la media di 40 anni ciascuno, mentre per gli italiani è addirittura oltre i 53 anni, in generale i dati più alti mai registrati nella nostra Diocesi.

LA MANCANZA DI UN REDDITO E IL LAVORO CHE MANCA

La quasi totalità delle persone accolte manifestano problemi legati alla scarsità del reddito, addirittura il 98,4% .In questo quadro, seppur con alcuni distinguo, è chiaro che il problema fondamentale è la mancanza di una prospettiva di lavoro.Per le persone in età lavorativa, più o meno giovani, ogni qual volta i centri si confrontano sul come supportare le persone sanno bene che l’occupazione, la possibilità di entrare e rientrare nel mondo del lavoro, pur non risolvendo tutti i problemi, potrebbe certo dare un punto di inizio per l’uscita dal disagio, un punto certo su cui fare forza per ricominciare a progettare il futuro, per riprendere in mano la vita.Il lavoro, quello vero, dignitoso, sicuro, su cui poter fare affidamento, tuttavia sembra un miraggio.

«La maggior parte delle persone che incontriamo nei centri, oltre che a trovarsi in situazione di lavoro irregolare, in molti casi sono ridotte a fare “esperienze lavorative”. Impieghi precari, a tempo determinato quando le cose vanno bene, oppure solamente vere e proprie esperienze lavorative, stage, tirocini, di breve durata e con compensi che assomigliano troppo ai contributi. La questione della precarietà non è più solamente una questione relativa al lavoro – annotano  gli operatori della caritas – da lì è partita con la crisi economica, ma è diventata una sorta di fondamento della vita di molte persone: il lavoro è precario quando c’è, l’abitazione è precaria, la vita e precaria.

I temi del lavoro e della casa sono sempre stati determinanti nella Vita – aggiungono gli operatori – oggi   sfuggono, non sono più certezze, ma piuttosto obiettivi irraggiungibili, mete lontane, miraggi, ed ancor peggio anche quando ci sono, per come ci sono, non attenuano le difficoltà.Lavoro e casa hanno bisogno di essere il centro delle scelte della politica, scelte che devono essere operate a partire dalla realtà degli ultimi, delle persone ai margini, degli esclusi, dall’ ascolto  della realtà, affinché emerga un modello di società orientata al benessere delle persone, nel senso più vero del termine».

LA LOTTA ALLA MARGINALITA’ E L’UMANIZZAZIONE DEI SERVIZI

«Ciò che deve interessare è la persona, la singola persona umana, la sua storia, le sue aspettative, i suoi problemi, le sue soluzioni, le sue risorse, la vita di ogni persona – si afferma nella nota -. Da questo punto di vista ci rendiamo conto che un ruolo essenziale e spesso non adeguatamente né riconosciuto né agito è quello della comunità, delle persone che fanno la comunità, comunità intesa come società di relazioni, come tutto quello che nell’immaginario è il contrario dell’isolamento.

Troppo poco i progetti di uscita dalle situazioni di disagio considerano l’importanza della socialità, di un tessuto sociale, eppure l’esperienza dei centri d’ascolto ci mostra che laddove le persone sono inserite o reinserite nella comunità cristiana, che laddove la comunità esiste ed è presente, l’uscita dal disagio è agevolata perché la responsabilità è diffusa, perché la comunità può arrivare dove i servizi non arrivano.

Un dovere allora è quello di stimolare le comunità all’inclusione,far sì che prendano seriamente in considerazione il loro ruolo essenziale, un dovere che abbiamo tutti noi, uno ad uno, in ogni momento della giornata perché a tutti accade di poter essere portatore di inclusione, lo sono quando invece di escludere  includo nell’ essere genitore con figli a scuola, lo sono nel mio essere catechista, lo sono nel mio modo di salutare, di pensare, di lavorare, lo sono in ogni momento perché in ogni momento ho possibilità di aprire i confini e far rientrare gli esclusi».

LE PAROLE DEL VESCOVO

«Piange il cuore a dover ogni anno presentare il dossier della Caritas diocesana su bisogni e povertà di uomini e donne, italiani e non, che si affacciano ai nostri centri di ascolto. Perché sono tanti i contatti e gli incontri. Il Dossier parla di circa 5000 persone sostenute dalla Caritas e dalla rete ad essa collegata. Ma sappiamo benissimo che chi si avvicina ai centri di ascolto, è soltanto una parte di coloro che sono in situazioni di disagio economico, familiare o personale».

Piange il cuore – scrive mons. Tardelli – perché  la sofferenza di una persona ci fa star male e se così non fosse, sarebbe da piangere ancora di più. Il cuore si stringe anche perché ci si rende ben conto che questi disagi sono il prodotto, certo anche di scelte personali sbagliate, ma in gran parte e per una buona parte, frutto di una società dello scarto dove si pensa soprattutto ad essere giovani, belli e ricchi.

Sottolineo – conclude il vescovo – che una vera emergenza risulta essere ancora il lavoro. Il 60 % di chi si presenta ai centri ne è privo. La mancanza di lavoro e di lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, come si è detto alla settimana sociale dei cattolici a Cagliari recentemente, è veramente una piaga dei nostri giorni. Perché dal lavoro passa la dignità della persona, la possibilità di realizzare qualcosa nella vita, la possibilità stessa di quelle relazioni sociali di cui oggi si sente particolarmente la necessità».

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