«Riconosci, cristiano, la tua dignità» : l’omelia del vescovo Tardelli per il giorno di Natale

25 dicembre 2018

Solennità del Natale
Messa del Giorno

Nell’orazione cosiddetta colletta con la quale, dopo il canto del gloria, ho dato inizio alla celebrazione odierna del Natale, si trova racchiuso in sintesi, non solo il messaggio del Natale ma ciò che esso è. Così infatti ho pregato: «O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana».

Duemila anni fa, il Figlio unigenito di Dio, ha voluto assumere la nostra natura umana. Così si dice. Il Verbo, cioè la parola di Dio, si fece carne e venne ad abitare tra di noi, ci ha annunciato San Giovanni nel Vangelo.

Questo è il fatto; questo è l’evento che noi riviviamo; questo è ciò che è accaduto a Betlemme tanti secoli fa. Una novità assoluta nella storia. Perché introduce in essa qualcosa di inaudito: Dio stesso. La storia è fatta dagli uomini ed è il frutto delle loro scelte. Nel bene o nel male, sono gli uomini a determinare gli eventi della storia. Essa è, potremmo dire, affare di uomini. Ma col Natale non è più così!

Il vagito del piccolo bambino di Bethleem segna una novità assoluta dentro la storia degli uomini: Dio ora non è più all’origine del mondo, causa di esso, al di fuori di esso. Ora egli è nel mondo. È entrato personalmente come uomo nella storia e questa, dunque, non è più ormai soltanto storia di uomini, irrimediabilmente votati all’odio e alla morte, ma è storia di uomini e di Dio, dove Dio è attore e partecipe, che assicura un destino di bene dell’umanità e la sconfitta del male, dando la possibilità a chi liberamente lo accoglie, di edificare un regno di pace e di giustizia, di vivere una vita nuova nell’amore, liberi dal peccato e dal male, gioiosi nella carità e lieti nella speranza.

Questo fatto, cioè il Natale del Signore, come abbiamo pregato nell’orazione della Messa di quest’oggi, viene a rinnovare a redimere l’umanità, la nostra natura umana, noi uomini. Noi che, pur creati a immagine e somiglianza di Dio, abbiamo deturpato questa immagine col peccato, con la disobbedienza alla legge d’amore del Signore. L’uomo è stato creato da Dio ed è una cosa straordinaria. Se noi esistiamo e possiamo gustare la vita è perché Dio ci ha messo al mondo, ci ha voluti partecipi della vita e creandoci ci ha donato una dignità straordinaria, quella di essere a immagine e somiglianza sua. Ma l’uomo – e la storia è lì a dimostrarlo – non ha saputo far tesoro del dono ricevuto e ha deturpato in sé e negli altri l’immagine bella di Dio impressa in ciascun uomo. È così allora che la morte e ogni nefandezza è entrata nel mondo e la terra ha cominciato ad assorbire sangue innocente versato per l’odio tra fratelli.

La nascita di Dio nella carne, viene a cambiare le cose, a restaurare la dignità dell’uomo, a liberare cioè l’uomo dalle catene del male, a rinnovare l’uomo nell’amore, rialzarlo ed elevarlo oltre lo stato creaturale e farlo addirittura Figlio suo, partecipe della sua vita, della sua luce e del suo amore.

Ecco perché l’orazione colletta prega, supplica Dio perché ognuno di noi, proprio a seguito della nascita di Gesù, possa condividere la vita divina del Figlio di Dio con tutto ciò che ne consegue nella vita di ogni giorno. E nell’ufficio delle letture di questo giorno, San Leone Magno, grande Papa e dottore della chiesa del V° secolo, giustamente ci invita: «Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio».

Con queste parole antiche ci viene esplicitato proprio quanto nella orazione della Messa abbiamo chiesto: poter condividere la vita divina di Gesù. Dunque una vita piena di amore, liberata dal giogo del peccato, gioiosa nel dono di sé, perfetta nella carità misericordiosa verso il prossimo in specie i più poveri.

Certo è che, mentre preghiamo Dio di poter condividere la vita divina del Cristo, dobbiamo nello stesso momento mettere, con un deciso impegno, la nostra parte, dobbiamo fare la nostra parte perché, come dice un altro grande padre della chiesa, S. Agostino, «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te» (Sermo CLXIX, 13); senza cioè la nostra libera adesione, la nostra chiara disponibilità a percorrere la via che Cristo stesso ci ha indicato.

Ed è a questo punto che giungono a noi come un severo monito le parole evangeliche ascoltate poco fa: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di Lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». Il Natale del Signore allora, da festa ed esultanza si trasforma in dramma. Dramma che le luci artificiali e i trucchi di una falsa gioia non riescono a nascondere, facendo diventare il Natale una vera tristezza che deprime e disgusta. Ciò accade per l’appunto quando Dio non trova posto nella nostra vita o sta sempre e soltanto all’ultimo posto; quando trasgrediamo tranquillamente la legge di Dio, pensando così di essere più liberi e furbi. Ciò accade ancora quando poco ci curiamo della nostra vita interiore e non la alimentiamo con la divina parola e i santi Sacramenti; ciò succede inoltre quando ci lasciamo dominare dall’indifferenza nei confronti degli altri, chiudiamo il nostro cuore al prossimo, in specie a chi più è nel bisogno, disprezziamo e offendiamo gli altri e ci lasciamo prendere da sentimenti xenofobi, antisemiti o razzisti. A quanti però accolgono Dio e si lasciano convertire dal suo amore, testimoniando questo amore nel servire con gioia i fratelli, Dio da – come dice l’apostolo Giovanni nel prologo del vangelo – il potere di diventare figli suoi.

Preghiamo allora davvero con fede, con impegno, in questo preciso momento, facendo nostra l’orazione di questa santa Messa di Natale: «O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana». Amen.

+ Fausto Tardelli

 




Natale 2018: gli auguri del vescovo Tardelli

Auguri di Natale 2018

Alla città e a ogni uomo e donna che vivono in queste terre

Il Natale è una festa cristiana ma non è per i soli cristiani. È per tutti. La nascita di Dio nella carne infatti, dice cose importanti al mondo: che ogni uomo è grande agli occhi di Dio, qualunque sia la sua condizione sociale, la cultura o il colore della pelle; che ogni essere umano fa parte di una umanità chiamata ad essere un’unica famiglia; infine che ogni persona può essere migliore, essere liberata dal proprio egoismo e aprirsi all’altro da sé. Un messaggio questo, non scritto su un libro o insegnato come una dottrina, ma incarnato in un concreto bambino a Betlemme di Giudea duemila anni fa.

Alla città di Pistoia, auguro che sia sempre di più all’altezza della sua bellezza. Che risplenda come una città di pace che crede nel dialogo come via per affrontare e risolvere i problemi e che non sia mai sorda o indifferente nei confronti di chi soffre. Mi auguro che ci sia più lavoro, lavoro per tutti e lavoro dignitoso, giusto. Auguro alla città uno sviluppo vero e consistente e a chi l’amministra, il coraggio di cercare solo e soltanto, in sincerità di coscienza, il bene comune.

A tutti indistintamente gli abitanti di questa terra, va inoltre il mio augurio di Buon Natale. Un pensiero particolare lo rivolgo ai tanti nostri anziani in casa in famiglia o a volte soli. E ancora a tutti i malati che sono in ansia per la propria salute e devono sottoporsi a cure impegnative. Penso anche a chi ha perso il lavoro o non riesce a trovarlo, come ai tanti fratelli immigrati che sono venuti tra noi a cercare speranza. Infine, voglio rivolgere un augurio speciale ai ragazzi e ai giovani, spesso vittime innocenti della nostra cattiva società.

Pace di cuore a tutti. Pace interiore e profonda. Pace che si estende alle relazioni sociali, al vicinato, alle contrade, all’intera città. Quella pace che gli angeli annunciarono ai pastori di Betlemme: «Gloria a Dio nell’altro dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore».

+ Fausto Tardelli,
vescovo

 




La visita del vescovo all’ospedale san Jacopo

Lunedì 17 dicembre mons. Tardelli ha incontrato i degenti dell’ospedale e i volontari della Cappellania ospedaliera.

 

«Sto alla Porta!» (Ap 3,20) È alla luce di questa parola del libro dell’Apocalisse che abbiamo vissuto la visita del nostro vescovo in ospedale; una visita sempre attesa, gradita e significativa.

Prima di recarsi dagli ammalati il vescovo ha salutato il personale ospedaliero e i volontari della Cappellania esortandoli ad essere pronti e disponibili al prossimo sofferente che “bussa” alla porta del nostro cuore.

Mons. vescovo ha insistito sull’atteggiamento di “umanità” verso il malato, il sofferente, la persona anziana: anche i più sofisticati strumenti tecnologici non riusciranno mai a comunicare quel calore umano che il prossimo bisognoso attende! Cristo, d’altra parte, si è sempre accostato alle persone con parole e gesti di tenerezza. Nella preghiera celebrata insieme abbiamo riflettuto sulla lettera indirizzata alla chiesa di Laodicea (Ap  3,14-22): una chiesa, «nè fredda, nè calda», bisognosa quindi di essere scossa e risvegliata: «sii zelante e convertiti, ecco sto alla porta e busso…».

Papa Francesco insiste tanto sulla necessità di una chiesa in “uscita”, non ripiegata su se stessa, non asfittica! Il Natale ci ricorda che Dio è uscito da se stesso, dal suo paradiso per farsi incontro alla nostra umanità. «Vieni a liberarci, noi siamo sempre più schiavi: e dunque vieni sempre, Signore!» (D. M. Turoldo)

Il vescovo, recandosi in alcuni reparti dell’ospedale, ha portato una parola di conforto, un sorriso, una carezza, una benedizione ai pazienti, lasciando loro la bella immagine della “Madonna dell’Umiltà”, con l’augurio di sentirla sempre vicina come Madre tenerissima.

Cappellania Ospedaliera di San Jacopo – Padre Natale Re




Natale 2018 : le celebrazioni con il vescovo Tardelli

La memoria annuale della nascita del Salvatore e delle sue prime manifestazioni costituisce per la Chiesa, dopo la rievocazione del mistero pasquale, la celebrazione liturgica più importante e come tale esige un’intensa e consapevole partecipazione dell’intera comunità cristiana.

Particolare significato assumono le celebrazioni presiedute dal vescovo il quale, unito ai fedeli nella liturgia, simboleggia l’unità nella carità del Corpo Mistico che è la Chiesa.

Ricordiamo che il S.E. Mons. Fausto Tardelli celebrerà:

Lunedì 24 dicembre 2018

ore 23.30 : Veglia e Messa della Notte di Natale

Martedì 25 dicembre 2018

ore 10.30 :  Messa Pontificale presieduta nel Giorno del Natale del Signore; Benedizione Papale con Indulgenza Plenaria

 

Ricordiamo anche le seguenti celebrazioni di tempo di Natale in Cattedrale:

Lunedì 31 dicembre 2018

ore 18.00 : Messa presieduta da Mons. Vescovo nella Solennità di Maria Madre di Dio – Canto del Te Deum di ringraziamento al termine dell’anno civile.

Martedì 1 gennaio 2019

ore 18:00 : Messa nella Giornata Mondiale della Pace presieduta da Mons. Vescovo

Domenica 6 gennaio 2019

ore 10.30 :  Messa Pontificale presieduta da Mons. Vescovo nella Solennità della Epifania del Signore

Domenica 13 gennaio 2019

ore: 18.00 : Messa Pontificale presieduta da Mons. Vescovo con Rito di ordinazione diaconale di Alessio Bartolini, Eusebiu Farcas del Seminario Vescovile di Pistoia e fratel Antonio Benedetto Sorrentino della Fraternità Apostolica di Gerusalemme.

 




Questi tempi difficili: lettera del vescovo alla Diocesi

Il vescovo si rivolge al popolo di Dio in una lettera scritta a margine delle indicazioni per il prossimo anno pastorale, parlando delle tante tensioni che si leggono nella società odierna. E anche nella Chiesa.

Scarica qui il testo integrale, oppure continua a leggere.

 

Tempi difficili

di Mons. Fausto Tardelli

PISTOIA 7/9/2018 – «Quanta amarezza provo di questi tempi! Ormai son vecchio, eppure tempi così non mi ricordo di averne mai vissuti. Sarà pure che oggi veniamo rapidamente a conoscenza di molte cose come in passato non succedeva; sta di fatto che il quadro generale mi pare davvero preoccupante. Mi sembra di vedere un po’ dovunque la dignità umana calpestata senza ritegno; vedo corruzione, malaffare e falsità. Faccio fatica a scorgere un futuro bello e radioso. Anche a livello nazionale e locale, il clima a volte è pesante, sicuramente complice lo squinternato modo di comunicare e di reagire che è di oggi e che degenera in un battibecco infinito e in una ormai mal celata chiamata alle armi per bande contrapposte –… e ci si divide, ci si disprezza, ci si denigra… Che pena!

Ciò che però mi fa più male è la condizione della chiesa dei nostri tempi. Sia chiaro: io ritengo che la Chiesa di oggi sia di gran lunga migliore di quello che sembra o di come la si dipinge – basti pensare al numero di coraggiosi testimoni del vangelo che hanno perso tutto, persino la vita per Cristo, proprio in questi decenni. Ciononostante, mi rendo conto che c’è bisogno di una profonda conversione e di una rinnovata formazione cristiana, a partire da noi vescovi e preti, perché c’è sporcizia nella chiesa, c’è lassismo, mondanità, immoralità, adattamento alle convinzioni e agli usi del mondo, travisamento della fede trasmessa dagli apostoli e della morale cristiana, superficialità, indisciplina; c’è la nefandezza criminale della pedofilia e, cosa assai grave, mancanza di amore che veste i panni della calunnia, della maldicenza, del giudizio sommario e dell’invidia. Più che altro però, la crisi che viviamo è crisi di fede più che di morale; crisi di fede in Dio e in Gesù Cristo morto e risorto. Sento che la mia vita e la vita della chiesa deve convertirsi al Signore. La Chiesa si deve concentrare su Gesù Cristo che è il suo sposo e il suo Signore, accettando l’umiliazione di riconoscersi debole e peccatrice in tante sue membra ma anche annunciandolo senza vergogna come la Via, la Verità e la Vita. Solo così sarà luce e sale. Il problema principale della chiesa è la fedeltà al suo Signore, alla Verità fatta amore e all’amore reso autentico dalla Verità, non altro.

In mezzo a questa temperie, è necessario che il nostro cuore non sia turbato e che non cadiamo in tentazione. Gesù ci ha detto che per portare frutto, la vite deve essere potata. Credo che il nostro sia tempo di potatura. Che fa male, perché taglia, ma permette alla vite di fruttificare. Da questo punto di vista, i nostri giorni sono un momento di grazia che ci permette di dare testimonianza di fede autentica. “Non abbiate timore”, ripete il Signore risorto ai suoi tremanti apostoli, segnati anch’essi dal tradimento di quasi tutti. “Non abbiate paura, io ho vinto il mondo!” Su queste parole fondiamo dunque la nostra speranza e quindi la nostra gioia, anche di questi tempi.

Proprio quando il momento della prova si fa più stringente, diventa importante andare all’essenziale e ancorarsi fortemente ad alcune semplici ma fondamentali certezze. Indicarle, ritengo sia un mio compito di Vescovo perché il Popolo che il Signore mi ha affidato non abbia a smarrirsi.

La prima di queste certezze è che la chiesa non soccomberà agli assalti del mondo e del maligno. Sono sicuro che il maligno sia all’opera, pur se non è certo una novità perchè da sempre il diavolo odia la chiesa e i discepoli di Cristo. L’azione del maligno si muove sempre in due direzioni: seminare zizzania e spingere i discepoli di Cristo al tradimento. E noi, facilmente cadiamo nella trappola. Le conseguenze sono drammatiche, perchè la zizzania mette l’uno contro l’altro, crea sfiducia e sospetto reciproco, quindi blocca ogni cosa, mentre il tradimento di Cristo produce scoraggiamento, porta alla rabbia e alla violenza e infine alla distruzione della casa di Dio. La chiesa però è “indefettibile” per esplicita promessa del Signore. Se scompare da un luogo – e questo purtroppo può accadere – rinasce però in un altro. Lo Spirito santo non l’abbandona: le porte degli inferi non prevarranno contro di essa e sempre rifiorirà dalle sue ceneri, come l’araba fenice, perché Dio ha la capacità di trarre il bene addirittura dall’azione del maligno. Anche oggi, di questi tempi, nonostante le nefandezze di una parte del clero e i peccati di molti cristiani, la chiesa resta santa per la santità della Vergine Maria e di tutti coloro che hanno dato e continuano a dare la vita per Cristo e per i fratelli. Non dobbiamo dunque impressionarci, spaventarci, andare in confusione. Non bisogna farci saltare i nervi. E’ ciò a cui punta il maligno. Piuttosto dobbiamo mantenerci il più possibile saldi nella fede, impegnati nella carità e fiduciosi nella speranza, mentre infuria la tempesta, soffiano i venti e le onde paiono sommergere la barca di Pietro. A volte il Signore “dorme” sulla barca…. Sembra assente e che ci lasci in preda alle onde. “Non ti importa che siamo perduti?” Gridano gli apostoli… Ma Gesù, calmando le acque, amabilmente li rimproverò: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

Una seconda fondamentale certezza su cui ancorarci è il Credo che professiamo, cioè la fede espressa e condensata nel credo. In tempi difficili, non c’è da inseguire le opinioni dell’uno o dell’altro. In tempi difficili si deve restare saldi sull’essenziale, in quella che è la “fede cattolica trasmessa dagli apostoli”, come si dice nel canone romano. Il Credo dunque, con tutti i suoi articoli. Il quale non è astrazione, non è teoria. La “Dottrina” della fede non è un’elucubrazione cervellotica; è invece vita; è Gesù Cristo stesso, espresso in parole umane. Ciò che si professa con la bocca e con la mente è la vita vissuta da Cristo e la vita della Trinità comunicata a noi. Il Credo esprime la fede cattolica alla quale dobbiamo restare fedeli. Come si dice nel rito del battesimo e della Cresima a conclusione delle promesse battesimali: “Questa è la nostra fede, questa è la fede della chiesa e noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù.” Il Credo esprime la parola di Dio nella sua sostanza ed è la chiave interpretativa delle stesse Sacre Scritture che non bastano da sole a esprimere la Rivelazione di Dio: occorre infatti anche la tradizione vivente della chiesa che si è condensata, così possiamo dire, proprio nel simbolo apostolico o niceno-costantinopolitano. Strettamente unita alla professione di fede c’è poi la morale cristiana, basata sui comandamenti di Dio e sull’insegnamento degli apostoli, anch’esso trasmesso nella chiesa lungo i secoli; esplicitazione dell’unico e duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, in specie del più povero e derelitto.

C’è cambiamento nella fede e nella morale lungo i secoli? Cambiamento no; non può esserci. Progresso, maggiore comprensione, precisazioni, esplicitazioni e correzione del tiro, si. Nel campo morale, ancor più che in quello della dottrina, com’è ovvio trattandosi di questioni legate strettamente ai mutevoli usi e costumi degli uomini. Sempre però in un processo di sviluppo e mai di cambiamento. Così come ciascuno di noi muta nel tempo, pur rimanendo sempre la stessa persona.

Teniamoci dunque stretti al Credo; ripetiamolo, impariamolo a memoria, approfondiamolo, preghiamolo; insieme ai comandamenti e agli insegnamenti morali degli apostoli, trasmessi nella tradizione della chiesa. Il magistero della chiesa dei nostri tempi, facendo tesoro del Concilio Vaticano II, ha spiegato il Credo e il contenuto della morale cristiana nel “Catechismo della chiesa cattolica”, unendovi anche una riflessione sui Sacramenti per la vita cristiana e sulla preghiera del Padre nostro; un grande dono dunque, questo libro, e uno strumento molto utile da tenere in grande considerazione.

Una terza fondamentale certezza che ci deve guidare in questi tempi è che il Papa è il successore di Pietro ed è anche, come diceva Santa Caterina, “il dolce Cristo in terra”. Nei suoi confronti ci vuole rispetto, amore e docilità. E’ sempre “infallibile”? No di certo. Solo in pochi casi si può parlare di infallibilità, quando cioè si pronuncia “ex cathedra”; in ogni caso però occorre ascoltare con molta attenzione il suo magistero e confrontarsi seriamente con esso. Lo si doveva fare ieri con S. Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI; lo si deve fare oggi con Papa Francesco. Possiamo non condividere pienamente qualcosa; ci può piacere di più o di meno questo o quel Papa. Anche lui è prima di tutto un discepolo di Cristo e deve rispondere alla chiamata alla santità. Può essere persino manchevole in qualcosa – la storia ce lo insegna – eppure non perde mai le sue caratteristiche di Vicario di Cristo e a lui si devono comunque devozione, affetto e ascolto sincero. Siamo inoltre certi che egli non potrà mai insegnarci autorevolmente qualcosa che ci faccia deviare dagli insegnamenti di Cristo: lo Spirito Santo infatti l’assiste, aldilà dei suoi meriti personali. Nei suoi confronti non ci vuole certo servilismo nè adulazione, che sono atteggiamenti da cortigiani, non da fratelli e figli che gli vogliono veramente bene. Chi vuol essere cattolico però non può fare a meno del Papa e non può non pregare per lui: “Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra e non tradat eum in animam inimicorum eius.” “Il Signore lo conservi, Gli doni vita e salute, lo renda felice sulla terra e Lo preservi da ogni male. Amen.”

Ultima fondamentale certezza da custodire gelosamente in tempi di crisi è la presenza accanto a noi della Vergine Maria. La nostra madre celeste ci è stata affidata da Gesù ai piedi della croce, nel momento supremo del suo totale dono di sé. E’ stata affidata a noi e noi siamo stati affidati a lei e lei, lungo tutti i secoli è sempre venuta in soccorso a noi nelle nostre necessità. In ogni luogo della terra possiamo dire, in ogni chiesa e angolo di strada, si trova una sua immagine, un suo ricordo. “Prega per noi peccatori”: è il grido che si leva dai cuori in tempesta e angosciati per il male. Lei è l’esempio fulgido della fede. L’immagine candida di un mondo senza peccato. Lei ha vinto la corruzione e la morte, prima creatura ad essere totalmente redenta dall’amore di Cristo. Lei è la chiesa; l’immagine della chiesa; essa stessa chiesa nel vero senso della parola e insieme a tutti i beati e i santi, corona di gloria alla Trinità, abitando già il mondo che verrà e verso il quale siamo in cammino. Rimanere attaccati a Maria è salvaguardia della fede, custodia della vita cristiana, consolazione nella burrasca, guida nel cammino. E’ la stella che guida il nocchiero, cantava un antico inno popolare. Stare attaccati a lei non ci porterà mai fuori strada. Preghiamola dunque con fiducia, con la dolce preghiera del rosario e come ci insegna a fare un’antichissima e bellissima invocazione: “Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta.” “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.”

Indefettibilità della Chiesa, perennità del Credo degli apostoli, carisma petrino del Papa e presenza materna della Madonna, sono dunque le quattro certezze che ancorano in sicurezza la nostra vita, anche in questi tempi difficili. Rinsaldati in esse e affidandoci con fiducia al Signore, possiamo allora affrontare la realtà del mondo nel quale viviamo, senza scoraggiarci. Potremo allora essere per chi lo vorrà, lievito e fermento, sale e luce, pur consapevoli di tutti i nostri limiti e peccati. Potremo essere davvero una “chiesa in uscita”; non solo un ospedale da campo ma persino una forza di pace che edifica il Regno di Dio nella mischia del mondo. Sperimentando nella propria debolezza la serena e beatificante “gioia del vangelo”».

+Fausto Tardelli




“Ripartire dalle parrocchie e da una comunità fraterna e missionaria”

In occasione della solennità di San Jacopo il Vescovo Fausto ha consegnato alla diocesi la lettera di indicazioni per l’anno pastorale 2018/2019. “Una comunità fraterna e missionaria” è il titolo della missiva alle componenti della chiesa di Pistoia che chiude il piano triennale pastorale incentrato sul discernimento personale e comunitario di un trittico di tematiche, iniziato nel 2016 – 2017 con “l’anno del Padre” e proseguito quest’anno con “l’anno dei poveri”.

Nella lettera pastorale il vescovo tratta molti punti: dal bisogno, avvertito da tutti, di ritrovare relazioni vere e sincere in antitesi rispetto alla solitudine crescente, al bisogno di comunione, di pace e unità, anche nella comunità dei battezzati, ponendo al centro della riflessione il tema della comunità di base, ovvero la parrocchia.

Afferma mons. Tardelli: «Come non vedere nel disperato bisogno di riconoscimento e di relazioni sincere e autentiche che è presente nella nostra società uno dei principali ‘segni dei tempi’? In quella tragica contraddizione cioè, di un mondo sempre più globale e in rete eppure sempre più colmo di solitudini? La solitudine è lo spettro che si aggira nelle nostre contrade e città. Una popolazione sempre più anziana ne rimane facilmente vittima. Non è meno vero per le generazioni più giovani. Persino tra i ragazzi e gli adolescenti la solitudine miete vittime. Una solitudine che è causa di molti mali, spesso anche del diffuso disagio economico. A sua volta ne è anche conseguenza, in una specie di circolo vizioso che intristisce l’anima e la vita. La solitudine non si vince però con la confusione e l’affollamento. I famosi “non luoghi” di Marc Augè sono pieni di gente che va e che viene ma che non si incontra. Sono invece le relazioni umane autentiche, l’accoglienza e il sorriso, la mano tesa e gli occhi che si incrociano, l’apertura del cuore e la disponibilità all’amicizia che rompono la solitudine». «Di qui l’urgenza – continua Tardelli –  di riscoprire e ritrovare il conforto di una comunità veramente fraterna (Gv 13,34; Gv 20,17), la profezia di cuori che si uniscono nella diversità (At 4,32), “l’oasi della misericordia” che è la comunità cristiana, dove si possa dire con il salmo 133: «Ecco come è bello e com’è dolce, che i fratelli vivano insieme!». 

«La comunità cristiana, la parrocchia – afferma il vescovo – sia per tutti i suoi membri l’occasione di sperimentare la comunione che caratterizza il Popolo di Dio in cammino nella storia. Una comunione fatta di amicizia e di relazioni buone. Anche conflittuali a volte, perché sincere, ma sempre positive. E per essere questo, ogni parrocchia deve mettere al suo centro Gesù Cristo e una scuola permanente di formazione alla vita nuova in Cristo secondo lo Spirito. Se si cercasse di edificare la vita comunitaria soltanto con iniziative di socializzazione umana sbaglieremmo, perché la comunità cristiana si edifica nell’amore, ma a partire dall’Eucaristia e dalla Parola viva di Cristo che trasforma e forma i cuori. Da questo incontro nasce la festa e la gioia del ritrovarsi».

Il vescovo, nella seconda parte della lettera,  propone alcuni spunti e indicazioni operative: dal riordino e al ripensamento della struttura e al numero parrocchie, alla presenza e riscoperta delle feste e delle tradizioni religiose diocesane e parrocchiali, alla valorizzazione dei “gruppi di Vangelo, alla sinodalità come strumento per una vera riforma della chiesa, al ruolo della formazione, alla valorizzazione del laicato e dei diaconi permanenti.

In ultimo mons. Vescovo richiama la questione dei giovani, con la quale chiude la indicazioni pastorali definito: «vero nervo scoperto della nostra Chiesa in questo momento».«Lo vado constatando nella mia visita pastorale – scrive Tardelli – la stessa Chiesa universale ha messo all’ordine del giorno i giovani. Ci vuole dunque ascolto e impegno nei confronti degli adolescenti e dei giovani, anche in chiave vocazionale sulla scia del Sinodo dei vescovi che il Santo Padre Francesco ha indetto per l’ottobre 2018».«Abbiamo troppo paura dei giovani -lasciatemelo dire-, mentre è giunto il momento di mettere nelle loro mani la Chiesa, le nostre parrocchie, con fiducia e speranza. Essi hanno prospettive diverse dalle nostre e forse preoccupazioni che non sempre comprendiamo, ma forse, come insegna San Benedetto nella sua famosa regola, al cap. III, essi possono insegnarci molto: «Ogni volta che in monastero bisogna trattare qualche questione importante, l’abate convochi tutta la comunità ed esponga personalmente l’affare in oggetto. Poi, dopo aver ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che gli sembra più opportuno. Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore». L’attenzione al mondo giovanile poi, è bene che si specifichi con proposte adeguate all’ accompagnamento degli adolescenti con percorsi ante e post Cresima; dei giovani più grandi e infine delle giovani coppie o famiglie».

Cliccando qui è possibile scaricare la versione integrale.




Catechisti in parrocchia: una missione possibile e bella

di Fausto Tardelli, vescovo

In tutte le parrocchie sta finendo l’anno catechistico. Un anno di impegno e di cammino iniziato nel settembre ottobre scorso. Vorrei ringraziare di vero cuore tutti quei laici, in gran parte donne, adulti e giovani che donano il loro tempo con generosità per far crescere nella fede i ragazzi loro affidati. Questi catechisti meritano davvero la riconoscenza di tutta la Chiesa. La fatica è tanta, credo però sia tanta anche la soddisfazione di collaborare alla diffusione del Regno di Dio, aiutando le giovani generazioni ad incontrare il Signore.

L’occasione mi da modo di richiamare tre punti essenziali della catechesi. Non fa male ricordarli proprio al termine dell’anno catechistico e quando già ci si orienta al prossimo.

Il primo obiettivo non può mai essere dimenticato:tutta la comunità è chiamata a aiutare i ragazzi a incontrare il Signore, perché rimangano affascinati da Lui e imparino a vivere con Lui, per Lui e in Lui. Già lo diceva il documento base del rinnovamento della catechesi in Italiana, tanti anni fa, nel 1970: «la catechesi promuove itinerari per una crescita permanente del cristiano, dall’infanzia all’età adulta, avendo come fine l’acquisizione di una mentalità di fede… Cioè educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo». Sono passati molti anni da allora e la situazione è un po’ cambiata. Oggi occorre dare un taglio nuovo alla catechesi: quello kerigmatico. In poche parole, non si può più dare per scontata la fede nei ragazzi e nelle famiglie. Quindi oggi c’è bisogno anche del “primo annuncio”, in modo che la novità di Gesù morto e risorto e del suo Regno d’amore, risuoni nel cuore dei ragazzi e dei genitori.

Il secondo punto importate per la catechesi è la comunità cristiana. Punto dolente ma irrinunciabile. Gli “Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia” dati dai vescovi italiani nel 2014, dal significativo titolo “Incontriamo Gesù”, affermano: «La Chiesa nel suo insieme, e i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Di qui l’impegno a far sorgere e vivere comunità cristiane che facciano della loro esperienza del Dio trinitario il centro del proprio esistere».

Infine il linguaggio. Terzo punto necessario per la catechesi. Cito il documento base senza commentarlo perché non ce n’è bisogno: «la catechesi dovrà servirsi di un linguaggio, che corrisponda alla cultura odierna e sappia far comprendere la Rivelazione agli uomini di oggi. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione. La preoccupazione di un linguaggio adatto alla mentalità contemporanea deve essere presente nell’elaborazione dei catechismi, dei testi didattici e più ancora nella catechesi viva».




MONS. TARDELLI: PER LA DIFESA DI OGNI VITA INNOCENTE

Nella recente esortazione di Papa Francesco “Gaudete et exultate” sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, trovo al n.101: «La difesa dell’innocente che non è nato deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù e in ogni forma di scarto».

Affermazioni chiare e precise che vanno a correggere quello strabismo di cui spesso soffriamo per il quale finiamo pure per contrapporci all’interno della stessa chiesa. La difesa e la promozione della vita umana, dal momento del concepimento e per tutte le fasi della vita, fino alla sua naturale conclusione è compito imprescindibile per chi voglia dare ancora un senso alla parola umanità e tanto più per un cristiano.

Dispiace profondamente allora sentir parlare dell’aborto come un diritto ed è triste vedere l’esultanza di chi gode per la vittoria dei sì all’abrogazione del divieto d’aborto in Irlanda o per la introduzione della legge 194 in Italia, di cui in questi giorni ricorre l’anniversario. Non prima di tutto però, perché si è modificato l’ordinamento giuridico che influisce sempre sul vivere civile, ma perché non è difficile scorgere dietro tutto questo l’idea di un diritto che non è tale, bensì prevaricazione del più forte contro il diritto del più debole, di chi viene considerato un “non-uomo” ma solo un grumo di sangue.

Fa però ugualmente dispiacere e dispiacere profondo vedere le persone senza lavoro o con un lavoro precario, non sano, pericoloso, mal retribuito e da schiavi; vedere licenziare persone solo per fare più profitto; registrare così spesso incidenti sul lavoro che non possono essere attribuiti frettolosamente alla disattenzione dei lavorati; come fa piangere il cuore vedere una società che scarta le persone, che rifiuta i migranti, che abbandona o maltratta i vecchi. Nell’ingiustizia sociale si manifesta una radicale offesa della persona umana e del suo creatore che l’ha voluta con una dignità inalienabile, a sua immagine e somiglianza.

Fausto Tardelli, vescovo




MONS. TARDELLI A ROMA PER L’ASSEMBLEA GENERALE CEI

Si svolge a Roma in questi giorni (21-24 maggio) la 71a Assemblea Generale della CEI.

Anche Mons. Fausto Tardelli è impegnato con gli altri vescovi italiani nei lavori che quest’anno si concentrano attorno al tema: Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo.
Una sessione sarà dedicata all’aggiornamento del Decreto generale concernente “Disposizioni per la tutela del diritto alla buona fama e alla riservatezza”; sono quindi previste alcune determinazioni in materia giuridico-amministrativa, tra cui la presentazione e l’approvazione della ripartizione delle somme derivanti dall’8xmille per l’anno 2018.

L’apertura dei lavori è stata affidata a Papa Francesco, che ieri, 21 maggio, incontrando i vescovi italiani ha rivolto un discorso breve e diretto su tre “preoccupazioni” che riproponiamo nella sintesi resa nota dalla CEI.

«Prima preoccupazione: la crisi delle vocazioni. “È in gioco la nostra paternità – ha detto Francesco -. È il frutto avvelenato della cultura del provvisorio e del relativismo, legata anche al calo delle nascite e agli scandali”. “È triste – ha aggiunto – vedere questa terra fertile e generosa di vocazioni entrare in una sterilità vocazionale senza trovare rimedi efficaci”.
Perché non pensare – ha suggerito – ad una più concreta e generosa condivisione fidei donum anche tra le diocesi italiane? Siete capaci di fare questo?”.
Seconda preoccupazione: povertà evangelica e trasparenza. “La povertà è madre della vita apostolica e muro che la protegge. Senza povertà non c’è servizio. Chi crede non può parlare di povertà e vivere come un faraone, conducendo una vita di lusso o gestendo i beni della Chiesa come fossero i propri”.
“Abbiamo il dovere – ha affermato Francesco – di gestire i beni con esemplarità, attraverso regole chiare e comuni. Nella CEI si è fatto molto in questi anni, ma si può fare ancora di più”.
Terza preoccupazione: riduzione e accorpamento delle diocesi. Papa Francesco ha ricordato di averne parlato già a maggio del 2013. “Si tratta – ha detto – di una esigenza pastorale studiata ed esaminata più volte. Già Paolo VI nel ‘64 e nel ‘66 aveva parlato di numero eccessivo delle diocesi. Un argomento datato e attuale, trascinato per troppo tempo. È ora di fare quello che è possibile fare”.
“Ora lascio a voi la parola – ha concluso il Pontefice – e vi ringrazio per la vostra parresia”.

Il dialogo è proseguito poi a porte chiuse, alla presenza del Papa e dei Vescovi solamente».

La relazione finale sui lavori di questa settimana sarà presentata dal Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente CEI giovedì 24 maggio.

(ucs)




CARITÀ CRISTIANA: ISTRUZIONI PER L’USO

L’intervento di Mons. Tardelli al primo incontro del corso di formazione Caritas

In occasione dell’Anno pastorale dedicato ai poveri, la Caritas Diocesana ha proposto un corso di formazione rivolto alle Caritas parrocchiali e tutti gli operatori pastorali impegnati nella comunità. Il corso ha per tema: “il cammino nella carità per le parrocchie”. La formazione, infatti, è destinata a comunicare la trasversalità della carità sulle attività parrocchiali e ad ampliare il numero delle parrocchie in cui è presente la caritas parrocchiale (cfr. Orientamenti Pastorali 2016-2019, nn. 14-15).

Il primo incontro, a cui hanno partecipato circa 70 persone, si è svolto giovedì 5 aprile e ha visto l’intervento del vescovo Fausto Tardelli.

La relazione del vescovo ha toccato i seguenti tre punti: 1. L’importanza della Carità nella comunità cristiana; 2. Le caratteristiche della carità cristiana; 3. Suggerimenti per gli operatori della carità.

Circa l’importanza della Carità nella comunità cristiana il vescovo ha affermato che «l’esercizio della carità è parte integrante della vita, dell’opera del cristiano e della comunità cristiana insieme all’ascolto/annuncio della Parola di Dio e al culto in spirito e verità attraverso i Sacramenti».

Quali sono le caratteristiche della Carità cristiana? Il vescovo ne ha elencate almeno tre: attenzione, ascolto, accoglienza dell’altro, della persona concreta nella sua situazione di vita.
Non sono mancate tante indicazioni concrete: «dare tempo, prima che dare cose, prendersi a cuore prima che prendersi cura». Il vescovo ricorda che prioritario è «mettersi al servizio del bene che Dio vuole per l’altro». Per questo «non ogni richiesta va esaudita; non ogni desiderio accontentato. La verità, anche se fa male, è carità ma è carità anche aiutare ad accogliere la verità». La carità – ha aggiunto il vescovo- non può essere confusa con il proselitismo perché «non si può amare il prossimo per portarlo in chiesa». Allo stesso tempo, però, occorre tenere sempre presente che «la carità cristiana si distingue dalla solidarietà umana, dalla filantropia, da un progetto politico di riforma sociale. Non sposa alcun partito. Pur se l’annuncio cristiano ha una imprescindibile dimensione sociale».
La Carità cristiana chiede anche di amare il prossimo con la testa e con il cuore. «Cuore e mente debbono andare di pari passo. Per cui la carità esige lo studio, la competenza e la professionalità». Infine ha chiuso mons. Tardelli, «l’esercizio della carità nella chiesa riguarda ciascuno come singolo ma anche le comunità».

Il terzo punto del suo intervento è stato dedicato agli operatori della carità. Mons. Tardelli ha invitato quanti si rendono disponibili alle necessità del prossimo a «riandare continuamente alla fonte: “Dio che è amore”, ascoltando la sua Parola; partecipando ai sacramenti; pregando nella lode e intercedendo per gli altri; vivere la comunione ecclesiale; esercitarsi ad avere gli stessi occhi di Dio, a guardare coi suoi occhi le persone e le situazioni».

Dopo la relazione del nostro Vescovo il vice direttore Caritas don Paolo Tofani e Francesca Meoni, responsabile della formazione, hanno evidenziato come il ruolo della caritas parrocchiale debba «sollecitare e educare l’intera comunità ad un approccio concreto, intelligente ed evangelico della realtà sociale, avendo occhi soprattutto per i poveri vicini e lontani». L’azione della Caritas Parrocchiale è finalizzata ad «aiutare a far diventare problema di tutti la sofferenza di ogni fratello e a mettere al centro della vita ecclesiale i diversi volti della povertà umana». Un compito che impegna la comunità a interrogarsi «sulla trasparenza della carità di Cristo nell’annuncio della Parola, nelle celebrazioni, negli itinerari formativi nell’attenzione agli ammalati, ai disabili e alle emarginazioni, nell’uso delle risorse economiche e degli ambienti, nella valorizzazione dei vari carismi, nei rapporti con la società e con gli enti pubblici come nell’attenzione ai problemi dei paesi più poveri, del mondo del lavoro e della politica».

La caritas parrocchiale, coordinando le diverse espressioni caritative della parrocchia, deve invitare tutti a compiere «un cambiamento di mentalità e di prassi, passando: dalla delega alla partecipazione; dalle risposte emotive e occasionali all’intervento organico e continuativo».
Le caritas parrocchiali, dunque, come «sentinelle», ha affermato il vescovo in chiusura dell’incontro: sentinelle «perché hanno il compito di promuovere la solidarietà sul loro territorio, intercettare le situazioni di bisogno» e renderle note alla comunità, in modo che questa sia sollecitata all’impegno.

Il corso prosegue giovedì 19 aprile (ore 21, presso l’Aula Magna del Seminario Vescovile di Pistoia) e sarà dedicato al tema “come animare la comunità”.

La brochure con la scheda d’iscrizione può essere scaricata qui, quindi dovrà essere restituita via mail o di persona.

Scheda di iscrizione (file .doc)