Tardelli: «Ricominciare con responsabilità». Le indicazioni per i fedeli

Il vescovo si rivolge ai fedeli nel primo fine settimana con le Sante Messe Festive aperte al popolo. In un documento anche le indicazioni per i fedeli nella fase 2.

Da parte del vescovo anche un messaggio e una benedizione speciale per i “volontari” che accompagneranno la ripresa delle messe.

Ricominciare con responsabilità

Il vescovo di Pistoia Fausto Tardelli si rivolge ai fedeli nel primo fine settimana con le Sante Messe Festive aperte al popolo

Publiée par Diocesi di Pistoia sur Vendredi 22 mai 2020

 Il testo del video messaggio

«Carissimi,

siamo arrivati a una fase nuova di questo tormentato momento che ci ha visto in grave difficoltà. Possiamo di nuovo celebrare insieme l’Eucaristia e anche gli altri sacramenti, possiamo ritrovarci nelle nostre chiese, possiamo innalzare a Dio la lode, quella di un popolo che si riconosce salvato dalla Misericordia di Dio.

È una grande gioia, una possibilità nuova che ci è data e vogliamo viverla davvero con gratitudine. Nello stesso tempo però sappiamo che ci deve essere senso di responsabilità perché il male c’è ancora nella società: c’è ancora questo virus e dobbiamo fare attenzione. Quindi accettiamo di buon grado tutte le limitazioni e le attenzioni che sono necessarie per poter essere al sicuro il più possibile. È un disagio che accettiamo volentieri per il senso di responsabilità che dobbiamo avere, e che riguarda ognuno di noi. Ciascuno deve agire con grande cautela.

Questa riapertura non è ancora ovviamente la riapertura di tutta la vita della Chiesa. Però aspettiamo con fiducia di poter rinnovare anche i nostri soliti incontri e nel frattempo continuiamo ad operare nella carità perché questa non è mai mancata ancora continua.
E proprio nella carità vogliamo ricordare ed essere vicino in particolare a coloro che soffrono questo momento: coloro che sono nel disagio per la situazione economica, per il lavoro che manca, coloro che ancora sono malati e coloro che possono ancora essere contagiati, coloro che in qualche modo si trovano in difficoltà nella solitudine. Ecco, la carità della Chiesa continua e vogliamo che sia ancora attenzione vera per tutti costoro.

Quindi davvero gioia grande per questo inizio nuovo, per questa ripresa proprio nel giorno dell’ascensione, e senso di responsabilità. Ma ripeto, serve ancora grande apertura di cuore verso chi è nel bisogno, in modo particolare in questo tempo».

 

Sono disponibili in pdf le indicazioni rivolte dal vescovo ai fedeli laici del popolo di Dio, parte viva della Chiesa di Pistoia.

Lettera vescovo ai Laici per la ripresa delle celebrazioni

Di seguito la lettera e la benedizioni per i volontari.




L’omelia di Pasqua del vescovo: «Pronti a ricostruire il mondo»

Nell’omelia del giorno di Pasqua il vescovo invita a seguire Cristo Con Lui rifiorisce ogni cosa e tutto può cambiare

«La risurrezione non è un discorso, non è una teoria, non è un bel pensiero». «La risurrezione di Cristo — ha affermato il vescovo Tardelli nella sua omelia di Pasqua — resta un atto di fede, ma fu un fatto, non un sentimento». Gesù era stato condannato a morte e la sentenza eseguita: sulla croce.

«Umanamente — ha commentato — avremmo detto che non c’era più niente da fare … Tutto dunque allora sembrava chiuso, senza alcuna prospettiva, inchiodato a un presente senza speranza». «In un contesto del genere, che assomiglia …per certi versi, anche al momento difficile che stiamo attraversando, dove l’angoscia per il presente, si unisce a una grande incertezza per il futuro, la resurrezione di Cristo la si può riscoprire in tutto il suo valore, in tutta la sua forza dirompente, in tutta la sua novità».

«Oggi — ha aggiunto il vescovo —, quando ci sentiamo fiaccati e frustrati da qualcosa di imprevisto che ci ha tolto improvvisamente tante abitudini belle, con la possibilità di incontrarci, di stringerci la mano, di abbracciarci e di guardarci negli occhi con fiducia, la buona notizia di Cristo che ha vinto la morte, che ha sconfitto il potere oscuro della morte, che ha vinto con l’amore la cattiveria del mondo, ci riempie il cuore di emozione e di gioia». «Il Cristo è davvero il

condottiero che ci può condurre oltre le secche della nostra storia di uomini, Colui che ha le chiavi del mondo e della storia, Colui nel quale e per il quale ogni cosa può rifiorire». Concludendo, monsignor Tardelli ha rivolto un invito: «riandiamo ancora, carissimi fratelli a quel mattino di Pasqua. Proviamo ad entrare nel cuore delle donne che non trovarono Gesù nel sepolcro e ascoltarono le parole misteriose degli angeli. E illuminati dalla luce del risorto, guardiamo anche al bene che sta fiorendo dovunque nel mondo». «Corriamo allora dietro a Cristo», ha concluso, «e con Lui e dietro a Lui, mettiamoci a ricostruire il nostro mondo, a farlo migliore, perché dopo la tempesta che stiamo attraversando, questo dovremo fare con tutte le nostre forze: ricostruire!».

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Coronavirus: nota sull’accoglienza a Vicofaro

Il vescovo Tardelli interviene sulla emergenza coronavirus in relazione alle strutture parrocchiali o diocesane e in particolare a quelle della parrocchia di Vicofaro.

PISTOIA – 20/03/2020

«A seguito della drammatica emergenza sanitaria causata dalla diffusione del coronavirus, particolarmente aggressiva nel nostro paese, la Chiesa italiana ha ritenuto doveroso fare tutto quanto le è possibile per non mettere a rischio la salute delle persone. Nelle scorse settimane è stato necessario sospendere le celebrazioni liturgiche pubbliche ed evitare qualsiasi forma di assembramento, anche nelle nostre chiese. Un atto doveroso e responsabile, non certo privo di dolore. In ogni caso, fin dal primo momento, con le indicazioni date da me a più riprese, anche la diocesi di Pistoia si è impegnata ad una rigorosa applicazione delle regole emanate dal Governo per questo periodo, all’interno di tutte le sue strutture, in particolare laddove i rischi fossero concreti ed elevati.

Quanto detto include ovviamente anche l’esperienza di accoglienza che viene portata avanti nella parrocchia di Vicofaro. Al momento si sta operando affinché quanto prima tutto sia regolare e al riparo di qualsiasi rischio, sia per la popolazione residente nel quartiere di Vicofaro, sia per le stesse persone ospitate. Per questo motivo, a brevissimo, è prevista la drastica e immediata riduzione del numero dei presenti a Vicofaro e la loro collocazione in ambienti idonei e tutelati, dove siano rispettate in tutto le norme igienico sanitarie, di prevenzione e di movimento varate dal governo per far fronte alla grave minaccia rappresentata dall’epidemia.

L’intento, altresì, è inoltre quello di predisporre una stretta sorveglianza anche all’interno della struttura di Vicofaro, perché ci si attenga a quanto oggi richiesto a tutti per il bene comune e prima di tutto degli stessi fratelli immigrati.

Il lavoro della diocesi e delle altre istituzioni e realtà coinvolte, negli ultimi mesi, è sempre andato in questa direzione, ed oggi, l’obiettivo non è più procrastinabile. Pertanto, risulta evidente che non sarà possibile prendere in considerazioni obiezioni di alcun genere rispetto a questo preciso orientamento.

Faccio altresì rilevare che, seppure l’osservanza delle leggi sull’ordine pubblico e delle norme igienico – sanitarie recentemente emanate sia responsabilità personale di ogni cittadino, solo le autorità pubbliche preposte hanno gli strumenti idonei per farle rispettare. Da questo punto di vista, se opportunamente e preventivamente avvisato, non troveranno certamente in me alcun ostacolo alla loro azione e intervento, neppure all’interno delle stesse strutture».

(comunicato)




Lasciarsi trovare da chi cerchiamo

Una sintesi dell’omelia del vescovo per l’ordinazione presbiterale di Fratel Antonio Benedetto

Nella sera dell’Epifania monsignor Tardelli ha ordinato sacerdote Fratel Antonio Benedetto, priore della fraternità apostolica di Gerusalemme di Pistoia. L’ordinazione si è svolta nella chiesa di San Bartolomeo in Pantano, sede della fraternità, per l’occasione colma di fedeli. La liturgia, animata dai monaci e dalle monache di Gerusalemme, si è svolta in un vibrante clima di preghiera, accompagnata -complici gli spazi suggestivi dell’antica chiesa romanica- da un percepibile calore umano.

«Come i re magi – ha ricordato nella sua omelia mons. Tardelli – hai viaggiato per terreni accidentati, cercando come a tentoni un segno che chiarisse i tuoi desideri profondi, le tue attese, il senso del tuo essere al mondo. Hai camminato e cercato, senza sapere bene Chi stavi veramente cercando e forse confondendo a volte una cosa con l’altra». Il vescovo allude sinteticamente alla storia vocazionale di Fratel Antonio, arrivato – attraverso una profonda inquietudine, dal mondo della musica rock e dalla lontananza da Dio fino alla conversione e poi alla vita religiosa:

«Come i re magi, sei partito da terre lontane dell’anima; hai domandato, chiesto, provato ad imboccare strade diverse. Finché poi Lui, il Signore stesso, la luce che è venuta ad illuminare ogni uomo, non ti è venuto a cercare…. E ti ha trovato, inaspettatamente, meravigliosamente. Da quel momento, come dietro ad una stella cometa hai cominciato a viaggiare con una luce nel cuore».

Un cammino che ha condotto Antonio fino a Pistoia, nella fraternità apostolica di Gerusalemme: «Ti sei lasciato guidare e prima ti ha condotto a una famiglia di fratelli e di sorelle che il Signore ha messo insieme per essere lievito di speranza dentro le città degli uomini, attraverso la gioia della fede, la comunione dei cuori, l’annuncio lieto del Vangelo dell’amore di Dio. E da questa fraternità oggi eccoti qua come i magi davanti al bambino Gesù, che stende verso di te le sue manine perché tu lo abbracci definitivamente e lo porti sempre con te per donarlo poi agli altri».

Il vescovo ha indicato nel riferimento alla solennità dell’Epifania un vero e proprio programma di vita sacerdotale: «tu, carissimo fra’ Antonio benedetto, diventi presbitero, nel giorno in cui la Chiesa celebra l’Epifania del Signore, la sua manifestazione al mondo; l’apparire della misericordia di Dio nella storia. Durante il tempo natalizio, quando più dolce e tenero appare l’amore misericordioso di Dio per l’umanità, quando il Figlio di Dio ha preso carne nel piccolo bambino di Betlemme. Che questo ti insegni e insegni a tutti noi che condividiamo l’ordine sacro, a vivere il ministero come un segno e una testimonianza di misericordia e di tenerezza, attraverso quel farsi piccoli, nella povertà e semplicità di vita che è la strada maestra scelta da Dio per salvare l’umanità».

Non è mancato un riferimento alle preoccupanti tensioni internazionali di questo inizio di anno attraverso l’immagine delle luce e delle tenebre suggerita dalla liturgia: «noi oggi celebriamo la luce del Signore che brilla sopra l’umanità e di essa siamo chiamati a rivestirci, nonostante che la tenebra ricopra la terra e nebbia fitta avvolga i popoli. – E quanto sono vere queste parole proprio oggi, quando dense e nere nubi di tempesta attraversano il cielo del mondo e siamo tutti atterriti da ciò che potrebbe accadere di terribile per le sorti dell’umanità da un momento all’altro. – La parola di Dio ci richiama tutti, noi chiesa del Signore, e noi ministri del Vangelo e tu caro Antonio a non farci mai vincere dalle tenebre ma a sperare e lottare perché trionfi la luce di Cristo e del suo amore sempre. Siamo certi che le tenebre non possono vincere la luce, ma sappiamo anche quanto sia necessario dare testimonianza alla luce con l’impegno di tutti i giorni e la fatica della coerenza». «Che il tuo e il nostro ministero, carissimo Fra Antonio Benedetto, – ha continuato il vescovo- sia dunque un continuo accendere luci nel cuore delle persone».

La solennità dell’Epifania, infine, invita ad allargare lo sguardo, a sentirsi inseriti in un disegno di salvezza in cui nessuno è escluso. «Diventar preti in questo giorno, – ha ricordato il vescovo- significa allora sentirsi parte particolarmente operosa di questo disegno grande di Dio. Si è preti mai per un piccolo gruppo, per una piccola famiglia, per un piccolo luogo. Si è preti invece per tutta la chiesa; per tutta una chiesa diocesana; per la chiesa intera sparsa nel mondo, per tutta intera l’umanità. Perché da preti e come preti si è resi participi in un modo tutto particolare, del cuore largo di Cristo che ama ogni uomo e vuole ogni uomo partecipe del suo corpo. Per cui, anche se un presbitero è legato a un territorio e a una precisa comunità ecclesiale, egli deve avere il respiro del mondo e l’anelito di Cristo che vuole ogni uomo salvo e deve perciò vivere e pregare per il compimento ovunque del Regno di Dio. Cosa oggi più che mai importante, quando popoli e genti si mescolano e il mondo ormai si è fatto un unico villaggio globale».

In questa Epifania, ha concluso il vescovo Tardelli, si sono rovesciate le parti: «è il Signore stesso infatti che apre i suoi scrigni e dona a noi, davvero poverelli e indegni suoi figli, non oro, incenso e mirra, bensì un uomo che da ora in avanti sarà per noi e in mezzo a noi immagine viva e concreta del Buon Pastore».

A conclusione della messa è arrivato alla chiesa di San Bartolomeo un corteo di figuranti del presepe vivente che nella vigilia di Natale ha attraversato le vie del centro cittadino; tra loro tre re magi a cavallo. Fratel Antonio è stato invitato a montare in sella e, nei panni di novello prete e re magio, ha cavalcato benedicendo i passanti incuriositi, accompagnato da amici e fedeli, fino alla chiesa di San Paolo per un momento di festa.




Quel che ti chiede il Natale

Il messaggio del vescovo Tardelli per le festività natalizie

 

Da un po’ di tempo non riesco purtroppo a pensare al Natale coi colori della festa, delle luci e dell’allegria. Non me ne vogliate. Non ci riesco perché, quasi come un’ossessione, mi viene subito alla mente come il Salvatore del mondo fu accolto – perché di Lui si parla a Natale, il Natale è il Suo – quando venne nel mondo per dare compimento alle promesse antiche. «Veniva nel mondo la luce vera» – ci dice l’evangelista Giovanni – «eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto».

In effetti, la narrazione evangelica ci presenta la nascita di Gesù avvolta nella precarietà, dentro a una stalla, in una mangiatoia, fuori dalla città.  Il Re dei re, il Signore dei signori, l’unigenito figlio di Dio venne in mezzo a noi – atteso da secoli – e trovò le porte chiuse; si dovette adattare, con una madre che lo partorì tra gli stenti e poche persone, anche non molto raccomandabili come erano i pastori di Betlemme, a stringersi attorno a Lui.

C’è poco da fare: in me la gioia della nascita del Salvatore rischia di essere vinta dall’amarezza delle nostre chiusure di cuore. Anche perché la triste vicenda della nascita del Salvatore non è circoscritta a quel tempo. È attuale. Anche oggi mi viene da dire: quanti di noi sono davvero pronti ad accogliere Lui nella propria vita? E insieme a lui anche gli altri? È vero, siamo presi da mille cose e mille problemi; abbiamo grosse preoccupazioni e anche una giusta voglia di svago e di spensieratezza. Va tutto bene. Però la domanda rimane ed provoca ognuno di noi: sei disposto ad accogliere il Cristo nella tua vita? A dargli spazio, a farlo regnare in te? E sei disposto ad ascoltare con attenzione chi ti sta accanto, il tuo compagno o la tua compagna, i figli, il vicino, il collega? Sei disposto a farti prossimo, particolarmente di chi è nel bisogno? Sei disposto a pensare un po’ meno a te stesso, a quello che ti piace, a quello che vorresti, a quelli che sono i tuoi benedetti diritti e i tuoi desideri, per far posto invece a Dio, alla sua parola e ai suoi inviti, ai suoi comandamenti, come pure agli altri, da servire con attenzione e premura?

Il Natale per me allora ha senso se è un momento nel quale si prende in mano la nostra coscienza e la si mette davanti a Dio. Se cioè ci si lascia interrogare e forse anche inquietare per le nostre chiusure e i nostri egoismi. In questo caso il Natale sarà vero, perché forse produrrà qualche effetto positivo in noi e conosceremo quella gioia che viene solo dall’accoglienza di Dio nella propria vita.

Il Santo Padre ha scritto nei giorni scorsi una bellissima lettera sul presepe, invitando a mantenere viva una preziosa tradizione che risale addirittura a San Francesco. E lo faremo. Di questi tempi di presepi se ne vedono tanti in giro. Ma il presepe serve per mettercisi davanti e riflettere; serve per pensare al mistero di un Dio che non ha paura a farsi piccolo e debole per amore; che venne non per essere servito ma per servire. Quella capannuccia col bue e l’asinello e coi pastori ha valore in quanto mi chiede se sia disposto ad accogliere Dio nella mia vita e ad accogliere gli altri nella pace, vicini o lontani, chiunque essi siano.

+ Fausto Tardelli, vescovo




L’Immacolata di monsignor Tardelli

Nella solennità mariana dell’8 dicembre ricorre il quinto anniversario dell’ingresso a Pistoia. Una lettura a cuore aperto della Chiesa pistoiese -tra peccati e segni di grazia- nell’omelia pronunciata in cattedrale.

 

PISTOIA. Celebrare la Solennità dell’Immacolata e ricordare i primi cinque anni nella chiesa di Pistoia: l’8 dicembre del Vescovo Tardelli è un giornata davvero speciale. L’occasione in cui indicare a tutti la bellezza di Maria Immacolata, ma anche fare il punto su una chiesa che proprio immacolata non è.

Attorno al vescovo, per la messa pontificale della solennità dell’Immacolata, c’erano numerosi sacerdoti della Diocesi di Pistoia, ma anche tanti fedeli e un clima di grande attenzione e preghiera. Nell’omelia il vescovo ha chiesto di partire da Maria; una «madre tenerissima» che neppur l’essere priva di peccato originale allontana irrimediabilmente dagli uomini: «la sua grandezza – ha precisato il vescovo- non la distacca da noi, perché ella rimane l’umile serva del Signore, col grembiule della povera gente addosso, con la dolcezza di una madre che piange per i figli scapestrati o indifferenti. E lei finisce sempre per prenderci per mano e portaci al Signore».

La Madre di Dio, come sente la gente, anche in una fede semplice e popolare, è una mamma premurosa per i suoi figli, la cui bellezza non «impedisce di prendere le nostre mani sporche di odio e di ribellione per lavarcele alla fonte, proprio come fa appunto una mamma col bambino che si è sporcato».

Eppure, ha aggiunto monsignor Tardelli, «la festa di oggi è anche occasione per riconoscere la distanza della nostra vita da quello che il Signore si attende da noi. E penso stasera, soprattutto, alla nostra Chiesa pistoiese; a tutte quante le sue pesantezze; al peccato che l’attraversa; alla pochezza della vita ecclesiale. Non me ne vogliate se dico stasera che non siamo una chiesa immacolata».

La Chiesa di Pistoia, come la chiesa universale, è certamente anche santa, e lo è «per il suo redentore e perché lo Spirito ancora soffia nelle sue ali. Santa per i suoi gloriosi santi del passato e per quella schiera anonima di santi della porta accanto che ancora oggi abitano la nostra chiesa».

Eppure, allo stesso tempo la chiesa pistoiese ha pure i suoi guai: «dobbiamo in sincerità riconoscere che siamo una chiesa difettosa sotto tanti aspetti. Una chiesa non certo immacolata, ma macchiata per il peccato dei sui membri. Macchiata per le divisioni che ancora ci caratterizzano; per il cinismo che a volte ci prende; per le sordità e le cecità che spesso abbiamo». «Siamo forse – domandava il vescovo- un cuor solo e anima sola? Direi ancora troppo poco. A sprazzi qualche volta, ma il più delle volte, ognuno cammina per conto suo».

In cinque anni Monsignor Tardelli ha imparato a conoscere pregi e difetti della chiesa di Pistoia e di certa pistoiesità:

«quanta fatica facciamo ancora a conoscerci e a stimarci, ad accoglierci e a pensare più a ciò che ci unisce che a ciò che ci divide! E poi quanto poco ancora siamo rivolti al Signore come al nostro unico re! Così poco protesi a seguire Lui e Lui solo. Come invece facciamo presto ad assumere criteri di giudizio, valutazioni, opinioni che sono quelle veicolate dal mondo, riproducendo così all’interno della comunità cristiana quelle stesse dinamiche di potere, di interessi e invidie che nel mondo conducono all’ostilità e alla violenza!».

Che ci piaccia o meno, ha aggiunto, questa è la nostra chiesa: «non possiamo costruirne un’altra di chiesa, a nostro piacimento, perché questa non ci piace. La nostra unica casa, la nostra unica e comune dimora, l’unica e sostanziale comunità cristiana è questa: presieduta dal Vescovo in nome del Buon Pastore, servita dai presbiteri e dai diaconi, formata da tutti i battezzati, laici e religiosi; tutti partecipi dello stesso dono e della stessa missione nel mondo».

Un atto di verità cui non manca l’affetto profondo del pastore:

«il bene che vi voglio, che voglio a questa chiesa santa e peccatrice allo stesso tempo è grande e più grande di cinque anni fa. Più consapevole e realistico, ma sicuramente più grande e intenso».

Le parole del vescovo non hanno trascurato di ricordare tutto il bene che c’è, perché «lo Spirito lavora. Lavora instancabilmente. E ha lavorato. In questi cinque anni, da quando sono qua, posso dire di aver visto tante volte lo Spirito del Signore all’opera e questo da speranza e consolazione». Uno Spirito che ha suggerito al vescovo di avviare un percorso sinodale importante. Il 2021, l’anno iacobeo, sarà infatti anche l’anno del sinodo della Chiesa di Pistoia, evento in cui sarà chiamata a confrontarsi in tutte le sue componenti (dal vescovo ai laici delle più piccole parrocchie) e in tutte le sue articolazioni (dalle montagne alla piana), sulla necessità di una conversione missionaria. «Dopo cinque anni – ha infatti concluso il vescovo- siamo ora qua a tentare un cammino  sinodale che è una tappa importante per la nostra chiesa. Un passo che dobbiamo fare insieme, credendo che per una chiesa, è questo il modo di rinnovarsi e rendersi docile all’azione dello Spirito Santo … per essere fermento di umanità nuova nel mondo. Questo oggi siamo e vogliamo essere».

(red.)

foto di Mariangela Montanari




Prima di essere “vescovo”: ti racconto Fausto Tardelli

Riprendiamo dall’ultimo numero del Settimanale “La Vita” (n. 44) l’intervista a Valter Tardelli, fratello di monsignor Fausto, che parla dei lati meno conosciuti del vescovo di Pistoia. Un modo per conoscere meglio il pastore della diocesi in occasione del quinto anniversario del suo ingresso.

 

Era una tiepida mattina d’ottobre e San Miniato sonnecchiava sorniona mentre il suo vescovo, monsignor Fausto Tardelli – un po’ a sorpresa – veniva nominato il nuovo pastore di Pistoia. E mentre nella città della piana iniziava il tam tam delle telefonate e dei primi pettegolezzi, di lì a poco il vescovo avrebbe annunciato la data dell’ingresso nella nuova diocesi: la solennità dell’Immacolata Concezione.Correva l’anno 2014. Da allora sono passati cinque anni, tempi certamente utili per tracciare i primi bilanci. Oggi però vogliamo fare un passo indietro, fermarci, e conoscere un po’ di più l’uomo che sta dietro al “vescovo Tardelli”. Ne abbiamo parlato con una delle persone a lui più care: suo fratello Valter.

 

Chi è Fausto Tardelli?

«Chi è Fausto Tardelli? È sempre difficile dare una definizione totalmente rispondente alle caratteristiche di un individuo, tanto più se tra le persone c’è un legame affettivo come quello tra fratelli e sorelle, a volte è difficile anche autodefinirsi. Di Fausto potremmo dire che è un uomo come tanti, poi però a fronte del cammino che ha fatto si riescono a metter a fuoco tanti vecchi piccoli segnali, atteggiamenti, modi di fare che hanno accompagnato la sua vita e a dargli connotati più precisi. È molto intelligente, ma forse non è la sua miglior dote, altre due che vanno di pari passo e con uguale peso, sono sicuramente le migliori: la caparbietà, quella buona, quella che ti porta a raggiungere gli obbiettivi cercando sempre la strada più giusta, senza mai usare la prevaricazione, aspettando pazientemente il momento, la situazione giusta e la dolcezza, ecco quella non manca mai, l’ascolto, la disponibilità, questi credo siano i tratti salienti di mio fratello»

L’infanzia insieme, i giochi, gli scontri… che fratello è?

«Da ragazzi la differenza di età non ci ha permesso di vivere le nostre adolescenze dividendoci giochi o momenti di svago particolare, sei anni ci separano, e Fausto al termine del percorso scolastico delle medie entrò in seminario, mentre io mi affacciavo allora alla prima elementare. Di noi ho ricordi un po’ svaniti, qualche uscita mano nella mano per fare una commissione a nostra madre, qualche passeggiata con i nostri genitori sul lungo fiume, ma davvero poco altro. In quegli anni le regole del Seminario erano molto stringenti, difficilmente aveva un permesso per tornare a casa e noi potevamo andare a trovarlo solo la domenica e per un paio di ore, in quel breve lasso di tempo, erano già tante le cose di cui dovevano parlare i nostri genitori e mio fratello che tempo per i giochi non ne restava e poi non era neanche il posto più adatto».

Che cosa significa avere un fratello sacerdote e poi vescovo?

«Non fosse mio fratello sarei sicuramente in difficoltà perché insomma, è innegabile, è una carica di cui si sente il peso solamente standogli accanto, per il resto non essendo avvezzo a ruberie, intrallazzi e affini, non mi creo nessun tipo di problema, anzi so di avere a fianco un eventuale enorme sostegno che tutto sommato mi rende la vita più serena».

Che ricordi ha della sua ordinazione sacerdotale, e poi dei suoi trascorsi a San Miniato e Pistoia?

«Della sua ordinazione ho dei ricordi chiari e limpidi, fu una bellissima giornata di festa oltretutto con un caldo quasi africano, turbata solo dal fatto che sapevo con certezza assoluta che da li a pochi giorni Fausto sarebbe partito per Roma per completare degli studi universitari e che nel mio ancora infantile ragionamento lo avrei perso, Roma era lontanissima nella mia immaginazione e non lo avrei rivisto per almeno tre anni, da li ne scaturì un copioso pianto che solo mio fratello riuscì a fermare.

La solennità della cerimonia dell’ordinazione a vescovo, ebbe davvero un effetto incredibile su di me, ma credo su molti che volevano e vogliono bene a Fausto. Fu emozionantissimo, la sacralità del momento mi fece stare quasi con il fiato sospeso per tutta la durata della cerimonia, fu davvero bello. La cosa che più saltava agli occhi, durante la prima nomina a San Miniato fu il cambio di passo o di registro se preferisce, il lavoro non era più quello del pretino di parrocchia, era ben diverso, responsabilità, problemi da risolvere, lavori da fare e al tempo stesso mantenere la barra del timone sempre a dritta verso gli altri, verso i più deboli, continuare incessantemente l’opera di catechesi, un lavoro davvero difficile, quando si deve dedicare tempo a problemi e lavori che poco hanno a che vedere con il ruolo di pastore che un vescovo ha all’interno della chiesa.

Per Pistoia, diciamo che ormai si sapeva già molto della vita di un vescovo ed essendo Pistoia una città, una importante provincia italiana, i problemi e le difficoltà sarebbero solo aumentati ».

Un pregio e un difetto di Fausto?

«Pregi e difetti? Solo pregi, i difetti sono i soliti di sempre, quelli di tutti i comuni mortali».

Michael Cantarella




In cammino verso le attese di Vangelo. Intervista al vescovo Tardelli

Tempo di cammino sinodale per la chiesa universale e particolare. Anche Pistoia, nel 2021, si prepara a vivere il primo sinodo diocesano dopo il Concilio Vaticano II. Lo ha annunciato il vescovo Fausto nella sua ultima lettera pastorale “E di me sarete testimoni”, dove affronta con realismo alcune delle tematiche cruciali del presente e futuro della chiesa di Pistoia.

Lo scorso luglio ha annunciato per il 2021 un sinodo diocesano. Che cosa l’ha spinta a scegliere questa strada per la chiesa di Pistoia? Quali sono le sue aspettative?

La decisione di celebrare un sinodo diocesano la considero una ispirazione dello Spirito Santo, al quale del resto ci siamo affidati fin dai primi momenti del mio episcopato a Pistoia. Non per niente il cammino intrapreso in questi anni voleva essere “sulle ali dello Spirito”. Ma la celebrazione di un sinodo presuppone una chiesa in “stato sinodale”, sia prima che dopo la celebrazione dell’evento vero e proprio. E una chiesa sinodale in parole semplici e povere è una comunità di fratelli e di sorelle che camminano insieme, che si sforzano di camminare insieme dietro al Signore Gesù, dentro questo concretissimo mondo, per portare l’annuncio di Cristo morto e risorto con la testimonianza di un amore generoso e disinteressato per gli uomini, a partire dagli ultimi. In questo senso La chiesa è sinodale per sua natura. Il Signore l’ha voluta così e solo così è segno di speranza per il mondo. La celebrazione vera e propria, solenne e coinvolgente, agli inizi del 2021, sarà solo l’apice, il manifestarsi di questa compagnia fraterna conquistata dal Vangelo.

Nella sua ultima lettera pastorale parla di attese di Vangelo. A che cosa si riferisce?

Si, ho parlato di “attese di vangelo” come chiave di lettura della realtà, della società umana, del nostro mondo. Un altro modo di parlare dei “segni dei tempi”. Il Vangelo, come dice la parola stessa è una “buona notizia”, un “buon annuncio” e di buone notizie ne sentiamo particolarmente il bisogno oggi. E in particolare di quella più buona di tutte: quella cioè che non si è soli, si è amati senza misura, che c’è qualcuno che si prende cura di noi e ci porta nel palmo della sua mano perché la nostra vita non si perda e superi l’oscurità del male, della cattiveria, della stessa morte. Cogliere queste attese di vangelo nella vita della gente, nella propria stessa vita, è compito dei cristiani e della chiesa, perché è proprio lì che l’annuncio cristiano deve potersi udire in fatti e parole. Come ho scritto nella lettera pastorale, si possono cogliere attese di vangelo nel mondo e nel cuore dei giovani, dentro la fragilità delle nostre esistenze, nella debolezza dei nostri amori, dentro la stessa cultura, come nella povertà di tanti, economica e non, come nei cuori malati di violenza, corrotti dal malaffare e dalla menzogna.

Secondo lei la chiesa non riesce più a parlare ai giovani e alle famiglie?

Noto una certa difficoltà del mondo ecclesiale a incontrare giovani e famiglie, per quello che sono, con tutte le contraddizioni, i loro problemi concreti e le loro prospettive…. La chiesa non può essere la chiesa dei pensionati, senza ovviamente togliere niente a queste persone così importanti per la vita delle nostre comunità. Però la bellezza del Vangelo, la bellezza di Cristo e della vita che Egli ci offre, dovrebbe conquistare giovani e giovani famiglie, coloro che sono nella pienezza della vita e dentro gli affanni della quotidianità. Lì troviamo una certa difficoltà. E’ come avere tra le mani un tesoro meraviglioso e non riuscire a farlo capire a chi ci sta attorno e sta cercando proprio un tesoro per vivere. Credo che occorra anche cambiare stili e modalità di organizzazione delle nostre comunità cristiane, anche se il problema non è l’organizzazione. Senza togliere l’essenziale, dovremmo avere quella duttilità di saper inventare forme nuove e oggi possibili di incontro, di scambio, di annuncio, sapendo dare il primo posto non certo all’organizzazione e alle strutture ma a ciò che oggi conta più di tutto e di cui c’è più bisogno: il contatto personale, l’a tu per tu di relazioni rispettose e amichevoli, che costruiscano una rete di relazioni positive che vincano quell’individualismo e quella solitudine che si fanno oggi sempre più minacciose.

Il professor Jacopozzi, in un incontro dei linguaggi del divino, ha parlato della “marginalità” della chiesa nel panorama culturale contemporaneo, parlando di necessaria «presa di coscienza di uno status di minoranza». Che ne pensa?

Penso che Jacopozzi abbia colto nel segno. Questa “marginalità” la constatiamo ogni giorno e dobbiamo prenderne atto sicuramente. Essere “piccolo gregge” del resto, non è l’eccezione per la Chiesa ma la normalità, come l’essere come agnelli in mezzo ai lupi. Ogni giorno, nel martirologio romano, si legge una piccola parte anche se numerosa dei santi celebrati in quella data: la stragrande maggioranza è fatta di persone crudelmente assassinate, eliminate dalla faccia della terra in modo violento, deboli e rese insignificanti agli occhi del mondo… Eppure quelle persone hanno vinto sul mondo e la loro fede ha travalicato regni e montagne, mari e imperi. Una minoranza può essere estremamente significativa anche se debole per mezzi e potere. Però vorrei dire anche un’altra cosa che corregge in parte le affermazioni di Jacopozzi e di altri che accentuano la situazione di minorità della chiesa. In realtà, a volte la coscienza di questa minorità è indotta da parte di chi non sopporta la chiesa e quello che dice e fa. La chiesa Cattolica, in Italia, da noi, ha ancora un forte radicamento popolare e attorno a luoghi e testimoni si radunano ancora folle. La chiesa è più influente di quello che sembra. In certi campi no, pare assolutamente inascoltata, è vero. Alla fine però, nel cuore di molti permane un riferimento che è comunque importante per la vita, anche se lo si contraddice tranquillamente. I segnali di questa strana appartenenza sarebbero tanti. Non vanno sottovalutati e sbrigativamente considerati come residuali. Anzi io, da incallito ottimista, ho la convinzione che si stiano preparando tempi sorprendenti e inaspettati per il cristianesimo e la chiesa.

La scorsa estate ha accompagnato un folto numero di giovani in terra santa. Ci sono dunque anche segni di speranza?

Proprio su questa lunghezza d’onda va l’esperienza fatta con sessanta giovani insieme a una ventina di disabili questa estate in terra santa. Una esperienza straordinaria che mi ha molto coinvolto anche personalmente. Ho incontrato dei giovani stupendi. Ognuno con la sua vicenda personale, le sue contraddizioni se vogliamo, ma carichi di entusiasmo e di voglia di vivere al meglio la vita, aprendosi agli altri, disposti a guardarsi dentro oltre la superficialità di una società dell’apparire. Per me è stato un grande segno di speranza. Come lo è stato la breve visita fatta coi vescovi toscani in Turchia a giugno. Solo ad Antiochia, Iskendurun e Tarso, per la precisione, dove abbiamo potuto incontrare piccole comunità cristiane che vivono in un contesto non facile ma che sono di una gioia e di una vitalità incredibile.

Il Santo Padre ha da poco aperto il sinodo sull’Amazzonia, quale significato ha per la chiesa questo sinodo, quali aspettative porta?

Il sinodo sull’Amazzonia affronta un grande problema per l’umanità, perché quella regione del mondo ha un’importanza vitale per tutto il pianeta, è invece luogo di sfruttamento contro l’uomo ed è terra abitata da popolazioni che da secoli sono schiacciate nella loro identità. In questo la chiesa si mostra attenta a tutto ciò che è il bene dell’uomo, nella sua integralità di anima e corpo. L’Amazzonia è anche una terra dove si misura la capacità del Vangelo di fecondare le culture dell’uomo, accogliendo, illuminando, correggendo e facendole fiorire. Da questo punto di vista il sinodo sull’Amazzonia è anche l’occasione, ancora una volta, per la chiesa di purificare la memoria di una evangelizzazione a volte condotta con la forza delle potenze coloniali.

a cura di Michael Cantarella

(fonte: Settimanale “La Vita”)




Il cristiano può andare in vacanza?

Una riflessione del vescovo Tardelli per il tempo delle vacanze.. e non solo.

Il cristiano può “andare in vacanza? Capite bene che non sto parlando di quei giorni di meritato riposo in cui uno stacca dalla vita ordinaria per ritemprarsi nel corpo e nello spirito. Quelle sono vacanze salutari, anche se, diciamo la verità, non possono mai essere “spensierate”, avendo in mente chi non se le può permettere.
Ma non è di queste vacanze che intendo parlare. La mia domanda è ovviamente un’altra. Cioè se l’essere cristiani, l’essere discepoli di Gesù Cristo, preveda per così dire “zone franche” nella vita e nel comportamento. Zone in cui i criteri, il metro di giudizio e la pratica dell’esistenza si desumano semplicemente dal gusto personale, dai propri desideri, dall’opinione alla moda o dell’imbonitore di turno. La domanda è chiaramente retorica e la risposta scontata: certo che no;

il cristiano non va mai in vacanza. Cristiani lo si è 24 ore al giorno e per 365 giorni all’anno – 366 per l’esattezza, nell’anno bisestile. Lo si dovrebbe essere nella vita domestica, nelle relazioni con gli altri come nella vita sociale e nella politica; nel momento del divertimento, come in quello del lavoro o dell’impresa; nel rapporto col proprio corpo o con la natura; nell’ambito delle scienze, come in quello della cultura e delle arti.

È chiaro che tra Vangelo e vasto campo della storia degli uomini, quello cioè dell’economia, della politica, della cultura, quello dell’organizzazione sociale e persino della vita quotidiana, è necessaria una mediazione. Il Vangelo infatti non è di per sé un manuale di economia o di politica, un manifesto culturale, una costituzione o un codice civile o penale. “Il mio regno non è di questo mondo”, proclama con chiarezza Gesù a Pilato. Eppure, la mediazione necessaria non può essere arbitraria; non può prescindere dal vangelo. Essere cristiani significa vivere di Cristo, da figli di un Dio di infinita misericordia, Padre, Figlio e Spirito Santo e conseguentemente da fratelli veri di ogni uomo, chiamati a formare una famiglia riunita nell’amore e destinata alla vita eterna. Da qui deriva necessariamente una visione del mondo e delle cose, un modo di sentire e percepire la realtà e uno stile di vita che hanno un preciso orientamento. Se da una parte valorizzano e fecondano creativamente ogni aspetto dell’umano, dall’altra, non sempre sono compatibili con ogni opinione, ogni modo di pensare e di vivere o con ogni tipo di scelta.

In questo senso, la coerenza della fede esige che in certi momenti si dicano anche dei no, proprio perché si dice sì a Gesù Cristo, salvatore e redentore dell’uomo.

Solo qualche esempio, tanto per spiegarmi. Parto da un ambito strettamente personale: quello dell’affettività e della sessualità. Lì non è che per il cristiano vada sempre tutto bene e che possa accettare la “deregulation” affettiva e sessuale oggi in voga. Aldilà di ogni umana fragilità e di possibili e non rari condizionamenti, il Vangelo indica un cammino, a volte arduo ma necessario, perché l’amore risplenda in tutta la sua bellezza, libero dalle pastoie degli egoismi.

Ancora un altro esempio: un cristiano lavora, è impiegato od operaio, è imprenditore, oppure è nel commercio o nella finanza. Tutto bene. Proprio perché cristiano, si darà da fare con grande impegno e competenza. Non potrà però mai cedere alla corruzione e all’intrallazzo, pensare solo al proprio interesse o sostenere un’economia e una finanza che opprimono l’uomo.

Ancora: il cristiano è e deve essere un buon cittadino e rispettare le leggi. Non dimenticherà però mai che è meglio obbedire a Dio che agli uomini e che il bene da compiere non lo stabiliscono le leggi fatte dall’uomo. Buon cittadino dunque, sì, certo, ma anche sempre pronto all’obiezione di coscienza. In politica vale altrettanto. Ci ricorda papa Francesco che l’annuncio cristiano ha un contenuto ineludibilmente sociale e che la politica può definirsi una vocazione altissima, una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune. A questo proposito vorrei citare la sempre illuminante dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede di qualche anno fa. “La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti”. Non sto ora qui ad elencare i casi in cui questo accade. L’importante è il concetto: per il cristiano anche le scelte e l’impegno politico, non sono “zona franca”.

Gli esempi non finirebbero, ma non posso dilungarmi oltre. Se ne potrebbero fare tanti, perché necessariamente il Vangelo si deve fare carne e storia e questo è un lavoro mai definitivamente compiuto e sempre bisognoso di nuovo discernimento. Credo comunque che si sia capito ciò che avevo in mente quando ho detto che il cristiano non può andare in vacanza. Con tutto ciò, auguro di vero cuore ad ognuno di potersi prendere in questo tempo un po’ di giusto riposo.

† Fausto Tardelli

Pubblicato sul settimanale “la Vita” del 25/07/2019 (n. 29).




Lettera Pastorale del Vescovo: «…E di me sarete testimoni»

Lettera pastorale del vescovo Fausto per il 2019 – 2020. Al centro una profonda riflessione sulla stato attuale della diocesi. Annuncio del Sinodo e dell’Anno Santo Jacobeo.

«Abbiamo camminato. Si, lo abbiamo fatto. Un po’ alla meglio, qualche passo avanti e qualche altro indietro. Non lo abbiamo fatto sempre tutti insieme, questo è vero; però almeno abbiamo cominciato a capire che insieme bisogna andare, perché siamo il Popolo di Dio, radunato nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, che vive nei territori di gran parte della provincia di Pistoia, di una parte della provincia di Prato e anche della provincia di Firenze. Siamo un solo popolo, seppur suddiviso in tante piccole o grandi comunità».

Cosi mons. Tardelli introduce la sua lettera pastorale “…E di me sarete testimoni” rivolta alla chiesa di Pistoia in occasione del prossimo anno pastorale. Una missiva che parte da un’analisi molto dura e critica della situazione della chiesa diocesana di oggi, che scaturisce dagli esiti della visita pastorale, da poco giunta al termine:

 

«La visita pastorale mi ha permesso di conoscere un po’ di più le piccole e grandi comunità parrocchiali della nostra diocesi. Una realtà, quella delle parrocchie, molto variegata e diversificata, sia per numero di abitanti che per partecipazione, vitalità e impegno pastorale, come per le modalità con cui si organizza e si affrontano i problemi».

 

Un viaggio che ha evidenziato sia le ricchezze che le criticità della diocesi, che fronteggia i tanti problemi della società odierna: la secolarizzazione, l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento delle aree di montagna: «Pur registrando alcune gravi lacune o deficienze, ho riscontrato generalmente una certa vivacità, una voglia di fare, di non arrendersi. Nonostante la partecipazione sia in calo e manchino spesso i ricambi man mano che i più anziani se ne vanno; pur con lo spopolamento che colpisce una parte della diocesi, mi sembra che il sentimento più diffuso sia quello, mi si passi l’espressione, di chi ha intenzione di “vender cara la pelle”, prima di chiudere».

Il vescovo riconosce in due principali punti l’impegno futuro per la diocesi: un rinnovato e maggiore impegno nell’evangelizzazione e la crescita nella pratica della vita comunitaria:

 

«Generalmente le nostre parrocchie sono fatte dal parroco, che può avere la responsabilità magari di una o più parrocchie, e dai suoi collaboratori. Quello che però mi pare spesso manchi, è un senso profondo di comunità; un senso cioè di appartenenza a una famiglia che ha come fondamento il Signore Gesù; quel senso ecclesiale di appartenenza a un popolo che si sente unito da una comune vocazione, da un comune dono di grazia e da una comune responsabilità».

Accanto alla dimensione comunitaria c’è la difficoltà nell’evangelizzazione: «La dimensione missionaria delle nostre parrocchie è piuttosto carente e l’attenzione alle “attese di vangelo” delle persone ancora troppo debole. Intendo qui per “attese di vangelo” tutte quelle situazioni personali o sociali che, più o meno consapevolmente, manifestano un’attesa, un bisogno, la speranza di una notizia “davvero buona” che rinnovi la vita, dia pace e gioia, permetta di trovare un senso pieno alla propria esistenza.

Mons. Tardelli prova ad individuare le principali attese di Vangelo che vanno ad incrociare le aspettative delle persone, in particolare dei giovani. Oltre alla evidente difficoltà nel coinvolgere e strutturare gruppi giovanili, il vescovo annota:

 

«Quello che mi preoccupa non è solo la scarsità di gruppi giovanili, quanto l’assenza di elementi giovani – intendo qui soprattutto giovani adulti – nell’impegno pastorale delle parrocchie, nella vita concreta delle comunità parrocchiali. Nei consigli pastorali, tra i catechisti e nell’insieme dei collaboratori parrocchiali che ho incontrato nella visita pastorale, le persone giovani scarseggiano un po’. Forse nelle giovani generazioni non c’è disponibilità o attenzione alle cose dello spirito? Tutti occupati con l’università o col lavoro oppure, se sposati, con la famiglia e le tante faccende del mondo? Forse le nostre parrocchie non sono a misura di gente che ha famiglia, lavora ed è alle prese con i problemi quotidiani della vita? Son fatte solo per bambini e pensionati? Dovremmo allora ripensare le nostre parrocchie?»

Oltre a parrocchie,  luogo accogliente e di comunione, mons. Tadelli individua altre attese di Vangelo, altrettanto urgenti: «c’è bisogno che il Vangelo della pace liberi e ritempri la mente: eccome se ce n’è bisogno, perché le ferite della ragione sanguinano mortalmente e il peggio è che spesso neanche ci se ne accorge. Ferite che si approfondiscono con l’avanzare nella cultura di un’idea di uomo ridotto a materia manipolabile, a “macchina”, a “consumatore”; col prevalere dell’ideologia tecnologica che dice tutto sul “come” ma rimane muta sui “perché”.

Un’ altra attesa riguarda le persone  “ferite” nella dignità:

 

«I modi sono tanti, la causa però è chiara: quella cultura dello “scarto” che domina il mondo. Anche per quanto riguarda l’affettività umana – afferma Tardelli – c’è attesa di una “buona notizia”. Per “cuore” intendo qui tutto ciò che ha attinenza con la relazionalità umana, con la sua dimensione affettivo-relazionale. La difficoltà ad avere relazioni affettive stabili e durature per mancanza di amore o per le sue caricature, è sotto gli occhi di tutti. Le nostre famiglie sono spesso ferite, disarticolate e riaggregate, cangianti; a volte sono luogo d’inimmaginabile violenza».

Le teorie del “gender” che confondono e negano addirittura le identità sessuali basilari, lacerano, feriscono; vorrebbero sanare, ma il rimedio appare peggiore del malanno.  La solitudine, ancor più drammatica nel mondo della comunicazione globale e dei “social”, ci ammala ed intristisce la vita fino all’angoscia e di questa solitudine senza futuro, la denatalità che colpisce gravemente il nostro paese è un segno inequivocabile.

Infine, l’attesa di una “buon notizia” si avverte in ciò che riguarda più propriamente la nostra anima. La corruzione e l’assopimento della coscienza morale; la trasgressione sistematica dei comandamenti di Dio; il peccato in pensieri, parole, opere e omissioni; l’allontanamento di Dio dal cuore, dalla mente e dagli spazi sociali, tutto questo ferisce in modo a volte mortale la nostra anima.

Concluse le analisi il vescovo traccia la strada dei prossimi anni, indicando la messa in stato sinodale della diocesi: «la strada per i prossimi anni sembra in qualche modo tracciata dai “segni dei tempi”, ciò però non potrà avvenire senza uno sforzo di partecipazione e condivisione le più larghe possibili, con il più ampio coinvolgimento di persone e comunità. 

 

«Quello che del resto la chiesa ha sempre fatto fin dai tempi apostolici quando si è trovata nella necessità di individuare il cammino secondo il pensiero di Dio: mettersi insieme in ascolto dello Spirito, confrontarsi, parlarsi, fare “discernimento comunitario”. E questo si esprime con una parola ben precisa che la tradizione della Chiesa ci ha consegnato: sinodo. Il cammino di quest’anno sfocerà poi in un vero e proprio Sinodo diocesano che celebreremo, a Dio piacendo, agli inizi del 2021»

Infine – conclude il vescovo – Con l’inizio del 2021 prenderà l’avvio – e lo annuncio qui solennemente con grande gioia – anche l’anno santo iacobeo. È tradizione infatti che quando la festa di San Giacomo, cioè il 25 di luglio, cada di domenica, quello sia un anno santo speciale, celebrato con grande solennità a Santiago de Compostela. Questa volta però lo celebreremo anche noi, dal momento che custodiamo da secoli la reliquia più importante di San Giacomo apostolo, dopo quella di Santiago, dalla quale la nostra fu tratta. Già sono stati presi contatti con l’Arcivescovo di Santiago che, con la sua diocesi, si è mostrato molto contento di celebrare l’anno santo insieme con noi».

(Red.)

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