Novità e proposte per la Scuola di teologia

L’offerta formativa della scuola diocesana raddoppia e accanto al triennio lancia un secondo ciclo di studi più avanzati

La Scuola di formazione teologica della Diocesi di Pistoia, dall’anno accademico 2020–21, raddoppia la sua offerta formativa. Al tradizionale ciclo di studi triennale, aggiunge infatti un ciclo di studi superiore, articolato in sei anni, ripristinando inoltre, dopo un anno di interruzione, il tradizionale corso monotematico di approfondimento del lunedì.

Il nuovo ciclo di studi superiori è concepito principalmente per offrire una adeguata base teologica a coloro che sono impegnati in qualche forma di ministero nella chiesa, ma ovviamente è aperto a tutti coloro che voglio semplicemente vivere la propria fede con un grado maggiore di consapevolezza e approfondimento.

Il ciclo triennale, oltre ad essere vivamente consigliato per tutti coloro che svolgono il servizio di catechista nelle proprie parrocchie, è un’occasione di approfondimento per chiunque abbia desiderio o curiosità di essere introdotto alla disciplina teologica. E si rivolge, poi, a coloro che sono incerti nella fede, in ricerca o nel sentiero del dubbio, per un confronto aperto e sincero.

La Scuola rilascia i rispettivi titoli finali, previo superamento degli esami di valutazione da parte degli iscritti, esami che, tuttavia, non sono obbligatori.

Il Corso di approfondimento affronta ogni anno un tema appartenente a uno dei quattro ambiti fondamentali della teologia: storico, biblico, sistematico, morale. Il corso è aperto a tutti, senza necessità di essere iscritti ad alcun ciclo di studi, ma la frequenza di almeno un corso di approfondimento è requisito necessario per coloro che intendono conseguire il diploma superiore in sei anni. Quest’anno il corso di approfondimento sarà dedicato alla “divinizzazione cristiana”, prendendo spunto dal libro postumo di Giordano Frosini, dedicato alla riflessione sulla grazia a partire dalla teologia dei Padri della Chiesa.

Il corso sarà aperto da una relazione del vescovo Tardelli il 26 ottobre, le altre lezioni saranno invece ogni volta a cura di un diverso docente. La Scuola intende riscoprire i fondamenti della fede e armonizzarli con le tendenze teologiche più recenti e proporre un aggiornamento sui temi della teologia contemporanea. Non manca di promuovere occasioni di approfondimento teologico extra–curriculari e di produrre materiali didattici e di ricerca. La Scuola intende anche proporre un valido aiuto alla vita pastorale della Diocesi attraverso la possibilità di realizzare corsi in collaborazione con l’Ufficio catechistico ed è disponibile a proporre incontri tematici presso le comunità diocesane in accordo con i parroci.

Le lezioni di quest’anno riprenderanno nel mese di ottobre e saranno precedute da una prolusione di Marco Vannini, filosofo ed esperto di mistica con una relazione dal titolo «“L’anima e Dio sono una cosa sola” (M. Eckhart). La divinizzazione nella mistica» prevista per il 20 ottobre.

A partire dal 22 settembre si svolgeranno invece le lezioni sospese a causa del lockdown per recuperare i corsi interrotti o non realizzati a causa della pandemia.

Le lezioni dei due cicli di studi si tengono nelle sede del Seminario Vescovile di Pistoia (via Puccini, 36) nel giorno di martedì, dalle 20.45 alle 22.15. Ricordiamo anche che le lezioni del corso di approfondimento si svolgono nella stessa sede e con lo stesso orario nel giorno di lunedì.

Le lezioni del ciclo superiore

La Scuola di formazione teologica rinnova la propria offerta formativa. Le novità più rilevanti riguardano il curriculum degli studi del ciclo superiore per cui sono previsti due bienni.

Anno A: Elementi di ebraico, Teologia sacramentaria, Liturgia, Diritto canonico, Mariologia, Sacra Scrittura – Antico Testamento.

Anno B: Elementi di greco, Origini del Cristianesimo e filosofia greca, Teologia trinitaria, Dottrina sociale della Chiesa, Fenomenologia delle religioni, Sacra Scrittura – Nuovo Testamento.

Anno C: Teologia spirituale, Teologia della Grazia, Categorie filosofiche fondamentali per la teologia, Storia del Concilio Vaticano II, Ecumenismo, Bioetica.

Per info: [email protected]

(da: La Vita del 30 agosto 2020)




PENSARE LA CITTÀ TRA TEOLOGIA E FILOSOFIA

Sabato 17 marzo la presentazione del ciclo di conferenze “le città filosofiche” e un momento di riflessione civica

Cos’è la città? Come costruire o immaginare quella ideale? Lo scorso anno, per l’evento Pistoia città della cultura 2017, presso la Biblioteca san Giorgio si è svolto un ciclo di conferenze che ha tracciato alcune tappe fondamentali della storia del pensiero sulla città. Del ciclo sono stati pubblicati gli atti con il titolo “La città tra idealità e realtà” a cura di Edi Natali, Petite plaisance, Pistoia 2017. Il testo sarà presentato sabato 17 febbraio alle ore 11.00 presso l’aula magna del Seminario Vescovile di Pistoia (via Puccini, 36 – Pistoia). Saranno presenti alcuni autori, tra cui il vescovo Tardelli e le autorità civili.

Recuperiamo dal settimanale “La Vita” del 11 marzo 2018 la seguente intervista a Edi Natali.

Edi Natali, curatrice degli atti ci presenta ci racconta la storia di questo lavoro.
Come nasce questo testo e perché iI tema della città?
Il testo raccoglie gli atti di un ciclo di conferenze, tenute alla Biblioteca San Giorgio da studiosi sul tema della città, come riflessione in onore di Pistoia Toscana capitale della cultura 2017. Questo ciclo di incontri si svolge nei mesi di gennaio febbraio da diversi anni, vedendo coinvolti numerosi studiosi che si sono occupati di questioni filosofiche e teologiche di attualità.

Nel libro ogni articolo è seguito da brani antologici. Ci puoi dire il perché di questa scelta?
Gli articoli, pur avendo un carattere scientifico, cercano di rendere il linguaggio filosofico-teologico fruibile anche a chi non è specialista del settore. L’utilizzo di brani antologici ha lo scopo di avvicinare il lettore agli autori affrontati nei diversi articoli.

Quali sono I temi affrontati nel libro?
Si va dai progetti della tradizione utopistica classica (Moro, Campanella Bacone) ai testi della distopia (classica quale Orwell o Houellebecq…), alla società aperta di Popper, alla Firenze di Giorgio La Pira; dal concetto di secolarizzazione di Cox alla Gerusalemme Celeste dell’Apocalisse. All’interno, un prezioso contributo riguarda la città digitale.

Quali sono i rischi di questa città digitale?
Il mondo digitale è una risorsa e, come tutte le risorse, la loro bontà dipende dall’uso che l’uomo ne fa. Certo è che vi sono aspetti su cui occorre riflettere, come ad esempio sul fatto che Google non è uguale per tutti: la medesima pagina aperta da me o da te può dare risultati diversi. Il rischio più grande è quello di trovare su internet quello che uno vuole trovare, col rischio di chiudersi, di non aprirsi ad un pensiero alternativo. Altro grande rischio è schiacciare le relazioni su rapporti virtuali e non più reali e concreti, fatti di incontri.

Qual è il tuo ideale di città?
Una città come luogo di relazioni umane, di opportunità, di cooperazione. Uno spazio in cui possa nascere una comunità che ‘resista’ a tutto ciò che è violenza e diventi luogo di accoglienza, in cui l’uomo eserciti la sua caratteristica primaria, la libertà, non nel dominio degli altri ma nel più totale rispetto.

Di che cosa avrebbe bisogno Pistoia?
Pistoia è una città ricca di potenzialità, sia umane che non, ma assai poco sfruttate. Il suo peggior difetto, a mio parere, è la mancanza di coordinamento tra le varie forze e di collaborazione tra esse ad un progetto unitario, a cui ogni ognuno possa offrire il proprio servizio. Il rischio di una città piccola è che siano ricorrenti gli stessi nomi, perdendo in creatività, lasciando fuori molte voci che potrebbero contribuire positivamente alla nostra comunità cittadina.

Daniela Raspollini




L’INTELLIGENZA PIENA È «SPIRITUALE». UN INTERVENTO DI ANDREA VACCARO

Riprendiamo da Avvenire del 20/2/2018 un articolo di Andrea Vaccaro. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 
La premurosa misurazione delle capacità cognitive dei bimbi in difficoltà con la scuola da parte dello psicologo Alfred Binet, nei primi del Novecento, potrebbe segnare l’inizio di una ‘storia dell’intelligenza’ dell’età moderna. A tale metodo, infatti, intorno agli anni ’40, David Wechsler s’ispirò per la costruzione delle prime versioni del cosiddetto test del ‘QI’ (quoziente intellettivo), basato fondamentalmente su quesiti di natura logico- matematica. Quando comparve sulla scena l’intelligenza artificiale che presto, proprio sul piano dell’esecuzione di regole e calcoli, prese a umiliare gli umani, si cominciò a congetturare che l’intelligenza non fosse propriamente o esclusivamente, soluzione di problemi di segni. Howard Gardner coniò l’espressione «intelligenza multipla» e individuò ben sette tipi specifici di intelligenza, che poi estese al numero di otto e mezzo (quella accettata solo a metà riguarda proprio l’oggetto di questo articolo).

Daniel Goleman, con un’opzione poi assai diffusa, contrappose più schematicamente all’intelligenza logica, specifica dell’emisfero sinistro del cervello, l’intelligenza emotiva, lobo destro. E cosa accadrebbe, si è poi chiesto, qualora potessimo pensare nella sinergia dei due lobi? La risposta di oggi, piuttosto sorprendente e beneaugurante, suona: si accenderebbe l’intelligenza spirituale, un superprocesso di pensiero che, come spiega Richard Griffiths, è correlato alla sincronizzazione emisferica e all’attivazione dell’intero cervello.

Così, da qualche anno, si assiste a un fitto e intricato indagare sulla possibilità di una tale intelligenza che tutti ormai convengono nel denominare ‘spirituale’, con una scelta degna d’interesse. Il territorio vergine ha attirato già diversi esploratori. Cindy Wigglesworth in SQ21 (Armenia 2015) ne ha disposto una mappa in quattro quadranti e 21 abilità. Robert Emmons in Spirituality&Intelligence ne ha identificato le quattro componenti: senso della trascendenza, senso del sacro, stati di coscienza profondi e uso pratico della spiritualità. Danah Zohar ne ha esposto, in Spiritual Quotient, i 12 principi; ha riportato, in Spiritual Capital , la crisi economica dei nostri tempi a una più grave crisi spirituale e ha elaborato un test di misurazione, il ‘SIQ’, capostipite di una discreta serie di succedanei.

Anche Stephen Covey, l’ideatore del ‘principio 10/90’ – per cui la nostra vita è composta per un 10% da eventi e per un 90% dalla nostra rielaborazione interiore degli eventi stessi – aveva elogiato l’intelligenza spirituale quale «guida» che dirige tutte le altre intelligenze verso la felicità. Victor Selman in Spiritual Intelligence/ Quotient propone un confronto chiarificante: i computer hanno un ‘QI’ altissimo perché seguono le regole senza errori; gli animali hanno un ‘QE’ (quoziente d’intelligenza emotiva) elevatissimo perché hanno uno speciale senso della situazione; gli umani sono inferiori in entrambi i quozienti, ma sono anche gli unici in grado di farsi domande sulle regole e immaginare situazioni differenti. Computer e animali si muovono benissimo all’interno del gioco; gli umani, grazie all’intelligenza spirituale, possono oltrepassare le delimitazioni e praticare un ‘gioco infinito’. Yosi Amram, dell’Istituto di psicologia transpersonale di Palo Alto, ha coinvolto nell’indagine 71 maestri di diverse tradizioni spirituali (monaci buddisti e cristiani, yogi, sciamani…) riscontrando una convergenza di contenuto oltre le aspettative e giungendo a ratificare ciò che è indicato dal titolo della ricerca: Le sette dimensioni dell’intelligenza spirituale. Esse sono: ascolto della coscienza, senso del sacro, sentimento di gratitudine e commozione, ricerca del senso degli eventi, elaborazione /accettazione del negativo, senso di fiducioso abbandono, auto-direzionalità. In questo modo, Amram ha offerto le linee per una ‘teoria dell’intelligenza spirituale fondata ecumenicamente’. Colui che è capace di praticare l’insieme di queste dimensioni può dirsi un Einstein della spiritualità.

In pressoché tutti gli studi, poi, torna, come elemento qualificante, l’espressione bigger picture, la percezione di essere inscritti in un disegno più ampio, in cui tutto è collegato e ciò che accade a una parte risuona organicamente, nel bene e nel male, in tutto il resto. Poi sono sopraggiunti gli studi neurologici del fenomeno, gli immancabili corsi di intelligenza spirituale e leadership, i rapporti tra ‘IS’ e benessere psicofisico, lo spiritual coaching … E tornano alla mente anche lontani preconizzatori come quell’Eucherio di Lione, padre della Chiesa, che aveva incentrato le sue formule d’intelligenza spirituale sulla capacità di scoprire i sensi molteplici custoditi nelle sacre Scritture. Perché ogni volta che scaturisce un significato in qualunque ambito, là è un soffio dello Spirito. Una volta scongiurato il rischio di naturalizzare lo spirituale, ovvero di voler riportare a terra ciò che dal basso si eleva (e ci eleva), la nuova area di ricerca può aprire orizzonti e stimolare riflessioni. Specie se, come precisa Francesc Torralba nel suo Inteligencia Espiritual , essa è volta, in un’epoca di ‘anemia spirituale’ come la nostra, a stimolare le nuove generazioni con un’educazione integrale, attenta a cogliere tutte le sfumature e i rimandi dell’esistenza.

Andrea Vaccaro




SI SALVI CHI PUÒ? LA LETTERA “PLACUIT DEO” DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Abbiamo ancora bisogno di salvezza? Se si tratta di sfuggire alla retrocessione o di acciuffare (o mantenere) il seggio in parlamento facilmente possiamo dire di sì. Siamo ancora ‘attuali’, o meglio, siamo ancora comprensibili quando parliamo di “salvezza”? Il recente documento della Congregazione della Dottrina della Fede Placuit Deo, firmato dal prefetto Luis F. Ladaria il 22 febbraio 2018, sulla scorta del magistero recente di Papa Francesco, insiste su «alcuni aspetti della salvezza cristiana che possono essere oggi difficili da comprendere a causa delle recenti trasformazioni culturali».

Il testo, piuttosto breve, propone una densa sintesi di soteriologia cattolica che riprende il filo di un noto documento elaborato alla vigilia del nuovo millennio cioè la dichiarazione Dominus Iesus (2000). Placuit Deo lo recupera sviluppando il nesso inscindibile, già proposto in quel testo, tra Gesù Cristo quale unico mediatore della salvezza che ha comunicato agli uomini in quanto verbo Incarnato (cap. IV), la Chiesa corpo di Cristo, sacramento universale di salvezza del genere umano (cap. V) e l’esigenza di «comunicare la fede, in attesa del Salvatore» (cap. VI).

Detto questo, per cogliere la novità del nuovo documento mi pare significativo il capitolo centrale (cap. III), dal titolo «L’aspirazione umana alla salvezza».
Chi ha in mente i testi conciliari, in particolare Gaudium et Spes, si accorge quanto sia mutato l’orizzonte culturale. Le grandi domande di senso esplicitate magistralmente in quel testo, come il tema della morte, il problema dell’ateismo anche nelle sue forme sistematiche, l’attesa di un “uomo nuovo” inclusa dentro le attese più o meno messianiche delle ideologie marxiste, la liberazione propagandata dai maestri del sospetto, si inseriscono soltanto marginalmente nel documento odierno.

Placuit Deo parla ormai dell’uomo post-moderno, chiuso ai grandi racconti di senso proposti dalle ideologie e anche ad un sistema di riferimento cristiano di fatto irrecuperabile. Ma forse anche il termine post-moderno non ci dice più molto. Probabilmente non è più l’uomo del logos, ma –mi suggerisce l’acuto pensiero del gesuita Gaetano Piccolo- l’uomo del ‘pathos’. È l’uomo della techne, aggiungerei, anzi, degli algoritmi che sembrano conoscerlo meglio di quanto potrebbe conoscersi da solo. Il documento recita: «l’uomo percepisce, direttamente o indirettamente, di essere un enigma: Chi sono io che esisto, ma non ho in me il principio del mio esistere? Ogni persona, a suo modo, cerca la felicità, e tenta di conseguirla facendo ricorso alle risorse che ha a disposizione. Tuttavia, questa aspirazione universale non è necessariamente espressa o dichiarata; anzi, essa è più segreta e nascosta di quanto possa apparire, ed è pronta a rivelarsi dinanzi a particolari emergenze».
Le grandi aspirazioni dell’uomo dunque, non sembrano più così evidenti alla coscienza dell’uomo contemporaneo. La ricerca della felicità -ci suona quasi sconcertante- «è più segreta e nascosta di quanto possa apparire». L’uomo del 2018 si trova ormai chiuso dentro un orizzonte prevalentemente individualistico: «non ho in me il principio del mio esistere». Il suo problema sembra legato principalmente all’esigenza di mantenere inalterata la propria condizione ottimale di sussistenza. Le domande di senso arrivano quando le cose vanno male economicamente, quando arriva la malattia, se c’è mancanza di «pace interiore e di una serena convivenza col prossimo».
La salvezza si riduce alle esigenze di un centro benessere, ad una terapia dell’anima e del corpo che elimini le difficoltà. È la vittoria dell’emozione sul sentimento, del presente sul futuro. Non vengono meno tensioni lodevoli: «alla lotta di conquista del bene si affianca la lotta di difesa dal male: dall’ignoranza e dall’errore, dalla fragilità e dalla debolezza, dalla malattia e dalla morte». Si tratta però, a ben vedere, di un fatto di risorse, intellettuali, tecniche, biologiche.

Le risposte che cerca l’uomo contemporaneo, e che talvolta sembra individuare, si chiudono in quanto è “a portata di mano”. Fatto che implica due conseguenze pericolose: 1) illudersi di auto-salvarsi; 2) considerare manipolabile tutto ciò che ci circonda.

L’illusione dell’autosalvezza si esprime in due tendenze “mondane” dai nomi antichi che Papa Francesco, pur dentro un contesto più morale che teoretico, ha ripetuto spesso: pelagianesimo e gnosticismo.

Secondo la prima, come spiega bene il testo, «l’individuo, radicalmente autonomo, pretende di salvare sé stesso, senza riconoscere che egli dipende, nel più profondo del suo essere, da Dio e dagli altri». È il primato della morale o dell’ingegno umano sulla grazia.

La seconda «presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo». Basta un’adeguata forma di conoscenza che facilmente superi i limiti storici di un Dio fatto uomo, per elevare la persona e liberarla «dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo».

Di fronte a queste due tendenze che papa Francesco ha ben stigmatizzato sia in Evangelii Gaudium (n. 94) che nel suo discorso alla Chiesa Italiana in occasione del Convegno Ecclesiale di Firenze (2015), il documento propone il valore centralissimo della salvezza cristiana. Ne offre quasi una definizione, laddove afferma che «la salvezza consiste nella nostra unione con Cristo, il quale, con la sua Incarnazione, vita, morte e risurrezione, ha generato un nuovo ordine di relazioni con il Padre e tra gli uomini, e ci ha introdotto in quest’ordine grazie al dono del suo Spirito».

Ritroviamo qui il nesso inscindibile Gesù Cristo-salvezza-Chiesa proposto da Dominus Iesus, ma con la particolare sottolineatura della salvezza come “unione” con Cristo. C’è dunque un mistero di comunione dentro la salvezza cristiana che l’uomo contemporaneo è chiamato a riscoprire.

Comunione con Dio, perché, si legge in Placuit Deo, «niente di creato può soddisfare del tutto l’uomo, perché Dio ci ha destinati alla comunione con Lui e il nostro cuore –come ricorda Agostino – sarà inquieto finché non riposi in Lui».

Comunione con il Creato, che non può essere ridotto a realtà esterna, materiale e manipolabile. L’enciclica Laudato si’ ci ha riproposto la risposta cristiana con grande suggestione: «Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio» (n. 84).

Comunione con i fratelli. «Peccando, – si legge nel Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede – l’uomo ha abbandonato la sorgente dell’amore, e si perde in forme spurie di amore, che lo chiudono sempre di più in sé stesso. È questa separazione da Dio – da Colui che è fonte di comunione e di vita – che porta alla perdita dell’armonia tra gli uomini e degli uomini con il mondo». Può commentare bene ancora un numero di Laudato si’: «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (n. 92).

Comunione con l’integralità della nostra persona, fatta di anima e corpo. «È tutta la persona, infatti, in corpo e anima, che è stata creata dall’amore di Dio a sua immagine e somiglianza, ed è chiamata a vivere in comunione con Lui». La salvezza che ci consegna Cristo ci sana, nella nostra umanità corrotta dal peccato, bisognosa della grazia divina, e ci eleva allo stesso tempo, secondo il principio spirituale che custodiamo con la nostra umanità, chiamata ad una vocazione divina.

Comunione della Chiesa. È tramite la Chiesa che ci raggiunge la salvezza di Cristo perché nessuno si salva da solo. Abbiamo bisogno di vivere le relazioni che «nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa». Relazioni che a partire dal Battesimo, sperimentiamo negli altri sacramenti. La materialità umile dei sacramenti (l’acqua, il pane, il vino, l’olio, il prete..) ci sottrae alla menzogna di una salvezza meramente interiore e rimanda alla verità della carne viva di Cristo che tocchiamo, in modo singolare, nei fratelli più poveri e sofferenti». Resta implicita, su questo punto, la fatica che si registra, anche tra i cattolici, nel tenere insieme liturgia e vita, nella tensione tra una spiritualità privatistica e l’apertura al fratello. Vi si legge, forse, anche il rischio di una pratica sacramentale spesso interpretata secondo riduzionismi formali o ritualità senza grazia, fraintesa secondo la categoria del diritto soggettivo e non secondo la comunione di grazia.

Comunione con tutto il genere umano. La salvezza cristiana non può lasciare indifferenti, ma spinge tutti i fedeli alla “conversione missionaria” su cui insiste Papa Francesco, poiché «la salvezza integrale, dell’anima e del corpo, è il destino finale al quale Dio chiama tutti gli uomini».

Placuit Deo invita a uscire dalle ristrettezza di una visione mondana che di fatto rende superflua la rivelazione divina, a partire da una riscoperta della propria misura umana, creata per aprirsi alla comunione. Il documento, dunque, non propone soltanto una reazione ai rischi di certa spiritualità e mentalità contemporanee, ma può anche aiutare pastoralmente ad affrontare il tema della salvezza a partire dalle nostre più profonde esigenze di comunione. Papa Francesco lo fa parlandoci di casa comune, di misericordia, del «piacere spirituale di essere popolo», della dimensione sociale dell’evangelizzazione, ma soprattutto attraverso quel “primear” di Dio che ribadisce il Suo primato: è Lui che, sempre primo ci “primerea”, ci aspetta, fa risplendere in Gesù Cristo «la profonda verità […] su Dio e sulla salvezza degli uomini».

Ugo Feraci




IL MALE E IL SILENZIO DI DIO: UN CICLO DI CONFERENZE TRA TEOLOGIA E FILOSOFIA ALLA SAN GIORGIO

Alla Biblioteca San Giorgio un nuovo ciclo di conferenze dal titolo: “il male e il silenzio di Dio”.

Torna anche quest’anno un nuovo ciclo di conferenze tra filosofia e teologia in collaborazione con la Biblioteca comunale di Pistoia San Giorgio. Le conferenze, con impostazione seminariale, hanno visto negli anni passati la partecipazione di numerosi studenti e appassionati delle due discipline.

Il tema proposto quest’anno è “il problema del male e il silenzio di Dio” e sarà sviluppato, in un percorso che intreccia filosofia, letteratura e teologia.

Le edizioni precedenti sono state coronate anche dalla pubblicazione di un testo, contenente gli atti del corso “Ordo Amoris”, elaborato dai relatori e sostenuto dalla Biblioteca. Il testo, che vedeva tra i relatori anche il vescovo di Pistoia mons. Fausto Tardelli, ha vinto nel 2016 il primo premio del concorso «Premio Nazionale di Filosofia, X edizione. Le figure del pensiero», per la sezione «Pratiche Filosofiche».

Le conferenze avranno la stessa impostazione seminariale già sperimentata nelle precedenti edizioni: ai circa cinquanta minuti di relazione farà seguito un intervallo di tempo di pari durata, durante il quale i partecipanti potranno porre domande o fare osservazioni. Agli studenti che lo richiedano sarà rilasciato un attestato di frequenza che potrà eventualmente essere utilizzato dall’insegnante di filosofia a titolo di credito scolastico o per la valutazione finale.

Calendario degli incontri

 

Venerdì 26 gennaio 2018

La “teodicea” di Leibniz, relatore Paolo Bucci

 

Venerdì 2 febbraio 2018

La risposta al male ne “La leggenda del Grande Inquisitore” di Dostoevskij, relatrice Francesca Ricci

 

Venerdì 9 febbraio 2018

La discesa agli inferi in Adrienne von Speyr e Hans Urs von Balthasar, relatore Diego Pancaldo

 

Venerdì 16 febbraio 2018

Il male in Dio. Schelling e Pareyson, relatore Francesco Gaiffi

 

Venerdì 23 febbraio 2018

Male e vulnerabilità dell’umanità e di Dio. Una lettura teologica, relatore Alessandro Cortesi

 

Venerdì 2 marzo 2018

Hans Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, relatrice Edi Natali

 

Per informazioni ed iscrizioni: Edi Natali, [email protected]