Dall’India per servire la Chiesa

Suor Amala, madre generale delle figlie di Sant’Anna racconta la storia e la missione della congregazione a cui appartengono le “suore del vescovo”.

 

In questi giorni è presente a Pistoia suor Amala, madre generale delle figlie di Sant’Anna, la congregazione religiosa a cui appartengono le suore che fanno servizio in episcopio e attività di catechesi nel centro storico. Le figlie di Sant’Anna arrivano dall’India dove sono state fondate all’inizio del secolo scorso.

Come nasce la vostra congregazione?

La nostra congregazione è nata in India a Morapai nel 1903, ad opera dal gesuita belga Brice Meuleman, secondo arcivescovo di Calcutta. All’inizio la nostra congregazione contava soltanto quattro ragazze del regione del Bengala. Siamo nate per aiutare i bambini orfani, le giovani madri rimaste vedove e per occuparci dell’educazione delle ragazze. Gli orfani venivano accolti nel convento di Morapai, dove trascorrevano la loro infanzia accuditi dalle suore, mentre le madri in difficoltà, che venivano a chiedere aiuto al convento sono state sostenute attraverso un avviamento al lavoro; in convento imparavano a lavorare la lana. Nel corso del tempo ci siamo prodigate nell’accoglienza e nell’educazione dei bambini. Il nostro impegno si è rivolto anche nei confronti delle altre persone in difficoltà.

Come siete arrivate in Italia?

Don Orson, un sacerdote indiano amico di don Armando Zappolini che studiava a Roma, ha chiesto alla madre generale di trasferirci in Italia in Toscana. I primi luoghi che abbiamo abitato sono Perignano e San Miniato. Ci hanno chiamate a San Miniato per svolgere un compito educativo in una scuola cattolica, ma anche per servire il vescovo e lavorare in Seminario. Siamo impegnate anche nel servizio di catechesi in alcune parrocchie di San Miniato. Nella casa di riposo a Fauglia offriamo un servizio pastorale in parrocchia e di assistenza agli anziani. A Orentano, Lari e Staffoli, abbiamo altre case. Infine siamo arrivate a Pistoia.

Qual è il carisma del vostro ordine?

Il carisma della nostra congregazione è incentrato sull’educazione dei bambini e delle ragazze. Ci dedichiamo anche a promuovere percorsi di spiritualità per i giovani. Allo stesso tempo siamo impegnate nella carità e nell’assistenza agli anziani.

La nostra congregazione ha avuto la gioia di accogliere Madre Teresa, che – a partire dal 1944 – è stata insegnante di geografia e catechismo in una nostra scuola, la St. Mary School di Calcutta. Madre Teresa all’epoca, apparteneva alle suore di Loreto, ma per questo suo servizio fu affidata alla nostra congregazione. Ci piace sottolineare la sua grande dolcezza e umanità e il suo spirito di fratellanza cristiana, per cui possiamo dirci “fratelli e sorelle”. Tra l’altro l’abito delle Missionarie della Carità fondata da Madre Teresa è molto simile al nostro: il sari bianco che indossiamo si differenzia dal loro perché ha due righe blu, invece di tre.

Quale servizio svolgono le suore che abita a Pistoia?

Attualmente a Pistoia abitano tre suore: Angela, Anna e Francesca. Si occupano del vescovo e di custodire il palazzo episcopale, ma soprattutto sono impegnate nell’opera di catechesi a San Paolo. Non vengono mai meno al loro compito di avvicinare i giovani all’amore di Cristo. Molti ragazzi non vengono al catechismo, altri sono un po’ distratti, noi vogliamo invogliarli a tornare in Chiesa, a seguire il Signore. Purtroppo anche in India non ci sono molte vocazioni perché i giovani sono distratti dai mezzi di comunicazione e dai modelli proposti dalla società di oggi.

Daniela Raspollini

Nella foto: da sinistra: Suor Anna, Suor Francesca, Suor Amala madre generale, Suor Angela




La sicurezza per la parrocchia e l’oratorio

Un incontro di formazione per parroci e operatori pastorali

Spesso la parrocchia può trovarsi a gestire attività non di culto (accoglienza, attività oratoriali, feste, etc) direttamente o attraverso enti collegati di cui però solitamente il parroco è legale rappresentante. In capo ai parroci dunque vi è un sostanziale debito di sicurezza, secondo diversi aspetti.

Già da tempo Mons. Vescovo ha promosso nella Diocesi di Pistoia una riflessione sul tema della sicurezza e ha dato il via ad un cammino di adeguamento con la nomina di un referente e delle figure ad esso collegate. Anche le parrocchie, sia per ragioni di formale tutela nei confronti dei molti adempimenti e delle persone coinvolte, sia per una indispensabile crescita culturale su un tema così importante, devono necessariamente affrontare il tema con serietà.

Per questo lunedì 18 novembre alle ore 21 ci troveremo in Seminario per iniziare un cammino di riflessione e di crescita culturale e per fornire alcune necessarie informazioni.

Dott. Ing. Edoardo Baroncelli




Mario Longo Dorni: uomo di fede e di comunione

Una piccola biografia dedicata al vescovo che governò la diocesi per ventisette anni, dal dopoguerra al post concilio.

Per chi lo riconosce fa quasi un certo effetto. I libretti blu della casa editrice Velar sono noti infatti per raccontare in forma stringata, ma comunque seria e accessibile allo stesso tempo, le biografie di santi e beati di ogni dove e di ogni tempo. Tra gli oltre seicento libretti trova ora posto anche una pubblicazione dedicata a due “testimoni della fede”, due vescovi di Ornavasso, piccola cittadina della Val d’Ossola di cui erano originari Monsignor Edoardo Piana e Mario Longo Dorni, vescovo di Pistoia. Fa dunque un certo effetto riconoscere il profilo di Longo Dorni di fronte a una veduta della cittadina natale incorniciata da un improbabile arcobaleno. Il libretto – fuori da ogni intento agiografico- rappresenta un significativo (e più unico che raro) ricordo del vescovo che resse la diocesi di Pistoia dal 1953 fino al 1981: una lunga e irripetibile stagione della società e della chiesa pistoiesi; dalla ripresa dal dopoguerra, agli anni del Concilio Vaticano II, dalle contestazioni del ’68 alla crisi degli anni di piombo. Un arco di tempo formidabile in cui la diocesi ha cambiato profondamente il suo volto.

Il libretto dell’editrice Velar è uscito dalla penna di Giannino Piana, teologo moralista di rango nazionale, noto anche ai pistoiesi per le frequentazioni della Settimana Teologica, nativo pure lui di Ornavasso. La biografia di Longo Dorni è accompagnata da quella di Edoardo Piana (1896-1976), zio dell’autore e interessante figura sacerdotale impegnata in ambito sociale, attiva nei duri anni della resistenza antifascista (sono le terre della repubblica partigiana dell’Ossola) e nel riscatto delle donne dal giro della prostituzione. Nominato vescovo ausiliare di Novara Edoardo Piana è ricordato per il suo impegno nei confronti del clero e degli ammalati, ma anche per le sue posizioni concilianti nei confronti della sinistra; fu “reo”, tra l’altro, di aver celebrato una messa in suffragio di Palmiro Togliatti.

A noi interessa soprattutto, però, il sintetico ritratto di monsignor Longo Dorni (1907-1985). La biografia di Piana risulta particolarmente interessante per ripercorrere gli anni precedenti l’ordinazione episcopale. Ne emerge, infatti, il profilo di un sacerdote brillante, capace organizzatore, attento interprete delle esigenze di giustizia sociale e impegno ecclesiale. Longo Dorni fu pienamente consapevole delle potenzialità delle organizzazioni ecclesiali del tempo: dall’Azione Cattolica, alla San Vincenzo de’ Paoli, a un assistenzialismo cattolico aperto ai più poveri come alle esigenze del Terzo mondo. Un tratto che costituisce l’ossatura del suo futuro episcopato, come tratteggia un passo della sua lettera indirizzata alla diocesi di Pistoia per il suo ingresso: «interpretando a modo mio lo stemma della città di Pistoia, vedo nella scacchiera dei riquadri un muro di massi sagomati, un giuoco ad arte di blocchi atti ad erigere una diga, a costruire un fortilizio dello spirito e un edificio santo che porta sul frontone, a caratteri d’oro, inciso: “Diocesi di Pistoia” e i blocchi e le pietre vive sono: Clero, Azione Cattolica, Istituti Religiosi, ACLI, S. Vincenzo ecc.. strutture del Regno di Dio amalgamate dal cemento che è l’amore, e, se volete, il vostro vescovo».

Uomo colto e dotato di un’oratoria brillante, almeno secondo i canoni della retorica sacra dell’epoca, Longo Dorni mostrava anche un’umanità sollecita, paterna – almeno nelle intenzioni-, di vero pastore. Vale la pena ricordare un episodio del tempo dell’occupazione nazifascista segnalato nel libretto di Piana. Nel dicembre 1943, infatti, l’allora don Mario «assistette alla fucilazione di undici martiri, tra i quali un ragazzo di quindici anni»; in quella circostanza «non esitò ad affrontare, incurante del pericolo, il sanguinario colonnello tedesco, offrendosi come ostaggio allo scopo di risparmiare i propri cittadini». I suoi cittadini erano gli abitanti di Borgosesia, dove Longo Dorni era allora parroco, che mai dimenticarono questo gesto di eroismo, tributandogli nel 1972 la cittadinanza onoraria e intitolandogli nel 2014 una piazza.

A Pistoia era arrivato ancora giovane nel 1954, ad appena 47 anni. Gli anni dell’episcopato pistoiese corrono rapidi nella biografia di Piana, lasciando l’impressione di una descrizione inevitabilmente “fatta da lontano”. Un contributo comunque prezioso che permette di rileggere l’episcopato di Longo Dorni dentro un sintetico ma coerente disegno della diocesi di Pistoia allora da poco “separata” della parte pratese. Di Longo Dorni si ricorda la passione per la liturgia e la catechesi, ma anche il “fervore delle opere”, segnato dalla creazione di numerose nuove parrocchie, la costituzione della Caritas diocesana, la creazione della “Missione Pistoia” nella diocesi di Manaus in Brasile. La biografia si chiude con un capitolo dedicato alla sofferenza degli ultimi anni e alle sue dimissioni dall’episcopato nel 1981 per ragioni di salute.

Il testo non manca di accennare alle difficoltà di un ministero segnato anche da «resistenze», «intemperanze e conflitti», citando in chiusura le parole di monsignor Frosini che molto tacendo molto lasciano intuire: «in queste condizioni il vescovo è diventato soprattutto il simbolo della sofferenza della Chiesa che non riesce ad amalgamare in armoniosa sintesi il vecchio e il nuovo. Al di là di ogni realizzazione, forse questo è il suo più grande merito e il maggior titolo di riconoscenza da parte della comunità cristiana».

Un ultimo capitolo, più personale e coinvolto, consegna un “ritratto interiore” di monsignor Longo Dorni, così come lo stesso Giannino Piana ricava dai suoi ricordi. Il vescovo ci viene descritto come uomo di fede profonda: «una fede che puntava all’essenziale e che era espressione di un grande lavorio interiore, un cui rivestivano un ruolo determinante passione e ragione, sentimento e volontà», ma anche uomo pronto al servizio, vescovo e “ufficiale” insieme; «uomo – conclude Piana – di fede e di comunione».

Giannino Piana, Mario Longo Dorni – Edoardo Piana. In memoria di due vescovi ornavassesi, Editrice Velar, Gorle (BG) 2019, pp. 72; euro 5.00.

Ugo Feraci

Mario Longo Dorni

Nato a Ornavasso in provincia di Novara l 11 settembre 1907. Ordinato il 27 giugno 1930. Fu all’inizio cappellano a Villa d’Ossola, poi proposto, prima a Pieve Vergante e poi a Borgosesia. Fu vicario generale e canonico teologo. Fu nominato vescovo di Pistoia il 24 aprile 1954 e consacrato il 6 giugno 1954. Il 6 luglio 1981 si ritirò presso la casa di riposo San Francesco a Bonistallo dove morì il 17 agosto 1985. È sepolto nella cripta della Cattedrale di Pistoia.




I 100 anni di don Italo Taddei

Il 25 ottobre don Italo Taddei, compie 100 anni. L’avvocato Alvaro Bartoli, che dal 1956 fino al 1965 è stato uno dei suoi “ragazzi” , racconta don Italo e la storia della “Casa del ragazzo”. Una bella pagina della chiesa pistoiese che non può essere dimenticata.

Avvocato, come ha conosciuto don Taddei?

Dopo la morte di mio padre nel 1955, in quanto orfano di lavoratore fui accolto nella “Casa del ragazzo” di via Enrico Bindi (a Monteoliveto), nell’ala del complesso già riservata al Seminario Minore. Allora eravamo una sessantina di ragazzi dai 10 anni in su. Personalmente sono profondamente debitore di don Taddei: contrariamente alle intenzioni dell’ente ENAOLI (ente nazionale orfani e lavoratori italiani) che pensava di avviarmi ad un istituto professionale, desideravo studiare latino e greco, così grazie alla tenacia e all’incoraggiamento di Don Taddei, anziché la scuola dell’ente, mi fu possibile frequentare il Liceo Forteguerri di Pistoia.

Può parlarci brevemente della sua personalità?

Don Taddei non era un teorico dell’educazione, ma aveva il senso della praticità e l’intento dell’inserimento dei propri ragazzi all’interno della comunità cittadina, tenendo conto delle loro aspirazioni e desideri, come delle loro capacità. Don Taddei ha sempre avuto rispetto dei “ragazzi”, oggi non solo sparsi a Pistoia, ma anche in Italia e all’estero. Tra loro ricordo Emilio, che partì per il Canada e dopo mantenne a lungo contatti con don Italo e gli altri ragazzi, chiedendo per sé fotografie e anche, per ricordo, una bandiera italiana. I ragazzi frequentavano le scuole pubbliche e grazie al suo aiuto sono state inseriti nel mondo del lavoro, trovando ognuno la propria strada. Tra loro ci sono stati anche laureati, musicisti che si sono specializzati in conservatorio, uno dei quali entrò nell’orchestra della RAI; altri sono diventati docenti e comunque si sono inseriti pienamente nella società. Oggi siamo quasi tutti nonni o bisnonni.

Don Taddei era un uomo forte: pretendeva, ma soprattutto incoraggiava a uscire dalla marginalità, a vivere un riscatto. Con lui abbiamo scoperto le Dolomiti, in cui ci accompagnava ogni anno, stringendo relazioni con altre comunità, anche fuori d’Italia, per momenti di collaborazione e ospitalità. Ci ha lasciato sempre liberi dal punto di vista religioso, ma era un sacerdote molto credente. Un episodio mi ha sempre colpito: uno dei ragazzi desiderava entrare in un corpo militare, ma tenuto conto dei precedenti familiari gli negarono l’accesso: don Taddei non si perse d’animo, andò a Roma, a parlare con i vertici militari perché fosse riconosciuto al giovane il diritto di entrare e la cosa si risolse.

Molti non sanno o non ricordano cosa fosse la “casa dei ragazzi” di Pistoia: ce ne può parlare?

Don Taddei iniziò la propria attività nel 1946, dopo due anni da cappellano a Montale inserendosi nella difficile realtà cittadina dell’immediato dopoguerra, segnata da distruzioni e diffusa povertà. Iniziò le sue attività con i giovani nel ricreatorio del Tempio in via San Pietro con l’aiuto della signorina Spagnesi e, tra gli altri, del maestro Amadori e del canonico Lelli. In un ala del seminario minore poté poi svolgere la sua attività di accoglienza di giovani orfani, occupandosi -tra le mille difficoltà dei primi anni- anche delle faccende più pratiche, ad esempio, imbullettando le finestre perché all’epoca mancavano i vetri.

Don Taddei, vorrei ricordarlo, non era solo, ma sostenuto nella sua attività dalle sorelle che hanno vissuto fino all’ultimo con lui. Nella storia della “Casa del ragazzo” la svolta avvenne il primo agosto 1957, quando l’istituto si trasferì in via San Biagio in Cascheri, dove attualmente si trova la fondazione MAiC, in un immobile più grande, dotato di campo sportivo. Lì confluirono molti ragazzi anche da altre province italiane, alcuni anche segnalati dal Tribunale dei minori. L’ambiente era davvero funzionale e spazioso. La fine della “Casa del ragazzo” fu dovuta, in parte, alla legge sull’adozione speciale del 1967, che svuotò gli istituti educativo-assistenziale. Nel 1975, con lo scioglimento dell’ONMI (opera nazionale maternità infanzia), ci fu una scelta politica (e forse anche ecclesiale) che pervenne allo scioglimento della “Casa”. D’altra parte, già per iniziativa di Don Taddei si era andati incontro a soluzioni sempre più legate al coinvolgimento delle famiglie. Nel 1977 don Italo diventò segretario del cardinale Benelli per poi continuare la sua attività presso la Santa Sede, nell’ufficio delle migrazioni. Più recentemente è diventato canonico di San Giovanni in Laterano, dove attualmente risiede.

Sono molti i ricordi che la legano a quel tempo trascorso con lui nella “casa del ragazzo”: com’era la vita con lui?

Le nostre giornate nella “Casa del ragazzo” non erano segnate da un rigido regolamento, ma c’era un bel senso di famiglia: ogni ragazzo aveva la propria responsabilità all’interno della casa: qualcuno si occupava della biblioteca, chi si preoccupava dei giochi, chi faceva “l’infermiere”: c’era un  senso di responsabilità diffusa, ma anche tante difficoltà economiche. Eppure don Italo faceva di tutto per inserirci nella comunità cittadina: frequentavamo le attività culturali di Pistoia, facevamo uscite in montagna. Nella Casa fu anche istituita la “Banda primavera”: una piccola banda musicale in cui suonavano quasi tutti i ragazzi, guidati dal maestro Morosi; un’opportunità che dette spazio anche a momenti di uscita in diverse città italiane: Firenze, Bologna, Roma…

All’interno della casa, pur essendoci ragazzi segnalati e sostenuti dagli enti più diversi in base alle situazioni familiari di provenienza, per don Italo non c’erano differenze. Don Taddei si preoccupava di inserirli nel mondo del lavoro, aiutandoli anche a mettere su dei risparmi via via che iniziavano a lavorare. Ci ha sempre insegnato ad aborrire la parola “assistenziale” perché limitativa al diritto proprio di ogni ragazzo. Non dimenticheremo quanto ha fatto per noi. Ricordo che una volta gli regalammo un piccola targa per la sua auto, una fiat 600 familiare: c’era scritto: “Papà non correre”.

Daniela Raspollini




Un tavolo istituzionale per superare l’emergenza Vicofaro

PISTOIA – Da molti mesi la situazione relativa all’accoglienza dei migranti nella parrocchia di Vicofaro è all’attenzione dei media locali, nazionali e dei cittadini. Nelle ultime interviste rilasciate Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha reso noto che i migranti presenti nel complesso parrocchiale superano le duecento presenze.

Ormai da tempo il numero degli ospiti e l’organizzazione del servizio appaiono difficilmente compatibili con le caratteristiche minime di un’accoglienza dignitosa, sicura e volta alla progressiva e necessaria integrazione nella comunità pistoiese, ed è assolutamente urgente superare con rapidità – per quanto possibile – la situazione di emergenza costante che si è venuta a creare nel corso degli ultimi mesi.

Per questo motivo il vescovo Tardelli ha voluto costituire un “tavolo di lavoro” istituzionale finalizzato ad esaminare e proporre tutte le soluzioni che permettano di superare l’emergenza dell’accoglienza a Vicofaro.

Al “tavolo” oltre al Vescovo, sono stati invitati don Biancalani con alcuni collaboratori della parrocchia, il comune di Pistoia, la Regione Toscana e la Caritas diocesana di Pistoia. La prima riunione del gruppo è prevista per i prossimi giorni.

«Credo che soltanto tutti insieme potremo davvero fare qualcosa per superare questa situazione – esorta il vescovo – e questo tentativo vuole essere concreto e di svolta per una vicenda complessa che ha interessato tutta la comunità pistoiese».




Per una chiesa sinodale e missionaria

Il vescovo Tardelli ha aperto l’anno pastorale 2019-2020 e conferito il mandato a catechisti e operatori pastorali. Una sintesi dell’evento e delle parole del vescovo.

 

Nel giorno della festa di San Luca si è aperto per la nostra Diocesi il nuovo anno pastorale con il mandato ai catechisti e agli operatori pastorali. Il vescovo -affidandolo al Signore- ha ricordato che il nuovo anno sarà accompagnato dalla lettera pastorale «E di me sarete testimoni», che ha come sottotitolo «Con Gesù per le strade del mondo».

Ai fedeli giunti da ogni parte della Diocesi il vescovo ha spiegato che questa celebrazione è un gesto semplice ma significativo, con cui chi ha un ministero da svolgere nella propria comunità, dal più piccolo al più grande, con particolare attenzione al ministero del catechista, riceve un vero e proprio mandato iniziale che pone la persona che lo riceve al servizio della Chiesa. Si invoca il dono dello Spirito perché questo servizio sia portato avanti con fede, generosità, amore alla Chiesa, competenza e umiltà. Il vescovo invita a nutrirsi con gratitudine della Parola di Dio e a cibarsi dello stesso pane di vita per camminare insieme, con un’attenzione premurosa per tutti coloro che vivono nei nostri territori.

«Il cammino della evangelizzazione – ha ricordato il vescovo- non è esente da difficoltà, da crisi, da momenti difficili, anche di sconforto. Dobbiamo metterli nel conto questi momenti. Non esiste una chiesa ideale o “altra”. Esiste la chiesa concreta che siamo noi: santa e insieme fatta di peccatori. Dobbiamo accettarlo e, senza recriminare l’un l’altro il nostro peccato, darci piuttosto una mano per aiutarci ad essere sempre più conformi a quanto il Signore vuole».

Per evangelizzare, ha poi continuato, occorre però crescere nel senso e nella pratica della vita comunitaria, avendo come fondamento il Signore Gesù. Il vescovo ci ha invitato a crescere nella comunione fraterna e nella capacità di camminare davvero insieme. «Dobbiamo lavorare – ha insistito – per una chiesa sinodale e per un nuovo e diffuso slancio missionario».

A conclusione dell’omelia il vescovo ha poi annunciato il sinodo diocesano che sarà celebrato a inizio 2021. Si tratta del primo sinodo del Chiesa pistoiese dopo il Concilio Vaticano secondo, dedicato all’urgente tema dell’evangelizzazione del popolo di Dio. Sarà quindi un momento di grande grazia per la nostra chiesa diocesana. L’invito conclusivo del vescovo è stato quello a camminare insieme per andare incontro al Signore, nella via della giustizia, della verità e dell’amore.

Claudia Marconi

Leggi l’omelia di mons. vescovo Fausto Tardelli 

(foto di Mariangela Montanari)

 

 




Una diocesi sulla strada della sinodalità

Venerdì 18 ottobre alle ore 21, la diocesi di Pistoia è convocata in cattedrale per una celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo, mons. Fausto Tardelli.

Da qualche anno questo appuntamento segna l’inizio dell’anno pastorale. In realtà non si tratta di un vero inizio, perché la vita pastorale non finisce mai e perché nelle parrocchie le principali attività sono già ricominciate da almeno gli inizi di settembre.

Ma allora in che senso parliamo di celebrazione di inizio? Soprattutto perché incontrarsi è sempre un nuovo inizio, un modo per ridirci la verità più profonda del nostro essere chiesa e per ricordarci il cammino a cui ci chiama il Signore Gesù. Essere Chiesa infatti significa essere convocati, significa lo stupore di scoprire che la fede non è mai un fatto solo personale, ma un cammino che si fa insieme agli altri.

Un cammino dove non siamo uguali, dove ogni credente, ogni realtà ecclesiale, porta la sua umanità, la sua storia, le sue modalità di vivere il vangelo. Siamo diversi, eppure ci ritroviamo insieme, uniti dal ricordo di qualcosa di così grande che ci ha fatto incontrare, ci ha fatto avvicinare, ci ha fatto scoprire che le diversità possono unirsi e diventare ricchezza. Questa è la Chiesa, la profezia di un mondo nuovo possibile, dove uomini e donne diversi, si riconoscono a partire dalla fede nel Signore. Solennizzare l’inizio dell’anno pastorale con una celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo, successore degli apostoli, è rimettere al centro della vita delle nostre comunità ecclesiali la chiamata ad essere insieme un segno dell’amore di Dio nel mondo. Come ci ricorda il vescovo nella sua lettera pastorale per il 2019/2020, il Signore ci chiama ad essere testimoni di lui (Atti 1,8) ma questo non sarà possibile se viviamo la fede come un fatto privato, se non ci poniamo il problema di condividere con gli altri le speranze che il vangelo suscita in noi, se non ci impegniamo «a  crescere nel senso e nella pratica della vita comunitaria» e se non impariamo ad ascoltare e a rispondere alle “attese di vangelo” del mondo di oggi.

Per questo durante la celebrazione di inizio anno pastorale il vescovo darà il mandato a tutti gli operatori pastorali della diocesi e ai catechisti, i quali a nome della chiesa sono protagonisti fondamentali della vita ecclesiale. Ma, ed è bene ricordarlo, ciò che il vescovo affida e domanda ai catechisti e agli operatori pastorali riguarda tutti noi credenti.

Comunità, attese di vangelo, testimonianza, sono queste alcune parole chiave che in quest’anno pastorale ci accompagneranno e che troveranno particolare attenzione nella preparazione al primo Sinodo della Chiesa pistoiese dopo il Concilio Vaticano II che il vescovo, a Dio piacendo, ha indetto per il 2021.

L’anno è appena iniziato ma la strada è già tracciata ed ha un nome preciso: Sinodalità, che altro non significa, etimologicamente come nei fatti, camminare insieme! I tempi, i contenuti, le modalità concrete con cui il percorso verso il Sinodo diocesano si realizzeranno saranno presto oggetto di discussione e comunicazione, ma intanto il cammino è già iniziato!

don Cristiano D’Angelo

(fonte: La Vita)




Un anno per meditare i “misteri del Rosario”

Il programma degli incontri per la pastorale della terza età

Giovedì 24 ottobre si terrà il primo degli incontri mensili che la pastorale della terza età ha programmato per il 2019-2020. Con questi incontri si completa il mini corso di teologia svolto attraverso le meditazioni sui misteri del rosario.
Come nella prima parte dei misteri già presentati, le relazioni degli incontri mensili saranno accompagnate dalla illustrazione di opere pittoriche, relative all’argomento, che grandi artisti hanno prodotto nei secoli.

Le meditazioni ci aiuteranno a riflettere che nella recita del rosario «la vera devozione alla Madre di Dio è cristocentrica, è profondissimamente radicata nel mistero trinitario di Dio, e nei misteri dell’incarnazione e della redenzione (…) Ciascuno di noi deve aver chiaro quindi che la devozione a Maria non è soltanto un bisogno del cuore e una inclinazione sentimentale (Giovanni Paolo II)».

L’augurio è che questo programma, in cui la Parola si amalgama con le immagini, aiuti a riscoprire la gioia per aver ricevuto il dono della fede e l’entusiasmo per desiderare di condividere questa gioia con i fratelli, per realizzare nella nostra vita quotidiana la richiesta che Gesù ci ha fatto: «..e di me sarete testimoni» (atti 1,8).

Alberto Niccolai

Gli incontri si svolgeranno presso i locali del Seminario di via Puccini, alle ore 16.

Programma degli incontri 2019/2020




Una diocesi unita sulle orme di San Francesco

Ad Assisi lo storico pellegrinaggio regionale della diocesi Toscane. Le esperienze e le testimonianze dei fedeli

C’era anche una folta rappresentanza della chiesa di Pistoia, guidata dal vescovo Tardelli, tra le tante che hanno affollato le basiliche di Assisi in occasione del pellegrinaggio regionale sulla tomba di San Francesco dello scorso 4 ottobre. Una giornata storica, che ha visto la partecipazione delle delegazioni di tutte le diocesi della Toscana e una nutrita rappresentanza delle comunità civili, tutti, per un giorno, stretti attorno all’insegnamento del poverello di Assisi.

Abbiamo raccolto alcune testimonianze tra i pellegrini presenti ad Assisi provenienti dalla nostra diocesi.

Parrocchia del Sacro Cuore di Serravalle

In onore del santo patrono d’Italia, Francesco, il giorno 4 ottobre 2019, la Toscana è arrivata ad Assisi per offrire in dono l’olio che alimenta la lampada votiva, affinchè arda presso la tomba del Santo Poverello. Noi della comunità parrocchiale di Serravalle Pistoiese, insieme alla diocesi di Pistoia, abbiamo partecipato a questo pellegrinaggio.
Alla presenza delle più alte cariche dello Stato, insieme ad una folla numerosissima di pellegrini devoti al Santo Francesco, nella Basilica Superiore è stata celebrata dall’arcivescovo di Firenze il cardinale Giuseppe Betori, e concelebrata da tutti i vescovi della Toscana, la santa messa con l’accensione della lampada. È stata una cerimonia molto suggestiva, in una cornice -quella della basilica- dove la bellezza delle opere raffigurate e la sacralità del luogo, hanno fatto sì che i pellegrini e noi tutti, ci siamo trovati immersi in una preghiera condivisa. C’era silenzio, si vedeva gente che con gli occhi chiusi, che pregava e assaporava la pace che quel luogo sa dare. Un paesaggio bellissimo, una pace e un profumo di fiori, fanno di Assisi un luogo di preghiera e di rinnovamento cristiano. Proprio qui noi tutti, abbiamo chiesto a San Francesco di insegnarci a rimanere davanti al Crocifisso, a lasciarci guardare da lui, a lasciarci perdonare dal suo amore. «Con Francesco il Vangelo divenne come più luminoso, attraverso di lui la Persona di Gesù sembrò riprendere vita e risuscitò nel cuore di molti che lo avevano dimenticato».

Anna Maria Abbatantuoni

Parrocchia di San Francesco di Bonistallo

«Ogni uomo semplice porta in cuore un sogno, con amore e umiltà potrà custodirlo
Se con fede ti saprai vivere umilmente, più felice tu sarai anche senza niente». Faccio tesoro delle strofe di questo meraviglioso canto per elogiare la meraviglia del mio pellegrinaggio ad Assisi che ho avuto l’opportunità di condividere con il mio parroco don Cristiano e un gruppo di parrocchiani.
Venerdì 4 ottobre siamo partiti da Poggio a Caiano e ci siamo diretti ad Assisi, dove alle ore 10 del mattino si teneva la santa messa nella Basilica superiore intitolata a san Francesco. Per immergerci totalmente nella spiritualità della giornata, don Cristiano già in autobus ci ha parlato di questa figura straordinaria che è stata San Francesco.
Francesco era un ragazzo come tanti, come uno di noi con il comune desiderio di fama, ricchezza e divertimento ma dopo tanta fatica nel voler realizzare questo sogno fu un’altro il sogno vero che lo spinse a desiderare una ricchezza immateriale e infinita. Francesco abbandonò tutti i suoi idoli e i suoi sogni mondani e si mise al servizio di Dio cambiando la sua vita per sempre.
San Damiano con la sua frase «va’ e ripara la mia casa», ha cambiato per sempre la vita del giovane.
La prima tappa della giornata fu la visita alla Basilica superiore e inferiore con la consueta sosta alla Tomba del Santo che si trova nella cripta sottostante. Il sentimento che ho provato inginocchiandomi è stato quello di un’abbraccio pieno di amore, forza e sostegno: un accumularsi di sensazioni delle quali mi nutro sempre tanto volentieri.
Dopo pranzo la visita alla basilica di Santa Chiara, raggiunta attraversando i numerosi vialetti di Assisi che fanno respirare continuamente aria di santità. L’idea di camminare là dove ha camminato Francesco ha destato in me tanta curiosità e senso di protezione. Meraviglioso il crocefisso di San Damiano davanti al quale Francesco compose il cantico delle creature. Per ultima tappa, ma non certo la meno importante, la magnifica Santa Maria degli angeli con la piccola Porziuncola: una chiesa dentro un’altra chiesa …che emozione! Ci sono stata due o tre volte, ma ogni volta resto sempre tanto affascinata da tutto ciò che mi circonda. Quello che l’ha resa tanto nota nel mondo è sicuramente il privilegio dell’indulgenza o perdono d’Assisi. Ogni volta che varco questa porta, ritrovo tranquillità e pace. Alle 18 siamo ripartiti con il cuore pieno di speranza: quella speranza che puoi ricevere solo in questi luoghi e soprattutto nei luoghi in cui puoi fare silenzio in te stessa e puoi riscoprire la serenità spesso offuscata dalla vita mondana. Assisi è l’esempio eclatante di silenzio e di spiritualità, un abbraccio particolare va a tutti i componenti del gruppo ma in particolare a don Cristiano senza il quale niente sarebbe stato possibile.
Carlotta Cipriani

Vicariato della Bure Bassa

Il giorno 4 ottobre, festività di San Francesco, in molti abbiamo partecipato alla cerimonia di consegna dell’olio, dono della Regione Toscana, che alimenterà per l’anno 2019/2020 la lampada alla tomba di San Francesco. Il viaggio a mezzo pullman, ha avuto inizio alle ore 6.00 con i migliori auspici, con l’incontro delle comunità di Montemurlo, Chiesina e di San Piero Agliana sotto la guida di don Paolo e di don Gianni. La giornata, caratterizzata da un sole stupendo e da un cielo terso e azzurro, ci ha permesso di seguire sul mega schermo, posto sul prato antistante l’ingresso della basilica superiore, l’intera funzione religiosa, presenziata da monsignor Betori, coadiuvato dai vescovi e presbiteri delle diocesi toscane. Nell’omelia, Betori ha ricordato il cammino di conversione di Francesco, il suo amore per Cristo e per gli ultimi.
La nostra comunità di San Piero Agliana, ci trova impegnati nella ricerca del bene comune prestando attenzione agli ultimi e ai piccoli, che si esprime attraverso un centro di ascolto caritas, una scuola d’italiano per stranieri, un dopo scuola per ragazzi in aiuto al disagio scolastico, una casa accoglienza per donne con bambini, una bottega del mercato equo e solidale con l’intento di richiamare l’attenzione verso il lavoro di piccole comunità agricole ed artigianali allo scopo di dare loro dignità e giusto guadagno. E che dire dell’amore di San Francesco per la sacralità del creato. L’attenzione alla biodiversità e alla salvaguardia dello stesso, più volte sollecitata da papa Francesco, ci trova impegnati nella catechesi giovanile attraverso l’insegnamento, con la collaborazione delle famiglie, di scelte e consumi etici, volti a produrre meno rifiuti, spreco d’acqua, rispetto degli ambienti scolastici, sportivi e altro ancora. La giornata, conclusasi in un clima gioioso, non ha escluso in ognuno di noi riflessioni e condivisione dell’esperienza vissuta.




Tornano i monaci in monastero

La fraternità apostolica di Gerusalemme si è insediata nell’antico monastero di san Bartolomeo

Dopo duecento anni l’antico monastero di san Bartolomeo rivede nelle sue mura una fraternità d’ispirazione monastica. Ritornerà nell’antica chiesa abbaziale il canto delle lodi e dei vespri e dei religiosi ritorneranno a vivere, e a far rivivere, la spiritualità monastica che per la prima volta da qui fece ingresso nella città di Pistoia.

Il monastero di san Bartolomeo infatti, fu fondato nel 727 e abitato da monaci benedettini fino al 1440 circa; successivamente arrivarono i Canonici Lateranensi dell’ordine di s. Agostino, una sorta di monaci apostolici, che tennero l’abbazia prodigandosi in tante opere di apostolato, di carità e di aiuto sociale fino alla metà del 1700. A loro si deve l’introduzione dell’usanza di praticare nel giorno della festa del santo titolare, il 24 agosto, un’unzione sulla fronte dei bambini (per preservarli dalle insidie degli spiriti).

Dopo la soppressione dei Canonici Lateranensi nel 1779, l’abbazia ritornò ad essere benedettina con i Vallombrosani, i quali rimasero fino al 1834, anno in cui morì l’ultimo monaco e abate. Da quel momento la grande abbazia rimase disabitata e fu smembrata in diverse parti. L’antica Abbazia successivamente fu soppressa e la chiesa trasformata in parrocchia (di san Bartolomeo) fu retta dal clero diocesano.

Il vescovo di Pistoia monsignor Tardelli ha voluto, da qualche anno, affidare questo luogo alla Fraternità apostolica di Gerusalemme, realtà di ispirazione monastica la quale si è insediata il giorno 18 luglio, nella pur ridotta dimora dell’abbazia. È abbastanza normale per i luoghi monastici essere abitati alternativamente da comunità fra loro diverse come origine e spiritualità, pur avendo in comune l’ispirazione monastica del servizio di Dio tramite la preghiera e l’accoglienza. Il monachesimo è un fenomeno antico ed è presente anche nelle religioni non cristiane, e rappresenta l’anelito dell’uomo alla ricerca dell’Assoluto e a stabilire un contatto con Lui attraverso una vita di preghiera e di obbedienza pacifica alla Sua Parola.

Chi sono i monaci nella città

La fraternità apostolica di Gerusalemme: “nel cuore della città nel cuore di Dio”

La nostra fraternità di Gerusalemme è nata a Pistoia nel 2000 con P. Giordano Maria Favillini. Siamo un piccolo ramo della Fraternità Monastica fondata da P. Pier Marie Delfieux nel 1975 a Parigi (dopo un’esperienza di due anni nel deserto dell’Assekrem) e oggi presente in vari paesi d’Europa. P. M. Delfieux nel silenzio e nella solitudine del Sahara ebbe la chiamata verso un monachesimo cittadino che potesse costituire un’oasi nel deserto urbano delle nostre città contemporanee.
Le nostre comunità, poste e volute nel cuore delle città dal nostro fondatore, hanno la missione -oggi più che mai urgente- di essere luogo di preghiera e silenzio, offrendo a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di fermarsi per trovare nella quotidianità un momento di pace e di ristoro spirituale attraverso l’adorazione eucaristica, le liturgie cantate a quattro voci in polifonia e la bellezza dei luoghi di culto che con la loro arte hanno il potere di elevare lo spirito e di rinfrancare l’anima.

Il nostro “Libro di vita”, che è il tracciato della nostra vita spirituale, al capitolo “Nel cuore della città, nel cuore di Dio” riprendendo le parole di Gesù «Padre, non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal maligno» (Gv 17,15) dice: «queste sono le parole che orientano tutta la nostra vita. Poiché l’uomo è la più bella immagine di Dio, monaci e monache vogliono pregare ed incontrare Dio attraverso la città degli uomini, vogliono servire gli uomini, testimoniando con una vita attiva, contemplativa e fraterna la presenza di Dio nel cuore del mondo. Monaci e monache desiderano mettere la preghiera nella città e portare la città nella loro preghiera».

La nostra fraternità ha una dimensione apostolica che la colloca in mezzo alla gente per annunciare il Vangelo e guidare le persone all’incontro con Gesù. Nel nostro carisma c’è una missione che ci spinge all’annuncio e ad un apostolato nelle città in accordo con le indicazioni del nostro vescovo. La missione apostolica che monsignor Tardelli affida alle nostre Fraternità (maschile e femminile) in San Bartolomeo contiene la novità di non essere più strettamente parrocchiale, per aprirsi ad esigenze diverse e più urgenti del quartiere e dell’intero centro città. Quello che possiamo donare alla città sarà attinto dalla radice del nostro carisma, attraverso una preghiera intensa e prolungata, sia personale, sia comunitaria e nel canto dell’ufficio divino siamo chiamati a donare accoglienza e ascolto a tutti coloro che sentono il desiderio di riposarsi e ristorarsi in Dio.

L’antico monastero di S. Bartolomeo da poco abitato dalla Fraternità Apostolica di Gerusalemme, non dovrà rappresentare solo l’abitazione dei monaci, né solo un luogo di culto e di preghiera, ma vorremmo che diventasse un centro spirituale, un cuore vivo e pulsante di carità capace di armonizzare e tenere insieme azione e contemplazione, apostolato e preghiera, una base da cui partire verso le strade delle città per evangelizzare, portando nei contesti che incontreremo la gioia del Dio vivo e risorto.

Fr. Antonio Benedetto Sorrentino