Omelia per la solennità di San Jacopo
(Pistoia, Cattedrale di San Zeno, 25 luglio 2025)
“In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro”.
Un fatto di tanti secoli fa, quello narrato nel libro degli Atti degli apostoli, che è all’origine della nostra festa: il martirio dell’apostolo Jacopo.
Un ebreo, Jacopo, ucciso da un altro ebreo che allora deteneva il potere, pur controllato da Roma, il re Erode. Questi scatenò una persecuzione nei confronti dei discepoli di Cristo e, come dice ancora il testo degli atti degli apostoli, per far piacere ad altri ebrei, mise in prigione anche Pietro, ebreo circonciso pure lui.
I primi cristiani furono tutti ebrei, tutti gli apostoli lo erano. Ebrei però odiati da altri ebrei solo perché avevano creduto a Gesù come il Messia promesso nelle scritture, come il figlio unigenito di Dio, Dio stesso venuto a cercarci per liberarci dai peccati. Questi ebrei della prima ora si sforzavano di seguire Gesù e il suo messaggio di amore: “amate anche i vostri nemici, e pregate per quelli che vi perseguitano”.
Per questo, paradossalmente, furono odiati dai propri stessi fratelli e in particolare dalla classe dirigente del popolo ebraico, farisei, scribi e dottori della legge.
Una storia di 2000 anni fa eppure attualissima. Perché è la stessa storia che oggi si ripete. Ancora quella terra, santa perché scelta da Dio per rivelarsi, è insanguinata dall’odio, dal risentimento, dalla vendetta. E ancora c’è di mezzo una parte del popolo ebraico e i suoi dirigenti. E ancora, il messaggio di pace, di perdono e di pace predicato da Gesù e da lui incarnato in parole ed opere, non è accolto, è rifiutato, è giudicato impossibile a realizzarsi. Ebrei da una parte, musulmani dall’altra e nel mezzo odio senza fine, incapacità di dialogo, chiusura totale a prendere in seria considerazione le ragioni dell’altro, totale refrattarietà a cercare verità e giustizia. Come conseguenza: sangue di tante persone innocenti, soprattutto bambini versato a fiumi e infinito dolore che durerà a lungo.
Noi cristiani, anche se inascoltati, come accade a Papa Leone oggi ma come accadeva anche a Papa Francesco, continuiamo però a gridare: pace! Si fermi la guerra! Cessino i combattimenti, le rappresaglie, le azioni terroristiche! Con tutta la voce che abbiamo in gola gridiamo: basta! Basta uccisioni! Basta odio! L’unica via è quella segnata da Gesù Cristo: la via dell’amore fraterno, fino ad arrivare persino all’amore verso il nemico! E’ l’unica via che può salvare il mondo dall’autodistruzione.
La vicenda della parrocchia cristiana di Gaza è emblematica: in mezzo alla rovina, quel piccolo resto di cristiani grida pace e la semina, nonostante tutto e rimane nella sua fedeltà a Cristo, un porto di speranza aperto a tutti. Una foto mi ha colpito: un ferito sul letto che bacia con un gesto spontaneo di grande forza, la croce che il Patriarca Pizzaballa porta al collo.
Ma è così per i cristiani, sempre, lungo i secoli. Lo dice bene la seconda lettura di San Paolo, un grande ebreo conquistato da Cristo.
Noi non cessiamo di credere alla vittoria dell’amore suggellata dalla risurrezione di Cristo. Ma siamo consapevoli di non essere considerati, anzi.
Gli ebrei osservanti in gran parte ci odiano e ci sputano in faccia quando ci vedono e i coloni ci vogliono cacciare da una terra abitata da noi fin dal tempo di Cristo.
I musulmani, pur riconoscendo Cristo come profeta, ci considerano infedeli e quindi da sottomettere, idolatri perché appunto crediamo che Gesù sia il figlio di Dio, vero Dio incarnato.
In occidente, molti ci giudicano, se va bene dei superstiziosi, altrimenti addirittura come nemici dell’uomo, della sua libertà e della sua felicità.
Va bene così. Perché il Signore Gesù ce lo aveva detto: hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi e chi vi ucciderà penserà di rendere gloria a Dio. Noi continuiamo però a gridare pace e a lavorare per essa.
Del resto, il racconto evangelico di oggi ci dice con chiarezza che per noi non devono valere le regole del mondo dove “i governati delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono”. Tra voi, dice Gesù, non può essere così perché il modello non può essere che Lui, il quale “non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. La lezione di Gesù fu allora proprio per Jacopo e il fratello Giovanni ma è una lezione che vale per tutti e per sempre.
A questo punto però ci si impone una domanda: di fronte a questo scenario del mondo fatto di violenza e di odio; di fronte alle persecuzioni fisiche o ideologiche che si operano nei nostri confronti, che cosa intendiamo fare? Fuggire? Nasconderci? Abbandonare la nostra identità cristiana? Che cosa vogliamo fare? Barcamenarci cercando di evitare il peggio per noi e la nostra vita, tentando di salvarci la pelle?
Io ritengo invece – e la memoria dell’apostolo Jacopo ce lo ricorda – che dovremmo reagire. Da veri e autentici cristiani. Certamente non impugnando le armi, come in un lontano periodo della storia si pensò fosse necessario. No, piuttosto rinnovando la nostra fede cristiana, conoscendola e approfondendola meglio, rinverdendo la nostra amicizia con Cristo, ritrovando la via della grazia sacramentale del perdono e della comunione, rivitalizzando con la fede, la giustizia e la carità le nostre tradizioni.
Domandiamoci: qual è in questa situazione del mondo, il compito del cristiano? Quello che in questo tempo difficile ci è chiesto dal Signore è di essere molto ben più convinti della nostra fede, molto ben più consapevoli del messaggio di amore e di pace che il Signore Gesù morto e risorto ci ha consegnato, non accontentandoci di essere cristiani solo all’anagrafe oppure anche solo generici credenti bensì dei veri praticanti.
Noi siamo i seguaci di Gesù, di Colui che pur morto e schiacciato dall’odio e dalla cattiveria, si è rialzato vittorioso nella risurrezione per darci speranza e forza nella testimonianza e aprirci gli orizzonti di un mondo nuovo, difficile da realizzare ma non utopia, non fantasia, non immaginazione bensì prospettiva concreta e reale.
Essere cristiani oggi vuol dire essere coraggiosi testimoni di Gesù, via verità e vita. Vuol dire credere e operare per la pace nei cuori, per la riconciliazione tra persone e popoli; vuol dire amare la giustizia e la verità; significa ancora essere saldi nella fede, fondati nella speranza, ardenti nella carità. Vuol dire gridare al mondo con le nostre opere e con le nostre parole che gli uomini sono stati creati e redenti per incontrarsi nella pace e non per farsi la guerra, avendo anche il coraggio di smascherare chi trova mille giustificazioni per continuare a fare la guerra e coltivare l’odio tra persone e popoli col non celato fine di guadagnarci.
Che ci aiuti il nostro celeste patrono San Jacopo, primo apostolo a insanguinare quelle terre che ancora oggi sono intrise di sangue. Chi ci aiuti ad essere cristiani convinti ed autentici con la vita più che a parole, testimoni del Vangelo della pace e dell’amore vero.
