Chiesa di San Bartolomeo in Pantano – Festa di San Bartolomeo (24 agosto 2018)

SAN BARTOLOMEO
24 agosto 2018

Oggi è un giorno speciale per la nostra città. È la festa di San Bartolomeo. Legata ai ricordi dell’infanzia, è l’occasione per far festa con i bambini, portandoli ad ungere, secondo la tradizione. È la festa con la quale riprende anche la vita della città e il quartiere si colora di allegria, mentre questa antica e bellissima austera chiesa accoglie una moltitudine di persone che vengono a ricevere una benedizione, accostarsi alla confessione, nutrirsi del pane di Cristo o anche solo a sostare un momento nel cammino della vita. Questo edificio di pietra, metafora di quello che è la chiesa di sempre, accoglie tutti quelli che vogliono entrare, senza discriminazioni di sorta, buoni o cattivi, belli o brutti, neri, bianchi, gialli o rossi: chiede solo rispetto per la santità del luogo e per il mistero che vi si celebra.

Potremmo togliere di mezzo questa festa, svilirla, ritenendola un retaggio di un passato ormai morto, rievocata soltanto dal punto di vista folkloristico? Credo proprio di no. Questa festa parla di Pistoia e delle sue radici cristiane ancora vive; parla ancora oggi del bisogno che ogni uomo ha di Dio; come parla a noi del bene prezioso dei bambini che sono in mezzo a noi e che anzi dovrebbero essere molti di più. Questo giorno ci racconta anche della festa, ci parla di tranquillità, di pace, di fraternità, di amicizia e di gioia, tutte cose di cui abbiamo estremo bisogno e di cui sentiamo oggi più che mai il bisogno, quando si alzano mura e steccati addirittura di odio, ci si prende ogni giorno di più a male parole, ci si offende, ci si insulta, si mostrano i muscoli e ci si divide ferocemente come se fossimo già in una guerra civile o di nuovo, dentro cupi anni di piombo.

E allora, carissimi fratelli e amici, cerchiamo di vivere al meglio questa festa, di godercela, cercando davvero di rinverdire la nostra fede cristiana, riscoprire la bellezza dell’amore verso il prossimo, ridare slancio al nostro impegno di costruttori di pace, offrendo così un buon futuro ai nostri figli.

Ma noi, ci crediamo in Gesù Cristo, carissimi fratelli e sorelle? Non vi sembri scontata questa domanda e soprattutto la risposta: che diamine che ci crediamo, altrimenti non saremmo qui, mi potreste dire. Eppure io credo che la domanda non sia affatto fuori luogo. Abbiamo sentito il Vangelo; lì Natanaele, cioè Bartolomeo, dall’iniziale scetticismo passa all’adesione entusiasta: «Signore, tu sei il figlio di Dio, tu sei il re d’Israele». Ma noi, crediamo nel Signore Gesù? Chi è Lui per noi, per me? Possiamo davvero dire a Lui, come disse Bartolomeo: «Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il mio re?»

Chi seguiamo, nella nostra vita? a chi diamo fiducia? Chi è il nostro punto di riferimento essenziale? Domande che già ponevo a me stesso, a voi e alla città nel giorno della festa di San Jacopo e che ripongo oggi, sempre nella festa di un apostolo.

Perché la fede nel Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, non la possiamo dare per scontata. No. La fede in Gesù Cristo non è semplicemente un dato culturale; un riferimento di tipo sociologico o un semplice “credere in qualcosa”. Questa fede non posso darla per scontata nella mia vita, anche se son vescovo; non la possono dare per scontata nemmeno i sacerdoti, a volte dimentichi e in alcuni terribili casi addirittura traditori, del principale loro compito che è come quello di Filippo, narrato nel vangelo di oggi: portare le persone a Cristo.

La fede cristiana, lo dicevo già il 25 di luglio e oggi qui lo ripeto, si esprime nel credo che ogni domenica professiamo e che forse conosciamo davvero poco; si concretizza nell’osservanza dei comandamenti del Signore che sono espressione dell’amore vero e che forse ci siamo un po’ scordati; la fede si vive nella chiesa e con la chiesa fondata sugli apostoli; e ciò vuol dire in comunità con gli altri fratelli e sorelle; la si annuncia infine a tutti come il tesoro più prezioso del quale nessuno può essere privato.

Prima di tutto però la fede è rapporto vivo con Cristo; relazione di fiducia e di amore con Lui, ascolto della sua parola e comunione di grazia con Lui; è essere perdonati da lui e quindi un esser liberati da Lui per vivere con Lui, in Lui e per Lui, come preghiamo ogni volta che andiamo a Messa.

Questa fede cristiana è aperta al dialogo con tutti, credenti e non credenti; non ha paura di confrontarsi con nessuno; anzi, tende la mano ad ogni creatura, qualunque sia il suo credo, la sua cultura, la sua lingua o le sue usanze. Aperto al dialogo verso tutti, pieno di amore e di disponibilità nei confronti di chiunque che rimane sempre immagine di Dio e dunque fratello, il cristiano sa però che la sua fede è originale rispetto a quella di qualsiasi altra religione e che ha ragioni da mostrare anche al non credente.

Carissimi fratelli e sorelle, in questo mondo globalizzato che ci vorrebbe soltanto consumatori di un grande e unico super mercato; in questo mondo che, come ha detto Papa Francesco è «soggetto alla globalizzazione del paradigma tecnocratico, che mira consapevolmente a un’uniformità unidimensionale e cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni, senza rispetto per la peculiarità e ricchezza di ogni persona e di ogni popolo»; che vorrebbe unificarci rendendoci però ingranaggi di un unico sistema amministrato da burocrazie e da una finanza mondiale che favorisce solo la ricchezza di pochi, noi affermiamo la dissonanza della fede cristiana, l’eccedenza di questa fede e della visione d’uomo che essa comporta, il valore della differenza e il valore delle tradizioni e dei singoli popoli. Convinti che questo non impedisca la convivenza pacifica tra le genti ma anzi la renda possibile, perché nel dialogo e nel confronto libero e rispettoso si superano le paure e si mantiene viva la strada per la ricerca della verità, anelito che non si può cancellare dal cuore dell’uomo.

In questa fede umile e forte noi, carissimi amici, vogliamo radicarci sempre di più, anche se è esigente, ci chiede coerenza di vita e non si accontenta di parole o di segni di facciata. In questa fede e con questa fede vera, vorremmo che crescessero i nostri figli, assaporando la bellezza di una vita vissuta col Signore nell’amore generoso e magnanimo verso il prossimo. Con questa fede vogliamo costruire una società buona, accogliente, giusta e fraterna. È difficile, in specie coi tempi che corrono, ma non ci arrendiamo. Lo dobbiamo a Dio e ai nostri figli.

San Bartolomeo, apostolo di Cristo che per Cristo ha dato letteralmente la pelle, interceda per noi e ci aiuti ad essere gioiosi cristiani autentici, e soprattutto aiuti ad esserlo i nostri bambini.

+ Fausto Tardelli




Ai giovani pellegrini toscani in cammino verso Roma – Chiesa di San Francesco (10 agosto 2018)

Benvenuti, carissimi giovani.

Se non son mille, certo son molte e diverse le strade da cui venite. Avete camminato e faticato, in questi giorni caldissimi. Avete incontrato e ammirato, avete conosciuto e vi siete conosciuti, avete trovato ospitalità e al tempo stesso avete trasmesso gioia e voglia di vivere. Siete venuti da diversi luoghi della toscana e oltre. In questi stessi momenti, molti altri giovani da ogni parte d’Italia sono in cammino verso Roma.

Ora siete qui, ma la meta non è ancora raggiunta. Siamo infatti diretti appunto a Roma, presso la tomba dell’apostolo Pietro, per stringerci attorno al Papa Francesco; non tanto per vedere un uomo, quanto, riconoscendo il lui il successore dell’apostolo Pietro che il Signore ha messo a capo della sua chiesa, per essere confermati nella nostra fede. Ma la nostra vera meta non è nemmeno Roma, bensì Gesù Cristo. Noi siamo in cammino, carissimi giovani, verso Cristo, per essere afferrati e conquistati da Lui e gettare tutta la nostra vita in Lui, con Lui e per Lui, accettando la sfida di realizzare un mondo nuovo, migliore di quello che conosciamo, dove ci siano sempre meno guerre e odio, dove abiti giustizia e verità e che si apra senza paura al Dio dell’amore che Gesù ci ha rivelato. Il Papa Francesco vi ha invitato a ripensare la vostra vita, a fare discernimento, cioè a comprendere la chiamata che Dio vi fa. Ognuno infatti ha una chiamata da Dio, non è venuto al mondo per caso. Ognuno di noi è chiamato in modi diversi e originali, alla santità che è la pienezza dell’amore.

Oggi qui facciamo solo una sosta. Una sosta importante; non a caso a Pistoia, perché la cattedrale di questa città custodisce da tanti secoli, dal 1145 per la precisione, una reliquia dell’apostolo Giacomo, ricevuta direttamente da Santiago di Compostela, dove sono i resti mortali dell’apostolo Giacomo. Pistoia, chiamata la Santiago minor, custodisce la memoria preziosa di un grande apostolo, e per questo motivo è stata meta di pellegrinaggio, punto di partenza per il cammino; sosta di passaggio per raggiungere Roma, oppure la stessa Santiago.

Jacopo o Giacomo, grande testimone del vangelo, fu ucciso, primo fra gli apostoli, dal re Erode Agrippa a Gerusalemme poco dopo l’anno 40 dell’era cristiana. Detto «il maggiore», era fratello di Giovanni l’evangelista, col quale fu chiamato fra i primi discepoli da Gesù e fu sollecito a seguirlo. Gesù disse di lui che avrebbe «bevuto con lui il calice del sacrificio», cosa che in effetti si realizzò, quando Giacomo fu fatto decapitare da Erode Agrippa I.

Oggi la chiesa ricorda anche un altro grande testimone del vangelo: il giovane Lorenzo, diacono della chiesa romana. Era l’anno 258. A Roma il potere stava saldamente nelle mani dell’imperatore Valeriano che scatenò una delle ricorrenti e terribili persecuzioni nei confronti dei cristiani. Papa Sisto II subì il martirio con quattro diaconi il 6 di agosto, mentre si trovava nella zona del cimitero. Lorenzo era per l’appunto un altro dei diaconi di Papa Sisto II ma non fu ucciso subito, il 6 di agosto, insieme al Papa. Molto probabilmente, amministrando lui i beni della chiesa a favore dei poveri, le autorità romane pensarono di tenerlo in vita finché non avesse consegnato i beni della chiesa. Quando poi videro che Lorenzo non cedeva perché i beni della chiesa erano dei poveri e ai poveri erano stati tutti distribuiti, uccisero anche lui, il 10 agosto…. E la tradizione popolare dice che in quella notte cadono le stelle per ricordare le gocce di sangue che sprizzarono dal suo martirio o anche le scintille del fuoco della graticola sulla quale sarebbe stato posto.

Allora, carissimi giovani, sull’esempio dell’apostolo Giacomo e del giovane Lorenzo, sollecitati dal successore di San Pietro, il Papa Francesco, continuiamo a camminare. Questo il proposito, questo l’impegno. Il cammino è segno della vita, di quel cammino che ognuno è chiamato a compiere attraverso il tempo. Camminare esprime il desiderio e la voglia di realizzare qualcosa che valga per davvero, di dare un senso pieno alla propria esistenza. Il cammino della vita, lo sappiamo, spesso è pieno di incertezze, di cadute, di ripensamenti; spesso ci si ferisce e si rimane ammaccati. A volte è fatto di amarezze, di speranze deluse, di solitudini e tormenti. Non sempre è facile e a volte verrebbe anche la tentazione di fermarsi, stanchi e sconfortati. Ma no. Voi, in questi giorni, con il vostro camminare pronunziate una parola di speranza: state dicendo che la vita va vissuta, che la vita è comunque bella; che non ci si può arrendere nel pianto, ma ci si deve rialzare e riprovare sempre. Perché non c’è sconfitta che ci possa abbattere definitivamente; non c’è contrarietà o difficoltà che ci possa o ci debba fermare. La memoria di San Jacopo, oggi di San Lorenzo, ci fa capire che agli occhi di Dio non conta il successo delle nostre imprese e che non ci si deve impressionare se a volte può sembrare tutto inutile e l’impegno non portare frutto perché gli ostacoli sono troppo grandi e numerosi. Il martire, come Giacomo, come Lorenzo, all’apparenza furono degli sconfitti – chi è più sconfitto infatti di colui al quale è tolta la vita? – In realtà è proprio il testimone di Gesù che vince, e lascia una profonda traccia di bene nel mondo. Perché, come ci ha detto il vangelo “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.”

Ancora un’ultima cosa vorrei cogliere dalla figura di San Lorenzo: il suo amore per i poveri, la sua dedizione alle necessità dei bisognosi. La prima lettura di questa S. Messa tratta da San Paolo ai Corinzi ha sottolineato proprio questo aspetto fondamentale di San Lorenzo. San Paolo ci ha invitato ad essere generosi; a donare con gioia a chi è nel bisogno, perché Dio ama chi dona con gioia. Anche la figura di San Jacopo è da secoli legata al sorgere di luoghi di accoglienza, ospitalità, veri e propri ospedali.

E allora carissimi amici, continuiamo a camminare dietro al Signore, sulle orme dei santi, imparando a servire e ad amare come Lui. Pur nella nostra piccolezza, sentiamoci strumenti nelle mani di Dio per andare incontro alle necessità e i bisogni materiali e spirituali degli altri. Non ci è permesso voltarci dall’altra parte! Non ci è permesso farci prendere da quella che Papa Francesco ha più volte stigmatizzato, come la globalizzazione dell’indifferenza. Le persone che attendono, che hanno bisogno di una mano amica e fraterna, addirittura in certi casi solo per sopravvivere, sono molte. Qui da noi e nel mondo. Dovunque ci sono mani tese a cercare un conforto, un sostegno, la restituzione di una dignità, la liberazione dal male e dal maligno; protese a cercare giustizia e pace; a cercare vita; a cercare Dio, perché, come ha detto Gesù, “non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Cosa può fare ognuno di noi? Non lo so. Ognuno se lo deve chiedere nel fondo della propria coscienza. Ognuno di noi può e deve fare qualcosa. Siate dunque disponibili e pronti.

E allora, oggi pomeriggio, quando passerete davanti a quel frammento del corpo di San Jacopo, qui venerato da secoli, vi invito a chiedere a questo nostro fratello maggiore, tre semplici ma grandi cose: una fede forte, coraggiosa e gioiosa, da veri innamorati di Cristo; un cuore aperto e generoso che vede, sente e opera per il bene degli altri; infine la saggezza del discernimento, per scoprire quale sia il vostro posto nel mondo secondo la vocazione che Dio vi ha dato.

+ Fausto Tardelli,

Pistoia, 10 agosto 2018

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V Stazione Quaresimale – Chiesa di San Giovanni Fuorcivitas (23 marzo 2018)

Quinta stazione quaresimale
VI venerdì di Quaresima

San Giovanni Fuorcivitas 23 marzo 2018
Letture Messa “ad libitum”

Siamo ormai giunti al termine del nostro itinerario quaresimale che ci ha visto attraversare la città da un chiesa all’altra, andando dietro al Signore, per cercare Colui che ci ha cercato e trovato per primo. Una bellissima esperienza; un dono di grazia speciale.

Questa sera è il tripudio della vita. La resurrezione di Lazzaro, amico di Gesù, come la risurrezione del figlio della sunamita ad opera del profeta Eliseo, ci fanno sentire la gioia, il profumo, l’allegria della vita. Come è triste invece la morte, come è fredda, ghiaccia! Ed è anche terribile, per quella inesorabile decomposizione che comincia da subito e che fa dire a Marta nel vangelo, quando Gesù ordina di togliere la pietra dal sepolcro di Lazzaro: “Signore, manda già cattivo odore; è lì da quattro giorni”. E’ brutta la morte per cui chi è morto, lo si sottrae ben presto alla vista dei vivi, dentro una cassa, sotto terra, in un sepolcro, arso nel fuoco. Non si può durare a lungo a vedere la morte, a sentirne l’odore, a stargli vicino; ci fa male, fisicamente e moralmente.

Possiamo compiere tutti gli sforzi del mondo per assuefarci alla morte; possiamo tentare di esorcizzarla in ogni modo; cercare di tenerla lontana dalla nostra vista, dalla nostra esperienza….. Ma non c’è niente da fare. Pur nello stordimento della distrazione, essa, col suo carico di tristezza, di gelo e di ineluttabilità, torna ad assalirci sempre di nuovo. Qualcuno vorrebbe convincerci che è giusto che sia così per il ciclo vitale, per la necessaria rigenerazione di ogni cosa in spazio e tempo per forza limitati. Ma in realtà, tutto si ribella in noi di fronte alla morte. Non siamo fatti per la morte; no; non ci piace per niente, se non a chi, drammaticamente, non riesce a scorgere vie d’uscita alla sua situazione di sofferenza. La morte ci ripugna, perché contraddice tutto quello che ci piace, quello che desideriamo, quello che vorremmo: calore, gioia, movimento, allegria, amore, in una parola, vita. E sentiamo come una contraddizione inaccettabile venire alla vita, respirarla a pieni polmoni, magari superando grandi difficoltà, e poi finire nel vuoto di un sepolcro.

Per tutto questo, il miracolo della risurrezione di Lazzaro rappresenta una esplosione di gioia e di speranza. Come la risurrezione del figlio della sunamita. Trionfa la vita; le lacrime di tristezza e angoscia, si trasformano in pianto di gioia. Torna il calore; torna la luce nel buio del sepolcro, il profumo della vita trionfa come quello dei fiori di primavera nella stagione in cui tutto rinasce. E noi, sinceramente godiamo di tutto questo, perché ci piace la vita e, come dicevo, odiamo la morte.

Ciononostante, non possiamo non considerare il fatto che il ragazzo risuscitato da Eliseo e lo stesso Lazzaro, dopo essere tornati in vita, morirono di nuovo. Inesorabilmente. Ci verrebbe allora quasi da dire che tutto sia un’illusione e che alla fine, dalla morte nessun uomo può sfuggire. Forse però, occorre andare più in profondità e leggere le cose alla luce, non tanto della risurrezione di Lazzaro ma di quella di Cristo. Il Cristo risorto infatti ha vinto definitivamente la morte ed è risorto per non mai più morire, entrando in una condizione di vita nuova.
Alla luce di Cristo allora, morto e risorto per portare a compimento il disegno del Padre; morto e risorto nel segno dell’amore che è Dio stesso, possiamo comprendere che la vita vera, quella piena ed eterna, che già comincia quaggiù ma che si realizzerà definitivamente oltre la morte, è quella che si condensa nell’amore. La vita vera, assume tutto ciò che di bello, di gioioso, di luminoso c’è nell’esperienza umana; raccoglie tutta la densità dell’umano, anche della carne dell’uomo, delle sue passioni, dei suoi sentimenti, della sua sensibilità, per trovare però compimento, oltre ogni umana misura, nella conoscenza di Dio, nella figliolanza con Dio Padre, attraverso il Figlio unigenito Gesù Cristo, mediante l’effusione sovrabbondante dello Spirito Santo che “da la vita”, come proclamiamo nel credo.

Non possiamo non amare la vita, non possiamo non goderne, non possiamo non assaporarne tutta la bellezza, nonostante le contrarietà che si incontrano. Ben misera cosa sarebbe però fermarsi a gustare la superficie della vita, i suoi aspetti esteriori, le sue manifestazioni più contingenti se non andassimo invece al succo della vita; se non andassimo ad attingere alla fonte della vita vera che è Gesù Cristo; se non imparassimo a godere della gioia che ci viene da questa vita di Dio in noi, che è libertà dal peccato, pienezza d’amore, carità operosa nei confronti dei fratelli. In questo modo, niente di ciò che è veramente umano viene disprezzato o perduto, anzi, nella vita di grazia che lo Spirito Santo realizza in noi, tutto trova pieno significato e profondità.

Altrimenti, carissimi amici e fratelli, noi non siamo realmente vivi, nonostante le apparenze. Sembriamo vivi ma in realtà siamo morti. Anche se brindassimo tutti i giorni alla vita, anche se passassimo i giorni nella spensieratezza di tutte le possibili gioie terrene; anche se avessimo tutto e tutto ci potessimo permettere, saremmo nient’altro che dei morti che camminano per le strade. Morti dentro, perché in noi non ci sarebbe la vita di Dio, la vera vita, quella Grazia santificante che proviene solo da Dio e si realizza soltanto nell’amore da Lui ricevuto e a sua volta donato a Lui e agli altri. Ed è a motivo di questa terribile possibilità in realtà che Gesù, come dice il racconto evangelico, letteralmente “scoppiò in pianto”. Pensiamoci.

E pensiamo anche che alla luce interiore della Grazia, anche il morire terreno diventa occasione di lode e gratitudine.  È San Francesco a dircelo nel suo meraviglioso cantico delle creature: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a•cquelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male.”




IV Stazione Quaresimale (24 ore per il Signore) – Chiesa di San Paolo (16 marzo 2018)

Quarta stazione quaresimale
V venerdì di Quaresima

San Paolo 16 marzo 2018
Letture Messa “ad libitum”

Il Signore è mia luce e mia salvezza. L’abbiamo cantato come salmo responsoriale. È il canto che possiamo ben pensare sia stato quello del cieco nato del vangelo, risanato da Cristo.
Non sappiamo il nome di quest’uomo di cui parla l’evangelista Giovanni. Sappiamo solo che era un mendicante, che aveva ancora i genitori vivi ma che non si occupavano di lui. Sappiamo ancora che era un uomo senza tanti peli sulla lingua e molto concreto; sapeva il fatto suo e non aveva paura dei farisei, ai quali seppe tener testa con coraggio e ironia.

La forza, quest’uomo la traeva dall’evidenza dei fatti: era cieco, non vedeva, non aveva mai visto niente fin dalla nascita. A un certo punto, un uomo a lui sconosciuto gli si era avvicinato, aveva fatto del fango con la saliva e la terra, aveva spalmato questo fango sui suoi occhi, lo aveva mandato a lavarsi alla piscina di Siloe. Lui era andato, si era lavato e ora ci vedeva. Questo era il fatto. Anche se il testo non ce lo dice, possiamo ben immaginare l’emozione, lo scombussolamento, la gioia, la novità sorprendente che aveva coinvolto quell’uomo. Quello che gli era capitato, era assolutamente inaudito. “Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato”, dirà ai farisei, facendoli arrabbiare definitivamente e provocando la sua espulsione dalla sinagoga.

Questo cieco nato ha dalla sua, la forza dei fatti. Gli altri, i farisei, fan solo discorsi, chiacchiere, ideologia, esprimono pregiudizi, non vedono la realtà; sono davvero, loro, dei ciechi che, per giunta, pensano di vederci bene. Il cieco nato porta fatti concreti: “una cosa la so” – dirà ancora ai farisei – “ero cieco e ora ci vedo”.
Vorrei far notare che questo “fatto” è “capitato” al cieco. È sopravvenuto alla sua vita. Non lo ha cercato. Non risulta infatti dal testo che il cieco abbia chiesto la guarigione, come invece in altri casi descritti nel vangelo. Gesù ha preso lui l’iniziativa e lo ha guarito. Una iniziativa totalmente gratuita, totalmente staccata da qualsiasi richiesta del cieco. Del resto, anche nel primo dei segni compiuti da Gesù, secondo l’evangelista Giovanni, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Canaan, non risulta alcuna richiesta di intervento da parte degli sposi o di colui che guidava il banchetto.

Nel caso del cieco nato, l’iniziativa è presa da Gesù. E, si badi bene, nemmeno il secondo incontro con Gesù – perché il racconto ci presenta appunto due incontri di Gesù col cieco – neppure il secondo incontro, quello veramente decisivo per la salvezza del cieco, è ricercato da costui. È ancora Gesù che lo trova e gli chiede: “Tu credi nel figlio dell’uomo”?

Tutto ciò, carissimi amici, ci fa riflettere su di una verità che connota l’agire di Dio, sempre: è Lui che prende l’iniziativa e tutto viene da lui. Anche quando giustamente noi cerchiamo il suo volto, lo desideriamo, ci rivolgiamo a lui con la supplica del peccatore, ciò è possibile solo perché Egli con il suo amore ci ha prevenuto. Lui sempre ci ama per primo. Senza alcun nostro merito, senza alcuna nostra pretesa. Non è il nostro vuoto che chiede e fonda la sua pienezza. Non è l’uomo che crea Dio. È vero esattamente il contrario: è Dio che crea l’uomo e imprime nell’uomo la nostalgia di Lui. È il Signore che ama infinitamente e dona infinitamente se stesso a noi ed è ancora lui, luce del mondo che fa scoprire la novità gioiosa del vedere e svela la bruttura delle tenebre del male che sono in noi e nel mondo, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Di fronte alla guarigione del cieco nato dunque dobbiamo innanzitutto inchinarci all’iniziativa di Dio che ci viene incontro, che viene incontro all’uomo. Mai ci dovremmo stancare di meditare questo muoversi di Dio nei confronti dell’umanità, nei confronti di me, di ciascuno di noi. La vita cristiana inizia laddove ci si riconosce cercati e amati; laddove ci si riconosce voluti e pensati con amore. Il primo atto della vita cristiana non è un atto, bensì una passività totale: è accorgersi di essere cercati e trovati; che c’è uno che è totalmente per noi, Gesù di Nazareth, figlio di Dio, che mi tocca con la sua mano, applica sui miei occhi il medicamento realizzato con la sua saliva e con la terra, che, come commenta Sant’Agostino indica la salvezza dell’uomo fatto di terra attraverso la parola di Cristo; il quale ancora mi purifica con l’acqua della piscina di Siloe, cioè l’acqua dell’inviato” – questo è il significato di Siloe – l’acqua viva che è cioè Cristo stesso, nella quale siamo stati immersi mediante il battesimo.

Meditando la vicenda del cieco nato, c’è ancora altra cosa su cui riflettere. Anche noi, come il cieco nato, dovremmo vivere della certezza di un fatto molto concreto: che cioè siamo stati guariti; ci è stata donata la vista. Siamo stati cioè resi partecipi della vita di Cristo. Tutti gli uomini nascono ciechi a causa del peccato di origine. Ma noi siamo stati inseriti nella morte e risurrezione di Cristo; siamo stati battezzati; abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito. Son fatti, questi, non discorsi. Un fatto talmente evidente nella nostra vita – così dovrebbe essere – da darci forza per affrontare qualsiasi avversità, per resistere di fronte a chi imbroglia le carte e continuamente ci dice che la nostra fede è una fantasia superstiziosa; di fronte alle contestazioni che ci vengono dai farisei di ogni tempo; di fronte al riso di chi ci ripete che siamo pieni di peccati e quindi non possiamo insegnare niente a nessuno. Di fronte a tutto questo noi dovremmo saper rispondere non tanto con la forza di idee convincenti – anche queste certamente servono – ma prima di tutto con la semplicità disarmante dei fatti: ero cieco; ora ci vedo. Ero malato, Cristo mi ha guarito; ero perduto e il Signore mi ha ritrovato.

Forse però allora è proprio qui che nasce il bisogno di riconoscere i nostri peccati e di umiliarci di fronte a Dio e quindi la necessità della confessione delle nostre miserie. Lo dobbiamo dire infatti: tante volte, l’essere stati fatti partecipi della salvezza; l’essere stati fatti rinascere come figli di Dio; l’essere stati illuminati dalla Grazia non è un fatto, nella nostra vita. Non è la certezza della nostra vita; non è la roccia su cui poggia la nostra esistenza. Non è esperienza vissuta; non è gioia di chi ha ritrovato la vista; non è entusiasmo di chi è stato liberato dalle catene e finalmente si sente libero. È una fede sbiadita, scolorita, la nostra. Abitudinaria e mesta. Ed è precisamente in questo contesto di fiacchezza della nostra fede che diventano facili i tradimenti della legge del Signore, le ottusità nei confronti dei fratelli; i compromessi con i nostri vizi, l’accomodamento alle logiche egoistiche del mondo.

Allora però, fratelli e amici carissimi, facciamo nostre stasera le parole del profeta Michea che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Siano la nostra preghiera, questa sera: “Sopporterò lo sdegno del Signore perché ho peccato contro di Lui, finché egli tratti la mia causa e ristabilisca il mio diritto, finché mi faccia uscire alla luce e io veda la sua giustizia.




III Stazione Quaresimale – Chiesa di San Bartolomeo (2 marzo 2018)

Terza stazione quaresimale

IV venerdì di Quaresima – San Bartolomeo 2 marzo 2018 – Letture anno A

L’abbiamo sentito ora nel vangelo: una donna si reca al pozzo per attingere acqua. Ne ha bisogno. L’acqua è infatti una necessità per l’uomo. Non sappiamo che cosa stesse pensando quella donna, che cosa stesse rimuginando tra sé nel tragitto solitario che la conduce al pozzo in quell’ora calda del giorno – era mezzogiorno. Ce lo possiamo forse immaginare: a casa un uomo ad attenderla; il suo compagno. È il sesto uomo della sua vita. È già stata sposata per 5 volte. Ora si è accompagnata con un sesto uomo, senza sposarsi. È per giunta una samaritana; cioè reietta dal popolo ebraico. Chissà quante cose le passano per la testa in quel momento. È stanca di dover venire ogni giorno al pozzo. Forse anche della sua vita un po’ sconclusionata, emarginata. Ha bisogno d’acqua. È lì per questo. Ma in lei possiamo riconoscere benissimo un’altra sete, quella forse di riuscire a dare finalmente una svolta alla sua vita, dopo i fallimenti sperimentati; forse è anche un po’ scoraggiata di fronte alle macerie della sua esistenza. Lo si capisce bene da tutto il dialogo che si instaura con Gesù e dal finale del racconto. Riprendendo la prima lettura dal libro dell’esodo, possiamo benissimo vedere nella sete della donna, tutta la sete di un popolo e del mondo intero: “in quei giorni il popolo soffriva per mancanza di acqua”.

Davanti alla donna c’è Gesù. È lì, al pozzo, stanco, affaticato, affamato – i suoi erano andati a cercare del cibo. Si è seduto e anch’egli ha sete. Una profonda sete. Ma non dell’acqua del pozzo. Egli ha sete dell’anima di quella donna; ha sete dell’anima di ognuno di noi; ha sete di me e della mia vita. Egli, stanco, sta cercando me, come canta un antico e ingiustamente abbandonato inno liturgico: “quaerens me sedisti lassus” Tu, signore sedesti stanco per cercare me, per darmi il tuo amore, per salvarmi dal non senso della mia vita, dal male nel quale spesso sono incatenato. La stanchezza del Signore Gesù è la sua croce d’amore, è la fatica del buon pastore che va per dirupi e rovi a cercare la pecora perduta e caricarsela sulle spalle. La richiesta che Gesù fa alla donna, rileva questa sua sete: “dammi da bere”, cioè, dammi la tua anima, dammi la tua persona, lasciati amare, lasciati salvare, apri il tuo cuore a me e sarai salva.

Due assetati dunque s’incontrano nel racconto evangelico: la sete della donna e quella di Cristo si incontrano. L’una è in cerca di salvezza, anche se ancora bene non lo sa. Sarà necessario tutto il dialogo d’amore di Cristo perché lo comprenda e capisca dove può trovare l’acqua che zampilla per la vita eterna. L’altra sete, quella di Cristo, è in cerca di lei e di noi, di ciascuno di noi per donarci l’acqua via del suo amore, l’acqua che disseta e ristora, purifica e fa germogliare la vita. Se queste due seti si incontrano è esplosione di gioia, è trionfo di speranza; è l’inizio di un giorno nuovo splendente di sole, di un sole che non tramonta.

Che la nostra sete e quella di Cristo si incontrino: questo allora c’è da augurarsi stasera, per la nostra vita, per il nostro cammino quaresimale che ci conduce alla Pasqua. Che si incontrino: lo dobbiamo desiderare, attendere, cercare, con tutte le nostre forze. Non solo per noi e per la nostra vita ma per la vita del mondo, per ciascuno dei quasi 8 miliardi di persone che abitano la faccia della terra.
Questo desiderio, questa speranza dell’incontro di una sete con l’altra, si accompagna però a sofferenza, purtroppo, perché non sempre accade, sia nella nostra vita personale, che in quella delle nostre comunità e società, come nel mondo.

“In quei giorni, il popolo soffriva per la mancanza di acqua”. Parole antiche, dell’esodo… Ma quanto attuali! Quanto contemporanee, quanto dolorosamente vere. Perché, anche materialmente è proprio così: oggi un sacco di persone soffrono per la mancanza di acqua. “Sono circa 900 milioni le persone che non hanno accesso ad acqua potabilmente sicura. Sono almeno 1,8 milioni i bambini sotto i cinque anni che muoiono ogni anno per malattie collegate alla qualità dell’acqua: uno ogni 20 secondi.” (fonte Il Corriere). Un dramma incredibile che non ci può lasciare indifferenti e che ci deve vedere in qualche modo impegnati alla sua risoluzione. Ma le parole dell’Esodo sono attuali perché il dramma della mancanza di acqua per tanta gente, ci rivela il dramma ancora più grave, della mancanza dell’acqua viva, dell’acqua della Grazia nel cuore delle persone.

Non è difficile riconosce che siamo tutti degli assetati, che abbiamo sete di vita e di amore, sete di gioia e di bene, sete di felicità e di pace….. non è difficile riconoscerla, questa sete, dentro di noi e nel cuore dell’umanità. Al tempo spesso però dobbiamo riconoscere che spesso non ci si abbevera alla fonte buona. Spesso la nostra sete, la si soddisfa bevendo acqua putrida, di pozzanghere sudice e maleodoranti, acqua velenosa; all’apparenza cristallina e pura ma in realtà piena di germi mortiferi. Dobbiamo riconoscerlo, quest’oggi in particolare, nel cammino della quaresima e domandarci seriamente dove ci abbeveriamo, da dove attingiamo l’acqua e se l’acqua che attingiamo non sia per caso inquinata. Domandiamoci qual è l’oggetto dei nostri desideri; che cosa cerchiamo; quali sono le soddisfazioni che andiamo cercando; le nostre nascoste aspirazioni; i piaceri con i quali ci illudiamo di compensare la nostra sete di amore vero. Domandiamoci inoltre se per soddisfare la nostra sete, invece di amare e donare come ci ha insegnato il Signore, sfruttiamo gli altri, utilizzandoli per i nostri fini.

Sia come sia, però il Signore Gesù continua a dirci come alla samaritana: dammi da bere. Apri il tuo cuore a me; se tu cerchi l’acqua viva della vita eterna, vieni a me. L’acqua che cerchi “sono io, che parlo con te”. E ce lo dice anche questa sera, qui, in questa celebrazione eucaristica dove l’altare è per tutti noi, il pozzo di Giacobbe dove egli ci attende.




II Stazione Quaresimale – Chiesa di San Paolo Apostolo (2 marzo 2018)

Seconda stazione quaresimale

III venerdì di Quaresima
(Anno b 2 marzo 2018)

La storia di Giuseppe venduto dai fratelli è davvero tragica. Assomiglia a tante vicende drammatiche che purtroppo riempiono la cronaca anche dei nostri giorni. Episodi antichi, di estrema attualità che ci fanno pensare a come l’uomo rimanga alla fine sempre lo stesso, quantunque il cosiddetto “progresso” avanzi, nonostante la tecnologia faccia passi da gigante e dia a qualcuno letteralmente alla testa, facendogli credere che è e sarà la risoluzione di tutti i problemi dell’uomo.
La vicenda di Giuseppe trova riscontro nella parabola raccontata da Gesù nel vangelo di Matteo. Qui siamo di fronte a una parabola, ma come sappiamo bene, Gesù prende spunto dalla vita quotidiana, dall’esperienza, dai fatti concreti della vita. Perciò non è difficile pensare alla veridicità della storia dei contadini che percuotono i servi del padrone della vigna, che li bastonano, fino ad arrivare a uccidere il figlio stesso del padrone della vigna. Anche queste son vicende drammaticamente attuali.
Di fronte a tutti questi fatti, almeno noi, che tendiamo a considerarci tutto sommato abbastanza buoni e bravi, ci vien da domandarci come sia possibile che accadano queste cose; come sia possibile che ci siano uomini e donne che compiono simili gesti; in definitiva, forse commiseriamo ma osservando i fatti dal di fuori, prendendone le distanze.
Però il sacro tempo della quaresima ci richiama ad altre considerazioni; a cambiare mente e mentalità, ad assumere un punto di vista diverso rispetto alla semplice constatazione dei drammi della storia umana, magari accompagnata da un lamento per i tempi tristi che stiamo vivendo. Troppo facile cavarcela così! La questione in realtà è più profonda e ci interessa da vicino, ci coinvolge personalmente. E parte dal motivo per cui e la storia di Giuseppe venduto dai fratelli e la parabola dei contadini malvagi ci vengono stasera raccontati in questa liturgia.

E’ chiaro infatti che la figura di Giuseppe rimanda a quella di Cristo, venduto dai suoi stessi amici ai capi del popolo di Israele; non accolto, anzi rifiutato proprio da coloro che erano il suo popolo; da coloro – come i discepoli – che per primi avrebbero dovuto riconoscerlo. Com’è del resto chiaro, per le parole stesse di Gesù riportate nel vangelo, che in quel figlio inviato dal padrone della vigna e trucidato dai contadini malvagi, c’è Lui, il Figlio unigenito, crocifisso da coloro che avrebbero dovuto custodire e far fruttificare la vigna del Padre.

Questa sera allora, ognuno di noi è messo davanti a Cristo. Anzi, è Lui, il Signore Gesù che si pone davanti a noi e ci fissa coi suoi occhi che vedono ogni cosa, anche le profondità della nostra anima. E davanti a lui siamo invitati a scegliere nuovamente: o con Lui o contro di Lui. Anzi, per la verità, prima ancora – e questo ci produce grande sofferenza e ci fa enorme fatica accettarlo – stasera Lui ci invita a identificarci coi fratelli che hanno venduto Giuseppe; coi contadini che hanno ucciso il figlio del vignaiolo. Si, proprio noi; si, proprio io, ho venduto, ho ucciso. Ho venduto, ho ucciso Lui, Gesù, con la mia indifferenza, con la mediocrità della mia fede, con la mia indolenza, con la mia superficialità, con il mio cedere sempre di nuovo agli impulsi dell’uomo vecchio fatto di gelosie, di invidie, di rancori, di pigrizia, di lussuria, di ipocrisia. Abbiamo venduto e ucciso Lui, quando non abbiamo obbedito ai suoi comandamenti, quando ci siamo voltati da un’altra parte di fronte al fratello, quando non abbiamo servito, amato, abbracciato chi era nel dolore, o abbiamo insultato, maledetto, offeso l’altro. E ciò che abbiamo fatto, unito al peccato di altri, ha reso possibile i drammi che riempiono le cronache di ogni giorno. Senza che neanche ce ne rendiamo conto. Stasera allora, è proprio questo che qui accade: Gesù parla di noi, parla a noi e noi siamo davanti a lui. Lui, con calma, fissandoci negli occhi e dentro il cuore, ci racconta la storia di Giuseppe venduto dai fratelli. Non ci accusa; non ci condanna; semplicemente ci racconta quella storia e ci chiede di ascoltarla; è sicuro che ne capiamo il significato. E, come se non bastasse, con la stessa calma, ci racconta anche la parabola dei contadini malvagi. Scandisce le parole, perché entrino in noi e ancora, perché noi capiamo da soli; continuando a fissarci negli occhi, mentre noi facciamo fatica a sostenere il suo sguardo; non c’è rabbia nel suo sguardo, non c’è risentimento, solo infinito amore, ma proprio per questo non riusciamo a sostenerlo.

Cos’è tutto questo, una tortura? Una modo per colpevolizzarci e buttarci a terra? Un modo per distruggerci, facendoci sentire in colpa, anche se, alla fine, potremmo dire, nessuno di noi ha venduto fratelli o ha ucciso qualcuno? No di certo. Il Signore Gesù svela la radice del male che è in ognuno di noi, la necessità di vigilare perché l’uomo vecchio non prenda il sopravvento, perché guardando in faccia il male che ci attacca, lo possiamo prevenire confidando in Lui. E’ questo alla fine ciò che conta e ciò che il Signore vuole da noi. Che smettiamo l’atteggiamento farisaico di chi si crede giusto e di non aver bisogno di guarigione e assumiamo invece l’atteggiamento che onora la verità, facendoci prendere coscienza di avere un assoluto bisogno del tocco della mano di Dio per la nostra salvezza.

La storia di Giuseppe in effetti ha un lieto fine, potremmo dire. Giuseppe, proprio lui, odiato dai fratelli, sarà quello che salverà i fratelli, quando, mossi dalla carestia, cercheranno rifugio in Egitto dove Giuseppe è diventato importante. Lo scartato diventa il salvatore. Un salvatore che volentieri, senza recriminazioni, senza rimostranze, salva i fratelli, senza alcun loro merito. Così la parabola dei contadini ci dice che il figlio ucciso, Gesù, darà salvezza agli uomini. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo di quell’edificio nuovo che è la nuova umanità che inizia dal nostro cuore pentito e redento. A partire da stasera.




I Stazione Quaresimale – Pieve di Sant’Andrea (23 febbraio 2018)

Prima stazione quaresimale

II venerdì di Quaresima
(Anno b 23 febbraio 2018)

Abbiamo iniziato il tempo della Quaresima ascoltando l’invito del Signore a convertirci. La consapevolezza della necessità della conversione non nasce prima di tutto dalla coscienza del male che abbiamo commesso o della strada sbagliata che stiamo percorrendo. Nasce piuttosto dalla parola di Dio che ci chiama alla conversione. Nasce dalla iniziativa di Dio nei nostri confronti. Nasce dal suo amore, perchè a Lui sta a cuore che noi viviamo e viviamo in pienezza.

Solo ascoltando con attenzione il Signore che ci parla, solo contemplando il suo amore misericordioso che si è manifestato sulla croce, noi siamo spinti a guardare alla nostra vita in profondità e abbiamo la luce necessaria per scandagliare il male che è in noi, riconoscere che abbiamo peccato, anzi, che siamo nel peccato, che abbiamo una mentalità sbagliata, un modo di vedere le cose che non è quello di Dio, un modo di ragionare lontano dal vangelo e che ci manca ancora molto ad essere come Dio ci vuole.

E’ il Signore che ci guida a riconoscere i nostri mali. Noi non siamo in grado di fare una diagnosi vera. L’ intendimento del Signore che ci vuole aprire gli occhi sui nostri mali per essere guariti e gustare la dolcezza del suo amore, è chiaramente dichiarato nella lettura del profeta Ezechiele che abbiamo ascoltato poco fa. Dice Dio: forse io ho piacere della morte del malvagio? O non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? Dio dunque vuole il nostro bene; non vuole la distruzione dell’uomo; ci ama e ci vuol far partecipi della sua vita. E’ per questo che ci invita a conversione, a guardare dentro di noi laddove forse abbiamo lasciato che spuntasse e crescesse la gramigna del male. Ci invita, come capiamo dalla lettura di Ezechiele, a vedere bene come stiamo usando la nostra libertà; che cosa ne facciamo; se la usiamo per compiere la sua volontà oppure per dare sfogo al nostro io prepotente e superbo.

Allora, carissimi amici e fratelli, ciò che dobbiamo fare innanzitutto in questo sacro tempo di Quaresima è lasciarci raggiungere dalla parola di Dio; lasciarci contestare dall’amore di Dio; lasciarci scuotere da lui, ascoltando con cuore aperto e piena attenzione le Sacre Scritture e mettendoci di fronte a Cristo crocifisso; a Cristo che ci apre le sue braccia come risorto con i segni della passione e della croce. Facciamoci dunque scuotere dal Signore e smuovere dal suo pressante invito alla conversione, che va preso estremamente sul serio, non come un atto di ostilità nei nostri confronti ma come un profondo atto d’amore. Guardiamoci dentro, portando alla luce i malanni spirituali che abbiamo, illuminando le zone d’ombra della nostra coscienza, esaminando con attenzione noi stessi, sempre con la fiducia di chi sa di manifestare i propri mali a chi può guarirci col suo amore misericordioso. Il Signore ci fa capire che siamo malvagi. Si, siamo malvagi, ma, come ci ha detto tramite il profeta Ezechiele, “se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso.”

Nel racconto evangelico troviamo ancora l’invito alla conversione. Lo troviamo con un’altra espressione che però possiamo dire ha lo stesso significato: “Gesù disse ai suoi discepoli, se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. L’invito alla conversione, nel vangelo di stasera è l’invito ad essere giusti, di una giustizia non come quella degli scribi e dei farisei che era limitata, ipocrita, legalista. Gesù infatti ci chiama ad avere un cuore giusto, cioè buono, a misura di Dio stesso che è bontà infinita. La chiamata di Cristo svela la grettezza del nostro cuore, porta alla luce la nostra incapacità di amare, quali e quanti ostacoli poniamo nell’amare il nostro prossimo come noi stessi. Le considerazioni di Gesù riportate dal vangelo di Matteo sono abbastanza pungenti e ci fanno male, perché toccano nervi scoperti. In poche parole, Gesù afferma che si può uccidere il nostro prossimo anche con la nostra ira, la nostra rabbia; che è condannabile chi offende il prossimo; che addirittura se tu sai che il tuo fratello ha lui, qualcosa contro di te, devi esser tu a cercare di riconciliarti per primo. Eh si! Queste parole di Gesù toccano davvero dei nervi scoperti della nostra anima, specialmente di noi oggi così inclini, anche attraverso i cosiddetti social, a offenderci, a dirci le peggio cosa, ad augurare ai nostri nemici le peggiori disgrazie; oggi, quando sembra di moda essere violenti e arroganti. Ma le parole di Cristo pungono anche tra di noi. Dentro le nostre comunità, dentro la chiesa, quante chiusure, quanti giudizi malevoli, quante offese, maldicenze, rabbia, invidie e gelosie!

Ancora una volta, dobbiamo essere convinti che se il Signore ci contesta e ci invita a conversione, a una giustizia superiore, non lo fa per distruggerci e perché ci vuole male. Se è severo con noi, non è perché voglia la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

All’inizio del tempo quaresimale, accettiamo allora di buon grado che il Signore ci contesti e ci metta in crisi; che ci faccia capire i mali che abbiamo dentro; facciamo con serietà il nostro esame di coscienza di fronte a Lui e al suo amore. E consapevoli della nostra debolezza, preghiamo levando la nostra supplica, accorata e sincera: convertici a te Signore con la grazia del tuo amore e noi ci convertiremo.




Inaugurazione Centro Maic (Pistoia 9 febbraio 2018)

Inaugurazione nuovo Centro Maic (Pistoia)

9  febbraio 2018

 

Dalle finestre di casa mia ho la gioia di poter vedere le montagne, le nostre montagne. Le colline vicine alla città sparse di paesi e di case; poi più su, alzando gli occhi, le cime dell’appennino, ad oggi ancora innevate. Il tutto, quando poi c’è il sole, incorniciato da un cielo azzurro, da godimento straordinario agli occhi. Davvero un bel vedere.E mi vien da pensare: ma guarda un po’ il buon Dio che ha creato ogni cosa, come si è preoccupato di mettere l’uomo dentro un giardino affascinante di bellezza. Ci ha circondato di bellezza; ci ha avvolti in un mare di bellezza. Sicuramente l’ha fatto perché all’uomo gli fa bene; perché l’uomo fosse in qualche modo educato da tanta bellezza e imparasse ad aprire il suo cuore, la sua mente, la sua bocca e le sua mani alla riconoscenza e all’amore.

Il centro che oggi viene inaugurato, nella sua parte totalmente nuova e in quella vecchia ristrutturata, direi che vuole copiare il buon Dio. E ha fatto bene chi ha pensato, voluto e realizzato questa impresa straordinaria, perché ha voluto circondare di bellezza chi, per qualche motivo – riprendendo la parola del vangelo che abbiamo ascoltato – è “sordomuto”, cioè debilitato e fragile. Così facendo, chi ha voluto questo centro, si è reso strumento nelle mani di Dio e partecipe del suo amore misericordioso verso ogni uomo.

Credo che oggi dobbiamo davvero rendere grazie a Dio per gli uomini e le donne che hanno reso possibile ciò che è la MAIC; con le sue strutture ma ancor più con i suoi servizi alla persona in difficoltà e ancora di più per l’amore che sempre è scorso a fiumi qui dentro. E penso a quando questa bella storia è iniziata – io non c’ero allora, ma ne vedo i frutti e questo mi fa dire che è stata una bella storia; penso alle fatiche del percorso, anche agli errori fatti come alla generosità di tanti; ai benefattori, agli operatori: veramente una bella storia d’amore. Penso però soprattutto ai ragazzi con disabilità che, insieme alle loro famiglie, hanno costituito da sempre la vera ricchezza di questo luogo. Vorrei anzi dire che sono stati proprio questi ragazzi e queste ragazze il dono di Dio per noi. Sono stati e sono proprio loro ad alimentare la bellezza di questo luogo. Gli altri, i fondatori, i benefattori, gli operatori, non hanno fatto altro che cogliere la bellezza delle loro vite preziose e farsene interpreti. In questo senso, credo di poter dire che la bellezza di questo centro rinnovato è solo manifestazione esterna dello splendore della presenza di Dio nella vita di questi ragazzi. Sono loro ad aver dato bellezza a questo luogo; loro sono i veri artefici di ciò che oggi noi tutti ammiriamo. La loro bellezza ha conquistato chi gli è stato vicino e ha influenzato in modo determinate chi ha voluto e realizzato questa struttura.

La realtà della MAIC è dunque qualcosa di cui la città di Pistoia deve andar fiera, come anche la chiesa pistoiese che non può non vedere in essa un frutto bello del seme del Vangelo seminato nella nostra terra. La città innanzitutto; perché la MAIC ha insegnato a questa città a porre attenzione, un’attenzione operosa, intelligente e amorosa, a coloro che sono più deboli e fragili dentro la società. Oggi, purtroppo si va diffondendo una triste e pericolosa mentalità che considera la vita degna di essere vissuta soltanto se è efficiente, giovane, sana, ricca di possibilità e di opportunità, agiata. Altrimenti si considera un vuoto a perdere, uno scarto da buttare, un’inutile causa di sofferenza e disagio. E chi non raggiunge gli standard considerati accettabili per meritarsi di vivere è bene che si tolga di mezzo, perché è soltanto un peso. E si ha anche la sfrontatezza di far passare per pietà ciò che invece è discriminazione e violenza. La tristezza di questa mentalità che purtroppo certe leggi alimentano, inquina e rende invivibile le nostre contrade. La MAIC, in questo senso è un vero polmone di ossigeno per la città, perché qui, la vita di un uomo è sacra e da custodire e accudire con amore, sempre, comunque essa sia, dal concepimento fino alla morte naturale.

Oltre che la città, anche la chiesa pistoiese – tutta intera – si deve rallegrare per quello che è la MAIC, perché non può non vedere in essa la realizzazione della pagina evangelica che abbiamo ascoltato. In essa si parla di Gesù che incontra un sordomuto. Non si accontenta di parlargli. Lo tocca, entra in contatto fisico con lui. Addirittura mescola la sua saliva con quella del malato. Poi con la parola che è preghiera al Padre, Effatà” apriti, compie il miracolo. E lo stupore è grande così che la gente diceva: “Ha fatto bene ogni cosa.: fa udire i sordi e fa parlare i muti”.
Credo proprio che questa pagina evangelica sia esperienza quotidiana alla MAIC. Lo sia stata fin dalle origini e ancora oggi. Qui il vangelo si incarna; qui si vedono i segni del Regno di Dio; qui si tocca con mano la forza dell’amore; qui la chiesa si fa viva e quotidiana esperienza. Questo luogo non è certamente esente da egoismi e rancori; non siamo ancora nel paradiso. Ma un pezzo di paradiso, questo si, un po’ lo è la MAIC. Perché ogni giorno qui si rinnova il miracolo dell’amore che fa fiorire vite che agli occhi del mondo sembrerebbero inutili o perse. Soprattutto perché alla MAIC è chiaro che la potenza che opera è quella di Dio; che tutto si deve a Gesù Cristo morto e risorto; tutto è affidato alla intercessione materna della Madre di Dio.

Effatà è la parola con cui Gesù guarisce il sordo muto. È anche la parola che si pronuncia nel battesimo nella rigenerazione degli uomini a vita nuova. Consapevolmente, chiaramente anche se umilmente, la MAIC professa l’unico Signore che è la via, la verità e la vita e a Lui si rifà per trovare forza e energia. Se la MAIC per sventurata circostanza dimenticasse questo suo fondamento essenziale e indispensabile, si condannerebbe ad essere una struttura senza anima la cui bellezza esteriore a poco le gioverebbe.

Ecco perché benediciamo quest’oggi il centro rinnovato. Non è una formalità nè un gesto magico. È un atto di fede con il quale innanzitutto benediciamo il Signore, cioè diciamo bene di Lui che ci ha concesso di giungere a questo giorno e realizzare quanto è stato realizzato. È un atto di fede, con il quale vogliamo riconoscere il bene che qui è stato donato da tanti, a partire da don Renato Gargini che ha dato tutto se stesso a questa opera d’amore. È un atto di fede, con il quale intendiamo affidare questo centro e tutta la MAIC al Signore e alla Vergine Santa e lo affidiamo al Signore e a sua Madre Maria, perché gli ospiti di oggi e di domani qui trovino sempre amore vero; perché chi qui opera si senta sempre motivato a dare il meglio di se per il bene degli altri; perché chi ha la responsabilità della guida abbia la lungimiranza di guardare con sapienza al futuro; perché tutti coloro che entrano in contatto con questa realtà respirino un’aria di fraternità e di pace e ne siano consolati.

+ Fausto Tardelli, vescovo




Solennità dell’Epifania (6 gennaio 2018)

 

EPIFANIA 2018

CATTEDRALE DI S.ZENO

Dio si è fatto uomo per attrarre tutti a sé e condurre tutti nella comunione piena con Lui. Il Figlio unigenito di Dio, consostanziale con il Padre e con lo Spirito santo, ha preso un corpo umano, dimorando come uomo in mezzo a noi, rendendosi visibile a noi – perché Dio nessuno lo ha mai visto, soltanto il figlio unigenito ce lo ha rivelato – perché ogni uomo, di qualunque razza e colore, di qualunque lingua e paese della terra, lo potesse incontrare e, liberato dal peccato, avere salvezza eterna. Dalla grotta di Bethleem si irradia una luce interiore e vittoriosa sulle tenebre maligne del mondo, che attira ogni uomo e ogni popolo verso la fonte dell’amore e della vita che è Dio.

La festa liturgica della epifania ci fa rivivere esattamente questo; ce ne da consapevolezza; ci spinge alla gioia e alla gratitudine, ci invita a lasciarci guidare dalla luce di Dio che si è manifestata nella notte del Natale del Signore.

Con le parole di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura, si esprime chiaramente il senso della festa odierna, seppure come profezia. E’ Dio che parla, e si rivolge a Sion, a Gerusalemme, al suo popolo invitandolo ad alzarsi in piedi nello splendore della luce. “Alzati, rivestiti di luce”, dice Dio. Bellissimo davvero questo invito che Dio rivolge a ciascuno di noi stamani, forse ancora troppe volte ripiegati su noi stessi, a piangerci addosso, intenti a leccarci le ferite della vita oppure spenti e chiusi nel nostro tran tran quotidiano, tristi e fiacchi per le nostre miserie e per come vanno le cose del mondo. “Alzati, rivestiti di luce!”. Alzati in piedi, su, guarda lontano, respira a pieni polmoni, “rivestiti di luce”. Non solo “lasciati illuminare” ma “rivestiti” di luce. Rivestirsi di luce è una espressione, straordinaria. Difficile anche da immaginare tanto è bella: essere rivestiti di luce sta a indicare una luce che ci ricopre completamente, dando alla nostra persona una lucentezza, una luminosità che si diffonde, che rallegra, che attrae. E’ per simboleggiare questo rivestirsi di luce che l’abito del sacerdote nella liturgia splende di bellezza e luminosità, con riflessi d’oro e d’argento; come splende per il suo candore luminoso la veste bianca del battezzato, di chi rinasce a vita nuova. Come pure la veste bianca di chi nella chiesa svolge un ministero liturgico, come è per stamani di Antonio, Alessio ed Eusebio che diventeranno l’uno lettore e gli altri accoliti.

Ancora attraverso la profezia di Isaia, Dio dice al suo popolo che tutte le genti della terra sono attratte dalla luce che Egli ha portato nel mondo e di cui è stato rivestito il suo popolo. Egli ci dice: “Alza gli occhi e guarda; tutti costoro si sono radunati, vengono a te”. Per una volta almeno, carissimi fratelli e sorelle, alziamoli davvero gli occhi intorno e guardiamo: non si è forse realizzata la profezia di Isaia? La parola di Dio non si è forse attuata? Guardate, carissimi, quante persone, quanti popoli, quante lingue, nazioni e culture, lodano oggi il Signore, illuminate dalla luce del vangelo! Da ogni angolo della terra si leva il canto della lode. Migliaia e migliaia di uomini e di donne, si sono lasciate illuminare dal Signore! In ogni parte della terra è diffuso il popolo di Dio e la chiesa splende della luce di Cristo, anche attraverso il martirio, la testimonianza condotta fino al versamento del sangue. Mi direte che certo, tante sono le inadempienze, tanti i peccati dei cristiani, dei figli della chiesa; che per tanti, l’appartenenza al popolo di Dio è forse solo nominale. Ma faremmo un torto a Dio se non riconoscessimo che queste ombre non intaccano la luminosità di un fatto: che alla luce di Cristo sorta a Natale è accorsa una moltitudine immensa di genti, nel passato e ancora oggi, con testimonianze di vita santa straordinarie. Oggi possiamo e dobbiamo dire con assoluta certezza che la parola di Dio si è realizzata e che quanto la antica profezia annunciava, ha effettivamente trovato riscontro nei fatti. Siano dunque rese lodi a Dio che è fedele alle sue promesse!

San Paolo, nella seconda lettura, esprime in poche parole quello che è appunto il disegno di Dio, il suo progetto sull’umanità; quello che già era adombrato per l’appunto nelle parole profetiche di Isaia: “che le genti – tutti gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo – sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo”.

Verità che troviamo plasticamente raccontata nel vangelo di Matteo con la vicenda dei “magi”, uomini sapienti d’oriente, scrutatori degli astri, non ebrei, rappresentanti dei popoli della terra. Essi si muovono dalle loro terre in cerca del re dei re. Una stella li guida. Camminano e camminano attratti dalla luce e giungono a Betlemme di Giuda. Lì è sorta la luce del mondo, Cristo salvatore. Offrono a lui doni mirabili, adorando il bambino. Essi devono affrontare anche le tenebre del mondo. Si imbattono nel perfido Erode, re d’Israele. Ma questi sapienti d’oriente, anche passando attraverso le tenebre della malvagità umana, raggiungono  a luce e, illuminati da questa luce, tornano alle proprie terre, evitando la cattiveria di Erode.

Aldilà della storicità del racconto, riportato soltanto dall’evangelista Matteo ma presente in molti vangeli apocrifi, il significato che l’evangelista da alla vicenda è chiaro ed è insieme riconoscimento della forza attrattiva di Cristo su tutti gli uomini e invito a camminare anche noi, tra le tenebre del mondo, verso la luce di Cristo; anzi, a lasciarci illuminare da Lui nella fede, nella speranza e nella carità, facendoci addirittura rivestire di luce, per essere araldi e testimoni del suo amore nel mondo.

Carissimi fratelli e sorelle, in questa festa dell’epifania del Signore, non possiamo non raccogliere l’appello di Dio ad essere luce del mondo. Ad esserlo, mettendo al servizio di Dio la nostra vita per la diffusione del suo Regno. Ad esserlo, lasciandoci però prima di tutto invadere l’anima, la mente e il cuore, dalla grazia di Dio, dalla gloria del Signore, dal suo amore misericordioso.

Di tutto questo, danno testimonianza stamani i nostri fratelli che tra poco istituirò l’uno lettore per custodire e curare il servizio della parola di Dio contenuta nelle Scritture Sante; gli altri accoliti, per servire all’altare il mistero dell’amore di Dio che si svela in ogni eucaristia. Udita la chiamata del Signore, essi sono stati attratti dalla luce di Cristo e hanno cominciato a consegnagli la propria vita per il servizio dei fratelli. Hanno cominciato a farsi “rivestire di luce” e di questo, tutti noi siamo particolarmente felici.




Messa di ringraziamento (31 dicembre 2017)

Ultimo dell’anno 2017

Cattedrale di San Zeno

“I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.” Così dice il vangelo che abbiamo appena ascoltato.

Questa sera possiamo benissimo ritrovarci nei pastori che accorsero alla grotta di Bethleem: siamo qui infatti per glorificare e lodare Dio per tutto quello che abbiamo udito e visto in questo anno che ormai ci sta alle spalle.

Tradizionalmente lo facciamo con il canto del “Te Deum”: un antichissimo inno cristiano che gli storici datano addirittura al IV° secolo. Da sempre, esso viene cantato per ringraziare il Signore in particolari circostanze, come appunto quella dell’ultimo dell’anno. Un grazie che si esprime col canto di questo inno ma che trova naturalmente il suo momento principale nell’Eucaristia, che è il grazie per eccellenza che la chiesa unita a Cristo innalza al Padre. Ci accompagna anche – e mi piace sottolinearlo – la memoria di Maria SS.ma, anticipando nell’ora del vespro la Solennità della Madre di Dio che si celebra il primo di ogni anno. “Maria – dice il vangelo – da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.” Cosa che anche noi stasera vogliamo fare, ricordando l’anno trascorso.

Forse, immediatamente, guardando indietro, ci vengono in mente i passaggi dolorosi che abbiamo dovuto affrontare; le prove e difficoltà che abbiamo dovuto superare; forse i lutti per amici o parenti oppure le malattie che ci hanno sbarrato la strada. Forse ancora i tanti problemi irrisolti della nostra città, del nostro paese, del mondo; le tante violenze che hanno insanguinato i giorni. Forse ancora e soprattutto, i nostri peccati. Cionostante, stasera noi vogliamo riconoscere l’amore che Dio in quest’anno ha riversato con abbondanza nella nostra vita.

E vorrei partire proprio dalle celebrazione di questa sera, da quel Pane della vita che ancora una volta sarà spezzato per noi e a noi verrà donato: è il pane della vita eterna; è Gesù, vivo e vero; è Lui che si dona a noi, con generosità, con assoluta tenerezza, con completa disponibilità, per diventare carne della nostra carne, anima della nostra anima. E Lui, l’eterno Dio, l’incommensurabile Dio durante tutto quest’anno è venuto a noi, una infinità di volte e si è degnato di prendere dimora in noi, nonostante la nostra indegnità. E quante volte ci ha perdonato nel sacramento della confessione! Ci ha fatti nuovi, noi che spesso abbiamo macchiato la veste candida del nostro battesimo! Egli è stato largo nel perdono, grande nella misericordia e noi siamo potuti continuamente rinascere a nuova vita, lavati dal lavacro della purificazione. Mediante gli altri santi Sacramenti poi, Egli è venuto incontro a chi era nella malattia, a chi si è unito in matrimonio, a chi è nato, a chi, giovanetto, si è aperto alla testimonianza cristiana. Abbiamo riconosciuto Lui e il suo amore infinitamente tenero, quando ha donato alla nostra chiesa un nuovo presbitero.

Insieme alla grazia saramentale che con abbondanza si è riversata su di noi in questo anno, dobbiamo riconoscere l’altro grande dono che ci è stato fatto: quello della sua Parola contenuta nelle scritture sante. La sua Parola ci è stata donata anch’essa con abbondanza; è stata proclamata nelle nostre assemblee ininterrottamente; come un fiume di acqua fresca e pura si è riversata nei nostri cuori; come un seme buono è stata sparsa nel terreno della nostra vita. Abbiamo visto il divino seminatore uscire ogni giorno a seminare, attendendo con pazienza che fruttificasse nella nostra vita. Questa santa Parola non ha portato in noi i frutti sperati, ma il dono c’è stato e senza misura. Per questo, stasera ringraziamo.

Inoltre, dobbiamo riconoscere che Il Signore Dio si è fatto presente a noi attraverso tanti nostri fratelli nel bisogno. Nel volto del povero, chiunque esso sia, è presente Lui e accoglierlo, non è un dono che noi facciamo a Lui, ma è un dono che Lui fa a noi. Forse questa divina presenza nel povero, nel bisognoso, nell’ultimo, nel più piccolo e indifeso….ci può anche scomodare. Eppure è stata ed è anch’essa un dono grande per la nostra vita. Come fu un dono grande per Maria, Giuseppe, i pastori e noi, quel piccolo e indifeso bambino che nacque a Betlemme.  E’ normale che si possa sentire un certo disagio e che, nel concreto, sia necessario regolamentare al meglio quei fenomeni che assumono proporzioni tali da risultare ingestibili dal singolo. Eppure, anche se a volte inquietante, riconosciamo che è stata ed è una grazia di Dio, aver potuto aprire le nostre braccia e il nostro cuore a chi è nel bisogno. E dobbiamo ringraziare Dio che, venendo a noi in questo modo, ci abbia dato la possibilità di uscire almeno un po’ dai nostri egoismi, dalla nostra indifferenza, dalle nostre chiusure.

Giunti al termine dell’anno, vogliamo infine dire grazie al Signore anche per il dono della vita terrena. Siamo destinati al paradiso, è vero; ma ciò non impedisce, anzi ci richiede di apprezzare questa vita terrena che Dio ci ha dato, indispensabile per la stessa vita eterna. E noi l’apprezziamo questa nostra vita, con tutte le sue tribolazioni e gioie. Siamo contenti di averla vissuta di averla potuta anche quest’anno assaporare col suo gusto bello e intenso, amaro e dolce allo stesso tempo. Con la vita terrena, stasera ricordiamo anche quelle cose terrene che Lui ci ha dato e per le quali troppo spesso ci dimentichiamo di ringraziarlo: cioè la nostra terra; la casa comune dell’umanità che Papa Francesco, nella sua enciclica Laudato sii ci ha invitato a contemplare e a custodire. E lo facciamo con l’animo e le parole di un grande santo, San Francesco, che sapeva vedere nelle cose della terra il dono di Dio.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate

Parole davvero belle per chiudere nella gratitudine il 2017. Ma anche per aprire il 2018, nella gratitudine appunto, per la certezza che Dio continuerà ad amarci. E allora auguri per il prossimo anno: che possiamo accogliere con cuore più aperto i doni di Dio e farli fruttificare in noi, nella nostra società e nel mondo e si edifichi il Regno di Dio.