Giubileo delle Diocesi toscane – Cattedrale di San Zeno (19 settembre 2021)

Giubileo delle Diocesi toscane

Cattedrale di San Zeno (19 settembre 2021)

 

La presenza dei vescovi toscani – e vi ringrazio davvero di cuore per essere qui come ringrazio anche chi non è potuto venire qui ma si è fatto presente con l’affetto e la preghiera – la presenza, dicevo, dei vescovi toscani in questa Cattedrale stasera, manifesta una mirabile continuità con quanto già secoli fa e precisamente nel 1145 si andava affermando come una novità di rilievo per l’intera chiesa toscana e per la cristianità. Papa Eugenio III, pisano, proprio in quell’anno, all’indomani dell’arrivo della reliquia di San Giacomo Apostolo a Pistoia, con due brevi pontifici si rivolgeva ai vescovi di Fiorenza, Lucca, Volterra, Siena e Luni con queste parole: “Crediamo sia giunto a vostra conoscenza quali e quanti insigni miracoli il Signore Onnipotente abbia voluto presentemente mostrare per i meriti del santo apostolo Jacopo presso il suo santo altare nella chiesa di Pistoia; ragion per cui i fedeli di diverse e remote parti della terra mossi dalla devozione hanno iniziato a recarsi al medesimo sacro luogo e  a chiedere rimedi per la propria salvezza.” Subito dopo chiedeva ai presuli toscani di non ostacolare ma anzi di invitare a tale devozione, tutelando i pellegrini che si sarebbero recati a Pistoia, concedendo inoltre il dono dell’indulgenza ai devoti visitatori della reliquia.

Noi oggi siamo qui, a rappresentare le chiese di toscana, sulle orme di chi ci ha preceduto nel segno della fede. Ad accogliervi, cari confratelli, non c’è il grande sant’Atto. Ci sono soltanto io, suo veramente indegno successore. Consapevole di questo, mi voglio mettere con voi umilmente alla scuola dell’apostolo Giacomo il maggiore. Credo che abbia da insegnarci ancora tanto. Le Scritture della liturgia ci guidano nella nostra riflessione.

Innanzitutto, possiamo pensare a Giacomo come ad un amico di Gesù. Gesù lo volle sempre con sé, insieme a Giovanni e a Pietro. Accanto a Gesù, lo troviamo in due momenti fondamentali della sua vita: quello della trasfigurazione sul monte e quello dell’agonia nel Getsemani. Significativamente, come ci ricorda il libro degli Atti, fu anche il primo degli apostoli a versare il sangue per Cristo. L’amicizia profonda di Jacopo con Cristo ci richiama allora a quello che è il rapporto fondamentale di ogni cristiano: quello cioè con Cristo, via, verità e vita. E’ questo rapporto, questa relazione, che ci costituisce come cristiani. Non una ideologia, non una morale, non una teoria. La relazione viva e profonda con Cristo è ciò che determina l’essenza dell’esperienza cristiana. Un incontro, una relazione che è amicizia, che è amore, che è uno stare con Gesù per imparare da Lui ed essere guidati da Lui.  L’identità cristiana sta in questa relazione che è salvezza. Se non lo si capisce e non la si vive, il cristianesimo diventa un’altra cosa ed è come il sale che perde il suo sapore. Ce lo ricordava anche il Santo Padre nel discorso al convegno di Firenze che resta un punto di riferimento essenziale per il cammino delle nostre chiese in Italia. Diceva Papa Francesco: “Nella cupola di questa bellissima Cattedrale di Firenze è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c’ è Gesù, nostra luce. L’ iscrizione che si legge all’ apice dell’affresco è “Ecce Homo”. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato, nel Cristo assiso sul trono del giudice (…) Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’ uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita o segnata dal peccato. (…) Lasciamoci dunque guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo”.

Queste mirabili affermazioni, non possono essere dimenticate, perché sono parte integrante di tutto il discorso di Firenze.

Oltre a quanto detto finora, credo che possiamo guardare a Jacopo anche come testimone di un cammino. Di un cammino interiore, innanzitutto. Un cammino di conversione. Un cammino che ha condotto l’apostolo ad acquisire lentamente la mentalità di Cristo, superando limiti e grettezze di cuore e di mente. Da questo punto di vista, il racconto evangelico che abbiamo ascoltato è emblematico. La richiesta della madre di Giacomo e Giovanni al Signore – per l’evangelista Marco, la richiesta però è fatta direttamente dai due apostoli, come ad indicare che Maria Salome interpretava il desiderio stesso dei suoi figli – questa richiesta rivela quanta strada ancora debba fare Giacomo per essere davvero discepolo del Signore. La ricerca del potere e del prestigio, mostra Giacomo ancora come quell’uomo vecchio di cui, alla scuola di Cristo, lentamente si liberò, fino ad arrivare alla testimonianza suprema del martirio. Un cammino dietro a Cristo che apre il cuore, che schiude il cuore alle necessità dei fratelli e quindi alla missione apostolica. Non è quindi un caso se proprio attorno a San Jacopo sia sorta dall’VIII secolo, una forte spinta al cammino. Fisico si, ma anche sempre spirituale ed interiore. Il bastone che l’iconografia mette in mano a San Jacopo, come le altre insegne del pellegrino su di lui, indicano esattamente tutto questo. E il cammino jacobeo è stato da sempre caratterizzato dall’accoglienza, dal servizio, dalla carità. Come ebbe a dire Benedetto XVI in una udienza pubblica nel giugno del 2006: “Alla fine, di San Giacomo possiamo dire, che il cammino non solo esteriore ma soprattutto interiore, dal monte della Trasfigurazione al monte dell’agonia che egli ha compiuto, simbolizza tutto il pellegrinaggio della vita cristiana, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio. Seguendo Gesù come san Giacomo, sappiamo, anche nelle difficoltà, che andiamo sulla strada giusta.”

L’ultimo insegnamento che ci viene da San Jacopo, e ce lo ha ricordato la seconda lettura tratta da San paolo, è rappresentato dal libro dei vangeli che l’iconografia mettere tra le mani di San Giacomo. Egli è un apostolo, inviato dal Signore ad annunciare la buona notizia del Regno; egli porta il tesoro del vangelo pur essendo un vaso di creta. Secondo la tradizione, anche se difficilmente verificabile, Jacopo si mosse fino ai territori della Spagna. Sicuramente predicò a Gerusalemme e in Samaria. Certamente, fu a causa di questa predicazione che ricevette la morte per mano di Erode. E’ presumibile si trattasse di una predicazione forte e decisa, molto incisiva, se Erode decise di mettere a morte Giacomo e non Pietro. Del resto, il nomignolo attribuito da Gesù a Giacomo e Giovanni, quello cioè di boanerghes, figli del tuono, farebbe pensare proprio ad una certa irruenza di carattere.

Credo che noi oggi, come chiesa e come pastori, si debba imparare da Giacomo questa parresia, nell’annuncio cristiano. Il tempo dei rapidi cambiamenti in cui siamo immersi, le incertezze che viviamo, gli orizzonti culturali così fluidi e inediti, ci possono forse spingere a tacere, intimiditi e quasi tentati di rinchiuderci in noi stessi, timorosi. Non è questo però lo stile dell’apostolo. Non può essere questo lo stile di una chiesa che ha tra le sue caratteristiche quella di essere “apostolica”. L’annuncio cristiano è atto d’amore che noi dobbiamo all’umanità. Anche se si tratta di un amore forte e non sempre facile da accogliere. Esso certamente non può non accompagnarsi dalla concretezza dei gesti di amore che vengono incontro ai bisogni degli uomini. Ma comunicare il tesoro nascosto nel campo e la perla preziosa che vale più di tutto, pur se esigente e critico nei confronti delle presunzioni del mondo, resta l’atto più grande della carità. Abbiamo bisogno urgente della parresia degli apostoli. Abbiamo urgente bisogno della parresia di San Giacomo. Anche per questo siamo qui, stasera, a venerare la reliquia del suo corpo martirizzato. Per essere chiesa non muta ma che testimonia e parla con coraggio e sempre per amore.




Messa Crismale (13 maggio 2021)

S.Messa crismale
Cattedrale 13 maggio 2021

«Lo Spirito del Signore è sopra di noi, per questo il Signore ci ha consacrati». Lo abbiamo sentito. È stato detto solennemente. Questa è la verità che ci caratterizza. È la nostra realtà. Lo Spirito del Signore è sopra di noi e ci ha consacrati, resi cioè partecipi della vita divina.
Una verità che stasera dobbiamo richiamare alla memoria ed esserne grati: lo Spirito santo ha inondato e inonda con la sua luce e la sua forza le nostre vite, la chiesa intero, il mondo. Vorrei soffermarmi ora proprio su questa verità da riconoscere.

Innanzitutto lo Spirito del Signore è sopra le nostre povere vite, dentro di noi e dentro la nostra realtà diocesana. Nonostante molte volte ci possa sembrare il contrario, perché tante sono le nostre inadempienze e i limiti della nostra realtà diocesana. Non ci vuol molto, carissimi amici, a vedere tutte le nostre fragilità e debolezze. Quanto siamo lontani dall’essere un cuor solo e un’anima sola sia a livello di presbiterio che più in generale fra tutti noi e quanto manchevoli sono le nostre parrocchie e associazioni! Dobbiamo fare i conti con stanchezze, perdite di motivazioni, demoralizzazioni per le circostanze indubbiamente avverse che sperimentiamo.
Eppure, lo Spirito del Signore è su di noi e ci consacra, nonostante tutto. In effetti, come non vedere anche tanti frutti dello Spirito in mezzo a noi? Nel cuore generoso di tante persone e famiglie; nella dedizione amorosa di molti che hanno mantenuta accesa la fiaccola della comunità parrocchiale, del catechismo, della carità. Un servizio, quello della carità, davvero bello e molto diffuso nella nostra Diocesi. Non mancano entusiasmo, gioia, testimonianze semplici ma al tempo stesso luminose di fede, di speranza, di carità. Sì, lo Spirito santo è su di noi.

Ma Egli è anche sull’intera Chiesa cattolica. È indubbio che essa sia oggi battuta da pericolosi e agitati venti. Sperimentiamo un pluralismo di idee e prassi, a volte sconcertante. Ci sono gruppi e persone che si schierano apertamente contro il Santo Padre, delegittimandone addirittura il ruolo. Oppure constatiamo con tristezza l’allegra disobbedienza di alcuni che vorrebbero ugualmente continuare a dirsi cattolici. Inoltre, la chiesa universale porta ancora le ferite degli abusi commessi dal clero e degli scandali finanziari.
Eppure, anche qui, nonostante tutto, lo Spirito del Signore è sulla chiesa, la anima e la fortifica pur in mezzo alle tempeste. Opera senza stancarsi. Come non vedere infatti all’opera lo Spirito Santo di Dio nella innumerevole schiera dei martiri che hanno irrorato e irrorano anche oggi la terra con il sangue che è seme di speranza? Mai nella storia della Chiesa, neppure nei primi tre secoli, la chiesa ha subito persecuzione e martirio come ai nostri giorni. E come non vedere il sorgere sempre più consistente della chiesa nell’Asia con prospettive di sofferto ma straordinario sviluppo? E questa è testimonianza della potenza dello Spirito Santo.

Lo Spirito del Signore è infine anche sul mondo intero, sulla intera umanità. Pure in questo caso i drammi della nostra umana miseria morale e materiale sono piuttosto pesanti. Continuano guerre e violenze. Proprio in questi giorni assistiamo all’accendersi di una terribile guerra proprio nelle terre di Gesù. E poi c’è stata e c’è ancora la pandemia che ci ha buttato a terra, uccisi, abbattuti. Che ci ha fatto sentire, tutti, in ogni parte del mondo, fragilissimi e sottoposti a pericoli gravi. E anche se ora si intravvede una certa luce in fondo al tunnel, rimaniamo nell’incertezza e con la paura che possa sempre accadere qualcosa di simile, di fronte al quale trovarci ancora una volta impreparati.

Eppure, anche qui, lo Spirito del Signore è su di noi e spinge perché questa situazione di crisi globale sia occasione per cambiare il mondo, per rinnovare la società e renderla più umana. L’opera dello Spirito Santo ci fa comprendere sempre di più quanto sia necessario e indispensabile prendersi amorevolmente cura gli uni degli altri. Quanta generosità è emersa in questo tempo e quanta voglia di riprendersi! Siamo stati certamente costretti a rivedere tante cose, anche nella nostre parrocchie – è vero. Pure la celebrazione di stasera è il segno dello scombussolamento prodotto da questi tempi difficili. Ciononostante, lo Spirito Santo ha soffiato e soffia e da Lui siamo stati spinti a rivedere in positivo tante cose anche nelle nostre parrocchie, a ritrovare l’essenziale della vita cristiana e le motivazioni più profonde del nostro agire.
Dunque si, lo Spirito del Signore è sopra di noi e sopra la nostra realtà, sopra la Chiesa universale e sul mondo intero. Lo riconosciamo e lo ringraziamo per la sua instancabile opera.
Fermarci però qui sarebbe sbagliato. La parola di Dio ci rivela quella che deve essere la nostra missione e il nostro impegno: lo Spirito del Signore è sopra di noi e ci ha consacrati infatti per «portare il lieto annuncio ai poveri, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista a rimettere in libertà gli oppressi».
È la missione di Gesù. Quello che Lui ha fatto. Ci viene chiesto di condividerla e farla nostra. Ecco dunque delineato il nostro compito, confidando nella forza dello Spirito. Una missione che riguarda tutti i battezzati, indistintamente. In particolare però noi sacerdoti, chiamati ad essere modello del gregge. Non scoraggiamoci allora carissimi amici! Lo Spirito Santo ci ha scelti. Impegniamoci piuttosto e a fondo! Diamoci da fare per raggiungere ogni persona, accompagnando con affetto ogni persona. Andiamola a cercare. Dobbiamo proclamare a tutti e a ciascuno, speranza, salvezza, liberazione. Sforziamoci di incontrare le persone, tutte, anche quelle che sembrano più lontane. Non per fare proselitismo. Non per attrarla a noi, legarla a noi o far numero! Guai se agissimo così anche solo inconsapevolmente! Invece, per avvicinarla a Cristo e alla chiesa e poi noi metterci subito all’ultimo posto.

E in questo impegno verso ogni uomo che la parola di Dio ci ricorda, la benedizione degli oli santi mi pare indicare anche verso chi dirigersi in particolare: con l’olio dei catecumeni, sono soprattutto le famiglie che dobbiamo avvicinare e coinvolgere; con l’olio degli infermi, si indicano particolarmente i malati e gli anziani. Infine, con il sacro Crisma, ci vien chiesto di rivolgere l’annuncio del vangelo e la cura pastorale, specialmente alle nuove generazioni, ai giovani, perchè scoprano la loro vocazione nel mondo e magari quella del servizio nel ministero sacro.

Sottolineo dunque queste tre attenzioni per la nostra chiesa: esse dovranno sicuramente trovare debito spazio nel cammino sinodale che abbiamo iniziato ma per forza un po’ interrotto ma che ora intendiamo riprendere in modo deciso: le famiglie, i malati e gli anziani, i ragazzi e i giovani. Lavoriamo molto su questi tre versanti. Facciamo in modo che la nostra fantasia pastorale inventi nuove modalità e forme per accompagnare nel cammino della vita le famiglie, i malati e i giovani. E mentre questa sera benediciamo gli oli santi, pensiamo e preghiamo proprio per tutti coloro a cui questi oli santi sono destinati.

E lasciamo infine, carissimi fratelli e sorelle, che il dolce profumo del Crisma ci invada come “olio di letizia” e preghiamo accoratamente con le parole dell’orazione dopo la comunione: Concedi, Dio onnipotente, che, rinnovati dai santi misteri, diffondiamo nel mondo il buon profumo di Cristo.




In morte di Luana

In morte di Luana

(Spedalino Asnelli, Chiesa di Cristo Risorto – 10 maggio 2021)

 

È una lunga, lunghissima litania quella dei morti sul lavoro. È una litania che si allunga ogni giorno senza arrestarsi. Due, tre vittime al giorno. Qualcosa di inaudito. Di inaccettabile.

Ora siamo qui attorno al corpo straziato di Luana. La sua storia ha commosso l’intero paese. Ma il suo corpo straziato è qui a nome di tutti gli altri corpi straziati ogni giorno sui luoghi di lavoro. Viviamo purtroppo in un mondo in balia delle emozioni che si accendono e si spengono in un attimo; in un mondo che vive sull’onda dell’immediato, condizionato spesso dai mezzi di comunicazione. E tutti siamo subito distratti da mille altre cose che facilmente finiscono per giustificare la nostra inerzia.

Luana e tutti gli altri, oggi però stanno qui, in piedi davanti a noi: ci guardano, ci osservano e ci chiedono conto: ci dicono che non bastano le emozioni forti, non basta che ci commuoviamo per un momento: occorrono impegno e responsabilità, concretezza, determinazione e scelte coraggiose; occorre che le cose cambino.

Dio, per parte sua, sa compensare oltre ogni misura tutte le vittime innocenti della storia, quelle che la storia fatta dagli uomini produce in misura enorme. Dio sa come dare pienezza di vita a chi non è riuscito ad averla quaggiù sulla terra. Sa come soddisfare i sogni più belli che ogni vittima innocente porta nel cuore e che anche Luana portava dentro di sé. Lui sa asciugare le lacrime, curare le ferite, colmare con il suo infinito amore ogni vuoto. Lo abbiamo ascoltato poco fa dal libro dell’Apocalisse: abbiamo ascoltato la promessa di cieli nuovi e terra nuova in cui abita la giustizia; la promessa di una città santa tutta splendore di bellezza, dove “Egli asciugherà ogni lacrima e dove non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate”.

Ma ciò che Dio promette e compie, non ci esime dal prendere oggi qui le nostre responsabilità, davanti ai nostri fratelli e alle nostre sorelle morte sul lavoro. Anzi: Dio stesso insieme ai nostri fratelli morti, ci chiede di rendere questa la terra migliore, ogni giorno di più. E finchè non ci saremo riusciti, non abbiamo il diritto di riposarci. La certezza dei cieli nuovi e delle terre nuove promessi da Dio, ci spinge con forza a fare nuovi i cieli e la terra che abitiamo nella storia.

Allora ci dobbiamo lasciare inquietare dallo sguardo di tutti i morti sul lavoro, da quegli occhi che oggi ci fissano. Vorremmo abbassare i nostri, per la vergogna. Non possiamo farlo. Dobbiamo lasciarci guardare. Non ci guardano con odio e risentimento ma, nonostante tutto con amore. Il loro sguardo è supplica, accorata supplica, insistenza, stimolo, pressione esigente perché non capiti più quello che è accaduto a loro; perchè cambiamo il nostro modo di vivere e di organizzare la società.

La nostra società, il nostro mondo infatti, così com’è oggi, non va. Se non c’è lavoro e lavoro per tutti, vuol dire che le cose non vanno bene. È inutile girarci intorno. Se il lavoro non è dignitoso, rispettoso della dignità della persona umana, se non è  libero, creativo, partecipativo e solidale e adeguatamente remunerato, la società non è buona. Soprattutto se ancora oggi, nel 2021, si muore sul lavoro con la frequenza che registriamo, proprio no: qualcosa non va, molto non va. Le cose devono cambiare. Aldilà di ogni schieramento politico. Dobbiamo cambiare questo inaccettabile stato di cose!

L’odierna celebrazione è certamente innanzitutto accompagnamento alle porte del cielo della nostra carissima Luana; sostegno e conforto nella fede per la sua famiglia e il piccolo suo bambino. Col pianto nel cuore ma con tanta fiducia nel Signore, ci stringiamo attorno alle spoglie mortali di Luana per accompagnarla alle porte di quella Gerusalemme celeste che è la nostra vera patria. Queste esequie sono la celebrazione della Pasqua del Signore, di colui che ha detto “io sono la risurrezione e la vita”.

Nello stesso tempo però queste esequie non possono non essere anche una corale richiesta di perdono a Luana, a tutti i morti sul lavoro e a Dio stesso. Non possiamo non chiedere perdono, sinceramente, dal profondo del cuore per questa come per tutte le altre morti. Perché queste cose non dovevano succedere. E se sono successe, la responsabilità, in qualche modo è di tutti. Forse in misura diversa e per questo giustamente la magistratura deve fare il suo corso. Ma tutti quanti portiamo il peso di queste morti ingiuste, indegne, delittuose.

Chiedere perdono non è mai un gesto facile e a buon mercato. Per essere sincero, deve produrre conversione, cambiamento di vita e di prassi, rinnovamento della vita sociale, perché queste morti non capitino più. È necessario acquisire da parte di tutti, una mentalità, uno stile di vita nuovo: cioè una cultura della solidarietà, della cura, del primato del bene comune su quello individuale. È necessario un cambiamento culturale che anche questa triste pandemia ci dovrebbe aiutare a fare, quando abbiamo sperimentato l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altro, unica via per risolvere i nostri problemi. Prendersi cura l’uno dell’altro, considerare l’altro una persona con una dignità inalienabile e intaccabile, mai un mezzo, mai un oggetto, mai uno strumento; mettersi al servizio del bene comune e impiegare risorse per far questo, nella convinzione che a rendere la società migliore, più umana, non ci si rimette ma ci si guadagna tutti: ebbene, questa è la cultura di cui abbiamo bisogno sia nel privato come nel pubblico.

E qui ecco allora la straordinaria forza delle parole evangeliche ascoltate poco fa: avevo fame, avevo sete, ero nudo, malato, straniero, dice il Signore e mi siete venuti incontro. Avevo fame, sete, ero nudo, malato, straniero e vi siete invece voltati dall’altra parte. Sull’attenzione all’altro si compie il giudizio finale di Dio sull’intera storia umana. Questa pagina evangelica non è un manuale di buone maniere. Non è un invito generico a fare un po’ di bene. Non è nemmeno una parola per i soli credenti. No. È una parola per tutta l’umanità, per il mondo e per la coscienza di ogni uomo. È una parola per il rinnovamento profondo dell’umanità. È un manifesto di rivoluzione culturale e sociale. Sono parole che se messe in pratica in ogni ambito della vita, renderebbero impossibili le morti che ora piangiamo.

Lasciamoci così allora oggi. Con queste parole che risuonano forti dentro di noi e che ci spingono all’impegno. Non aggiungiamone altre. Sono le parole di Cristo per noi. Ma sono anche le parole per noi di Luana e di tutti coloro che sono morti sul lavoro.




Domenica delle Palme 2021

Domenica delle Palme

(28 marzo 2021 – Cattedrale di San Zeno)

 

Con la Domenica della Palme inizia la Settimana Santa. Un tempo, quello della Settimana Santa, nel quale facciamo memoria innanzitutto della Passione di Gesù Cristo. Siamo condotti prima di tutto a guardare a Lui e a ripercorrere gli avvenimenti che lo portarono alla morte in croce e alla sepoltura. In questi giorni riviviamo la passione di Gesù, l’incomprensione che lo avvolse, la cattiveria, il tradimento, la cattura, il falso processo e poi le percosse, gli insulti, infine la crocifissione. Riviviamo l’abbandono dei suoi amici, il rinnegamento e le battiture, terribili, della frusta prima e poi dei chiodi. È la passione di Cristo. Dolorosa Passione da contemplare e davanti alla qual commuovere il cuore.

In questa Settima però possiamo vedere anche, nella passione di Cristo, compendiata la passione dell’intera umanità, dall’inizio dei tempi fino ai nostri giorni. Anche l’umanità nella storia vive una passione drammatica. Il fratello uccide il fratello; dovunque sangue, violenza, oppressione e morte. Quante volte è stata calpestata la dignità dell’uomo. Quante volte l’uomo ha infangato l’immagine divina che porta scolpita in se stesso. La storia dell’umanità è davvero una passione, nella quale i giusti, gli onesti, i buoni pagano sempre un prezzo altissimo.

Infine, possiamo vedere in questa settimana santa, anche il tormento che oggi il mondo vive a causa della pandemia che ci ha colpito. È una passione anche questa, quella che viviamo di questi tempi. In questa Settimana non possiamo non riandare con la mente e col cuore ai tantissimi che sono morti a causa del virus o che sono nelle terapie intensive, negli ospedali o a casa isolati. Non possiamo non pensare al nostro paese ma anche agli altri paesi e alle popolazioni del mondo più indifese sulle quali la pandemia ha un effetto davvero devastante.

Una settimana di passione dunque. Sì. Per rivivere la passione di Cristo, renderci conto della passione dell’umanità e dell’uomo, partecipare alla passione di questo momento del mondo.

 

Però la Settimana Santa non finisce con il sabato. Essa sfocia nella domenica. Per questo, la Settima Santa è anche una settimana di speranza. E noi dobbiamo vivere questa settimana di passione, la passione di Cristo, dell’umanità e dell’uomo e di questo triste tempo, con la certezza nel cuore che la luce della domenica, della Risurrezione e dell’amore è più forte di ogni oscurità.

La passione di Cristo non termina con la chiusura del suo corpo esanime nel sepolcro. No. Essa si apre al sepolcro vuoto e alla pietra rotolata via del mattino di Pasqua. La passione e la morte di Cristo sfocia nella sua risurrezione che è speranza per ogni creatura.

Per questo anche la passione dell’umanità nella storia, la passione dell’uomo, si apre alla certezza che il Regno di Dio non viene meno. Esso avanza nel tempo e si compirà in pienezza perchè tutta la storia è nelle mani di Dio e ci saranno quindi cieli e terra nuovi in cui abita la giustizia.

Così, la passione che stiamo vivendo a causa di questo virus, cesserà anch’essa, non c’è alcun dubbio. Non dobbiamo farci vincere dallo scoraggiamento. Passerà  e, siamone certi, si apriranno prospettive nuove e opportunità belle che speriamo solo, possano essere afferrate per migliorare la nostra vita e il mondo.

Viviamo dunque questi giorni santi immersi dentro la passione. Sentiamone il dolore e persino l’angoscia. Però guardiamo anche oltre. Lasciamoci illuminare dalla luce della Pasqua. Facciamo in modo che la potenza delle Risurrezione rischiari la passione e ci dia speranza per riprendere con gioia e fiducia il cammino del tempo.




Omelia per la celebrazione di Apertura della Porta Santa e dell’Anno Santo Iacobeo (9 gennaio 2021)

Anno Santo Iacobeo 2021
Omelia per la celebrazione di Apertura della Porta Santa e dell’Anno Santo Iacobeo

(9 gennaio 2021)

Nel giorno in cui si ricorda il Battesimo del Signore nelle acque del Giordano, diamo inizio all’anno santo in memoria dell’apostolo San Giacomo il Maggiore, di cui, fin dal 1145 si conserva in questa Cattedrale una reliquia del suo corpo, proveniente direttamente da Santiago di Compostela in Spagna, dono prezioso del vescovo del tempo di quella città al Santo Vescovo Atto di Pistoia. Apertosi a Santiago, come da tradizione, il 31 dicembre, in comunione con quella Chiesa, per concessione del Santo Padre Francesco, abbiamo anche noi in questa città, questa sera, dato avvio a quest’anno di grazia, con il suggestivo e significativo rito dell’apertura della porta santa: segno della misericordia, la porta si apre ad accogliere chiunque cerchi ristoro per la sua vita, sollievo per la sua anima, energia per ricominciare a sperare, forza per continuare a lottare per la giustizia e la pace, riprendere il cammino della vita verso la patria eterna del cielo.

Davanti ai nostri occhi questa sera è la scena di Gesù che si presenta a Giovanni Battista per essere battezzato. E’ insieme a tutti coloro che, mossi dall’invito alla penitenza del Battista, sono in. Attesa di essere immersi nelle acque del fiume Giordano. Gesù è insieme agli altri, insieme ai peccatori. E’ venuto nel mondo per servire, non per essere servito. Egli è l’agnello innocente che porta su di sé il peccato degli uomini. Con divide la sorte dei peccatori. Non si distingue in niente da essi e come un peccatore, nonostante la riluttanza di Giovanni il Battista, si fa battezzare, compiendo un gesto che indica il caricarsi sulle spalle di tutti i peccati degli uomini. Dal cielo una voce n misteriosa conferma che quello è il Figlio unigenito del Padre inviato proprio per riscattare i prigionieri dalle catene del male, rinnovare la vita, a dare speranza all’umanità, infondere amore laddove regna spesso l’odio e il rancore.

Le acque del giordano ricevono il Cristo, Colui che è senza peccato e ricevono in quel momento la forza per santificare gli uomini e farli nuovi. Esse prefigurano le acque del battesimo che fanno rinascere gli uomini alla vita divina di figli di Dio.

Gesù da così inizio alla sua missione redentrice, condividendo la sorte dei peccatori e aprendo un cammino di speranza e di vita nuova per coloro che si affidano a lui.

Poco dopo, Giacomo insieme ad altri uomini, sarà chiamato a seguire il Signore, ad iniziare un cammino dietro di lui verso una vita nuova. Sarà chiamato ad essere pescatore di uomini insieme al fratello Giovanni, ad assumere cioè la stessa missione del Figlio di Dio, manifestatosi nelle acque del Giordano.

L’anno santo che abbiamo aperto stasera lo celebriamo nella memoria proprio di lui. L’apostolo San Giacomo il maggiore è un nostro fratello e amico. In lui abbiamo un grande testimone della fede, fino all’effusione del sangue. Egli fu infatti il primo degli apostoli a subire il martirio, ucciso di spada per le mani del re Erode, come ci dice il libro degli Atti. Fratello di Giovanni l’evangelista, fu pronto a lasciare le reti quando il Signore Gesù lo chiamò sulle rive del lago di Tiberiade per divenire pescatore di uomini. Spesso fu con Gesù nei momenti salienti della vita del salvatore e imparò da Lui, la via dell’umiltà e del servizio. Un’antica tradizione dice che sia andato fino in Spagna a portare il Vangelo, secondo il mandato apostolico ricevuto da Gesù di andare fino ai confini della terra.

Discepolo fedele di Cristo, membro del collegio apostolico, evangelizzatore, testimone di amore con il dono della propria vita: sono tanti i motivi per sentirci onorati di avere un così nobile e grande patrono. Non va dimenticato poi il forte richiamo alla carità che il culto iacobeo porta con sé: infatti, dopo il ritrovamento dei resti mortali dell’apostolo a Compostela, si sviluppò un vasto movimento di pellegrini che portò a quella singolare pratica dell’ospitalità e dell’accoglienza che fece fiorire ospizi, ospedali e luoghi di servizio e carità un po’ dovunque, lungo le antiche vie di comunicazione. La nostra città si onora di averlo da secoli come speciale patrono.

L’anno Santo iacobeo si celebra in un tempo davvero particolare e molto critico. La pandemia è stata la sorpresa di questo tempo. Ci ha costretto e ci costringe a ridimensionare i progetti, anzi direi quasi ad azzerarli. Dovremo per forza di cose ridurre le manifestazioni esterne. Ciononostante, proprio di questi tempi, credo che celebrare un anno santo sia qualcosa di provvidenziale. Con la pandemia siamo stati messi di fonte al dolore, alla morte, alla nostra umana impotenza e insieme grandezza; siamo spinti a guardare alle sorti del mondo e al futuro che vorremmo. Tutto questo ci costringe ad entrare più in profondità nelle cose, a guardare dentro noi stessi, a ripensare a tutta la nostra vita. E forse è proprio questo il senso di un anno santo.

Questo anno può essere allora davvero un tempo di ripensamento interiore; un tempo cioè di conversione; per riporsi le domande di fondo sulla vita; un tempo anche di potatura sicuramente, per buttar via il superfluo e tutte quelle incrostazioni che le nostre debolezze e i nostri peccati ci lasciano addosso; un tempo anche per riscoprire il valore del prossimo e per comprendere sempre di più che è solo nell’amore che si salva il mondo, imparando a prenderci concreta cura l’uno dell’altro e insieme, della casa comune; un tempo infine anche per imparare a condividere le tante sofferenze che questa pandemia ha portato e sta portando alla luce.

Per la chiesa di Pistoia, si tratta di una grande occasione per rimettersi in cammino. Non ci siamo fermati in questi anni, però ora è giunto il momento di fare il punto per ripartire con un nuovo impegno e la speranza nel cuore. Un anno santo dunque per rinnovare il nostro rapporto col Signore nell’ascolto più attento della sua Parola, con una preghiera più vera e autentica. Un anno per ripensare tante cose della vita delle nostre comunità, per radicarci sull’essenziale e diventare sempre più una chiesa che è lievito di speranza dentro la pasta del mondo.

Per la città di Pistoia, credo sia l’occasione per riscoprire le proprie radici, quelle che hanno segnato la sua storia, conoscere quindi più se stessa e scoprire la bellezza di una maggiore coesione per affrontare i problemi economici e sociali dell’oggi. Un anno anche per riprendersi e ritrovare fiducia.

Con San Giacomo dunque ci mettiamo in cammino. Egli il primo apostolo a dare la vita per Cristo, ci richiama alla fedeltà e al coraggio nel seguire Cristo, via, verità e vita e in Cristo la giustizia e la verità. Come apostolo, andato in missione, forse anche in Spagna, secondo un’antica tradizione, muovendosi dalla sua terra, può insegnare all’uomo di oggi a non aver paura dell’ignoto ma ad avere il coraggio di cercare, di andare e di non arrendersi mai anche di fronte alle situazioni più difficili della vita. Come culto concretizzatosi nei secoli, la figura di San Giacomo ci parla di cammino, del camminare, dell’essere pellegrini. E quanto è importante per l’uomo di oggi riconoscersi come un pellegrino e un viandante! E quanto è importante per ognuno di noi aprirsi all’accoglienza degli altri, viandanti e pellegrini come noi su questa terra!

Quest’anno vogliamo dunque compiere davvero un cammino. Non solo esteriore ma soprattutto interiore che, alla scuola dell’apostolo Sant’Jacopo ci faccia “pregare, ripensare e continuare ad amare”. Che ci faccia innanzitutto pregare di più e più intensamente, ascoltando con maggiore attenzione la parola di Dio e invocando con convinzione il dono dello Spirito Santo; che ci faccia anche ripensare a tutta la nostra vita e al nostro modo essere e di rapportarci con Dio, con gli altri, col mondo e con noi stessi; infine che ci permetta di continuare ed approfondire il nostro amore per il prossimo, spingendoci alla intercessione per i fratelli e le sorelle del mondo e al servizio generoso e disinteressato del nostro prossimo.

Allora, carissimi fratelli ed amici: ultreya! “Più avanti”, “sempre oltre”. Con l’antico e caratteristico grido dei pellegrini di San Jacopo, camminiamo insieme e andiamo avanti nella via della giustizia, della verità e dell’amore.

 




Natale – Messa della Notte 2020

Natività di nostro Signore

Messa della notte, 24 dicembre 2020
Ore 20, Cattedrale di S. Zeno

Il Natale quest’anno cade in un tempo davvero molto particolare, costretti come siamo a fare attenzione a una pandemia che ha sconquassato il mondo e ancora continua a metterlo sottosopra. In questo momento il nostro pensiero corre alle vittime: innanzitutto al personale sanitario che ha perso la vita nell’espletamento del loro servizio. Ma poi il pensiero va ai numerosi anziani, spesso ricoverati in case di riposo, che se ne sono andati, senza neanche poter salutare i propri cari. Pensiamo poi a tutti malati, quelli che ancora sono nelle terapie intensive o negli ospedali o che ancora devono riabilitarsi. E poi a tutti coloro che sono costretti anche in questo Natale a restare isolati dagli altri perchè in quarantena…. Non c’è famiglia che in un modo o nell’atro non sia stata toccata dal virus. Se poi ci fermiamo a considerare le ricadute sul piano economico della pandemia, a quante persone sono finite sotto la soglia di povertà e non sapranno come uscirne, ci verrebbe davvero da farci cadere le braccia! Questa sera ci sentiamo particolarmente vicini a tutti coloro che sono in difficoltà. Li portiamo con noi in questa Eucaristia, preghiamo per loro e condividiamo con loro la sofferenza e il disagio.

Per tanti versi ci verrebbe la voglia di non festeggiare quest’anno. Cosa c’è mai da festeggiare, quando così tante persone stanno male e il futuro è così talmente incerto da mettere paura.
Ma forse anche ai tempi di Gesù, quando nacque, non è che ci fossero tanti motivi per festeggiare in quella terra di Palestina martoriata dall’oppressione romana e attraversata da inquietudini politiche e sociali. Non dimentichiamo il disagio di Giuseppe e Maria, costretti a lasciare il nord del paese, la loro casa di Nazareth, per recarsi in Giudea, a Betlemme a motivo del censimento. Con Maria incinta ormai al nono mese, senza sapere dove alloggiare, dove sistemarsi, costretta a partorire non in casa ma in una stalla. La situazione vissuta da Giuseppe e Maria, come quella della Palestina del tempo non offriva sicuramente molto spazio alla gioia, all’allegria.

Eppure – come abbiamo ascoltato nel vangelo – nella notte di Betlemme, l’angelo ai pastori dice: “Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia”. Una grande gioia. Nonostante tutto. Nonostante la situazione difficile di quella terra. Nonostante il disagio di Giuseppe e di Maria. Nonostante non ci fosse stato posto per loro nell’alloggio. E il motivo di tanta gioia è ancora l’angelo a spiegarlo: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”.

Come quell’angelo nella notte di Betlemme, anch’io stasera mi sento di dovervi annunciare una grande gioia, nonostante tutte le ristrettezze e i dolori che stiamo vivendo, le incertezze e le paure. Vi annuncio una grande gioia: Dio si è fatto uomo. E’ nato per noi il salvatore del mondo. La gioia del Natale è tutta qui. Non consiste nello sfavillio delle luci, nelle feste di piazza o nel semplice scambio dei regali. Quest’anno che siamo costretti a limitarci in tante cose, forse è l’occasione per ritornare al vero significato del Natale che è quello della nascita di un salvatore per noi.
Salvatore è una parola grossa, che potrebbe alla fine anche sfuggirci di mano, svuotata di significato. Ma l’angelo è stato chiaro: la gioia è annunciata perchè è nato il salvatore del mondo.

E allora cerchiamo un attimo di capire che cosa significa “il salvatore” e di che salvezza si tratti. È necessario capirlo, per gustare la gioia del Natale. Possiamo dire in poche parole che salvatore è colui che ci toglie da una situazione molto pericolosa per la nostra vita, che magari è anche in pericolo grave. Quando il pericolo di morte è imminente, colui che ci t strappa da quella condizione è sicuramente considerato un salvatore. In sostanza, l’opera di un salvatore la si comprende solo a partire dalla consapevolezza di essere dentro una situazione molto grave, mortale addirittura e da cui non si riesce ad uscire con le proprie forze.
Oggi che ci sentiamo minacciati dalla pandemia, siamo immediatamente portati a ricorre al Signore Gesù per chiedergli che ci liberi da questo flagello, che ci faccia tornare ad una vita normale e ci protegga dalle conseguenze nefaste per noi e per la società di questo virus. Ci viene spontaneo e va anche bene. Però Gesù Cristo è il Salvatore per questo? È qui che si manifesta veramente l’opera del Salvatore? È questa la salvezza che il Signore Gesù ci porta? Ed è solo per questo tipo di salvezza che noi confidiamo in Gesù?

Direi proprio di no. Sarebbe davvero troppo poco. E allora occorre andare un po’ più in profondità per scorgere quale sia il vero male del mondo, quale sia quel male che da origine alle sofferenze presenti e che in qualche modo è all’origine anche di questa pandemia e di tutte le altre occasioni di dolore che ci sono nel mondo. Se scaviamo un po’ in noi, oltre la superficie delle cose, ci accorgeremmo subito che il male vero dell’uomo consiste nel pensare solo a se stesso, con l’illusione di raggiungere così la felicità; il male sta dentro il cuore dell’uomo che spesso sceglie e agisce non in base a ciò che è bene, ricercando sempre ciò che è giusto e buono ma in base a ciò che utile a lui o gli torna più comodo; il male è nell’uso della libertà per prendere, afferrare, dominare, piegare gli altri ai propri interessi, spremere la terra. Questa malvagità che è nel cuore dell’uomo, lo rende schiavo. Non solo, lo conduce inesorabilmente alla morte. Se questa malvagità prendesse campo, l’uomo si autodistruggerebbe e distruggerebbe il mondo. Questa malvagità contraddice la sua dignità di essere umano, contraddice la sua vera natura di essere relazionale, fatto per vivere in comunione con Dio e con gli altri. Ed è questa malvagità la causa ultima dei mali che sono nel mondo, di tutto ciò che accade di sofferenza e di lutto. Bisogna essere salvati da questa malvagità ma l’uomo non è in grado da se stesso di togliersela da dentro se, per l’appunto non interviene un salvatore capace di farlo. Un salvatore che con la sua bontà si carichi di tutti i mali dell’umanità per insegnare con la sua vita, la via della giustizia, della verità e dell’amore.

Il forza dell’opera del Salvatore, nato a Betlemme duemila anni fa, vero uomo e vero Dio, Dio in mezzo a noi, dentro la nostra carne e la nostra storia, la malvagità viene sradicata dal cuore dell’uomo che si rende disponibile nell’intimo della sua coscienza. Ed ecco allora la moltitudine di storie d’amore, di generosità, di dedizione fino al dono della vita di cui è costellato il mondo e che anche in questo tempo di pandemia abbiamo avuto modo di vedere e gioirne.
Ma sappiamolo: ogni gesto di bontà, ogni atto di altruismo e di amore sincero, ogni azione volta al bene comune, a vantaggio degli altri e per la fraternità umana, viene dalla grotta di Betlemme. È il Salvatore del Mondo Gesù che l’ha resa e la rende possibile. Che l’interessato lo sappia o no, ha poca importanza. Noi lo sappiamo e lo riconosciamo con immensa gioia. Tutto il bene che c’è nel mondo, tutta la forza di rinascita che fiorisce dentro i nostri cuori nei momenti di crisi, come il coraggio di guardare avanti e di sperare in un futuro migliore, tutto questo è opera del Salvatore nato a Betlemme.
Ecco perché dobbiamo esser grati a Dio di averci mandato il suo figlio unigenito e prendere la nostra carne mortale. Ecco perchè a Natale possiamo annunciare in verità una grande gioia per la nascita del Salvatore. Ecco perchè, nonostante la tristezza di questi momenti, possiamo far festa e guardare avanti con fiducia. Perché il Salvatore c’è. Ormai è dentro la nostra storia, ed è al lavoro col suo Santo Spirito per salvare l’umanità.

Cari amici e fratelli: lasciamoci allora salvare dal bambino di Betlemme. Lasciamo che il suo amore sradichi in noi ogni malvagità e apriamo il cuore e le mani ai nostri fratelli. Prendiamoci cura di loro, come riusciamo. Possiamo superare anche questo momento e rendere il mondo migliore, se ci lasciamo salvare dal salvatore e ci rendiamo disponibili a creare una vera civiltà dell’amore. Lo possiamo fare, il bambino Gesù con le sue piccole braccia rivolte a noi ce lo chiede, i nostri fratelli lo aspettano.




Centenario della morte della Beata Caiani (8 agosto 2020)

Omelia per il centenario del Dies Natalis della Beata Caiani

Poggio a Caiano – Casa Madre delle Suore Minime – 8 agosto 2020

 

Mons. Mazzanti, mio predecessore sulla Cattedra di San Zeno, fu davvero guidato dallo Spirito Santo quando, agli inizi del novecento, vide in questa giovane donna di cui oggi iniziamo la celebrazione del centenario della morte, un virgulto bello del giardino di Dio. Con il riconoscimento dato da lui, nel 1902 Margherita Maria – così si volle chiamare – prese l’abito religioso insieme ad alcune su compagne e iniziò un’avventura stupenda di dedizione e di amore che ha portato ad una meravigliosa fioritura di bene per la diocesi pistoiese, la chiesa universale, il mondo intero.

Voglio dirvi subito la mia grandissima gioia nel contemplare questo bel fiore della nostra chiesa locale. Quando una chiesa produce dei santi, ecco, quella chiesa ha compiuto davvero la sua missione, davvero giustifica la sua presenza nel mondo. Anzi, direi che sta proprio in questo la verifica della sua fecondità. Non in opere particolari, non in imprese straordinarie, non in una organizzazione perfetta o nel suo essere aggiornata coi tempi; non ancora quando diventa una ong o un agente sociale. Nel “produrre dei santi”, sta piuttosto la fecondità di una chiesa. Nel far nascere e crescere uomini e donne che sanno fare sintesi in se stessi della forza della grazia di Dio e della umanità, comprensiva di tutta la sua fragilità e debolezza. Uomini e donne che sanno essere lievito e fermento dentro la pasta del mondo; uomini e donne che dovunque si trovino, qualsiasi mansione svolgano, qualsiasi compito si trovino ad assolvere, dal più umile al più alto, vivono del Vangelo, riposano in Dio e hanno il cuore grande come quello di Dio per amare.

Per questi motivi, sono davvero pieno di gioia nel contemplare la figura di questa santa donna, fiore bellissimo della nostra Chiesa. Un fiore che comunque come chiesa diocesana dobbiamo imparare ad apprezzare ancora di più, valorizzandolo, prendendo spunto dalla testimonianza della Madre.

 

Le letture bibliche che abbiamo ascoltato, tratteggiamo magnificamente il carisma della Caiani e quindi direi anche delle sue figlie che oggi continuano la sua opera e che non possono non trarre ispirazione proprio dalla figura della fondatrice.

Partirei proprio dalla pagina evangelica, dall’episodio cioè della cena di Gesù a casa dei suoi amici a Betania, Lazzaro, Marta e Maria. Il brano evangelico sembra porre una contraddizione tra l’opera di Marta e quella di Maria. Contiene anche un dolce rimprovero di Gesù nei confronti di Marta. Ad una lettura superficiale, la contrapposizione sembra esserci tra l’attivismo di Marta per accogliere un ospite così importante come Gesù e la contemplazione di Maria che, come un vero discepolo, sta a i piedi del Maestro per nutrirsi di lui e della sua parola. In realtà non c’è contrapposizione, come afferma Sant’Agostino in un mirabile commento a questo brano evangelico. Il servizio di Marta è necessario ma ha come fine e come motivo, ciò che Maria testimonia. Contemplazione e azione sono dunque due facce inscindibili della stessa medaglia e ogni azione è destinata a compiersi in quella attiva contemplazione che sarà la gioia piena del Paradiso.

La Madre Caiani questa cosa l’ha capita perfettamente e se c’è una cosa che balza agli occhi immediatamente, conoscendo la sua vita e i suoi intendimenti, è proprio l’aver fondato tutta la sua esistenza tutta la sua azione, veramente infaticabile azione, nella contemplazione del Signore, in particolare dell’amore misericordioso di Dio, espresso mirabilmente nel Sacro cuore di Gesù. Al Sacro Cuore volle dedicare la sua vita e mai smise di contemplare nella preghiera e nell’adorazione, l’amore infinito di Dio manifestatosi nel cuore trafitto di Cristo sulla Croce. Al Sacro Cuore volle legare la sua Congregazione e questo radicamento della vita in Dio, a me pare il primo fondamentale messaggio che ci viene da lei.

Il secondo tratto del carisma della Caiani è certamente ben espresso dalla prima e dalla seconda lettura: l’umile vita di servizio al prossimo; la dedizione senza prosopopea agli ultimi; la prontezza alla missione; l’amorevole predisposizione verso le sorelle nella carità. Una carità a tutta prova che si esercita prima di tutto tra i fratelli e sorelle che condividono la vita religiosa e che si estende poi con amorevolezza infinita a tutti i bisognosi.

“Rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!”. Queste parole di San Paolo si adattano perfettamente alla Madre. Esprimono la sua vita. Sono state da lei incarnate nel vivere quotidianamente i rapporti con le sorelle e con gli altri in genere. La carità non era in lei primariamente un’opera, bensì un’attitudine profonda del cuore, di tutta la persona. Non faceva opere di carità. Era piuttosto una donna di carità, fatta carità e per questo attenta ai bisogni degli altri, pronta anche a orientare in diverso modo la sua attività come quella delle sorelle, secondo le necessità e i bisogni.

Così ben di attaglia alla sua figura quanto il profeta Isaia ha affermato come il pensiero stesso di Dio: “questo è il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?” Da un cuore pieno di carità attinta dalla Grazia di Dio a una carità fattiva, concreta, operosa.

Anche in questo dobbiamo prendere ispirazione della Madre: per essere anche noi oggi, particolarmente in questo momento cruciale del mondo, attenti, attentissimi a cogliere i bisogni degli altri; capaci anche di inventare cose nuove, sulla scia del carisma. Questa è anche una sfida per la comunità religiosa che da lei ha preso vita. Per voi carissime sorelle. Occorre imparare a cogliere le necessità del momento presente, anche le più umili e all’apparenza non “alla moda”, per provare a inventare risposte. Oltre la paura per la pochezza delle forze o le fragilità personali. Non cedendo mai al lamento ma operando con quell’entusiasmo e quella fantasia necessarie alla carità. Senza dimenticare però che l’importante non è tanto fare e compire imprese, quanto piuttosto essere uomini e donne di carità. Senza dimenticare che questa stessa carità va esercitata innanzitutto all’interno della nostre comunità, parrocchie, movimenti e Congregazioni religiose.

Un’ultima cosa vorrei infine sottolineare. Mi sembra particolarmente bella. Il fatto cioè che siamo qui ad ammirare, contemplare e ascoltare una donna. L’essere donna della Caiani è una testimonianza speciale del carisma femminile. Una donna che si è saputa far valere, i tempi certamente non facili per una donna. Le donne però portano in sé un dono speciale di Dio che fiorisce magnificamente in figure di Sante donne che hanno costellato il novecento. Un segno dei tempi anche questo, attraverso il quale il Signore ci fa capire quanto la donna possa davvero contribuire all’avvento del Regno di Dio. E a me piace mettere la Caiani insieme a quelle figure davvero luminose di sante e beate donne che hanno costellato i tempi moderni: Teresa di Lisieux, Gemma Galgani, Madre Teresa di Calcutta, suor Faustina Kowalska, Edith Stein, Madlein Delbrel, Gianna Beretta Molla….. Solo per citarne alcune.

Insieme a quella di queste sante donne, invochiamo dunque stasera la intercessione della Beata Caiani, prima di tutto per le sue amate figlie, chiamate a rinnovare il carisma della loro fondatrice, e poi per la Chiesa di Pistoia perché sia culla di santi e di sante. Infine per tutti noi e le nostre famiglie perché sappiamo mettere a frutto i doni che Dio ci ha dato.

+ Fausto Tardelli, vescovo




Solennità di San Jacopo Apostolo (25 luglio 2020)

Omelia per la Festa del santo Patrono della città e della Diocesi di Pistoia

Solennità di San Jacopo apostolo, sabato 25 luglio 2020 – Cattedrale di San Zeno

 

La festa solenne dell’apostolo San Jacopo avviene quest’anno in contesto tutto particolare. Siamo ancora costretti dentro alcune limitazioni che ci hanno impedito tante manifestazioni anche tradizionali a noi molto care e che riducono anche la partecipazione del popolo di Dio a questa celebrazione. Accettiamo comunque di buon grado queste ristrettezze perché alla chiesa sta a cuore la salute delle persone e farà sempre di tutto per collaborare al bene comune della nazione e della città in cui vive.

La presenza delle autorità cittadine e dei vari rappresentanti della città, mi da modo di manifestare pubblicamente il mio apprezzamento per il lavoro certamente non facile che è stato fatto, in particolare nei momenti più critici della pandemia. Ora dobbiamo guardare avanti con fiducia e pensare a ricostruire, a rinnovare, a reimpostare la vita sociale perché sia migliore per tutti. Perché il momento della crisi non sia passato invano ma porti con sé lezioni importanti da mettere a frutto.

Per costruire il futuro credo però che insieme a una grossa iniezione di fiducia, occorra anche concretamente combattere contro atteggiamenti e mentalità che minano alla base la possibilità di una ripresa e di un vero sviluppo. Mi pare di poter individuare quattro atteggiamenti fortemente distruttivi da debellare e togliere di mezzo, se vogliamo rinascere davvero dopo questo triste periodo; più in generale, se vogliamo dare vero sviluppo e futuro alla nostra società. Li elenco solamente, questi quattro atteggiamenti e comportamenti negativi, perché credo non ci sia bisogno di grandi spiegazioni. Sono: L’idea che quando ho pensato a me stesso, ho fatto tutto, perchè l’importante è solo il mio io; poi l’invidia e la gelosia per quello di buono che qualcun altro può fare, per cui è meglio affondare tutti che qualcuno mi sorpassi; poi ancora, la convinzione che debba prevalere sempre la propria parte a costo anche della verità; infine il non volersi mai mettere seriamente in discussione, pensando di aver sempre ragione. Questi atteggiamenti spengono la fiducia, tarpano le ali a chi si vuole impegnare veramente, non danno speranza al futuro e incancreniscono le situazioni negative.

La logica che invece deve prevalere è piuttosto quella indicata nel vangelo che abbiamo ascoltato e che ci è testimoniata dalla vita dell’apostolo San Jacopo: “Ma Gesù – abbiamo ascoltato – li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

E’ ormai tradizione che per la festa solenne di San Jacopo scriva alla Chiesa pistoiese e alla città una lettera programmatica per l’anno pastorale che inizierà a settembre. La lettera pastorale per l’anno pastorale 2020/2021 giunge mentre nel mondo ancora imperversa la pandemia da Covid 19. Il momento è certamente difficile ma da uomini e donne di fede, dobbiamo avere la ferma convinzione che anche questo tempo può esserci utile. In questa prospettiva, l’anno pastorale 2020 / 2021 lo vedo segnato profondamente da alcuni verbi che più che cose da fare, indicano attitudini da assumere consapevolmente, orientamenti di vita, innanzitutto di mente e di cuore: “Pregare, ripensare e continuare ad amare, alla scuola dell’apostolo San Jacopo”.

Come prima cosa, il riferimento a San Jacopo. L’anno che abbiamo di fronte sarà particolarmente dedicato alla memoria dell’apostolo Giacomo di cui oggi celebriamo la festa. Il 2021, anno in cui il 25 di luglio cadrà di domenica, sarà anno santo jacobeo. Certo non potremo celebrare questo anno santo come ci eravamo proposti di fare in un primo tempo. Siamo ancora nell’incertezza e il programma dovrà essere adattato alla situazione che stiamo vivendo. In ogni caso, l’anno santo inizierà solennemente il 9 gennaio prossimo con l’apertura della porta santa e la concessione della indulgenza plenaria. Troverà poi naturalmente il suo culmine nel periodo che va dal 16 luglio alla domenica 25 luglio 2021.  Il fatto che ci sia stata concessa dalla Santa Sede l’apertura della porta Santa, è sicuramente qualcosa di straordinario che merita attenzione e gratitudine.

Scrivo poi nella lettera di “pregare”. Abbiamo infatti bisogno del Signore. Da soli non ce la faremmo mai a risolvere tutti i nostri problemi e quelli dell’umanità. Senza cioè ascoltarlo e seguirlo. Occorre allora tornare al Signore, alla sua santa parola e all’esempio dei santi come San Jacopo. Questo lo si può fare soltanto nella preghiera, nell’ascolto orante della parola di Dio, nella meditazione, nell’adorazione, nel silenzio della propria camera come nella liturgia della chiesa, quella eucaristica in particolare.

Oltre a pregare ho scritto che bisogna anche “ripensare”. Mi pare necessario ripensare a quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Credo sia un segno dei tempi e che, attraverso quello che è accaduto e sta accadendo, Dio ci abbia parlato e ci parli. Dobbiamo quindi cercare di capire il messaggio che questo tempo porta con sé. Cosa ha fatto riscoprire il covid19? Cosa ci ha insegnato e ci sta insegnando questa triste vicenda?  È uno sforzo di lettura e di ascolto che ognuno deve fare per conto proprio e insieme agli altri, riflettendo personalmente su ciò che è accaduto e sta accadendo. E questa riflessione deve essere di tutti, non solo dei cristiani. Soprattutto occorre riflettere a fondo sulle connessioni tra pandemia, disastri ambientali e squilibri economici del mondo. Troppe volte la storia ci testimonia che appelli non ascoltati, segnali non attentamente valutati a suo tempo, hanno poi prodotto tragedie immani, con danni enormi per l’umanità.

“Ripensare”, per la chiesa pistoiese, vuol dire anche ripensare il ruolo della famiglia al suo interno e nel mondo; ripensare tutto il processo con cui si diventa cristiani; ripensare le nostre parrocchie e diocesi per adeguare la presenza della chiesa ai nuovi contesti.

Terza cosa che indico nella lettera pastorale è di “Continuare ad amare”. Il tempo che stiamo vivendo ci sollecita molto sul piano della carità. Se, come dice Gesù nel Vangelo, i poveri li avremo sempre con noi, in questo momento essi sono diventati veramente tanti e lo saranno ancora di più. La crisi economica è solo all’inizio e già si registra purtroppo un consistente aumento delle situazioni di bisogno e di persone o famiglie in gravi difficoltà economiche. Ho detto “continuare ad amare” perché in verità in questo periodo difficile non è mai venuta meno l’opera silenziosa e fattiva della carità. Ora si tratta di perseverare, perché, come dicevo, i bisogni aumenteranno. Sicuramente alla nostra attenzione restano gli immigrati che dobbiamo continuare ad accogliere nel modo migliore possibile. In questo momento però, a manifestare necessità sono sempre di più persone e famiglie, diciamo “della porta accanto”. La mancanza di lavoro è una delle questioni più preoccupanti che abbiamo di fronte e che chiederebbe un impegno convergente da parte di tutti: parlamento e governo, sistema bancario, imprenditori e sindacati, forze politiche e sociali, mondo del terzo settore. Non si dimentichi poi che le necessità non sono soltanto di ordine materiale ma anche psicologico, morale e spirituale. Il tempo del Coronavirus ha portato alla luce tante solitudini, fragilità;  ha influito anche sulla nostra mente e ha portato conseguenze personali sul piano psichico, sollevando paure, senso di impotenza, incertezze sul futuro, senso di precarietà e instabilità.

Termino queste mie riflessioni, invocando il nostro celeste patrono San Jacopo. Questa lettera viene pubblicata e resa nota alla diocesi proprio nel giorno della sua festa. E’ consegnata nelle mani dei presbiteri e diaconi, come di tutti gli altri fedeli, religiosi e laici. Viene consegnata alle singole parrocchie e alle associazioni e movimenti ecclesiali presenti in diocesi, in particolare ai Consigli pastorali parrocchiali, perchè sia letta con attenzione, discussa e attuata secondo le particolarità di ogni realtà. A San Jacopo chiedo l’intercessione perché riusciamo ad essere una chiesa sempre più bella per l’amore al Signore, la forza della carità e l’ardore della missione e per la nostra città, che sia sempre di più una città bella non solo per i suoi splendidi monumenti e le sue opere d’arte ma anche per la laboriosità dei suoi cittadini, la solidarietà sociale e uno sviluppo umanamente sostenibile.




Veglia di Pentecoste e Messa Crismale (30 maggio 2020)

Messa Crismale

Messa Crismale nella Veglia di Pentecoste (Cattedrale di San Zeno – 30 maggio 2020)

 

Quanto stasera, nella Veglia di Pentecoste, celebriamo anche la Messa crismale. Un rito che trova il suo naturale contesto nella Pasqua del Signore. Non per niente la Messa crismale si celebra nella settimana Santa. Quest’anno però ci è stato impossibile celebrarla in quel contesto per la pandemia che ci ha colpito e quindi siamo stati costretti a rinviarla a stasera. Anche se ancora non possiamo celebrarla in tutto il suo solito splendore partecipato da tanti sacerdoti e persone, sempre per lo stesso motivo, con tanta gioia comunque la celebriamo sapendo che essa rimane sempre legata al Mistero pasquale della nostra redenzione. Al mistero della morte e risurrezione del Signore che ha redento l’umanità e la creazione intera e ha effuso lo Spirito Santo che santifica e da la vita. La festa di Pentecoste nella quale quest’anno collochiamo la Messa crismale, non fa che ribadirlo.

È dalla Pasqua del Signore che scaturiscono i sacramenti e gli oli che stiamo per consacrare sono segno della sovrabbondate grazia di Cristo: sono il segno del suo corpo dato per noi, del suo sangue versato per noi; segno di quell’effluvio di grazia che esce dal costato di Cristo per raggiungere ogni uomo e donna del mondo.

Siamo qui, seppur in numero limitato, come rappresentanti di tutto il popolo di Dio che è la Chiesa che vive nei territori di Pistoia, e in parte di Prato e di Firenze.

Siete qui con me innanzitutto voi sacerdoti che in questa occasione rinnovate le promesse sacerdotali.

Carissimi confratelli, siate sempre grati al Signore per la chiamata che vi ha fatto diventare pescatori di uomini. Non c’è cosa più bella al mondo che aiutare le persone a incontrare Gesù, a lasciarsi conquistare da lui. Tanti nel mondo sanno fare molte cose meglio di noi. Non possiamo nemmeno pensare lontanamente di averne noi la capacità. Anzi, dobbiamo con sincera umiltà, riconoscere la nostra piccolezza. Ma c’è una cosa che solo noi possiamo fare, ed è quello che dobbiamo fare e imparare a fare sempre di nuovo, ogni giorno sempre meglio: dare Cristo alle persone; comunicare la speranza che viene dalla parola di Dio e dalla grazia sacramentale, celebrare il divino sacrificio offrendo il corpo e il sangue di Cristo per la salvezza dell’umanità. Solo noi possiamo cancellare i peccati a nome di Cristo, per la potenza dello Spirito Santo. A noi compete indicare agli uomini e alla gente la via del cielo e l’impegno della carità che anticipa il cielo sulla terra. Questo amore, questa carità pastorale che ci fa guardare a ogni uomo e donna come li guarda Dio, cercando per ciascuno la salvezza eterna e munendolo di tutto ciò che spiritualmente è necessario, è il nostro compito. E non pensiate che nell’adempimento di questa missione a favore delle persone, si impoverisca la nostra umanità; che le nostre caratteristiche umane vengano annientate, per ridurci a impersonali uomini del sacro. Il Signore ci ha chiamato con la densità della nostra umanità, con il peso e la bellezza della nostra carne e nell’esercizio della carità pastorale, tutta la nostra umanità è coinvolta con la concretezza delle azioni e dei sentimenti. A noi è chiesto di amare ogni persona cercando per quella persona la salvezza eterna e l’incontro con Cristo salvatore. Ma l’amore che mettiamo in questo ha tutto il sapore della nostra umanità, il calore dei nostri sentimenti, il trasporto della nostra persona. E se ci è chiesto di non avere una famiglia nostra, è solo perché quella dedizione, quell’affetto, quelle emozioni che avremmo messo verso la nostra famiglia, lo mettiamo in ogni relazione umana che il ministero ci propone.

Siete qui con me stasera, anche voi laici, a nome di tutto il popolo di Dio e con voi, sono presenti anche le religiose, una presenza che purtroppo si va assottigliano ma che ancora è molto preziosa.

Voi tutti, laici, uomini e donne, giovani e adulti, e voi religiose, non siete qui come spettatori di un qualcosa che va in scena di fronte a voi. Voi siete pienamente partecipi invece del mistero di amore della Pasqua che da origine alla santificazione degli oli di questa sera. Voi siete chiesa, siete popolo di Dio e insieme ai sacerdoti offrite anche voi l’agnello innocente del nostro riscatto, il Signore Gesù. Voi non siete soltanto fruitori dei sacramenti, ma siete voi stessi chiamati dal dono della Spirito ad essere sacramento vivente, cioè segno dell’amore di Cristo verso i vostri vicini, verso gli uomini e le donne che abitano le nostre terre. Segno vivente di speranza. La vostra vita di famiglia, diventa così testimonianza e lode al Signore. Il vostro lavoro, una partecipazione all’opera continua della creazione e un mezzo per trasformare il mondo; la vostra vita sociale, in mezzo ai paesi e alle città, un modo per raccontare l’amore che cambia il mondo e lo rende migliore. Il Battesimo che avete ricevuto, la Santa Cresima e la divina Eucaristia a cui partecipate, vi abilitano ad essere corresponsabili della missione che Cristo affida alla sua Chiesa. Su di voi, come su di noi, è lo Spirito di Cristo, quello Spirito di cui abbiamo sentito nel vangelo e che spinge Cristo, il messia, alla realizzazione del disegno di salvezza del Padre. “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.

Tutti insieme, come chiesa del Signore abbiamo una missione da compire, un mandato a cui rispondere, dei talenti ricevuti che non possiamo sotterrare ma che dobbiamo invece mettere a frutto.

In questo momento voglio rivolgere ancora un pensiero particolare ai nostri ragazzi. Il Crisma che stasera viene consacrato, servirà in gran parte per cresimarli, per confermare in loro la grazia del Battesimo e configurarli così in modo pieno a Cristo stesso.

La chiusura delle scuole e questo tempo di pandemia hanno di fatto allontanato i ragazzi dalla partecipazione alla Messa. Molte cose sono state fatte, per la verità, perché non venisse meno anche in questo periodo la opportunità di crescere nella fede. Sono stati utilizzati diversi mezzi di comunicazione oggi alla portata di tutti. Sono grato per quanto è stato fatto, in particolare dal personale dell’ufficio catechistico diocesano, per l’impegno profuso in questo tempo. Sta di fatto che i nostri ragazzi dovranno essere aiutati a riprendere dimestichezza con la Santa Messa e la vita della comunità. Ma ora ho in mente particolarmente quei ragazzi già un po’ grandicelli che quest’anno riceveranno la Cresima. Vogliamo pregare stasera per loro, perchè il dono dello Spirito che riceveranno possa mettere radici solide così da fruttificare abbondantemente. Perché si sentano oggetto di un amore grande, quello d Dio; perché sentano la voglia e l’entusiasmo di camminare secondo lo Spirito. Il tempo della pandemia che abbiamo attraversato e che stiamo ancora attraversando, ci ha fatto capire che è necessario costruire un mondo nuovo, migliore di quello di prima; più giusto, più solidale, più umano. Ecco, preghiamo stasera perché i nostri ragazzi sentano la grande e bella responsabilità che hanno in ordine alla edificazione di un mondo migliore e comprendano che devono darsi da fare per questo e che edificarlo insieme al Signore, edificare la propria vita insieme al Signore è una cosa bellissima.

Ecco dunque fratelli e sorelle miei amatissimi. Con questa S. Messa crismale riceviamo tanta gioia dal Signore. Siamone degni e riconoscenti. Ci riscopriamo chiesa del Signore, convocata dal suo amore. E una festa che ci fa davvero lieti nella speranza.




Pasqua di Resurrezione 2020

Cattedrale di San Zeno (12 aprile 2020)

 

Riandiamo fratelli e sorelle carissimi che mi state seguendo attraverso la televisione, riandiamo a quel mattino di venti secoli fa, in cui le donne trovarono il sepolcro vuoto. La grande pietra che ne chiudeva l’accesso rotolata via e dentro, niente. Solo le bende e il sudario ripiegata da una parte, ma di Gesù, niente.

Riandiamo con la mente a quella mattina, perché la risurrezione non è un discorso, non è una teoria, non è un bel pensiero, bensì un fatto preciso che si colloca in un preciso momento storico e in un determinato contesto geografico. Fu qualcosa che colpì i presenti in quell’ora. Molti credettero; tanti altri non credettero e rimasero scettici. La risurrezione di Cristo resta un atto di fede, ma fu un fatto, non un sentimento.

Gesù era stato condannato a morte e la sentenza eseguita: sulla croce. Era finita così la sua vicenda di predicatore, di rabbi o maestro della legge. La sua avventura con un pugno di persone che lui aveva chiamato a sé perché collaborassero con lui, come pescatori di uomini, era finita miseramente. Lui, Gesù, catturato, processato e condannato a morte. Gli apostoli, tutti fuggiti; i discepoli che pure erano stati numerosi, tutti dispersi.

Umanamente avremmo detto che non c’era più niente da fare. Tutto ciò che poteva fornire una speranza secondo criteri umani, era semplicemente svanito. Si era sciolta come neve al sole. Restava è vero la parola stessa di Gesù che più volte aveva detto che il terzo giorno sarebbe risorto da morte. Ma chi poteva credere a quelle sue parole, ora che tutto era miseramente finito e il corpo di Gesù era stato deposto in un sepolcro?

Con la morte in croce, naufragava inoltre miseramente, il sogno legato al Messia d’Israele, di chi sperava che Gesù fosse davvero il Cristo, l’unto del Signore, venuto a restaurare la potenza di Israele, come un novello Davide, il grande re d’Israele che avrebbe ridato fiato, restaurato il Regno e dato a Gerusalemme di nuovo lo status di una capitale. Anche questo sogno messianico era ormai del tutto svanito, con la cattura e la crocifissione di Gesù. Forse anche il tradimento di Giuda potrebbe interpretarsi alla luce di una cocente delusione di chi aveva seguito la chiamata di Gesù, pensando di trovarsi all’alba di un nuovo e più grande regno di Israele.

Quindi, anche da questo punto di vista, tutto sembrava definitivamente chiuso. E c’erano davvero motivi sufficienti per disperdersi e abbandonare ogni cosa. In questo senso, il viaggio che porta due discepoli ad allontanarsi da Gerusalemme dopo la crocifissione, per raggiungere Emmaus, testimonia di questa delusione e di questa voglia di abbandonare tutto.

Inoltre dobbiamo anche considerare un ultimo fondamentale ostacolo, un ultimo e decisivo ostacolo che si levava in quel momento davanti a tutti coloro che comunque in qualche modo avevano seguito Gesù, lo avevano ascoltato, sentendosi commuovere il cuore: la morte. La inesorabile morte. Quella da cui ogni uomo vivente non può scappare. Gesù era realmente morto sulla croce. Aveva esalato l’ultimo respiro. Lo avevano visto in tanti, quelli che erano ai piedi della croce. Quando i soldati si avvicinarono ai crocifissi per il colpo di grazia, spezzando le ginocchia agli appesi perché il peso del corpo ormai senza appoggio, chiudesse definitivamente il diaframma e, se non fosse ancora accaduta, la morte sopraggiungesse immediata; ecco, quando i soldati si avvicinarono a Gesù, non gli spezzarono alcun osso perché era ormai senza alcuna ombra di dubbio morto. E comunque, ad ogni evenienza, con la lancia aprirono il costato di Gesù, dalla cui ferita ormai non uscì più niente o quasi: il sangue era stato ormai tutto versato. Gesù era dunque morto; esanime il suo corpo raccolto dalle braccia della madre; freddo e senza vita, quando fu deposto nel sepolcro e avvolto con qualche unguento in un sudario. E dalla morte non si ritorna. Lo sappiamo bene. La morte inghiotte e non rimanda indietro nessuno. E Gesù in quel momento era preda della morte.

Tutto dunque allora sembrava chiuso, senza alcuna prospettiva, inchiodato a un presente senza speranza. Ed era forte la sensazione che l’ingiustizia avesse trionfato definitivamente; che l’odio e il risentimento avessero trionfato sull’amore e la bontà; che la cattiveria avesse vinto. In quel momento sembrò che il potere corrotto o falsamente giusto avesse la meglio; che i giochi di potere dei sacerdoti del tempio e dei farisei, avessero avuto la meglio; che il tradimento fosse ormai il destino del mondo.

Ecco, amici miei carissimi, in un contesto del genere, che assomiglia per tanti versi a certi momenti della storia degli uomini e forse, per certi versi, anche al momento difficile che stiamo attraversando, dove l’angoscia per il presente, si unisce a una grande incertezza per il futuro, la resurrezione di Cristo la si può riscoprire in tutto il suo valore, in tutta la sua forza dirompente, in tutta la sua novità.
Oggi, quando ci sentiamo fiaccati e frustrati da qualcosa di imprevisto che ci ha tolto improvvisamente tante abitudini belle, con la possibilità di incontrarci, di stringerci la mano, di abbracciarci e di guardarci negli occhi con fiducia, la buna notizia di Cristo che ha vinto la morte, che ha sconfitto il potere oscuro della morte, che ha vinto con l’amore la cattiveria del mondo, ci riempie il cuore di emozione e di gioia.

Il Cristo è davvero il condottiero che ci può condurre oltre le secche della nostra storia di uomini, Colui che ha le chiavi del mondo e della storia, Colui nel quale e per il quale ogni cosa può rifiorire.

Riandiamo ancora, carissimi fratelli a quel mattino di Pasqua. Proviamo ad entrare nel cuore delle donne che non trovarono Gesù nel sepolcro e ascoltarono le parole misteriose degli angeli. Riandiamo agli apostoli che in quel mattino cominciano a sentire che forse davvero Gesù era risorto da morte, come aveva predetto. Pensiamo al fremere sempre più forte di quei cuori, al riaprirsi mano a mano di quei cuori alla speranza, all’asciugarsi delle loro lacrime e all’emozione di ritrovarsi all’alba di un mondo nuovo.
Ripensiamo a loro, alla loro confusa gioia ed emozione crescente di quel mattino di Pasqua… E sia anche la nostra stamani, quella gioia. Lasciamoci invadere da questa traboccante certezza: il Signore è risorto! E’ veramente risorto. E’ vivo, presente, operante col suo spirito in mezzo a noi. Il male non può avere l’ultima parola sul mondo. La cattiveria e il rancore, l’odio e l’ingiustizia non possono trionfare, anche se sul momento sembrano vittoriosi e tutto travolgere.

E illuminati dalla luce del risorto, guardiamo anche al bene che sta fiorendo dovunque nel mondo. Lo Spirito di Dio è all’opera e rinnova la faccia della terra.

Corriamo allora, carissimi fratelli e sorelle, dietro a Cristo. Abbracciamo la sua santa legge! Imitiamolo in tutta la nostra vita. Non ci lasciamo confondere le idee da chi insegna cose diverse da quelle di Cristo. Cristo, e solo Lui è la via, la verità e la vita. E con Lui e dietro a Lui, mettiamoci a ricostruire il nostro mondo, a farlo migliore, perché dopo la tempesta che stiamo attraversando, questo dovremo fare con tutte le nostre forze: ricostruire! Ricostruire nella giustizia e nella verità, nel rispetto dell’ambiente e di ogni persona, nella solidarietà fraterna e nell’amore di Dio. Forse abbiamo sbagliato tante cose in passato, forse abbiamo lasciato che l’ingiustizia e la barbarie della corruzione la facesse da padrona; forse abbiamo lasciato che il male si diffondesse. Non dovrà essere più così e dovremo impegnarci perché non sia così. Cristo è risorto.. E’ veramente risorto