Solennità dell’Immacolata (8 dicembre 2016) istituzione di un lettore e di un accolito

Solennità dell’Immacolata

8 dicembre 2016
istituzione di un lettore (Eusebio Farcas)
e di un accolito (Gianni Gasperini)

La lettura dal libro della Genesi che abbiamo ascoltato ci presenta innanzitutto il dramma dl peccato delle origini. L’uomo, al momento della sua origine non si è fidato di Dio. Dio lo ha voluto e creato. Lo ha voluto e creato libero e somigliante a sé per quanto è possibile a una creatura. Dio ha da subito offerto all’uomo un’alleanza, un patto, una relazione di amicizia e amore. L’uomo però ha rifiutato. Ingannato dal diavolo, il serpente antico, l’uomo ha pensato di essere talmente grande, talmente importante, talmente autosufficiente da poter fare a meno di Dio. Il peccato originale è espresso nella Sacra Scrittura come “disobbedienza” ma leggendo più in profondità, questo peccato è innanzitutto un non credere all’amore di Dio, un non volersi fidare di Lui, ritenendolo bugiardo e ingannatore, nemico del vero bene dell’uomo. Conseguenza del peccato delle origini è stata la frantumazione dei rapporti tra gli uomini, prima di tutto fra l’uomo e la donna; la frantumazione della società umana nell’odio omicida; la distruzione di una relazione positiva tra l’uomo e la natura; la scissione interna all’uomo stesso, la sua alienazione. Conseguenze del tutto logiche, perché staccandosi da Dio che è amore e fonte della vita, l’uomo non può che andare incontro all’odio e alla morte.

Il peccato d’origine non è primariamente un peccato sociale. E’ invece colpevole mancanza di fiducia e di accoglienza di Dio. Le conseguenze sono si sociali ed evidenti nella violenza che caratterizza spesso i rapporti tra gli uomini. Ma la radice del peccato è la non accettazione di Dio nella propria vita.

La lettura della genesi si chiude con una grande speranza. Il peccato non ha l’ultima parola sull’uomo. La morte non ha l’ultima parola sulla storia degli uomini. In quello che giustamente è stato chiamato il “protovangelo”, cioè il primo annuncio della Buona Notizia della salvezza per l’uomo, Dio promette che attraverso una donna nascerà qualcuno che schiaccerà definitivamente la testa del serpente antico e quindi darà all’uomo la possibilità di riandare nuovamente nelle braccia di Dio e di vivere nell’amore.

Noi oggi abbiamo questa possibilità, quella di riconciliarci con Dio in Cristo. L’umanità intera ha questa possibilità. Ed è questo il messaggio e l’appello che scaturisce dalla festa dell’Immacolata Concezione: prima ancora di un appello alla riconciliazione tra gli uomini, bisogno reale e urgente ma inefficace se non va all’origine del problema, esso è appello ad accoglie il Dio della misericordia nella propria vita, a ricorrere al suo perdono, ad andare a Lui pieni di fiducia.

Il brano della lettera di San Paolo apostolo agli efesini completa il discorso ricordandoci il nostro destino eterno. Paolo benedice Dio, lo loda perché ci ha scelti in Gesù Cristo e ci ha fatto suoi figli  mediante il suo Figlio unigenito. Poi ci ricorda che siamo stati fatti eredi, predestinati a essere lode della gloria di Dio.

Non abbiamo dunque un destino puramente terreno e il Regno di Dio a cui siamo predestinati non è un regno terreno, anche se inizia su questa terra e su questa terra ci si può decidere per esso. Noi siamo destinati alla lode di Dio. La nostra vita trova il suo senso ultimo nella comunione con Dio. Per questo siamo stati creati, per questo siamo stati redenti, per questo lo Spirito Santo è stato effuso nei nostri cuori. Se perdessimo questa chiara coscienza, il messaggio cristiano si ridurrebbe a ideologia, a messaggio puramente sociale o politico, alla stregua di tanti altri che l’uomo ha elaborato e consumato lungo i secoli. Come dice un famoso detto di Sant’Ireno, citato purtroppo quasi sempre a metà: “Gloria Dei vivens homo”. L’uomo vivente cioè è la gloria di Dio. Ma la vita dell’uomo consiste però nella visione di Dio. “vita autem hominis visio Dei”. Questa è la seconda parte della frase di S.Ireneo che ci dice chiaramente che fuori dalla relazione con il suo creatore, l’uomo è morto, non è più “vivens homo”. (sant’Ireneo di Lione, II secolo, in Adversus haereses, IV, 20,7).

L’immacolata Vergine Maria ce lo dice chiaramente anche lei: lei infatti è la piena di grazia. In lei l’amore di Dio è pieno. E’ questo che fa di lei la tutta santa, la più alta delle creature, la donna, la creatura, pienamente realizzata. E il si che lei pronuncia all’angelo è prima di tutto il si ad essere amata da Dio, ad essere “piena di grazia”; è il si ad accogliere Dio dentro di sé. Conseguentemente è anche il si dell’amore detto a tutti noi, per il nostro soccorso.

E’ esattamente ciò che il Vangelo ci ha annunziato poco fa. La Vergine concepita senza peccato originale per singolare privilegio in vista della sua divina maternità, con una liberazione che è frutto anticipato della croce di Cristo, ci mostra la via della nostra santificazione. La via che è proposta a ogni uomo; quella che la Chiesa di cui Maria è immagine, deve indicare agli uomini di oggi: la via che conduce a Dio, all’accoglienza di Lui, fondamento di ogni autentica accoglienza umana tra fratelli.

Lo Spirito Santo, dice l’angelo a Maria “scenderà̀ su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà̀ con la sua ombra. Perciò̀ colui che nascerà̀ sarà̀ santo e sarà̀ chiamato Figlio di Dio”. Così comprendiamo Chi è colui che può far nuove tutte le cose e renderci santi: lo Spirito di Dio. Con l’opera dello Spirito Santo la vergine partorirà e darà al mondo il Figlio di Dio. Mediante l’opera dello Spirito Santo ciascuno di noi può rinascere a vita nuova e generare vita. Questo è ciò di cui ha bisogno il mondo. Questo è ciò che ogni uomo attende. Solo nella docilità all’azione dello Spirito ogni uomo vedrà la salvezza e sorgeranno cieli nuovi e terre nuove. Ed è questo stesso spirito che suscita carismi e ministeri, arricchendo la chiesa di doni. Come in questo momento con questi due giovani che saranno istituiti lettori e accoliti.

(La seguente monizione è ripresa e riadattata dal Rito della Istituzione dei lettori e degli accoliti)

Carissimi, Eusebio e Gianni che diventerete tra poco l’uno lettore e l’altro accolito, ascoltate ora con attenzione quanto la chiesa ha da dirvi in questo momento.

Dio nostro Padre ha rivelato il mistero della nostra salvezza e lo ha portato a compimento per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo fatto uomo, il quale, dopo averci detto e dato tutto, ha trasmesso alla sua Chiesa il compito di annunziare il Vangelo a ogni creatura. Il lettore è annunziatore della parola di Dio ed è chiamato a collaborare a questo impegno primario nella Chiesa e perciò̀ è investito di un particolare ufficio, che lo mette a servizio della fede, la quale ha la sua radice e il suo fondamento nella parola di Dio. Il lettore proclama la parola di Dio nell’assemblea liturgica; educa alla fede i fanciulli e gli adulti e li guida a ricevere degnamente i Sacramenti; porta l’annunzio missionario del Vangelo di salvezza agli uomini che ancora non lo conoscono. Attraverso questa via e con la sua collaborazione molti potranno giungere alla conoscenza del Padre e del suo Figlio Gesù̀ Cristo, che egli ha mandato, e così otterranno la vita eterna. È quindi necessario che, mentre il lettore annunzia agli altri la parola di Dio, sappia accoglierla in se stesso con piena docilità̀ allo Spirito Santo; la mediti dunque ogni giorno per acquistarne una conoscenza sempre più viva e penetrante, ma soprattutto renda testimonianza con la sua vita al nostro salvatore Gesù̀ Cristo.

L’accolito invece partecipa in modo particolare al ministero della Chiesa. Essa infatti ha il vertice e la fonte della sua vita nell’Eucaristia, mediante la quale si edifica e cresce come popolo di Dio. All’accolito è affidato il compito di aiutare i presbiteri e i diaconi nello svolgimento delle loro funzioni, e come ministri straordinari può distribuire l’Eucaristia a tutti i fedeli, anche infermi. Questo ministero lo impegna a vivere sempre più intensamente il sacrificio del Signore e a conformarvi sempre più̀ il suo essere e il suo operare. Cerchi quindi di comprenderne il profondo significato per offrirsi ogni giorno in Cristo come sacrificio spirituale gradito a Dio. Non dimentichi che, per il fatto di partecipare con i suoi fratelli all’unico pane, forma con essi un unico corpo. Ami di amore sincero il corpo mistico del Cristo, che è il popolo di Dio, soprattutto i poveri e gli infermi. Attuerà così il comandamento nuovo che Gesù̀ diede agli apostoli nell’ultima cena: amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi.

 

 

 

 




Prolusione anno accademico Accademia lucchese di scienze, lettere e arti (Lucca, 29 novembre 2016)

 

La custodia del creato alla luce della enciclica “Laudato si” di Papa Francesco

Prolusione per l’apertura dell’anno accademico dell’Accademia lucchese di scienze, lettere e arti (Lucca 29.11.2016)

 

Come si sa, centocinquanta anni fa nasceva quella che da allora si chiamò “ecologia”[1], dal greco οίκος (casa) e lόgος (discorso). Nasceva come scienza che studia gli organismi viventi nelle loro relazioni reciproche e nella relazione con l’ambiente. Una scienza che si è sviluppata ed è diventata sempre più di attualità.

Lo “status quaestionis” dell’ecologia

Negli ultimi decenni l’attenzione si è concentrata nell’analisi dell’impronta umana sui cambiamenti del clima globale e sull’erosione della biodiversità, un’erosione così rapida da indurre alcuni ecologi a parlare addirittura di grande estinzione di massa. Pian piano, questa impronta umana è stata riconosciuta come determinante in modo sempre più deciso. Nel 2000 Paul Crutzen, premio Nobel per la Chimica nel 1995 per i suoi studi sull’ozono e membro dell’Accademia pontificia per le scienze, ha proposto di chiamare “antropocene” l’attuale fase della storia dell’ecosistema Terra, per sottolineare l’impronta enorme e inedita che una singola specie, l’Homo sapiens, imprime nei sistemi ecologici locali e globali. Nella Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo organizzata dalle Nazioni Unite nel 1992 a Rio de Janeiro (UNCED), praticamente tutti gli stati della Terra, preso atto della situazione, si impegnarono solennemente a cercare di ridurre l’influenza umana sulla dinamica del clima e sulla dinamica della biodiversità. Firmarono quindi la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC) che resta un punto di riferimento fondamentale nella questione ecologica odierna. Negli ultimi decenni ci si è soffermati sul problema del surriscaldamento del pianeta. Tutti credo ricordiamo il COP[2] 21 tenutosi nel dicembre 2015 a Parigi a cui è seguito ultimamente, ai primi di novembre, il COP 22 a Marrakech. Dal settembre 2015 le Nazioni Unite con l’Agenda 2030[3] hanno fissato i 17 obiettivi per uno “sviluppo sostenibile” dell’umanità da raggiungere entro quell’anno. Obiettivi che sono raggruppati poi in tre grandi prospettive: crescita economica; inclusione sociale; tutela dell’ambiente. Nell’Agenda è espressa con molta chiarezza l’urgenza di ridurre le emissioni di gas serra e di affrontare il tema dell’adattamento agli impatti negativi dei cambiamenti climatici. Maggiori emissioni di gas serra condurranno a un maggior riscaldamento che amplificherà i rischi esistenti per i sistemi umani e naturali e ne creerà di nuovi.

Nel novembre del 2015 (20 novembre) una dozzina di società e associazioni scientifiche italiane hanno steso una Dichiarazione comune alla vigilia della COP 21 di Parigi. Gli scienziati italiani si sono rivolti a tutti i protagonisti coinvolti nel tema dei cambiamenti climatici per offrire uno sguardo interdisciplinare sulle soluzioni possibili. In questa Dichiarazione si afferma che “i cambiamenti climatici costituiscono per la comunità internazionale una delle sfide più complesse e importanti, le cui conseguenze negative hanno un’elevata rilevanza per economie e società, non solo per l’ambiente.” Vi si riporta inoltre quello che il Quinto Rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici dell’IPCC[4], che è la più esaustiva e aggiornata raccolta delle conoscenze scientifiche sul clima, afferma; cioè che esiste un consenso condiviso all’interno della comunità scientifica su alcuni punti. E cioè:

– che l’influenza umana sul sistema climatico è inequivocabile ed è estremamente probabile che le attività umane siano la causa dominante del riscaldamento verificatosi a partire dalla metà del XX secolo. Il continuo riscaldamento del pianeta aumenta i rischi di impatti gravi, pervasivi e irreversibili sul sistema climatico;

– che gli impatti dei cambiamenti climatici si stanno già manifestando e interessano sia i Paesi in via di sviluppo che i Paesi più sviluppati. Le comunità più deboli da un punto di vista sociale, economico, culturale, politico, istituzionale sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici;

– che dal 1950 ad oggi sono aumentati gli eventi climatici estremi (ad esempio ondate di calore, innalzamento del livello del mare, precipitazioni violente, gravi siccità) e molti di questi sono attribuibili all’influenza delle attività umane;

– che l’esposizione e la vulnerabilità ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi, insieme ad eventi pericolosi connessi al clima, costituiscono componenti cruciali per la valutazione e la gestione del rischio di ogni attività economica o sociale.

Quanto fin qui detto potremmo considerarlo lo status quaestionis sulla ecologia, oggi. Come dice Gianfranco Bologna, Direttore scientifico WWF, sull’ultimo quaderno di “Scienza e vita”[5], la comunità scientifica internazionale concorda sostanzialmente sui punti ora ricordati.

Non possiamo però negare – lo dico per inciso – che esista anche un dibattito attorno a queste problematiche. In particolare circa il surriscaldamento del mondo che sarebbe dovuto principalmente all’intervento umano. Si leva qua e là qualche voce critica nel merito. Senza citare i “negazionisti” per partito preso, richiamo soltanto una voce assai moderata e ragionevole, quella di Mieli in un articolo recentissimo, dei primi di novembre, in occasione del COP 22 a Marrakech; articolo apparso sul Corriere della sera che così titolava “È ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure anche drastiche contro il global warming. È invece irrazionale dar retta a chi lo ritiene un campo delle certezze assolute”. Ed è soprattutto ignobile – aggiungeva Mieli – accodarsi al linciaggio di chi muove legittime obiezioni all’assunto che riconduce interamente all’uomo il surriscaldamento del pianeta. Ancora Mieli indicava come per lo meno da discutere, la questione dell’influsso dell’uomo sul clima, dal momento che il clima ha una sua storia molto particolare e il suo andamento anche soltanto nell’era cristiana ha subito notevoli variazioni.[6]

  1. L’intervento del Papa

Aldilà però dei dibattiti, ecco comunque il grido del Papa che scende in campo e fa propria la indiscutibile preoccupazione mondiale sulla “casa comune”. Il Papa ritiene indilazionabile e necessario un cambiamento nella vita degli uomini del nostro tempo e quindi della economia e della politica che governa il mondo, per la salvaguardia del creato. Sbaglieremmo però se vedessimo nell’Enciclica semplicemente un contributo del Papa e della Chiesa alla preoccupazione ecologica. L’Enciclica è molto di più e, aldilà delle questioni scientifiche soggiacenti, essa appartiene al grande magistero sociale dei papi dalla fine dell’800 ad oggi: si tratta sempre di “Caritas in veritate in re sociali”, cioè del messaggio evangelico di Cristo “in re sociali”, nelle questioni sociali; quindi rappresenta un invito a scoprire la bellezza del creato donatoci da Dio; la nostra responsabilità nel custodirlo e farlo diventare casa accogliente per tutti gli uomini di oggi e di domani e infine, un invito a cambiare i nostri comportamenti, gli stili di vita e le nostre stesse società perché siano sempre più umane.

Ecco allora che al n. 2 dell’enciclica Papa Francesco afferma: “Questa sorella – la terra – protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra. «I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali preoccupazioni attuali dell’umanità», scrive il Papa. Se inoltre, «il clima è un bene comune, di tutti e per tutti», l’impatto più pesante della sua alterazione ricade sui più poveri.

Nel messaggio per la giornata del creato del primo settembre scorso, il Papa aggiungeva: “Con questo Messaggio, rinnovo il dialogo con ogni persona che abita questo pianeta riguardo alle sofferenze che affliggono i poveri e la devastazione dell’ambiente. Dio ci ha fatto dono di un giardino rigoglioso, ma lo stiamo trasformando in una distesa inquinata di «macerie, deserti e sporcizia» (Enc. Laudato si’, 161). Non possiamo arrenderci o essere indifferenti alla perdita della biodiversità e alla distruzione degli ecosistemi, spesso provocate dai nostri comportamenti irresponsabili ed egoistici. Il pianeta continua a riscaldarsi, in parte a causa dell’attività̀ umana: il 2015 è stato l’anno più̀ caldo mai registrato e probabilmente il 2016 lo sarà̀ ancora di più̀. Questo provoca siccità̀, inondazioni, incendi ed eventi meteorologici estremi sempre più̀ gravi. I cambiamenti climatici contribuiscono anche alla straziante crisi dei migranti forzati. I poveri del mondo, che pure sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più̀ vulnerabili e già̀ ne subiscono gli effetti. Ascoltiamo «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (ibid., 49), e cerchiamo di comprendere attentamente come poter assicurare una risposta adeguata e tempestiva.”

  1. La “Laudato si” nel magistero sociale

Forse è utile a questo punto inquadrare la Laudato si nel contesto del magistero sociale della Chiesa, cogliendone quindi gli assunti fondamentali, cioè il messaggio in essa contenuto. Si tratta dunque di un’enciclica, come recita il suo sottotitolo – “sulla cura della casa comune”. Il titolo, “Laudato si” è preso, come ben sapete dal Cantico di frate sole di San Francesco d’Assisi ed è la prima volta – mi piace sottolinearlo – che un documento del magistero papale inizia con parole “in volgare” e non in latino.

La “Laudato sì” si colloca nel solco delle altre encicliche sociali – a partire dalla “Rerum novarum” di Papa Leone XIII (1891), per passare alla “Quadragesimo anno” di Pio XI (1931), alla “Mater et magistra” (1961) e alla “Pacem in terris” (1963) di San Giovanni XXIII, al Concilio Vaticano II con la “Gaudium et spes” (1965), arrivando alla “Populorum progressio” (1967) e “Octogesima adveniens”di Paolo VI (1971)), alla “Laborem exercens” (1981), alla “Sollecitudo rei socialis” (1987) e “Centesimus annus” (1991) di San Giovanni Paolo II e alla “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI nel 2009.

Pur collocandosi in questa scia, l’enciclica di Papa Francesco ha una sua specificità, una sua originalità. Rappresenta un interessantissimo e in buona parte nuovo capitolo del magistero sociale. Per vari motivi. Il primo è proprio il tema e cioè la “cura della casa comune”. E’ la prima volta che il supremo Magistero prende esplicitamente in esame la questione ecologica. Il secondo motivo di originalità è di essere rivolta non solo ai cristiani o ai credenti o anche solo agli uomini di buona volontà ma a “ogni uomo che abita questo pianeta”. Infine è originale perché vi si dice chiaramente che “le soluzioni” non ci sono già ma vanno cercate e ciò si può fare soltanto attraverso un dialogo portato avanti ad ogni livello (n. 14), con tenacia e convinzione.

  1. Gli assi portanti dell’Enciclica

Quali sono gli assi portanti – domandiamoci ora – che attraversano l’enciclica (cfr n.16)? A mio parere sono quattro: 1°. L’interconnessione tra problema ecologico e comportamento umano; non solo, ma l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta, tra poveri e rovina ambientale. Per cui la questione ecologica è oggi questione sociale. 2°. Il paradigma tecnologico come causa del disastro. O meglio come viene intesa e usata la tecnologia, con quale mentalità ci si rivolge ad essa. Per cui è necessario criticare il nuovo paradigma e le forme di potere che derivano dalla tecnologia; conseguentemente occorre cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso 3°. La ricerca di una ecologia integrale, cioè veramente umana, complessiva rispetto alle diverse dimensioni dell’essere umano. 4°. La necessità di una conversione personale e sociale, assumendo stili di vita nuovi e uno sguardo direi “francescano” sul creato. Non per niente il cantico delle creature di frate Francesco è il ritornello di questa Enciclica.

Passo rapidamente in rassegna questi quattro assi portanti della Laudato si. Partiamo dall’interconnessione tra stato dell’ambiente e comportamento umano. L’Enciclica, per espressa ammissione di Papa Francesco, è una riflessione “gioiosa e drammatica” insieme (n. 246). Non è un’enciclica per abbellire una casa che si presenta già bene, quindi semplicemente da rifinire. No. La casa comune è considerata in uno stato miserando, per cui se non si prende rimedio, se non avviene una svolta, la situazione rischia di precipitare in modo disastroso. La situazione è molto pericolosa. La sua drammaticità è ben espressa nei nn. 2, 61 e 162 dell’Enciclica. La casa comune ma anche gli abitanti di questa casa sono in grave difficoltà. (vedi tutto il I capitolo). E questo è dovuto in gran parte alle scelte dell’uomo, ai suoi comportamenti. Una situazione drammatica dunque anche per l’uomo. Anzi è proprio questo un assunto dell’intervento papale: l’uomo è pienamente coinvolto nella vicenda della “casa comune”, non solo come abitante di essa ma anche come responsabile del suo stato di salute. La sua salute morale e spirituale influisce in modo determinante sulla “casa comune” e a sua volta, lo stato della “casa comune” influisce su di essa. Per questo la “questione ecologica” è innanzitutto questione umana, questione di giustizia sociale. I problemi della salvaguardia dell’ambiente vanno insieme a quelli della salvaguardia dell’umano. La questione ecologica è oggi il nuovo volto della questione sociale e mostra al suo interno la necessità di risolvere una crisi ambientale che non è solo tale. È prima di tutto crisi etica, crisi antropologica, crisi nei rapporti con Dio. Ed è questione sociale perché implica un problema di giustizia ecologica, di degrado degli ecosistemi che finisce per nuocere le popolazioni più povere. Implica una questione di giustizia sociale anche perché vede un debito ecologico tra i vari paesi nord-sud: debito contratto da alcuni paesi più sviluppati, che hanno utilizzato con le loro potenzialità tecnologiche le risorse umane oltre il dovuto, sprecandole e creando dei problemi di inquinamento anche per gli altri.

  1. Il “paradigma” tecnocratico

Da dove viene la situazione così drammatica che stiamo vivendo? Che cosa l’ha prodotta e la produce? I nomi sono diversi. Il Papa parla di antropocentrismo (n. 115) e di relativismo (n. 122) ma soprattutto di dominanza del “Paradigma tecnocratico”(n. 106) che si sposa perfettamente con un sistema economico ostile all’uomo, che produce una “economia che uccide” (n. 109).

Che cos’è questo “paradigma tecnocratico”? Dice il Papa al n. 106 “In tale paradigma risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno….. È come se il soggetto si ponesse di fronte alla realtà informe ritenendola totalmente disponibile alla sua manipolazione.

L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti.

Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia – dice il Papa. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti ».

Questo paradigma tecnocratico “tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano mentre la finanza soffoca l’economia reale.

In alcuni circoli si sostiene – afferma ancora il Papa – che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali; ugualmente si afferma che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. In realtà si da luogo soltanto a una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante». (n.109)

  1. Necessità di un cambiamento

Per tutte queste ragioni l’umanità ha bisogno di cambiare (n. 202). C’è necessità di una vera “rivoluzione”. Una “rivoluzione” culturale, morale, interiore, politica, economica… (cfr n. 111). Una rivoluzione che nasce dalla presa di coscienza della situazione e delle nostre responsabilità (leggi n. 114). Non ci si può illudere di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente, senza però risanare anche le relazioni umane fondamentali (n. 118 e 119). Questa rivoluzione è una “conversione ecologica” in senso ampio, interiore e spirituale. Una conversione che è sicuramente possibile (n. 217). Il Papa non è pessimista. Piuttosto realista. Anche quando appare quasi spietato nelle analisi, le sue parole sono sempre cariche di positività, perché manifestano una grande fiducia in Dio e nell’uomo, il quale può sempre riprendersi. Da questo punto di vista, la Laudato si è un’enciclica di grande speranza. Dentro vi è la certezza dell’amore del Signore, della sua misericordia e della possibilità che l’uomo ha di cambiare rotta. Non tutto quindi è perduto (nn. 61, 112, 205).

In che consiste questa conversione, questo cambiamento? Si tratta di andare verso una “un’ecologia integrale” che “esige di fermarsi a pensare e a discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo” (n.138). Il cap. IV della Laudato si’ è dedicato proprio ai diversi elementi di una ecologia integrale. Vi si parla quindi di una ecologia ambientale, economica e sociale; di una ecologia culturale; di una ecologia della vita quotidiana; di una ecologia che si costruisce attorno al principio del bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale, inteso – questo bene comune – come «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente »[7]; infine si parla di una ecologia che tenga conto della giustizia tra le generazioni.

Dunque possiamo dire che l’ecologia integrale riguarda non solo l’ambiente ma anche l’uomo; l’uomo e l’ambiente in relazione tra di loro. Per cui, se si vuole salvaguardare l’ambiente, ci si deve interessare del comportamento dell’uomo, della cultura che ha l’uomo, di come sono organizzate le città in cui si vive, di quali debbono essere gli stili di vita da assumere.

Dall’ecologia integrale sorgono alcune linee di orientamento e di azione. Per promuoverla (nn. 137-155) non bastano le leggi. Occorre una coscienza formata e degli orientamenti etici chiari.  Tutto il Cap. VI è molto interessante a questo proposito perché parla della educazione per una cittadinanza ecologica (n. 211). Si tratta di «puntare su un altro stile di vita», che apre anche la possibilità di «esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale». Poi ci sono alcuni “grandi percorsi di dialogo” da avviare e continuare che ci aiutano a uscire dalla spirale di autodistruzione in cui siamo affondati.” (Cap. V). La Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invita a un dibattito onesto e trasparente. Invita al dialogo e a credere nella forza del dialogo (“parlarsi”). Diversi sono gli ambiti entro i quali ci si dovrà impegnare in un dialogo serio e approfondito. Sarebbe qui troppo lungo soffermarci sui suggerimenti importanti che l’Enciclica da in molti settori della vita umana e sociale.  Ne accenno soltanto qualcuno come quello per es. della politica internazionale, dove si ha “bisogno di un accordo sui regimi di governance per tutta la gamma dei cosiddetti beni comuni globali»; poi quello delle politiche nazionali, perché ci sia trasparenza nei processi decisionali e metodologicamente ci si domandi sempre per quale scopo si prendano certe decisioni. Per quale motivo. Dove. Quando. In che modo. A chi sono dirette. Quali sono i rischi. A quale costo. Chi paga le spese e come lo farà. Lo studio dell’impatto ambientale di un nuovo progetto è importantissimo e «richiede processi politici trasparenti e condotti nel dialogo. Occorre quindi dare maggior spazio a una politica che sia capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche, superando pressioni di lobby e inerzie viziose. La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi abbiamo bisogno che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. E ciò vuol dire anche porsi seriamente il problema di un rallentamento di un certo ritmo di produzione. “Quando si pongono tali questioni – nota il Papa –  alcuni reagiscono accusando gli altri di pretendere di fermare irrazionalmente il progresso e lo sviluppo umano. Ma dobbiamo convincerci che rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e di sviluppo.” (n. 191)

  1. Le critiche all’enciclica

Una presa di posizione così forte e decisa, come quella espressa dalla Laudato si, non poteva non incontrare contestazioni, soprattutto direi in ambito anglosassone e liberistico. E così è stato. Si è preso spunto anche in parte dal dibattito ancora in corso, a cui ho accennato all’inizio del mio intervento, sul reale peso del comportamento umano sul surriscaldamento del pianeta, ma in genere però si è trattato di reazioni da parte di persone o realtà che appartengono alle lobby sotto accusa quando si parla di responsabilità umana sull’ambiente. Ho raccolto da un articolo della rivista di cose ecclesiali Zenit, una carrellata di queste critiche. Per es. sul The Guardian sono apparse critiche anche da parte di alcuni cattolici statunitensi dichiaratamente “negazionisti”, arrivando addirittura a definire la Laudato si “un autentico disastro, parte di un movimento radicale verde anticristiano e anti progresso”.[8] L’American Petroleum Institute, una lobby potentissima nel settore, ha controbattuto all’Enciclica affermando che “l’uso del carbone aiuta i poveri a migliorare le loro condizioni”. L’Heartland Institute, centro conservatore di studi climatici, ha criticato il Papa per aver imputato all’uomo il cambiamento climatico. Duro anche l’attacco di Nick Butler, editorialista del Financial Times, secondo cui “il messaggio del Papa non centra il punto”, poiché a suo avviso la critica alla tecnologia non è il modo giusto per risolvere problemi ecologici. “La cosa scioccante dell’enciclica– scrive Butler – è il suo attacco alla scienza e alla tecnologia, gli strumenti reali, i soli strumenti, che offrono una soluzione al cambiamento climatico”. Il giornalista critica, quindi, l’idea di dover abbandonare il “paradigma tecno-economico”, in quanto tale abbandono sarebbe irresponsabile, dal momento che la ricerca scientifica e tecnologica è l’unico modus operandi affidabile per ridurre l’inquinamento e far beneficiare le popolazioni più povere di alternative credibili ai combustibili fossili.

  1. Accoglienza positiva

Aldilà di questa voci critiche, L’Enciclica di Papa Francesco ha suscitato generalmente grande interesse in Italia e in tutto il mondo e anche l’accoglienza è stata assai positiva, particolarmente in ambienti progressisti, come era immaginabile. L’impatto dirompente di questo documento non è stato ignorato dai più importanti media anglosassoni, i quali hanno discusso ampliamente le parole del Papa. E’ notevole rilevare come la Santa Sede sia stata capace di entrare nel vivo della problematica attuale, operando un’influenza positiva su un tema scottante. Sempre nella rassegna della stampa anglosassone da parte della citata rivista on line Zenit, si sottolinea che sono due le principali linee emerse: in primis un forte fascino per l’esposizione raffinata e a tratti poetica del Papa e, secondo, l’impressione che il Papa sia riuscito ad affrontare la questione ecologica con sensibilità, inserendosi abilmente fra i cunicoli non solo teologici ma anche economici, scientifici e sociologici del problema.  L’Economist, per es. in un editoriale del 16 giugno, ha dato atto del successo mondiale dell’Enciclica e ne ha attribuito la ragione al tono “universale del Papa”, che ha permesso alla Santa Sede di poter divulgare il suo messaggio a un pubblico più ampio, non solo all’interno del mondo cattolico. Per l’Economist, inoltre, il documento del Papa è così universale che a tratti potrebbe essere scambiato per un documento delle più grandi organizzazioni ecologiche, come Greenpeace o il WWF.

Conclusione

Giunto al termine di questa mia comunque breve relazione rispetto all’argomento in discussione, direi che le critiche non scalfiscono minimamente il messaggio profetico della Laudato si. Messaggio, lo ribadisco, evangelico, non sociale o politico in senso stretto. Con questa Enciclica il Santo Padre si rivolge alla coscienza di ogni uomo e lo invita, invita ciascuno di noi a prendersi seriamente cura della “casa comune”, a fare tutto il possibile per essa attraverso un dialogo a trecentosessanta gradi accompagnato da un impegno personale, culturale e sociale in genere. Prima di tutto però l’invito è a prendersi cura di quella “casa” che siamo ognuno di noi e che sono le relazioni tra di noi, le quali debbono essere improntate a rispetto, giustizia e amore fraterno. Qui non ci possono essere obiezioni di sorta. Tutti dovremmo maturare e lavorare per maturare, quello sguardo contemplativo che fu di San Francesco, il solo sguardo che ci permetterà di custodire in senso pieno la nostra amata terra. Uno sguardo cioè pieno di rispetto e di amore, dove le cose sono valorizzate, senza essere né sfruttate né idolatrate e sono viste come beni da condividere in fraternità. Chiudo dunque leggendo il n.1 della nostra Enciclica. In questo caso l’incipit fa anche da degna conclusione: «Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: « Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti ori et herba ».

+Fausto Tardelli

 

[1] Nel 1866, il biologo Ernst Haeckel pubblicò Generelle Morphologie der Organismen. In esso, parlando di morfologia generale degli organismi coniò una nuova parola: oekologie.

[2] COP “Conferenza delle parti” Berlino 7 aprile 1995

[3] «Cambiamo il nostro mondo: l’Agenda di sviluppo sostenibile» “Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development” settembre 2015.

[4] “Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico” (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) è il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ed il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

[5] “Per una ecologia integrale, Laudato si’ un anno dopo. I quaderni di scienza & vita, n.16, 21 giugno 2016

 

[6] Dice Mieli nell’articolo citato che nel primo secolo dell’era cristiana ci furono temperature elevate più di oggi, cosa che si ripetè intorno all’anno mille. Successivamente cis sono stati diversi innanlzamenti e abbassamenti. Cosa che è accaduto anche nel secolo XX°.

 

[7] Conc. eum. vat. II, Cost. past. Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 26.

 

[8] Sul The Guardian John Vidal e Suzanne Goldeberg elencano le opposizioni registrate negli Stati Uniti, terreno decisivo per lo scontro aperto. John Boehner, leader repubblicano del Congresso, e Rick Santorum, candidato alla Presidenza, cattolici dichiarati e negazionisti sul clima, non hanno tardato ad esprimersi contro. Stephen Moore, un economista cattolico, definisce Francesco “un autentico disastro, parte di un movimento radicale verde anticristiano e anti progresso”. Mentre James Inhofe, il capo della commissione ambiente al Senato americano, ha dichiarato: “Il Papa dovrebbe fare il suo mestiere”. Jeb Bush, cattolico e candidato repubblicano per la presidenza americana, ha affermato che non intende lasciarsi dettare strategie economiche dal Papa e che la religione non dovrebbe riguardare la sfera politica.

 




Omelia per la Chiusura dell’Anno della Misericordia (13 novembre 2016)

Chiusura anno della misericordia
Cattedrale San Zeno 13 novembre 2016

Le letture di questa XXXIII° domenica del tempo Ordinario ci mettono di fronte al misterioso dipanarsi della storia degli uomini.

La storia ha avuto un inizio. Avrà un termine. Al centro c’è l’Incarnazione del Verbo di Dio, la sua passione, morte e risurrezione con l’effusione dello Spirito. Tutto ciò che è accaduto prima è stato preparazione e anticipazione. Tutto ciò che è accaduto dopo e oggi sta succedendo ne è compimento ed esplicitazione. Finché arriverà quell’ultimo giorno nel quale tutto sarà ricapitolato in Cristo (Ef l, l0), quando Egli ritornerà per giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine e “lo stesso universo, liberato dalla schiavitù della corruzione, parteciperà alla gloria di Cristo con l’inaugurazione dei «nuovi cieli» e di una «terra nuova» (2 Pt 3,13).

Guardiamo avanti, allora carissimi fratelli e sorelle! Solleviamo gli occhi verso l’orizzonte! Protendiamo i nostri occhi verso il futuro nell’attesa del ritorno glorioso di Cristo. Desiderando e pregando che quel giorno finalmente venga! Questa nostra assemblea terrena è protesa verso quel giorno, ad esso guarda con speranza e al tempo stesso con tremore, perché se è vero che Dio è infinita misericordia e chi confida sinceramente in Lui non può perdersi, è altrettanto vero che l’amore infinito di Dio, per chi non ha usato misericordia al suo prossimo in questo mondo, per chi ostinatamente ha rifiutato l’amore e si è voltato dall’altra parte rispetto a Dio e agli altri, sarà strazio e dolore, insopportabile abbraccio, maledizione e rovina. Come già oggi, del resto, già su questa terra, l’indifferenza e l’odio sono un inferno di solitudine e violenza.

In quel giorno “rovente come un forno”, secondo l’espressione usata dal profeta Malachia nella prima lettura, nel giorno cioè del ritorno glorioso di Cristo, avverrà il Giudizio finale. Come ci dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, “Per mezzo del suo Figlio Gesù, Dio Padre pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte”.

Prima di quel giorno tremendo e beatissimo, ecco allora il dipanarsi della storia, lo scorrere del tempo, tra avvenimenti, fatti e circostanze che mostrano chiaramente l’incerta risposta dell’uomo alla misericordia di Dio e la necessità della conversione. Quanto è descritto nel brano evangelico odierno fotografa per così dire la storia di tutti i tempi. Sicuramente vi si fa riferimento alla distruzione del tempio nel 70 D.C., ma la descrizione finisce per abbracciare ogni momento della storia, ogni epoca. I drammatici eventi narrati sono il segno della necessità del ritorno di Cristo e della improcrastinabile necessaria accoglienza di Cristo nel cuore dell’uomo. Mostrano che la storia non trova la soluzione alle proprie contraddizioni al di dentro di se stessa; essa è invece redenta soltanto dalla grazia di Cristo, dalla sua passione, morte e risurrezione che passa anche attraverso il martirio dei discepoli di Cristo.

Le profetiche e drammatiche affermazioni di Cristo su ciò che capiterà ai suoi discepoli, sull’odio del mondo che si scatenerà contro di essi e sulla inevitabile persecuzione, ci fanno capire che la testimonianza dei discepoli fino all’effusione del sangue, si unisce a quella di Cristo, anzi, è raccolta nel sangue stesso di Cristo versato sulla croce, e in questo modo è resa misteriosamente necessaria per il riscatto della storia, affinchè la storia degli uomini, pur cosparsa di lutti, di violenze e segnata dal peccato, sia storia di salvezza e già edificazione silenziosa ma certa del Regno di Dio.

Carissimi fratelli ed amici, la consapevolezza della sorte che, secondo le parole di Cristo ci attende, non ci deve intimorire, né raffreddare nella gioia dell’annuncio del Vangelo. Al contrario, deve essere per noi motivo di letizia e di sereno conforto, perché “nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto”, come abbiamo sentito da Gesù nel brano evangelico. Abbiamo la certezza, assoluta, gioiosa, feconda che ai misericordiosi è usata e sarà usata misericordia. Perché dunque temere, fratelli e sorelle? Perché non desiderare con tutto il cuore che “venga la grazia e passi la figura di questo mondo” (Didakè, 10)? Perché non guardare avanti con fiducia e affrontare le vicende della storia senza sgomento e lamentele, bensì col coraggio della fede, la forza della speranza, l’ardore della carità?

San Paolo nella seconda lettura ci ha esortato a non restare oziosi. Ci ha invitato piuttosto a darci da fare, a impegnarci, a lavorare. E io vedo in questo invito il mandato che ci viene affidato al termine dell’anno straordinario della Misericordia. Stasera si chiude nelle diocesi del mondo questo anno particolare, ma perché tutti gli anni a venire si aprano nel segno della misericordia ricevuta e donata. Si chiude la porta santa del giubileo, ma perché ognuno di noi sia porta attraverso la quale gli altri possano entrare e trovare spazio di accoglienza; si chiude un tempo speciale, ma perché ogni giorno sia tempo speciale e tutta la storia contemporanea, la nostra storia, attraverso il sangue di Cristo mescolato col nostro, diventi storia di salvezza.

Lavoriamo e fatichiamo senza sosta dunque fratelli e sorelle, colorando di misericordia tutti i nostri giorni futuri. Non passi giorno senza aver invocato su di noi e sul mondo la misericordia di Dio; non tramonti il sole sulle nostre giornate, senza che di questa misericordia ne abbiamo fatta esperienza!

Ricordiamocelo: c’è ancora chi ha fame e sete, che addirittura muore di fame e di sete, e attende di essere sfamato; c’è ancora chi è nudo e aspetta di essere rivestito di abiti e dignità; c’è ancora chi fugge da casa, è migrante e pellegrino e ha da essere accolto; ci sono malati da visitare e a cui permettere l’accesso alle cure; carcerati per cui cercare un futuro di speranza; ci sono morti da seppellire con pietà e rispetto; c’è una terra, la “casa comune dell’uomo” che ha da essere salvaguardata e custodita. E poi ci sono ancora disperati e afflitti che cercano consolazione; chi si macera nell’incertezza sulla propria esistenza e attende chi sappia consigliarlo da vero amico; ci sono quelli che non sanno, non conoscono, e hanno bisogno di imparare a gestire la propria vita e a mettere a frutto i propri talenti; ci sono persone rese fastidiose o odiose dalla propria storia che attendono chi sappia accoglierle con pazienza e disponibilità o le sorprenda col perdono senza contraccambio; c’è chi vive nella disobbedienza alla santa legge di Dio e ha bisogno di qualcuno che glielo dica con discrezione e amorosa sincerità; c’è infine un’intera umanità di vivi e di morti che aspettano l’intercessione dei fratelli, il sostegno di un ricordo, il dono di una preghiera.

Quanto c’è da lavorare ancora, fratelli miei carissimi! Quanto ancora dobbiamo darci da fare per il Regno di Dio! Se è vero, com’è vero, che tutto è Grazia e che non siamo certo noi a salvare il mondo, è vero anche però che Dio ci chiede di fare la nostra parte, di dare tutto ciò che possiamo, perché è “con la perseveranza, salveremo la nostra vita”, come ci ha detto Gesù. Soprattutto ci chiede di avere un cuore nuovo, misericordioso come il suo.

Davvero non è terminato l’anno di grazia del Signore, carissimi, l’anno santo della misericordia, il tempo per imparare a essere “misericordiosi come il Padre”! L’anno della misericordia non finisce stasera ma piuttosto continua per diventare storia personale di ciascuno di noi e storia del mondo, nell’attesa del ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi.

+ Fausto Tardelli, vescovo




Omelia in occasione del Pellegrinaggio Diocesano Giubilare (1 ottobre 2016)

Pellegrinaggio Roma
1 ottobre 2016

“Sia benedetto Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce.”

Così ci ha detto poco fa l’apostolo Pietro. Sì. Sia benedetto Dio per il suo amore senza confini e limiti. Sia benedetto Dio perché siamo qui, così tanti, chiesa di Pistoia, raccolta nell’unità, con me vostro vescovo, coi presbiteri e i diaconi, attorno all’altare della cattedra di S.Pietro e del suo successore il Papa.

È un segno della Misericordia di Dio, il nostro essere qui a manifestare la nostra fede, esprimere la nostra speranza, animarci alla carità più generosa. Sia benedetto davvero Dio, ora e sempre. Dalle nostre bocche oggi esca un canto di gratitudine, di riconoscenza, di lode per aver fatto di noi il suo Popolo santo. È una vera grazia, fratelli e sorelle carissimi, credetemi, essere parte della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica; un solo gregge sotto un solo pastore, col Papa e i vescovi, coi laici, i presbiteri, i diaconi, i religiosi e le religiose. Godiamo fratelli e sorelle, di essere la chiesa del Signore. Quella fondata da Gesù Cristo, quella che ha attraversato i secoli, quella che nei suoi figli peccatori è stata imbrattata di sporcizia, ma anche quella che ha brillato e brilla per la sfolgorante candida schiera dei martiri, dei confessori della fede, dei santi e delle sante di ogni tempo. Quella di sempre e quella sempre nuova che si rinnova oggi sotto la guida di Papa Francesco.

Assaporiamo, fratelli e sorelle la gioia di sentirci corpo del Signore, sua famiglia, suo popolo! Troppe volte noi pensiamo alla chiesa come a qualcosa che ci sta di fronte, dimenticando che la chiesa siamo noi, tutti noi. Troppe volte ci lamentiamo della chiesa o di alcune sue vicende storiche o sue mancanze, senza considerare che è comunque una grazia incommensurabile appartenere a questo popolo di peccatori e santi. Troppe volte vorremo una chiesa come pare a noi, mentre la chiesa non può essere altro che come l’ha voluta il Signore Gesù, posta cioè sul fondamento degli apostoli.

Quest’oggi, alle critiche, ai distinguo, alle prese di distanza e alle riserve, deve far posto la gioia e la gratitudine di essere chiesa, di essere popolo di Dio, nel modo che Cristo ha voluto. E di esserlo inoltre nelle nostre terre pistoiesi, pratesi, fiorentine, chiesa particolare riunita intorno al successore degli apostoli che è il vescovo.

Ma perché la gioia continui e si approfondisca e non tornino sempre fuori le lamentele dell’uomo vecchio e triste, carissimi amici, il Signore Gesù ci ha dato una indicazione chiara. L’abbiamo ascoltata nel vangelo secondo Giovanni: “Rimanete nel mio amore. Osservate i miei comandamenti e amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.”
Il segreto della gioia sta nel rimanere dentro il Signore, nel fare dimora nella sua vita, nello stare con Lui ad ascoltare la sua voce, a commuoversi alle sue parole, a cibarci di Lui e a rimanere in adorazione del suo amore. E nello stesso tempo sta nel mettere in pratica i suoi comandamenti, primo fra tutti quello dell’amore fraterno.

Come potrà essere la nostra, una chiesa della gioia, una chiesa che trasmette gioia, la gioia del Vangelo, come dice Papa Francesco; come potranno essere le nostre parrocchie, le nostre comunità, i nostri gruppi, testimonianza di gioia, irradiazione di gioia vera, non quella artificiale e artefatta che da il mondo, se non rimaniamo nel Signore, se non sostiamo in Lui, se Lui non è al centro della nostra vita, delle nostre iniziative, dei nostri impegni e se non ci mettiamo seriamente a praticare il suo comandamento che ci dice di amarci esattamente come Lui ha amato e ama noi? Perciò, cercare di rimanere con tutto noi stessi nel Signore, amandoci come veri fratelli e quindi irradiando nel mondo la gioia del Vangelo, dev’esser l’intendimento di ogni programma o progetto pastorale, di ogni iniziativa e azione pastorale. Se così non fosse, sarebbero tutte chiacchiere inutili.

Tra poco sarò ben felice di dare un mandato ufficiale in primo luogo ai catechisti e poi anche a tutti i responsabili e operatori pastorale presenti. È particolarmente bello che questo gesto si ponga proprio qui, al centro della cristianità, sulla tomba dell’apostolo Pietro, nel luogo dove egli fu martirizzato e rese la sua testimonianza. Ma anche in questo caso, abbiatelo a mente voi che ricevete il mandato, il succo del vostro servizio è trasmettere la gioia dell’incontro con Cristo, la gioia di Colui che è la via, la verità e la vita, l’unico Salvatore. Il vostro servizio nasce perciò dal rimanere in preghiera con il Signore ad ascoltare la sua parola, sotto la guida del magistero; mira a comunicare questo invito del Signore a tutti e si testimonia con l’amore verso i fratelli, con l’impegno a far comunione con loro.

A tutte queste considerazioni, vorrei aggiungere, carissimi, ancora un pensiero. Abbiamo attraversato la porta Santa nell’anno che Papa Francesco ha dedicato, con sapiente intuizione, alla misericordia, da ricevere e da donare. Ecco allora che noi siamo qui oggi anche per impegnarci solennemente a essere misericordiosi come il Padre. E lo facciamo partendo da una constatazione: che noi non siamo misericordiosi come dovremmo essere. Lo dobbiamo però diventare. Il fatto è che spesso non ci sopportiamo l’un l’altro, siamo gelosi, invidiosi, ci poniamo davanti al nostro prossimo come quelli che non sbagliano mai, non siamo pronti a comprendere le ragioni dell’altro. Nel nostro cuore tante volte non c’è amore ma rabbia, scontento, cinismo, pregiudizio, indifferenza. E quindi non fioriscono le opere di misericordia, oppure sono solo un passatempo. Così chi ha fame e sete non ha risposte; chi è pellegrino e migrante non trova ospitalità; chi è malato o in carcere rimane solo; chi è nel dubbio, nel pianto, nell’ignoranza o nel peccato non trova chi si prenda cura di lui; le offese non ottengono perdono e non c’è pietà né per i vivi né per i morti.

Noi siamo qui però, carissimi fratelli e sorelle per dire che invece vogliamo essere misericordiosi come il Padre nostro che è nei cieli, non confidando certo nelle nostre forze ma proprio nella sua misericordia. Decisamente vogliamo incamminarci sulla via della misericordia. Ognuno facendo quello che può, ma sicuri che se ci raccomandiamo allo Spirito Santo, il nostro cuore sarà trasformato, a poco a poco cambierà e da cuore di pietra diventerà di carne e saremo in grado di ascoltare il grido dei poveri e di chi è nel bisogno, sia materiale che spirituale, rispondendovi con la fantasia della carità.

Il mondo ha un assoluto bisogno di misericordia. Ha un bisogno estremo di scoprire l’amore di Dio, che è Padre misericordioso pronto a perdonare e abbracciare i suoi figli smarriti. Questo mondo ha bisogno d’amore, oggi più che mai. Di verità e di amore, che sono poi la stessa cosa. Lo vediamo bene in questi nostri giorni segnati da tante menzogne e da violenze di ogni genere. A noi, pur con tutte le nostre fragilità e contraddizioni, il compito di gettare in questo mondo un po’ dell’amore del Signore.

+ Fausto Tardelli, vescovo




Omelia in occasione del passaggio delle reliquie di S. Teresa di Lisieux (Basilica della Madonna dell’Umiltà, 6 settembre 2016)

Omelia di S. E. Mons. Fausto Tardelli in occasione del passaggio delle reliquie di Santa Teresa di Lisieux a Pistoia. Celebrazione presso la Basilica della Madonna dell’Umiltà in data 6 settembre 2016.

File audio: clicca qui per ascoltare l’omelia

(Per il link ringraziamo il sito: http://www.carmelitanicentroitalia.it/ )




Per Mansueto. L’omelia di Mons. Tardelli a Santa Maria a Colle (6 agosto 2016)

LUCCA – S. MARIA A COLLE – 6 AGOSTO 2016 (+3 AGOSTO)

 

Carissimi Collesi, quanta fatica, ve lo potete immaginare, per me a parlare qui stasera davanti a voi e in questa dolorosissima circostanza. E’ una specie di scherzo che mi ha fatto Mansueto, uno di quelli che ti fanno proprio gli amici più cari.

Finalmente è tornato a casa. Possiamo dire così. Lo ha desiderato. Me lo ha detto a voce, me lo ha scritto nel testamento. Del resto, quante volte, anche in passato, mi aveva ripetuto un detto trasmessogli da sua madre – voi la ricordate bene la sua mamma, una donna forte, di quelle di una volta, sigaraia senza peli sulla lingua, con una fede semplice e salda come la roccia – “quando si fa sera – questo era il detto – è l’ora di tornare a casa” Così si è verificato. Solo che la sera forse è venuta un po’ troppo presto. E ora Mansueto è qui, in mezzo a voi, suoi amati collesi, ai piedi di San Cataldo.

In questi ultimi giorni si è compiuto un viaggio a ritroso quanto mai significativo. Siamo partiti da Roma, luogo della sua ultima missione, il luogo della sua passione e morte ma anche della sua risurrezione nella contemplazione del Volto del Padre. Da Roma, come da Gerusalemme, seguendo le indicazioni del nostro amico e fratello, siamo tornati qua a Lucca e a Colle in particolare, come in una ideale Galilea, là dove tutto è cominciato. E’ il cammino che fecero gli apostoli, dopo l’evento della passione, morte e risurrezione del Signore. Siamo tornati a ritroso verso le radici, nel luogo da dove tutto è iniziato. E questo percorso all’indietro ci ricorda almeno tre cose importanti. La prima è che tutto è grazia; tutto proviene dalla libera iniziativa di Dio. Tutto scaturisce dal suo amore misericordioso, dalla sua santa e amorevole volontà. Mansueto, questa cosa l’ha anche scritta a chiare lettere, in rosso, in calce al suo testamento: “Alla fine rimane soltanto la Misericordia di Dio”. Io aggiungo soltanto, che tornando qui dove tutto è cominciato, si capisce che la Misericordia di Dio non è soltanto ciò che rimane ma anche ciò che precede, che fonda e origina tutta la nostra vita.

La seconda cosa che questo ritorno a Colle ci ricorda è che Dio non si fa mai intendere nell’astrattezza di un’idea, di una fantasia, di un pensiero, bensì nel concreto di una storia, di un luogo, di uno spazio, di un tempo preciso, dentro circostanze e situazioni concrete. L’avventura cristiana non è una favola che nasce e si consuma nel mondo delle idee ma storia concreta, incontro di persone, fatti e volti dentro i quali si rivela la presenza e la chiamata di Dio.
Infine, questo ritorno a Colle – in questa ideale Galilea dove tornarono i discepoli dopo gli eventi pasquali – ci ricorda che il ritorno non è per fermarsi ma per partire in missione. Per il nostro caro Mansueto da qui inizia una nuova missione: quella di accompagnarci nel cammino della vita. Per noi tutti, mentre consegniamo alla terra le spoglie mortali del nostro fratello – sappiamo bene che dobbiamo ripartire, ognuno per la sua missione, quella che il Signore gli ha affidato, augurandoci di poterla condurre a buon termine come ha fatto il nostro amico.

Carissimi collesi, quanti ricordi in questo momento salgono al vostro cuore! Da amico di Mansueto so bene quanto gli erano cari questi luoghi, questa gente, voi. Qui Dio lo ha chiamato all’esistenza. Qui ha mosso i primi passi e ha cominciato a conoscere il Signore alla scuola dei genitori e di don Pio. Qui ha ricevuto i sacramenti dell’Iniziazione cristiana. Qui per la prima volta ha ascoltato la Parola di Dio che lo ha affascinato per tutta la vita. Qui è cresciuto all’asilo con suor Bice, poi alla scuola elementare. Qui sempre è tornato durante gli anni della formazione. Da prete, da parroco di Arliano, sempre, quanti ragazzi e giovani ha seguito e accompagnato nel tempo, senza mai abbandonarli! Molti di questi, senz’altro siete qui stasera. E immancabile, ogni anno tornava a celebrare San Cataldo, il dieci di maggio. Solo quest’anno ci ha seguito dal letto di ospedale. Ma ci ha seguito passo passo.

Carissimi, oggi la chiesa celebra la festa della Trasfigurazione del Signore e con don Andrea, abbiamo deciso di celebrare questa festa liturgica e non fare la Messa esequiale. Non perché Mansueto non abbia bisogno del suffragio della preghiera della Chiesa. La Chiesa, madre saggia, invoca per tutti i defunti la Misericordia di Dio e tutti, di questa misericordia tutti abbiamo bisogno. Lo abbiamo fatto però perché ci è parso che alla luce della Trasfigurazione possiamo leggere questa morte che ci addolora così profondamente.

La luce della Trasfigurazione infatti illumina le opacità e il grigiore della vita. Ci fa scoprire nell’uomo Gesù, il Figlio di Dio innanzitutto da ascoltare e seguire; la luce della Trasfigurazione ci fa vedere in ciò che agli occhi umani è solo dolore e morte, speranza e risurrezione; in ciò che sembra senza valore, la perla preziosa del regno di Dio che avanza. Il Signore Gesù ci porta sul monte con Lui. Ci conduce per mano e piano piano ci illumina con una luce interiore che ci fa vedere e sentire, oltre quello che gli occhi e le orecchie del corpo vedono e sentono.

Posso dire – possiamo dire – tutti quelli che sono stati vicini a don Mansueto, che questa luce, nei lunghi mesi di ospedale, era dentro di lui, traspariva dai suoi occhi. Si percepiva bene che ne era interiormente illuminato e che già vedeva ciò che normalmente non si vede: il mistero della morte e risurrezione del Signore al quale si andava lentamente configurando. Già in qualche modo sembrava contemplasse quel figlio dell’uomo di cui ci ha parlato il libro di Daniele, che veniva a prenderlo per condurlo davanti al trono dell’Altissimo.

Carissimi amici, il peso del distacco è forte e le domande a Dio sul perché di questa morte, rimangono. Ma quello che è certo è che anche dobbiamo lasciarci invadere dalla luce della Trasfigurazione e, con gli occhi della fede, vedere il nostro fratello Mansueto, ancora vivo in mezzo a noi. Con gli occhi della fede – illuminati anche dalla testimonianza del nostro amico – dobbiamo imparare a guardare alla nostra vita, qualunque essa sia; a guardare alla nostra quotidianità, qualunque essa sia, trovando in essa la presenza della Misericordia di Dio e l’occasione per essere a nostra volta misericordiosi nei confronti dei nostri fratelli; cercando ogni giorno, come ci ha ricordato l’orazione iniziale di questa Messa, di “ascoltare la parola del Figlio unigenito di Dio e così diventare coeredi della sua vita immortale”. Don Mansueto, questa parola di Dio l’ha ascoltata, amata, servita e spiegata. Per questo siamo certi che sia già entrato nel pieno possesso dell’eredità della vita immortale. A noi seguirne le orme, ringraziando con tutto il cuore Dio per avercelo dato come Padre, fratello e amico.

+ Fausto Tardelli, vescovo




La testimonianza del vescovo Tardelli nell’ultimo saluto al Vescovo Bianchi (Lucca, 6 Agosto 2016)

In morte di Mansueto

Lucca – 6 agosto 2016 (+3 agosto)

Parlare qui di don Mansueto – perché così, semplicemente si chiamava finché è stato a Lucca – credo sia quasi inutile. Perché lo avete conosciuto bene. Qui è nato – meglio, a Colle, all’ombra di San Cataldo. Qui è cresciuto, entrato in seminario, ordinato prete; impegnato a fondo nella pastorale diocesana e nell’insegnamento a vari livelli, dopo un periodo a Roma per gli studi biblici. In tanti di voi lo hanno conosciuto e apprezzato, stimato ed amato.
Sapete dunque quanto si sia sempre sentito legato a questa terra, perché la lucchesia è terra che non si dimentica facilmente e i lucchesi non smettono mai di amarla e di desiderare di tornarci, prima o poi. Così è anche per Mansueto, per il Vescovo Mansueto, che espressamente mi ha chiesto e lasciato scritto che desiderava essere sepolto qui, a Lucca, a Colle, per la precisione.

Mansueto è cresciuto nel seno materno della Chiesa lucchese. Qui ha respirato profondamente il senso della chiesa locale, imparando ad amare concretamente il popolo di Dio, forgiato dallo Spirito Santo, attraverso pastori di eccezionale levatura morale intellettuale e spirituale.

Mansueto non lo si potrebbe capire, senza leggerlo dentro questa chiesa locale. Una Chiesa, quella lucchese, che era fatta di un clero povero e semplice ma dedito totalmente alla cura delle anime, disposto al sacrificio, attaccato alle tradizioni del popolo, pieno di carità verso i bisognosi, con una fede integra e a tutta prova. Una chiesa fatta di gente profondamente religiosa e attaccata ai suoi preti, alle proprie tradizioni e feste; gente semplice, schiva, che non amava l’apparire e le sceneggiate; solida nella fede cattolica, operosa e concreta nella carità senza orpelli. Una Chiesa che aveva ed ha al suo centro il Volto Santo, affascinante icona giovannea del Signore Gesù crocifisso e insieme risorto, crocifisso ma re, re di misericordia ma anche rex tremendae majestatis, giudice d’amore del cielo e della terra. Una chiesa che indica con la sua cattedrale la strada di Martino che divide il mantello col povero intirizzito dal freddo, instancabile vescovo nel servizio di Dio. Una chiesa che vede nel suo santo vescovo Frediano l’esempio del pastore buono che si prodiga per il bene del popolo. E ancora la chiesa di una santità femminile diffusa ed estremamente significativa, a partire da Zita, per arrivare alla Barbantini, ad Elena Guerra e infine alla povera Gemma, la mistica di Gesù Crocifisso. Una Chiesa profondamente mariana, dove il ricordo di Maria SS. è diffuso in ogni dove e dovunque se ne celebrano solennemente dal popolo le glorie. Infine una chiesa che proprio negli anni della formazione di don Mansueto, con la sapiente guida di Mons. Bartoletti si apriva con entusiasmo alla nuova Pentecoste del Concilio Vaticano II.

Mansueto ha respirato a pieni polmoni l’aria che caratterizzava questa chiesa locale. Se ne è imbevuto fin dall’infanzia. C’è rimasto attaccato. Della chiesa lucchese, egli è stato e si è sentito figlio. E se c’era un certo cruccio nel suo animo, durante gli anni dell’episcopato che lo avevano portato necessariamente fuori da questa chiesa madre, era quello a volte di non sentirsi più parte di essa, quasi un estraneo in quella che per lui era ancora la sua casa. Ma i legami fraterni non sono mai venuti meno. Lui sempre li ha coltivati e sono rimasti ancora oggi forti, cosa che fa sentire più acuto il dolore del distacco.

Pur con una vivace intelligenza, la raffinatezza degli studi biblici e un pensiero sempre attento a ciò che si muoveva nel mondo, pur nella possibilità intellettuale di innalzarsi sopra la massa, Mansueto è stato un figlio del popolo. Non è mai stato uno snob. Non si è chiuso sdegnoso in quella fede aristocratica che disdegna il popolo e che, forse, fede autentica non è. La sua fede è stata sempre popolare e si è trovato perfettamente a suo agio con le espressioni della pietà della semplice gente delle nostre terre; religiosità che ha fatto propria e coltivato con sincera partecipazione.

Chiamato dal Signore a servire la chiesa come vescovo, ha imparato sulla propria pelle quello che aveva appreso dai santi pastori che hanno guidato questa chiesa lucchese ma che anche da qui sono usciti, come quel Mons. Filippo Franceschi (don Pippo) – grande assistente generale dei giovani di A.C. al tempo del Concilio – poi vescovo di Civitavecchia, Ferrara e Padova, di cui volle riprendere il motto nel suo stemma episcopale “In lumine fidei” e di cui ha ripercorso per singolare coincidenza la prova della malattia e la morte prematura più o meno alla stessa età.
Malattia e morte che Mansueto ha affrontato per l’appunto, “nella luce della fede”. In un breve audio del 2011 che mi è stato fatto ascoltare in questi giorni a Pistoia, egli, rispondendo a una giovane che gli chiedeva perché credesse in Dio, con semplicità confessava di non essere affatto certo di credere, in quanto, diceva letteralmente “ho paura di morire. E questa paura mi lascia inquieto perché non so se riuscirei ad affrontare la morte con l’atteggiamento dell’obbedienza, dell’accoglienza e quindi dell’amore, oppure se di fronte a quell’evento estremo non farei saltare tutto il sistema della mia vita.”

Posso testimoniare personalmente e ancor di più lo possono tutti quelli che gli sono stati vicini amorevolmente in questi mesi, che don Mansueto ha affrontato nella luce della fede, prima la diagnosi terribile della malattia, poi la malattia e la degenza in ospedale, l’affievolirsi delle forze, lo spegnersi di ogni speranza umana e infine la morte. Il Signore lo ha sostenuto e gli ha fatto vincere la paura, per cui non solo non è saltato tutto il sistema della sua vita, ma si è confermato, testimoniando la gioia luminosa della fede.

Carissimi amici, concittadini generati da questa santa madre Chiesa di Lucca, vi confesso di soffrire molto per la perdita dell’amico mio più caro. Mi conforta la stupenda testimonianza di fede, di speranza e di carità dolcissima che ci ha dato in questi lunghi e interminabili mesi di ospedale. E’ stato duramente provato, tra alti e bassi, piccole riprese e ricadute. Sempre sereno e con una grande pace nel cuore, affidato completamente a Gesù, pieno di amore per Lui e per le persone che sono passate attraverso la sua vita e che ha portato sempre con sé. Posso attestare di persona la sua fede rocciosa, la sua delicatezza d’animo, l’abbandono fiducioso nelle mani del Signore. Ora, sono certo, gli si sono spalancate le porte del paradiso per contemplare viso a viso quel Dio da cui si è lasciato conquistare e consumare, mentre la Chiesa di Lucca aggiunge oggi un’altra perla alla mirabile corona dei sui figli fedeli.

+ Fausto Tardelli, vescovo




In morte di Mansueto – Omelia per le Esequie Solenni del Vescovo Mansueto Bianchi (5 agosto 2016)

In morte di Mansueto

5 agosto 2016 (+3 agosto)

Non ce la faccio a parlare in astratto, stasera. È con te, amico mio, che stasera sento di dover parlare, perché l’omelia sei tu, è la tua vita.

M’immagino già cosa starai dicendo ora: che non va bene. Appena ti rividi subito dopo l’operazione, con la tua solita ironia ma già presentendo come sarebbe andata a finire, mi dicesti che volevi leggere in anticipo la mia omelia, per controllare ciò che avrei detto al tuo funerale. Non ti ho obbedito e ora sono qui a presiedere un rito che mai avrei pensato di dover presiedere. Pensavo altro, sinceramente. E mi sembra uno dei tuoi scherzi, se non è troppo irriverente il dirlo. Eppure, quando l’altra sera ti ho incontrato immobile nel tuo letto e ho visto il tuo sorriso, l’ho subito riconosciuto, perché rivisto tante e tante altre volte. Era il sorriso della tua dolce e pungente ironia, come se tu ci dicessi dal letto di morte: “Ora ci siete voi nelle peste! Finora c’ero anch’io, ma ora ci siete voi. Io sono al sicuro, ora tocca a voi sbrigarvela…” Nello stesso tempo però, quel tuo sorriso bonario e un po’ a presa di giro, mi diceva: “non abbiate paura, non vi preoccupate: tutto passa, io vi sarò sempre vicino e Dio non vi abbandonerà”

Si. Me lo hai scritto anche in fondo al testamento redatto ai primi di gennaio di quest’anno, quando si cominciava ad affacciare il male e ancora non lo sapevi. In calce, dopo la firma, hai scritto a chiare lettere in rosso: “Alla fine rimane soltanto la Misericordia di Dio!”.

Si, è vero, Dio è infinitamente misericordioso. “ E’ ” Misericordia, e noi troviamo vita soltanto in questa Misericordia senza confini. Si, lo so. Ma lasciamelo dire: quanto è dura da accettare questa Misericordia di Dio! Quanto è difficile, questa Misericordia di Dio che ti toglie d’accanto l’amico più caro che hai, che tiene una persona inchiodata per mesi in un letto d’ospedale, che fa mancare all’affetto di tantissimi un padre, un amico, un fratello!

Com’è strana questa Misericordia di Dio! Com’è lontana dai cliché di moda, dalle banalità che spesso si dicono. La Misericordia di Dio ti spoglia, ti mette a nudo, ti scarnifica, ti consuma nell’amore; ti salva facendoti nuovo; facendoti rinascere attraverso un parto doloroso. La Misericordia di Dio spesso ci fa soffrire, lascia che si scarichino su di noi mali, sofferenze e disagi; non ci evita le conseguenze nefaste per noi e per gli altri delle nostre scelte sbagliate. La Misericordia di Dio a volte è dura. Umanamente, sembra persino non conoscere pietà…. Quanto e in quanti abbiamo pregato, implorato, supplicato a lungo e insistentemente Dio per la guarigione del nostro fratello ed amico…

Certo, la Misericordia di Dio sa e vede ciò che noi non sappiamo e non vediamo e da quando si è manifestata sommamente nella croce di Cristo, dobbiamo abbandonarci ad essa con piena fiducia, come un bambino svezzato in braccio a sua madre (Sal 121). Ma le domande restano, eccome. I perché rimangono e assillano il cuore e la mente; i dubbi, gli interrogativi continuano a segnare le profondità dell’anima, a ricordarci la nostra condizione di viandanti e pellegrini, “con bastone e calzari”.

E tu, amico mio, queste cose le sapevi e le sentivi; te le portavi dentro come un tormento tutto interiore e quasi soffocato che dava però spessore di umanità autentica al tuo parlare e al tuo relazionarti con gli altri. Ti faceva un umile cercatore di Dio, accanto agli altri, consapevole della propria oscurità e miseria.

Ed ecco allora Giobbe, di cui si racconta nella prima lettura di stasera, così vicino al tuo sentire. Il grido di Giobbe, lo so, è stato da sempre anche il tuo. Negli ultimi mesi si è fatto più intenso, accorato, appassionato. Il desiderio struggente di Giobbe ti ha accompagnato tutta la vita. Forte e mai appagato pienamente. Sempre reiterato, a partire da una condizione di debolezza e di mancanza, di coscienza delle tue fragilità e peccati, ma proprio per questo ancor più vibrante e profondo.

Questa è del resto la nostra vita sulla terra: nostalgia di Dio; ricerca mai conclusa del suo volto di Padre; desiderio di vedere il Padre e riconoscersi finalmente figli. Figli veri di Dio, eredi del paradiso. E finalmente anche fratelli, perché figli di uno stesso Padre.

Cosa cerca infatti perdutamente il nostro cuore se non Dio e il suo amore? Che cosa cerca il nostro stesso corpo, le fibre tutte del nostro essere? Che cosa cercano i monti e i mari, l’intero universo e ogni uomo che vaga come pecora senza pastore, se non di vedere Dio, di essere da Lui riconosciuto come figlio voluto e amato, se non di sperimentare l’amore fedele che non viene meno e che ci lega in una comunione divina?

E tu, amico mio, nel grigiore dei giorni che acutamente avvertivi, nella banalità delle ore che scorrono dentro la quotidianità, in mezzo alla cronaca delle piccinerie umane come dei drammi più assurdi della stupidità umana, hai cercato il volto di Dio; come a tentoni, come in un antico specchio ma con costanza e fedeltà. Lo hai incontrato in tante situazioni e persone che hai amato e servito con delicatezza e premurosa attenzione, ma sempre di nuovo ti sei ritrovato a cercarlo perché di nuovo perduto, come l’amato del cantico dei cantici. Ora che, ne sono certo, tu vedi come sei visto, dici a noi di non stancarci di cercare, ancora e ancora di nuovo, non nell’astrazione di spiritualismi disincarnati, ma in quel grigio quotidiano fatto però di volti concreti e di gesti d’amore. Quel grigio che nasconde, come una perla nascosta nel campo, la sfolgorante bellezza del Regno di Dio.

E poi, ecco la Gerusalemme del cielo, la città santa, di cui narra il libro dell’Apocalisse. Quanto hai amato e studiato questo libro santo! E come sapevi raccontarlo, spiegarlo, incantandoci nel parlarci del mistero del senso della storia e del destino del mondo che è saldamente nelle mani di Dio. Quanto ti sei soffermato nella tua giovinezza in particolare a meditare sul verbo “vincere”, per scoprire e farci scoprire che la vittoria di Cristo e del Cristiano è sconfitta per il mondo e ciò che invece appare come sconfitta per il mondo è vittoria per Cristo. In questi lunghi quattro mesi d’ospedale l’hai ulteriormente capito, testimoniato e insegnato a tutti noi.

Nella Gerusalemme del cielo hai visto e amato profondamente la Chiesa della terra che hai sognato bella e senza rughe. Così la conoscemmo insieme, nei nostri anni giovanili. La vedevamo, la sognavamo, ma ci pareva già lì, a portata di mano, descritta splendidamente nel Concilio Vaticano II, guidati a sognarla e ad amarla da un grande Vescovo, nostro maestro. Poi abbiamo conosciuto le rughe e le ferite. Le nostre rughe e le nostre ferite. Abbiamo toccato con mano che tra la Gerusalemme celeste e la Chiesa della terra c‘è comunione e identità, ma anche differenza. Hai però continuato ad amarla senza riserve, questa Chiesa, così com’era e ti si presentava, con le sue rughe e le sue miserie, le sue contraddizioni; sempre però sposa di Cristo, da sentire e sognare, nonostante tutto, proprio come sposa splendente di bellezza. Il Signore poi ci ha chiamato ad amarla e a servirla, questa chiesa, in un modo tutto particolare … e insieme alla travolgente grazia che ci ha investito, la fatica si è fatta sentire…. Portarla insieme era un sollievo… Ora, per chi resta, la fatica si fa più pesante… Lo sai, vero, questo? E lo sa, vero, quel Dio di Misericordia che ti ha strappato al nostro contatto?

Alla fine poi tutto torna e le parole di Giovanni ascoltate nel Vangelo provano a dare un senso anche a questa vicenda che ci segna così profondamente e ci fa anche discutere con Dio. Nel pensarti, fratello mio, come un chicco di grano caduto in terra a marcire, per portare frutto abbondante, trova un po’ di conforto il mio dolore, il dolore di tutti noi. In questo, allora, forse riusciamo anche a comprendere l’infinita Misericordia di Dio che è arrivata a noi attraverso di te. Quello che abbiamo ricevuto è tanto, quello che ci è stato donato è molto. E’ come un seme depositato nei nostri cuori. Un seme che ha prodotto e produrrà ancora bene su bene. Già la tua morte lo rende evidente.

In particolare questa nostra chiesa di Pistoia, lascia che lo dica pubblicamente stasera, deve veramente ringraziare Dio di averti avuto come suo Pastore e Padre. Oggi ti abbraccia con un abbraccio che forse non sempre è riuscita ad esprimerti esteriormente, ma che ora però sai che sempre ha espresso nel cuore. Questa sera – senza titubanze – ti abbraccia con tutta se stessa. E’ la chiesa che hai servito ed amato, per quale hai anche sofferto come nelle doglie del parto; per la quale in questi mesi hai dato la tua vita e che in quest’ora suprema ti è stata vicina, riconoscendoti suo angelo, vescovo saggio e fedele, sua corona e sua gloria. Questa Chiesa, fatta di peccatori ma santa, prega per te, ti accompagna alle porte del cielo e non ti dimenticherà. Come tutti, anche tu hai bisogno delle nostre preghiere e la Chiesa, madre sapiente, chiede misericordia per ogni defunto. Ma oggi, questa chiesa di Pistoia, anche impara da te a farsi umile chicco di grano che scompare nella terra per essere a servizio amoroso di chi attende il Vangelo; impara da te la strada della missione che è vita donata per il Signore nel servizio dei fratelli, fino all’effusione del sangue. Questa tua chiesa oggi ti dice grazie con tutto il cuore e per te, per quello che tu sei stato per lei, canta la sua riconoscenza a Dio onnipotente e misericordioso.

E a me, che ho avuto la grazia della tua amicizia e la gioia di vedere il bene che hai seminato in questa terra ma che in questo momento sento amarissimo il peso del distacco, continua, te ne prego, ad essere vicino come sempre hai fatto.

+ Fausto Tardelli, vescovo




Solennità di San Jacopo Apostolo Patrono della Città e della Diocesi (25 luglio 2016)

Solennità di San Jacopo Apostolo
Patrono della città e della Diocesi di Pistoia

Fratelli nel sacerdozio, diaconi, religiose e religiosi, Signor Sindaco, signor Prefetto, autorità tutte civili e militari della città, rappresentanti dei rioni e della giostra, fedeli, uomini e donne qui presenti per onorare il nostro Santo Patrono: un caro e affettuoso saluto a tutti voi.

E’ la prima volta che mi trovo a presiedere la solenne Eucaristia nella festa di San Jacopo e lo faccio molto volentieri perché questa è una festa che ormai sento mia. Da un anno e mezzo sono da voi, tra voi e con voi. E’ obiettivamente poco tempo ma a me sembra di essere qui da sempre e anche se ho ancora da capire tante cose di questa città, avverto sinceramente di essere a casa e che la mia vita è coinvolta pienamente con la vostra. Ne ringrazio davvero il Signore ma il mio grazie va anche a tutti voi che vi siete fatti vicini a me con grande rispetto, attenzione, comprensione e, mi è parso, anche con molto affetto.

In questo momento così solenne non posso non ricordare chi in questa sede mi ha preceduto e ora sta attraversando tempi molto difficili in un letto d’ospedale: Mons. Mansueto Bianchi. Un grande Vescovo che ha lasciato una traccia profonda di bene in questa diocesi pur nei pochi anni della sua permanenza. L’amicizia personale che mi lega a lui mi procura oggi un acuto dolore. Lo raccomandiamo di cuore alla intercessione del nostro Santo Patrono.

Lasciate infine che rivolga un pensiero pieno di affetto e di orgoglio al bel gruppo di giovani della diocesi di Pistoia che sono a Cracovia per la giornata mondiale della gioventù: sono circa 230, accompagnati da diversi sacerdoti. Domani li raggiungerò anch’io per vivere insieme con loro e con Papa Francesco un grande momento di gioia e di impegno. “Misericordiosi come il Padre”, questo è il motto dell’anno santo che stiamo celebrando; “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7) è il motto evangelico della giornata mondiale della gioventù. In tempi di crisi e di paure come i nostri, quando la violenza sembra traboccare da ogni dove, quella moltitudine di giovani che si va riunendo a Cracovia da ogni parte del mondo è un chiaro segno di speranza per l’oggi e il domani.

1.
Carissimi, Gesù ci ha detto nel vangelo: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così…… Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
Quanto è vero ciò che Gesù ci dice! E’ proprio così tante volte nelle nazioni del mondo. Lo vediamo sbigottiti anche in questi giorni. Spesso chi ha il potere lo usa per schiacciare gli altri, per sottometterli, per affermare se stesso o per fare i propri interessi. Le democrazie dovrebbero essere immuni da tutto questo, perché il criterio fondamentale che le muove è il servizio al popolo. Nei fatti però non è così e il malaffare, la corruzione e l’ingiustizia sociale segnano anche le nostre società democratiche.

Non è esente dal pericolo la stessa Chiesa. Non per niente Gesù con le sue parole si rivolge direttamente agli apostoli, perché erano stati proprio Jacopo insieme a suo fratello Giovanni, a cercare tramite la madre, di avere posti di onore che contano. La sete di potere e di denaro, il gusto del prevalere sugli altri cercando il proprio tornaconto e la compiacenza dell’essere serviti e riveriti, son cose che toccano anche gli uomini di chiesa e, costoro, a cominciare da me, ne debbono essere ben consapevoli.
Ecco perché San Paolo nella seconda lettera ai Corinti dice che l’apostolo porta un tesoro inestimabile, che è la parola di Dio e la sua Grazia, in vasi di argilla, che rappresentano invece la debolezza e la fragilità della nostra umanità. Non lo dice però per giustificarsi. Lo dice perché si capisca che tutti dobbiamo convertirci. Tutti, uomini di chiesa e laici, credenti e non credenti, dobbiamo essere consapevoli dei nostri limiti, ma proprio per questo sentirci, tutti, bisognosi di miglioramento, mettendo in seria verifica i nostri comportamenti e prima ancora la nostra mentalità e cultura, perché rispondano a un solo criterio, quello cioè del servizio, del bene comune, del bene dell’umanità.

2.
La testimonianza di san Jacopo che, come abbiamo sentito nel libro degli Atti, ha dato la vita per Cristo, ci richiama inoltre ad un’altra cosa: alla consapevolezza cioè di dover affrontare pure noi, per essere anche soltanto uomini degni di questo nome e ancor più cristiani, quei rischi e pericoli che si incontrano inevitabilmente se si vuol perseguire giustizia e pace. E’ una fatica da assumersi, certi che porterà frutto. Ecco perché, sempre San Paolo dice di sé e di ogni apostolo: “siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati: colpiti, ma non uccisi…”. Oggi più che mai, attraversati da correnti di morte, potremmo essere sopraffatti dal terrore o dal desiderio di rinchiuderci in noi stessi, cercando disperatamente di mettere al sicuro la nostra persona. Dobbiamo invece reagire, accettando il rischio. Non si tratta di essere eroi né super eroi. Si tratta di essere semplicemente uomini coscienziosi e, se credenti in Gesù Cristo, fiduciosi nel suo amore. Uomini che fanno il proprio dovere quotidiano dovunque si trovino. Che si sforzano di operare ogni giorno secondo verità e giustizia, e sono disposti a prendere ogni giorno la propria croce e portala fino in fondo. Con umiltà e determinazione insieme.

3.
La festa dell’apostolo Jacopo non può non condurci infine, carissimi fratelli ed amici, a riflettere sulla città, sul significato di questa nostra città che custodisce da secoli una reliquia del santo e che torna ogni anno a far festa per questo, consapevolmente o meno che sia. Vorrei che non sfuggisse il carattere identitario di questa festa per Pistoia. Aldilà di tutto e nonostante tutto, la festa di San Jacopo nei secoli ha comunque unito e unisce la città. Attorno al Santo e alla sua memoria si ritrova, se vogliamo un faticoso ma vero motivo di unità e di comune identità.
Ma perché, mi sono domandato, San Jacopo e il suo culto hanno così a lungo e significativamente attirato l’attenzione dei pistoiesi? Ho provato a rispondere e azzardo un’interpretazione che vede nella figura di San Jacopo, l’intrecciarsi inscindibile di tre elementi che a ben pensare forniscono anche la traccia di una cultura pistoiese da riconoscere, valorizzare e coltivare.

Questi tre elementi sono prima di tutto il bisogno di una difesa, di un difensore. Così è inteso San Jacopo fin dalla scoperta del suo corpo nel campo della stella in Galizia. I pistoiesi hanno sempre sentito la fragilità della propria condizione e il rischio, il pericolo, dello sgretolamento e del disfacimento. Hanno sempre sofferto di una insicurezza di fondo. Questo li spinse a cercare rifugio in San Jacopo. Allora, prima del mille, di fronte alla reale minaccia dei violenti predoni saraceni; al tempo di Sant’Atto per il rischio di una deflagrazione sociale che avrebbe impedito lo sviluppo del libero comune. E così via nei secoli.
Oggi, la minaccia non è scomparsa, ma è presente sotto la forma del possibile sfaldamento della società e quindi del significato stesso della civitas; sotto la forma della barbarie sempre più diffusa e capillare; sotto la forma dell’individualismo e dell’indifferenza, come dell’egoismo degli interessi di parte. Per cui, anche oggi, occorre sempre una vigilante difesa e resistenza per contrastare il male che è dentro e fuori di noi e che sempre rinasce come la gramigna. Questo ci dice innanzitutto il culto di San Jacopo.

Il secondo elemento che ritroviamo nel culto Jacobeo è il pellegrinaggio. I segni del pellegrino e del viandante caratterizzano San Jacopo, con evidente trasposizione fantastica sulla figura del santo, dell’esperienza della moltitudine dei pellegrini e viandanti – migranti anzitempo – che attraversavano le strade medievali per penitenza, miseria, in cerca di riscatto, per trovare rifugio e fortuna, per scambiare conoscenze e esperienze. I Pistoiesi hanno colto in questo “pellegrinare”, la cifra del cammino dell’uomo sulla terra. Si sono riconosciuti essi stessi pellegrini e viandanti, sempre in marcia, mai arrivati, mai paghi del già raggiunto, sempre consapevoli di doversi mettere nuovamente in cammino per cercare, trovare e cercare ancora. Anche in questo caso, si viene così a indicare un tratto di questa città e forse una sua vocazione: quella dell’essere una città di frontiera, snodo di vie, porta che congiunge il sud e il nord, la montagna e la pianura; una città in cammino, non per niente cantiere di treni. Ma il “pellegrinare” è anche percezione di un limite, della relatività cioè di ogni cosa e spinge a guardare avanti con realismo e concretezza. Non è immobilismo e mancanza di intraprendenza, quella di Pistoia: solo all’apparenza. In realtà è consapevolezza che il cammino della vita è pellegrinaggio, è strada che si fa con fatica, passo dopo passo, sapendo risparmiare energie per i passi del giorno dopo.

Il terzo elemento che si ritrova nel culto Jacobeo e delinea direi in modo marcato la fisionomia pistoiese, è l’intuizione della necessità del farsi fratello accanto al fratello bisognoso. Strettamente congiunta all’esperienza del pellegrinare infatti è la coscienza che il pellegrino ha bisogno degli altri; che il cammino della vita ha bisogno di ristoro e accoglienza, di premura e vicinanza. Ecco il perché della mirabile pratica attestata fin dall’antico, dell’accoglienza dei viandanti e dei pellegrini, della cura delle ferite di chi sta male; pratica nella quale si innesta la gloriosa tradizione degli ospedali pistoiesi, del Ceppo in particolare, come di tutte altre opere di carità fiorite nel tempo. Caratteristica di questa città quanto mai attuale e necessaria. Tratto distintivo della sua cultura, tanto più significativo, quanto tenacemente affermato nei secoli, nonostante e forse proprio per questo, a contrasto con l’inclinazione al litigio, alla faziosità e agli odi di parte. Anche in questo caso, Pistoia finisce per offrire una traccia importante e interessante per le vicende attuali del mondo. Dove non sempre è possibile far tacere le contese e le lotte, sempre può esser possibile inventare gesti di solidarietà e fraternità, curando le ferite che le stesse mani hanno procurato. Vincendo cioè il male col bene. Che è forse l’unica cura veramente efficace per le nostre società malate.

Carissimi tutti. Un Santo non è patrono per caso di una città. Egli è il santo per quella città e per quel territorio. La sua vita, la sua testimonianza, il suo culto, parlano alla città di cui egli è patrono. Così San Jacopo alla città di Pistoia. Cerchiamo di essere attenti al suo messaggio e di farne tesoro. Esso contiene il segreto dello sviluppo armonico e pacifico di questa città. San Jacopo dal cielo, nella gloria dei Santi, ci guarda con paterna amicizia, intercede per noi e ci è a fianco nell’affrontare i problemi di ogni giorno e anche per far si che Pistoia abbia il suo ruolo nel mondo, a vantaggio dell’umanità intera.
Con questi sentimenti, auguro davvero una buona festa a tutti quanti voi.

25 luglio 2016

+ Fausto Tardelli, Vescovo




Solennità dei SS. Pietro e Paolo (29 giugno 2016)

Omelia per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo

29 giugno 2016

(foto di Ilaria Giusti)

È tempo di anniversari sacerdotali. Anch’io, insieme a tanti presbiteri ricordo la mia Ordinazione avvenuta il 29 giugno. Vorrei però iniziare l’omelia ricordando un anniversario speciale, il 65° di Sacerdozio del Papa emerito Benedetto, celebrato proprio ieri solennemente in Vaticano. Abbiamo tutti davanti agli occhi il bellissimo abbraccio con Papa Francesco. Questi che rivolgendosi a Benedetto, gli dice – cito letteralmente- “Lei santità continua a servire la Chiesa, non smette di contribuire veramente con vigore e sapienza alla sua crescita… da lei proviene una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una umanità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me e a tutta la Chiesa”; dall’altra, Papa Benedetto che dice a Papa Francesco, cito ancora letteralmente: “La sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, più che i giardini vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto.” “E speriamo che lei potrà andare avanti con noi tutti con questa via della Misericordia divina, mostrando la strada di Gesù, a Gesù, a Dio”.

Siccome io credo alla sincerità di questi due uomini, le loro parole e il loro abbraccio sconfiggono in un sol colpo – e speriamo definitivamente, perché non ne possiamo più – chi vuol vedere in Francesco uno che rompe col passato e in Benedetto, la bandiera del tradizionalismo. I due – se lo metta bene in testa chiunque, da destra e da sinistra per così dire – sono in profonda continuità, in quella continuità che è propria della Chiesa la quale è un organismo vivente che procede per sviluppo organico, mai per tesi e antitesi. Francesco è il Papa regnante e legittimo, Benedetto è Papa emerito. Finiamola qui e smettiamola di interpretare questi due uomini di Dio, tirandoli per la giacchetta, secondo i nostri gusti e le nostre idee preconcette!

Venendo alle letture della Messa di questa sera, vorrei soffermarmi innanzitutto sul libro degli atti, sul brano della prima lettura, verso la fine, dove si dice che Pietro non si rendeva conto di quello che stava succedendo. L’angelo lo stava portando fuori dalla prigione ma lui non se ne rendeva conto.

Come Pietro, anche noi abbiamo cominciato a seguire il Signore tanti anni fa, senza forse rendersi ben conto di quello che era successo con la nostra Ordinazione sacerdotale. Forse non ci rese ben conto della realtà; in certa misura fu come un sogno. Poi piano piano, attraverso le vicende della vita; anche attraverso sconfitte e ferite, ci siamo accorti che ciò che era accaduto quel giorno era davvero realtà; che il Signore ci aveva presi per davvero, ci aveva fatto suoi. Ci siamo accorti che la nostra vita era ormai indelebilmente segnata. Soprattutto ci siamo resi conto che non eravamo affatto degni di essere suoi, che ciò che ci era capitato era assolutamente, infinitamente più grande delle nostre possibilità: un mistero d’amore assoluto che affonda le sue motivazioni solo nella totale libertà della volontà di Dio che ci ha chiamati e ci ha scelto e ci ha fatto suoi – capaci di essere Lui nel mondo, presso i nostri fratelli e le nostre sorelle.

Oggi allora, dopo tanti anni, ci accade un po’ come a Pietro, il quale, dice il testo degli Atti, “rientrato in sé disse: ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalle mani di Erode”. Anche noi, oggi, insieme a Pietro non possiamo non riconoscere che la nostra consacrazione sacerdotale è stata per noi la via che il Signore ha scelto per liberarci dal male, per convertirci, per salvarci e portarci fuori dalla prigione del nostro egoismo.

Stavo pensando proprio a questo quando qualche giorno fa ero accanto al Vescovo Mansueto in ospedale, e vedevo la povertà e la debolezza di un uomo, di un cristiano, un sacerdote e vescovo, ridotto all’essenziale, bisognoso di tutto. Forse però ora più che mai capace di testimoniare l’amore del Signore, la fede nel Risorto, partecipando in pieno al mistero della sua croce. Ripenso così al giorno della nostra Ordinazione sacerdotale, 42 anni fa come oggi, allora era sabato e a quando il giorno dopo celebravamo la nostra Messa Novella, con le letture – le ho ancora bene in mente – della domenica scorsa, la XIII dell’anno C: “Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. “Seguimi, anche se il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Ripensavo a tutte queste cose e constatavo che l’esercizio pieno del ministero sacerdotale ed episcopale si identifica con la nostra personale purificazione, la nostra conversione, la vicenda della nostra personale santificazione. Quanto più cerchiamo di esercitare al meglio il nostro ministero, tanto più il Signore ci libera, ci purifica e ci santifica, mentre, tanto più ci lasciamo afferrare dall’amore del Signore, tanto più esercitiamo al meglio il nostro ministero. Questa è la verità!

E qui sta il motivo per cui il ministero sacerdotale non è mai una funzione, semplicemente un servizio che si possa compiere da impiegati: a ore, stipendiati e senza coinvolgimento personale. Tutt’altro.

Ed eccoci così alla II° lettura, dalla II° lettera di Paolo a Timoteo. La consapevolezza di Paolo dovrebbe essere la nostra –  sia di noi che siamo ormai abbastanza avanti negli anni, sia di chi è più giovane. Le parole di Paolo, è vero, sono una specie di testamento, quello che dovremmo poter scrivere al termine della nostra esistenza terrena: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ma queste stesse parole vanno bene in certa misura per tutti, perché ogni giorno il presbitero si deve sentire “in battaglia”, “in corsa” e impegnato a “conservare la fede”. Soprattutto – come dice ancora San Paolo – impegnato, con la forza del Signore, a “portare a compimento l’annuncio del Vangelo perché tutte le genti lo accettino”.

E su questa ultima affermazione di Paolo, mi soffermo un attimo, perché sia sempre chiaro qual è il nostro compito: cioè “annunciare il vangelo”, “annunciare il Vangelo del Regno”. Dove la “buona notizia” del Regno, il “vangelo”, il “Regno” non è altri che Lui, Nostro Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, morto e risorto per noi. Il nostro compito dunque non è semplicemente quello di occuparci dei più diversi problemi degli uomini. Non è neppure principalmente quello di lavorare per una società più giusta o di salvare la terra. Il nostro compito principale è quello di annunciare Gesù Cristo, Salvatore; di farlo conoscere e aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a incontrarlo e a capire che con Lui, via verità e vita, con la sua morte e risurrezione, l’umanità e il mondo si trasformano. Il nostro compito è questo, perché più persone possibile si convertano a Lui, facciano posto a Lui dentro di sé e quindi inizino una vita nuova nella verità, nella giustizia e nell’amore. Certamente tutti gli ambiti di esperienza umana, ogni dimensione personale e sociale del vivere è coinvolta dall’annuncio del Vangelo, perché il Signore Gesù è venuto a salvare tutto l’uomo e a inaugurare un mondo nuovo fatto di fratelli e sorelle che si amano. Ma l’essenziale è che il nome santo e benedetto di Gesù risuoni sulle nostre labbra, sia vivo dentro di noi e traspaia dalle nostre azioni, in modo che gli uomini e le donne, attraverso il nostro ministero, non si incontrino con una ideologia, con un progetto sociale o politico, con una filosofia o con un programma pastorale ma con il Signore Gesù vivo e vero. Lui che ha detto: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro” (Mt 11, 28).

Nel brano evangelico infine, ecco ancora il beato Pietro. Lo sappiamo bene che Pietro non fu un uomo perfetto. Conosciamo molto bene il suo triplice rinnegamento. Abbiamo chiari in mente i rimproveri di Gesù che addirittura lo chiama Satana! “Vai dietro a me Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16,23). Sappiamo anche della sua debolezza – addirittura dopo la risurrezione di Gesù e la Pentecoste – nella questione della circoncisione ad Antiochia, per cui fu rimproverato apertamente da Paolo. Eppure, a quest’uomo qui – potremmo dire così chiaramente inaffidabile – il Signore Gesù affida la sua comunità. Quest’uomo, il Signore lo pone a fondamento visibile della sua chiesa, dandogli il potere di legare e di sciogliere. Una scelta più azzardata sembrerebbe non poterci essere. È ciò che i nemici della chiesa di oggi e di domani, interni ed esterni, non hanno mai capito e mai capiranno. È ciò che manda in confusione il demonio. Non c’è logica apparente. Non c’è ragionevolezza! I nemici della chiesa si affannano a mettere in mostra tutti i difetti, i peccati, tutti i tradimenti della Chiesa – e non ci vuol poi davvero molto!… La conclusione che si aspetterebbero è che una “barca” così sgangherata non possa che affondare presto e anzi, che Dio stesso, stanco di tutte queste infedeltà, la eliminasse finalmente dalla storia.

E invece no! La Chiesa è sempre viva. Ed è un popolo molto più numeroso che nei secoli passati. E ci sarà sempre, fino alla fine dei tempi. Il Signore Gesù sceglie Pietro come fondamento; continua a scegliere la chiesa e a considerarla sua sposa amata; continua ad affidarle il compito di essere Lui nella storia e nel mondo. Il Signore Gesù ha scelto noi e continua a sceglierci come suoi strumenti e mezzi di santificazione per gli altri.

Il Signore che pure sa tutto di noi. Conosce tutti i nostri peccati, anche quelli più segreti in fondo al cuore. Tutte le nostre debolezze e i nostri tradimenti. E ciononostante continua a dirci e a confermarci che ha bisogno di noi per salvare gli uomini. È Lui la salvezza, non noi e la coscienza dei nostri peccati questo ce lo rende evidente. Ma ha voluto e vuole aver bisogno di noi per arrivare a ogni uomo.

Certo, di fronte al mistero di questa sua volontà, non possiamo “giocare alla meno”. Come dire, approfittarci, tanto lui rimedia alle nostre malefatte… Direi anzi piuttosto, no, assolutamente. Guai a noi! Guai a noi se approfittassimo della sua Misericordia! La sua libertà di scelta ci costringe piuttosto a impegnarci di più, a mettercela tutta, a non lasciare niente d’intentato per essere veramente uomini di Dio. Il ricordo anniversario della nostra Ordinazione presbiterale è per questo anche occasione per rinnovare l’impegno, le promesse fatte, rinverdendo il dono che ci è stato fatto. Con uno sforzo speciale per camminare insieme.

Anche Pietro, alla fine ce la fece!

Anche Paolo, alla fine ce la fece!

Attraverso la loro potente intercessione, anche noi vogliamo pensare che alla fine, o con le buone o con le cattive, riusciremo a capire e a dare buona testimonianza a Colui che, a suo insindacabile giudizio, ci ha scelto e continua a sceglierci e al quale non possiamo che dire, stasera e sempre: grazie!

+ Fausto Tardelli, vescovo