Omelia per l’ingresso e l’inizio del ministero episcopale nella Diocesi di Pescia

Domenica 28 giugno 2026 (Cattedrale di Santa Maria Assunta a Pescia)
Omelia per l’ingresso e l’inizio del ministero episcopale nella Diocesi di Pescia

Che bella celebrazione e che bella giornata insieme con alcuni vescovi della Toscana, i preti, i diaconi, le religiose e i religiosi della diocesi di Pescia e di Pistoia! Grazie a tutti voi e soprattutto alle autorità civili e militari e ai tanti volontari che si sono adoperati per questa bella festa. La calura e le temperature non fermano l’entusiasmo di una Chiesa che vuole ripartire dalla Galilea. Proprio come nel brano di Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù ci ha dato appuntamento in Galilea, sul lago per riprendere il cammino. È risorto Cristo, nostra Speranza e ci precede in Galilea. Pescia è la nostra Galilea, da qui riprende un cammino e Gesù ci dice «Seguimi».

Entriamo, allora, nella festa di san Pietro e Paolo ed entriamo in un tempo importante per Pescia e Pistoia: un nuovo vescovo ed un cammino di Chiese sorelle. Sorelle distinte ma unite in un cammino di Chiesa; distinte nella loro storia, nei loro legami, nei loro territori ma unite nel seguire Gesù Cristo. La differenza dell’una dall’altra non ostacola il cammino, e l’unità di una storia nuova non pregiudica, non mortifica l’originalità propria della Chiesa di Pescia e della Chiesa di Pistoia. Proprio come Pietro e Paolo, i due apostoli di cui questa sera iniziamo la festa: apostoli molto diversi tra loro. Dice il prefazio proprio: Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la Chiesa delle origini con i giusti d’Israele, il maestro e dottore, che annunciò la salvezza a tutte le genti.

La Chiesa di ieri ha avuto bisogno di pescatori entusiasti capaci di confessare la fede, e di maestri e farisei come Paolo che hanno illuminato il mistero. Si, è vero: qualche volta la differenza tra i due ha avuto toni molto polemici, quasi fino allo scontro, memorabile quello che la critica ha chiamato l’incidente di Antiochia. Paolo che affronta Pietro e, con una parresia unica, lo corregge di fronte a tutti per una sua azione che smentiva le parole che aveva detto. La Chiesa si presenta sempre più come apostolica, sul fondamento di questi apostoli così, differenti tra loro e senza nascondere anche le proprie fragilità, ma con l’orgoglio di sentirsi accompagnati dal Signore. Una Chiesa plurale, ma unita nella fede in Gesù Cristo. Apostolica nei suoi fondamenti e nella ricchezza dei carismi, con cammini differenti che dicono la ricchezza della Grazia di Dio che non è monocolore ma sfrutta tutte le gradazioni e le sfumature.

E allora da dove iniziare? Nella festa degli apostoli Pietro e Paolo, abbiamo bisogno di ripartire dalla fede, altrimenti il nostro riferimento alla Chiesa rischia di essere ideologico e, invece, eccoci qua a ridire la fede. Come?

Primo movimento: La fede è un gioco di sguardi. Proprio così. La fede non è un apparato dottrinale da mandare a mente, ma una relazione viva in cui si può entrare. Le parole della fede verranno dopo. Il primo assenso ad un incontro è fatto con lo sguardo; se non voglio parlarti non ti guardo. Se invece ti fisso con lo sguardo allora vuol dire che cerco un incontro. «Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: “Guarda verso di noi”. Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa» (Atti 3,4).

Tutto inizia dallo sguardo di un altro su di noi. Il nostro Dio vuole incrociare gli sguardi delle donne e degli uomini di oggi. Prima Gesù nel vangelo, poi gli apostoli negli Atti portano la stessa exhousia, la stessa autorità di Gesù e prendono l’iniziativa «Guarda verso di noi». Sono loro a svegliare dalla superficialità il malato. Come puoi chiedere i soldi senza parlare con gli occhi, senza guardare in faccia chi ti sta osservando. Guarda verso di noi. I nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio perchè abbia pietà di noi. Spera di ricevere qualcosa ma non si accorge che in realtà starà per ricevere molto di più di quello che sperava. E tutto comincia da uno sguardo. Alla fine di quell’incontro e di quelle parole l’esperienza di fede e di segni che sta vivendo sarà così chiara che tutto il popolo lo vide camminare. La realtà di Dio che si manifesta è molto più rigogliosa di quello che si pensa di ricevere; l’intervento di Dio non è privato, nè esclusivo, ma si riflette su tutti coloro che vivono quell’esperienza. La guarigione è di uno, ma la lode che s’innalza a Dio e l’esperienza di stupore e meraviglia, è di tutti.

Dal particolare all’universale: ecco la traiettoria ecclesiale di un percorso di fede. Sembrava un incontro a due, anzi è stato un incontro a due, ma ha avuto una rilevanza ed una ricaduta su tutti, su tutto il popolo. E noi? Con quale sguardo fissare gli uomini e le donne di oggi? Come diventare compagni di viaggio con chi incrociamo? E la parola compagno è la cosa più cristiana del mondo: compagno, cioè cum-panis, cioè colui con cui mangi lo stesso pane. Offrire Gesù, Pane di Vita eterna con lo sguardo, alle persone che incontriamo.

Secondo movimento: Se una relazione comincia con lo sguardo e con le parole, poi cresce una consapevolezza, viene a galla nella nostra coscienza un’esperienza di vita accompagnata da sentimenti ed emozioni. Paolo parla del suo incontro come di un Rivelare in me il Figlio suo. Cosa sarà successo?

L’inquietudine nel cuore che lo ha lavorato dall’episodio del martirio di Stefano in poi, la luce di Damasco e la coscienza di considerare spazzatura tutta la sua conoscenza al confronto con la vicinanza di Cristo Gesù sono stati elementi che hanno fatto esplodere la coscienza di Paolo. Non è stata solo una caduta da cavallo ma un’esperienza che lo ha afferrato e convinto. Rivelare in me, cioè? Far venire a galla una verità liberante, sentirsi chiamato con la sua grazia che non condanna e accorgersi in un momento che questo Gesù Cristo è così totalizzante che tutto può essere considerato spazzatura se manca la persona di Cristo e, quindi, l’esigenza di annunciare il suo vangelo in mezzo alle genti. Questo è il succo della chiamata-conversione. Poi ci sono tre anni da passare in Arabia dove lo studio, la preghiera, il tempo col Signore hanno fatto maturare un’esperienza unica e totale. Ha detto Bruno Munari, artista e designer italiano, che un albero è l’esplosione lentissima di un seme che mette radici, germoglia, cresce e dà frutto. In questo territorio siete espertissimi di semi, piante e fiori – non si inventa nulla – è tutto affidato alla cura di mani esperte che conoscono tempi e modi di irrigazione, concimazione, innesto ma poi il seme «germoglia e cresce. Come, l’agricoltore stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura» (Mc 4, 27-28). È l’esplosione lentissima di un seme. Nella Chiesa non ci sono tempi di tutto e subito, ma occasioni per far maturare ciò che è germogliato e continua a crescere, aprire processi di umanizzazione della storia. In quei tre anni Paolo ha vissuto il suo seminario da cui ha imparato un metodo che ha custodito, approfondito e in cui è cresciuto per tutta la vita, ha pregato e riletto le parole di Gesù nell’antico testamento trovandone il senso nascosto e la carica di grazia. Rivelare in me il Figlio suo è entrare in un dialogo d’amore efficace e prolungato. Non sai tutto e subito, perchè non c’è bisogno di sapere tutto ma c’è bisogno di amare tutto e non c’è bisogno di saperlo subito. Resisti alla bramosia del possedere e dell’arraffare. Rivelare è azione di un dialogo d’amore mai finito.

Terzo movimento: la fede è un dialogo d’amore. Puoi credere solo in ciò che ami. Non credo per delle ragioni ma ho delle ragioni buone per credere. Non solo sguardi ma anche parole. La prima mossa è sempre di Gesù: noi giochiamo sempre di risposta. Ma Gesù usa parole sconosciute. Simone di Giovanni. Perché lo chiama così e non lo chiama più Pietro, nome che lui stesso gli aveva messo? E poi “mi ami? Mi vuoi bene? Ma che c’entra l’amore? E poi ancora: mi ami più di costoro? Parole misteriose alla fine del Vangelo. Il nome Simone di Giovanni Gesù lo usa forse perchè in amore non entriamo con i nostri incarichi (Pietro era il nome di un ufficio: «su questa pietra edificherò la mia chiesa»), in amore non contano i nostri titoli, in amore nasciamo nudi e nudi generiamo vita. Non posso pretendere di governare la Chiesa, di essere pastore rimanendo chiuso nei titoli. Solo spogliandomi, o meglio solo usando i titoli per quello per i quali sono stati creati, cioè amare e servire. Il prete, il vescovo sono nomi di un ufficio di servizio e di amore a beneficio del popolo di Dio; il Papa, nella tradizione cattolica, è il servus servorum Dei. Ce lo ricordava il vangelo di domenica scorsa, «voi non fate come i re e i governanti della terra che dominano», voi avete bisogno di preti, di vescovi, di ministri, di religiosi e di catechisti e sposi santi, ma vivete questa missione di preti, vescovi e sposati amando e servendo, non dominando. Il vangelo di Giovanni è uno svuotamento continuo, un cammino verso l’essenziale. È l’ultimo vangelo, non c’è più l’urgenza di raccontare i fatti e allora Giovanni ci riporta all’essenziale. Racconta certi fatti con dei particolari che non sono a caso ma rispondono ad una storia di salvezza. E allora, non più dieci parole, dieci comandamenti, ma «questo è il mio comandamento: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi», solo uno; non più le parole dell’ultima cena «Prendete e mangiate, Prendete e bevete» ma la lavanda dei piedi; non più la croce solo scandalo e follia, ma la croce luogo generativo di vita: Ecco tua madre, ecco tuo figlio; non più solo l’incontro col Risorto, ma soprattutto col dono dello Spirito del Risorto che viene soffiato sugli apostoli; Non più tante raccomandazioni tipo Mt 28: «Andate…insegnate….battezzate…fate discepoli tutte le genti», ma solo una domanda: «Mi ami più di costoro? Pasci i miei agnelli…..Seguimi».

Alla fine rimarrà soltanto l’amore in tutte le sue sfumature di intensità: mi vuoi bene? Mi ami? Gesù non pretende di avere ragione a tutti i costi piegando il discepolo ad usare le sue stesse parole… . Pietro non conosce il verbo amare(forse è un suo limite), ma è capace di voler bene e questo è sufficiente perchè possa pascolare, pascere il gregge e cioè avere a cuore….I CARE; E perchè più di costoro? Perchè in amore non ci si può accontentare di ciò che abbiamo raggiunto…in amore se non si cresce, non si rimane dove uno è arrivato, ma si retrocede; in amore non ci si può sedere, perchè altrimenti si ricomincia dall’inizio… chi si ferma è perduto.

E come si fa a capire se sto amando in maniera da crescere o mi sono fermato? Seguimi, è l’ultima parola che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni: tu seguimi. Questa seconda parte del vangelo di Giovanni era iniziata, prima dell’ultima cena con le parole «li amò sino alla fine» che si realizzano seguire Gesù. Cioè continua a vivere da discepolo, non ti fermare a goderti quello che hai raggiunto, domani è un’altra partita e sempre ricominci da zero a zero. «Seguimi», cioè continua a vivere da discepolo, perchè la vita cristiana non è una scalata di un itinerario di crescita: nella vita cristiana il massimo è vivere da discepolo perchè uno solo è vostro Maestro e voi siete tutti discepoli. Sant’Ignazio di Antiochia, vescovo che si prepara al martirio, scrive «solo adesso comincio ad essere Uomo, solo adesso comincio ad essere discepolo di Gesù». Non vescovo ma discepolo di Gesù chiamato a svolgere la missione di vescovo a favore della chiesa. Non padre e madre di famiglia ma discepolo di Gesù chiamato nella vocazione del matrimonio a svolgere la missione di padre e madre. Non super catechista ma discepolo di Gesù, innamorato della sua parola che scopre la missione di trasmetterla nella catechesi ai piccoli. Seguimi non nell’immobilismo di una carriera di onori ma nella sequela di un discepolo che vuole sempre più crescere a servizio della Chiesa. Seguimi Pietro, come discepolo di Gesù, servus servorum Dei, dirà la ricca tradizione della Chiesa. Seguimi anche quando ti porteranno dove tu non vuoi, fosse anche la morte; continua a seguirmi per fare l’esperienza che neanche più la morte ti separerà dall’amore di Cristo, perchè la sequela di Gesù ti condurrà alla resurrezione. Amen.




Discorso del vescovo Augusto Mascagna nel giorno della sua ordinazione episcopale

Discorso del vescovo Augusto Mascagna
nel giorno della sua ordinazione episcopale
(Pistoia, Chiesa di San Francesco, 21 giugno 2026)

Sapete, vi devo dire una cosa importante; siete proprio belli visti da quassù!
Ciò che ci fa belli è questo momento di Chiesa, questo momento d’incontro tra chiese sorelle: Civita Castellana, Pescia e Pistoia! Sembra di leggere gli atti degli apostoli o le lettere di Paolo: l’incontro di Chiese sorelle che si sostengono l’una l’altra per continuare la missione propria della Chiesa.

È proprio vero stiamo vivendo un grande momento di Chiesa, di questa magnifica humanitas che troviamo nelle nostre parrocchie e nelle nostre comunità diocesane! Non è solo un momento di festa ma è un grande canto di ringraziamento per benedire Dio perchè ha fatto cose grandi. Stiamo vivendo un grande tempo dello Spirito, un tempo di Pasqua che per queste chiese sorelle si è prolungato fino ad oggi e speriamo che continui a soffiare su tutti noi… Quanto ne abbiamo bisogno di questo Spirito contro la superficialità che diventa cinismo, contro una noiosa ripetizione di cose superate! Vieni Spirito su questa storia, perchè riviva!

Ma avete visto quanto sono belli questi vescovi? Non li posso citare tutti, ma un grande grazie al vescovo Fausto e ai miei padri nella fede don Romano e don Giuseppe! E anche i vescovi della Toscana da cui ho avuto un’accoglienza fantastica.

Avete visto quanto sono belli questi sindaci e tutte le autorità civili e militari? I vostri tricolori segno di un’appartenenza alla terra e alla sua storia! Ringrazio le autorità civili e militari, i prefetti, le autorità regionali e provinciali ma permettete un ringraziamento speciale ai sindaci dei luoghi che hanno segnato la mia stori: al dottor Capecchi con cui avrò l’onore di collaborare qui a Pistoia; ai sindaci della mia storia: il vice sindaco di Caprarola Eugenio Stelliferi, di Anguillara Sabazia, Vincenzo Marcorelli di Rignano Flaminio, Dino Primieri di Orte e l’ultimo arrivato, Danilo Corazza, sindaco di Civita Castellana …e un saluto a tutti i vostri amministratori.

Ma avete visto quanto sono belli tutti questi preti? Una folla di presbiteri che hanno detto di sì al Signore e alla Chiesa e seguono l’Agnello, diventato Pastore, dovunque Egli vada perchè ha fatto di loro un regno e sacerdoti sopra la terra. Con quelli di Pistoia ci siamo visti in questi giorni; che emozione visitare le parrocchie e toccare con mano la vitalità di questo popolo, gli oratori in attività, le persone che ci attendono. Vieni Spirito su questa terra perchè riviva!

Quando è che diventiamo veramente belli?
Quando facciamo delle scelte per servire e amare di più: questo ci diceva il Vangelo di oggi. Quando diventiamo belli? Quando diciamo dei NO chiari e sposiamo lo stile di qualcuno che ci fa crescere. Dire dei NO a stili di vita che ci ingolfano l’esistenza e scegliere qualcuno che ci fa rifiorire. Ce l’ha detto il Vangelo: Dio ci sta chiamando, Dio mi sta chiamando a diventare lo Sposo di questa chiesa di Pescia e Pistoia, Dio ci sta chiamando ad amare la Chiesa, ad amare la nostra missione, cari fratelli e sorelle, e per far questo ci dice VOI NON FATE COSÌ.
Le letture di oggi ci dicevano: non falsificate la verità, non fate cose vergognose, non scegliamo di procedere con astuzie e furbizie, non fermiamoci a discutere tra noi , come facevano gli apostoli, discutere su chi è il più grande. Non fate come i tanti re e governanti del mondo ma, per diventare belli SERVITE, AMATE e fate tutto questo perseverando, senza stancarvi… e allora siederete in trono a giudicare la terra. Cioè? Che vuol dire giudicare? Vuol dire che il vostro stile di vita diventerà così chiaro, visibile e attraente che, come dice il profeta Zaccaria; «In quei giorni, uomini di tutte le lingue delle nazioni vi afferreranno per il lembo della giacca e vi diranno: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”» (Zac 8,23).

Dio mi chiama ad essere sposo e mi ha messo anche l’anello: appartengo a Lui ed ha organizzato questa festa di nozze che è la festa di queste chiese sorelle di Civita Castellana, Pescia e Pistoia. Poi ha invitato tutti noi dai crocicchi delle strade della nostra vita e dei nostri impegni. Ha invitato tutti, buoni e cattivi e, poi, Lui, il Signore, entra nella festa a vedere i commensali, a vedere se indossano l’abito nuziale. L’abito nuziale è la dignità di essere umani, puliti, forti e trasparenti; è la possibilità di instaurare relazioni umanizzanti e che ci fanno crescere. L’abito nuziale è la dignità di essere figli di Dio e di vivere da figli con l’orgoglio di avere Gesù Cristo nostro fratello. L’abito nuziale è l’attitudine di vivere la vita cristiana in una relazione. L’abito nuziale è vivere nella Chiesa da uomini e donne, da cristiani, da ministri, da consacrati, da preti felici e amanti della Chiesa fino ad obbedire alla Chiesa. L’abito nuziale è obbedire alla Chiesa perchè la amiamo: «il Signore mi dette tale fede nelle chiese (…) il Signore mi dette una grande fede nei sacerdoti», così san Francesco d’Assisi. Chi non veste l’abito nuziale pensa solo ai propri progetti, non ha a cuore la comunità ecclesiale e non obbedisce e, allora, si mette fuori da solo. «Molti sono chiamati, pochi gli eletti».
Ha vestito l’abito nuziale Sant’Atto, che oggi festeggiamo solennemente con questa liturgia, un benedettino vallombrosano, vescovo di Pistoia che nel 1145 porta una reliquia di San Giacomo Apostolo da Santiago de Compostela e, da quel momento, questo luogo diventa meta di pellegrini che accorrono per venerare la reliquia del santo apostolo e rinnovare qui la propria fede. La reliquia di san Iacopo è custodita in un reliquiario preziosissimo, nella cattedrale di san Zeno. La testimonianza cristiana che noi siamo chiamati a custodire è la cosa più preziosa che nobilita questa Chiesa, ma questa testimonianza deve sempre più brillare.

A me il Signore non ha dato solo l’abito nuziale ma anche l’anello; io ci metto il cuore, la faccia, la vita, senza stancarmi, come diceva il rito, ma ho bisogno che «nell’integrità della fede e nella purezza della vita» sia sostenuto da una Chiesa che amerò come Sposa di Cristo.

Hanno messo in testa a me il crisma, ma siamo tutti battezzati e cresimati e tutti noi siamo chiamati a portare il profumo di Cristo. Hanno dato a me il pastorale, ma siamo tutti sue pecore. Hanno dato a me la mitra, ma tutti siamo chiamati a svettare nella santità a servizio di questo popolo. Surrexit Christus Spes mea precedet suos in Galileam. Cristo, mia Speranza è risorto e ci precede in Galilea. La destinazione del nostro cammino è chiara: la Galilea. È l’appuntamento che ci ha dato Gesù, Lui ci precede nel cammino in Galilea. La Galilea è il luogo dove tutto è iniziato: la chiamata, i miracoli, i grandi discorsi di Gesù e l’incontro coi discepoli che pian piano diventavano folle. La destinazione del cammino è riscoprirsi chiamati per riaccendere il cammino con una nuova consapevolezza. La Galilea ci richiama alla vita quotidiana e concreta in cui si vive la fede, uscendo dal chiuso delle paure. La Galilea è il luogo del nostro incontro personale col Signore: non basta l’annuncio della tomba vuota: l’esperienza della fede richiede di incontrare nuovamente e personalmente il Signore nella propria vita. Il programma del risorto non è darci novità ma è fare nuove tutte le cose.
Queste comunità di Pescia e Pistoia hanno avuto sempre vescovi… e che vescovi! Ora vuole fare nuove tutte le cose con un nuovo vescovo. Che il Signore, per intercessione di Maria e di tutti i nostri santi, porti a compimento quello che ha iniziato oggi in me e in voi. Amen.




Omelia per l’Ordinazione episcopale di Mons. Augusto Mascagna

Ordinazione episcopale
di Mons. Augusto Mascagna
Festa di S.Atto – chiesa di S. Francesco
21 giugno 2026

Nel giorno in cui la Chiesa pistoiese ricorda il suo grande vescovo S.Atto, che alla metà del XII° secolo portò a Pistoia la reliquia dell’apostolo Giacomo, ci apprestiamo a consacrare, come successore del santo vescovo e prima ancora degli apostoli, don Augusto, al quale il Santo Padre ha affidato anche la cura in contemporanea della diocesi di Pescia. E lo facciamo in questa chiesa francescana che ci ricorda l’ottavo centenario della morte di un altro grandissimo santo che è stato un vangelo vivente e, in questo momento, è nostro potente intercessore.

Un mirabile evento, quello che stiamo vivendo. Che evidenzia magnificamente il passaggio della Parola di salvezza, del Vangelo, da una generazione all’altra, in quella che viene chiamata “successione apostolica”. E’ la custodia della fede catto-lica trasmessa dagli apostoli che oggi si tocca con mano. E gioiamo per questo. Perché vediamo l’azione dello Spirito Santo promesso dal Signore Gesù alla sua chiesa, prendere corpo, manifestarsi, compiersi.
Oh, certo, siamo ben consapevoli di “portare questo tesoro in vasi di creta”, perché conosciamo bene le nostre debolezze e i nostri peccati, le nostre fragilità e incapacità. Ma come ci ha detto l’apostolo, ciò non ci impedisce di scorgere l’opera performante dello Spirito Santo, dove anche la nostra piccolezza serve, “affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi”.

Gioiamo dunque, fratelli e sorelle, e godiamo di quest’opera dello Spirito Santo attraverso la quale viene donato a noi un successore degli apostoli, mentre fanno corona vescovi, presbiteri e diaconi e l’intero popolo di Dio qui ben rappresentato da tanti fedeli di Pistoia, Pescia e Civita Castellana. Un incontro di chiese sorelle davvero bello: la chiesa di Civita che dona un suo figlio; quelle di Pistoia e Pescia che accolgono con gratitudine il dono. Ed è una gioia speciale ed un onore grande anche per me, terminare il mio mandato, ordinando il vescovo al quale consegno la santa eredità che è la chiesa di Pescia e di Pistoia.

Nella pagina evangelica, il Signore Gesù si definisce “quello che sta in mezzo a noi come colui che serve”. E nella raccomandazione fatta precisamente agli apostoli che – da stolti, discutevano su chi di loro fosse da considerare più grande – Egli invita a non fare come succede di solito nel mondo: “tra voi non sia così. Chi è più grande diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve”.

Ecco dunque delineata la fondamentale dimensione di ogni successore degli apostoli: stare in mezzo alla gente come colui che serve, ad imitazione del nostro Signore e Salvatore. Ed è la convinzione stessa di San paolo ascoltata poco fa: “Quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù”.

Anche tra noi oggi può capitare a volte di fare come gli apostoli, di discutere cioè su chi sia più grande, e ci possiamo magari far prendere da quel clericalismo che ci spinge a cercare i posti “più grandi” invece che l’ultimo, per “contare”, e far pesare sugli altri il proprio seppur piccolo “potere”. In realtà siamo e dobbiamo essere soltanto dei semplici servitori, tutti. Papi, Cardinali, Arcivescovi e Vescovi: poco importa la differenza: tutti siamo ugualmente,in quanto successori degli apostoli, servitori del Popolo di Dio, alla scuola di Colui che è venuto nel mondo per servire e non per essere servito.

Domandiamoci però ora quale sia il servizio disinteressato ed umile che il vescovo è chiamato ad esercitare in nome di Cristo. Il modello naturalmente resta sempre Lui, il buon Pastore che annuncia, insegna, guida, sana, difende e dona la propria vita e che prima ancora, vive la sua vita nella semplicità e nel nascondimento di Nazaret.
Guardando a Lui vorrei dunque sottolineare tre principali servizi del vescovo. L’annuncio del Regno di Dio è sicuramente il primo servizio. L’annuncio di Cristo Signore, perché è Lui il Regno, da compiersi senza vergogna, senza dissimulazioni, senza paura di pronunciare il nome santo di Gesù. Nessuna preoccupazione comunicativa, nessuna prudenza tattica, deve impedire al vescovo di annunciare Gesù Cristo morto e risorto, via verità e vita, salvezza unica dell’umanità. “Surrexit Christus spes mea”, “Cristo, mia speranza è risorto”: queste bellissime parole che la sequenza pasquale mette in bocca alla Maddalena e che tu don Augusto hai scelto come motto episcopale, esprimono l’annuncio che ogni vescovo è chiamato a dare con le parole e con la sua vita gioiosa e piena d’amore.
Il vescovo non può annunciare se stesso, diventerebbe sale insipido e inutile. Lo dice chiaramente San Paolo: “Noi, infatti, non annunciamo noi stessi ma Cristo Signore”. E questo annuncio – è sempre Paolo ad ammonirci – va fatto “senza comportarci con astuzia, né falsificando la parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità”.

Corollario necessario di questo primo e fondamentale servizio del vescovo, sempre sulla scia di Gesù, è “l’insegnamento”. Quell’insegnamento che risale direttamente a Gesù e agli apostoli e che è stato consegnato come vivo tesoro per ogni generazione, nella Parola scritta e nella Tradizione vivente della Chiesa. In un tempo di totale relativismo e di Babele, per dirla con PapaLeone nella “Magnifica humanitas”, il vescovo è responsabile del deposito roccioso della fede che ha ricevuto, condensato nel Credo che professiamo ogni domenica e che il vescovo deve far conoscere, spiegare e approfondire, aiutando il popolo a calarlo nella propria vita e in quella del mondo, mantenendo la fedeltà al mandato, senza smarrirsi, senza che come il sale inumidito perda il sapore. L’annuncio evangelico e l’insegnamento che ne è parte integrante non può mai essere considerato un’astrazione teorica,magari da soppiantare in nome di una non ben precisata “pastorale”. Al contrario è “buona novella”, è “Vangelo” di salvezza, “buona notizia”, lieto annuncio della misericordia di Dio in Cristo morto e risorto;è atto d’amore, atto profondo di carità, servizio all’umanità. Il Credo che professiamo è per la vita e la vita piena dell’uomo; per la sua libertà, non per la sua schiavitù; per la sua gioia, non per la tristezza.
E’ lieto annunzio per i miseri, per fasciare le piaghe dei cuori spezzati, per rendere la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri e promulgare l’anno di grazia del Signore – come il profeta Isaia ci ha ricordato nella prima lettura.

Ecco allora qui delineato il secondo servizio del vescovo, oltre quello dell’annunzio del Regno col relativo insegnamento, e cioè: l’attenzione ai poveri. Ai poveri in ogni senso, cioè non solo quelli materiali che non hanno da mangiare o da vestirsi, ma i poveri che sono i delusi della vita,gli scoraggiati che hanno perso la speranza e gli amareggiati col cuore spezzato; gli adolescenti e i giovani confusi e soli nelle loro sofferenze; chi si sente inutile e invisibile, senza valore; gli immigrati in cerca di un futuro degno; i bambini nel grembo materno che vorrebbero nascere; gli anziani diventati un peso per la società;che sono le famiglie disgregate; chi si è reso dipendente dalle sostanze, dal gioco, dal sesso o da nuove o vecchie ideologie; chi soffre in qualsiasi modo; chi è malato; chi vive nel non senso della vita; ma anche chi vive nel peccato, lontano da Dio e ha fatto vincere il male e l’odio nel cuore e nei suoi giorni. E di questi “poveri in ogni senso”,tra i quali anche noi stessi tante volte ci riconosciamo se siamo sinceri, caro don Augusto, sai bene che ce ne sono davvero tanti nel mondo e anche a Pistoia e a Pescia.

Tutto questo chiede al Vescovo, come buon Pastore, di“farsi tutto a tutti”, prendendosi amorevolmente e teneramente cura del gregge a lui affidato, ma vigilando però anche sull’assalto continuo dei lupi rapaci e quindi anche combattendo corag-giosamente contro tutto ciò che impoverisce l’uomo dal di dentro di sé o dall’esterno, che gli fa del male, gli ruba l’anima e annienta la sua dignità. Il vescovo, forte del dono dello Spirito, in definitiva invita all’incontro con Gesù, dicendo a tutti: “andate da Lui, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e Lui vi darà ristoro, in Lui troverete ristoro per la vostra vita”.

In ultimo vorrei sottolineare brevemente un terzo aspetto del servizio episcopale al quale rischiamo di non dare attenzione ma che Papa Francesco ha più volte richiamato e che, comunque, il rito dell’Ordinazione ricorda: la preghiera silenziosa del vescovo per il suo gregge; la testimonianza umile di una vita personale sobria, povera, essenziale ma animata dalla carità della preghiera per tutte le persone che gli sono state affidate, a partire dai sacerdoti e diaconi. Vedo qui un modellonella vita nascosta di Nazaret, anch’essa fondamentale nell’opera redentiva di Cristo, come del resto nella vita da “minore” di San Francesco d’Assisi. Nostro Signore ha salvato il mondo, ha esercitato il suo servizio d’amore anche durante i silenziosi anni di Nazaret, vivendo una vita semplice e interiore. Questa interiorità profonda, dove il cuore giornalmente riposa e si interroga, mentre va “ruminando” la parola di Dio, è l’anima del ministero episcopale, l’anima del suo servizio, importante e necessario servizio, anche se nascosto agli occhi del mondo.

Carissimo Augusto, il Signore ti chiama quest’oggi a far parte del gruppo degli apostoli: a stare con Lui e ad andare in missione. Il tuo nome oggi il Signore lo pronuncia come pronunciò quello degli altri apostoli, di Pietro e Andrea, di Giacomo e Giovanni e di tutti gli altri. Oggi ti affida la chiesa di Pescia e di Pistoia: questo popolo è di Dio e il gregge è del Buon Pastore, le pecore sono le sue, abbine cura. Oggi le affida a te perché ha fiducia in te e sa che con la forza dello Spirito Santo potrai portarle ai pascoli della pienezza della vita. Ogni vescovo si inserisce nel cammino secolare che le chiese a lui affidate hanno compiuto e stanno compiendo, dando il suo contributo di mente e di cuore. Queste due chiese hanno camminato e stanno camminando sulle strade che il Signore ha indicato loro. Hanno una storia alle spalle, hanno carismi e debolezze, ma non iniziano ora il cammino: sono già sulla strada, e lo Spirito Santo ha fatto scoprire,attraverso il recente XX° sinodo diocesano di Pistoia e nell’assemblea sinodale di Pescia, le attese di Vangelo presenti in questi territori e le risposte missionarie che la comunità cristiana è chiamata a dare. Queste due chiese sorelle che un giorno il Signore mi ha chiesto di custodire e di pascere, come segno di amore verso di Lui, le consegno stasera a te come un bene prezioso da servire ma ancor più, da amare.




Saluto alla diocesi di Pistoia

Saluto alla diocesi di Pistoia
(Domenica della SS. Trinità – 31 maggio 2026)
Es. 34,4b-6,8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

 

Sia gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen. Non può che iniziare così la mia riflessione oggi, domenica della SS. Trinità. Da questo Dio di amore, che si è voluto far conoscere come unità in una relazione d’amore, tutto proviene e alla comunione con Lui, tutti e tutto il creato è destinato. La traccia di questa individua trinità la si ritrova dovunque: nell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio, nella famiglia, nella società, nella natura come nell’intero universo. Tutto è dentro una relazione d’amore e opporvisi con i nostri egoismi, particolarismi, odi e rancori ci autocondanna inesorabilmente alle pene dell’inferno in quella solitudine che distrugge l’essere umano.
Al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, alla santissima Trinità si deve tutta la nostra vita e in quella magnifica dossologia che chiude la preghiera eucaristica, cantata perennemente da tutti gli angeli e i santi in cielo, si trova il senso ultimo di ogni nostro pensare ed operare: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli», dove l’onore e la gloria non si danno solo con le labbra ma con il cuore e con una vita vissuta nell’amore verso il prossimo.
In questa prospettiva, rileggo questa sera il tempo che Dio mi ha dato di vivere con voi e vi colloco anche i miei saluti.

Sono passati in fretta questi quasi dodici anni. Inaspettatamente il Signore mi condusse da voi, dopo il tempo del grande amico vescovo e compagno di una vita Mansueto, troppo presto preso da Lui nella patria del cielo.
Ricordo ancora quello che scrissi allora, da poco sbarcato su Facebook. Era l’8 ottobre del 2014 e da San Miniato scrivevo: «Papa Francesco mi ha chiesto di andare in un’altra città ad annunciare il Vangelo. Che fare? Mi fido di lui. Raccatto nel cuore a fatica volti e storie, pianti e sorrisi, fallimenti e speranze e vado. Tendo le mani per stringerne di nuove e mescolare i miei passi con quelli di chi ancora non conosco. Che Dio mi aiuti».
In questi quasi dodici anni in effetti ho teso le mie mani e ne ho strette tante; ho fissato i miei occhi in quelli di molti di voi; ho visto volti brillare di gioia, ho visto visi solcati da lacrime; ho mescolato la mia vita con la vostra, correndo da una parte all’altra per ascoltare, sostenere, incoraggiare, difendere, sospingere. Anche nella diocesi di Pescia, in questi ultimi anni, abbracciando con piena disponibilità quanto mi è stato chiesto dal Signore.

È un momento di passaggio importante per la mia vita quello che vivo ora. Una fase nuova si apre per me: quella che contempla la bellezza del giorno che volge pian piano verso il tramonto e si colora dei raggi del sole che si allungano all’orizzonte, come in quelle sera d’estate, sulle rive del nostro mare, quando con una lama di luce che si specchia abbagliante sull’acqua, il sole brilla di un colore speciale, continuando il suo percorso per rinascere ad un nuovo giorno.
Il Signore non mi affida questa volta un nuovo popolo da seguire e da amare. Mi chiede piuttosto di continuare ad amare e a pregare per quel popolo che ho conosciuto nel mio servizio episcopale e che è entrato nella mia vita e fa parte di me. Il Signore mi chiede in questa nuova fase dei miei giorni, per il tempo che Lui vorrà concedermi, di ricordarmi assiduamente di voi, di portarvi nel cuore, di non dimenticarvi, di esservi accanto in modo diverso da quello che è stato finora ma comunque ugualmente reale e concreto dentro lo spazio del cuore e della mente.

In questi anni abbiamo camminato insieme e nel cammino fatto insieme, gli anni sono volati via. Ho conosciuto problemi e preoccupazioni ma anche speranze e gioie grandi.
Ripenso in questo momento a tutte le parrocchie che ho visitato, godendo della fede che vi si manifestava. Ripenso alla moltitudine di ragazze e ragazzi ma anche di giovani adulti che ho incontrato e cresimato, e poi ai poveri, gli ammalati, i forestieri, i carcerati visitati. Ripenso a quei giovani uomini che in questi anni ho avuto la grazia di ordinare sacerdoti e tutti i sacerdoti che ho cercato di avere come fratelli ed amici.
Il cuore si affolla di ricordi e sento di quanto affetto e ancor di più amore, sono stato circondato e mi è stato dimostrato in questi anni! Ne ho sentito la forza; mi ha spesso stupito per la sua incredibile abbondanza; mi ha sostenuto nel cammino; mi ha commosso, perché avete saputo vedere con gli occhi della fede, nella povertà della mia persona, la presenza del Signore e la sua opera in mezzo a voi.

Sarei bugiardo se dicessi che non ci siano state in questi anni anche sofferenze e incomprensioni. Le ho però ritenute però qualcosa di necessario per provare la sincerità dell’amore. Perché, sì, vi ho amato e vi amo con tutto il mio cuore. Vi ho voluto e vi voglio bene e prego il Signore per ciascuno di voi perché possiate essere felici, seguendo Lui fino in fondo e realizzando così la vocazione che Lui vi ha dato.
State certi che pregherò ogni giorno per questo, proprio perché siate felici; pregherò per voi, per questa mia cara chiesa di Pistoia, per il vescovo Augusto che vi guiderà con sapienza e amore nei cammini del tempo che ci aspetta e al quale, con gioia, consegno il bastone del pastore di questa chiesa che anch’io, dodici anni fa ho ricevuto.

Pur avendone la possibilità che mi è stata generosamente offerta e pur essendo normalmente la scelta dei vescovi emeriti, non resterò ad abitare a Pistoia o a Pescia. Ritornerò nella mia terra di origine, nel seno di quella chiesa che mi ha generato alla fede, mi ha visto suo presbitero, mi ha consacrato vescovo, dove sono sepolti babbo e mamma, i miei parroci e i miei arcivescovi. Non è una mancanza di riguardo nei confronti delle due diocesi ma, potete ben capire che per un lucchese nel mondo, il rientro a Lucca resta una meta. Lo faccio per questo legame umano e di fede con la storia della mia vocazione, ma anche per lasciare libero il mio successore anche dalla pur minima ombra di un qualche condizionamento. È ciò che preferisco per me, una scelta personale, che non vuole minimamente mettere in discussione la scelta di altri.

Cosa dirvi di più, carissimi amici, fratelli e sorelle?
Amate il Signore, seguitelo con tutto il cuore, lasciatevi guidare dallo Spirito Santo che opera potente dal di dentro di ciascuno di voi. Volate in alto, “sulle ali dello Spirito”. Siate sempre gioiosi e pazienti, non cedete mai al lamento, perché il Signore vi ha colmato di doni che vi danno forza e consolazione. Come ha detto San Paolo: «Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi». Vogliatevi bene, venitevi incontro, state uniti.
E siate coraggiosi testimoni del Vangelo, di quella misericordia che si fa attenta ai bisogni degli altri e si mette a servire, senza far rumore e senza aspettarsi niente in cambio. Consapevoli, come abbiamo ascoltato nel vangelo, che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».

Affido alla Vergine Maria che mi è stata sempre Madre tenerissima, ai cari santi di Pistoia e Pescia, in particolare ai miei predecessori Sant’Atto e il beato Franchi, quel seme buono che ho cercato di seminare in questi anni, perché dia frutti abbondanti di pace e bellezza.




Pasqua di Resurrezione (5 aprile 2026)

Pasqua di Resurrezione

(Pistoia, Cattedrale di San Zeno, 5 aprile 2026)

Il Signore Gesù è risorto. È risorto da morte, dopo essere stato crocifisso e deposto in un sepolcro. Questa è la proclamazione gioiosa che facciamo a Pasqua; questo ciò che ricordiamo e ciò per cui facciamo festa e per questo nelle chiese in tutto il mondo risuona il canto glorioso dell’Alleluja.

Osserviamo però il mondo. Questo nostro mondo, la nostra società. Vediamo tanta distruzione e morte. Vediamo odio e rancori che creano muri spessi e pesanti e ferite che non si rimarginano mai. Vediamo ingiustizie, discriminazioni, tradimenti, crimini orrendi, un potere politico che in tante parti del mondo si fa oppressione calpestando ogni diritto. Vediamo e sentiamo cose che ci angosciano, ci mettono paura, non ci fanno dormire sonni tranquilli. E poi abbiamo ogni giorno un mare di problemi che ci inguaiano perché non sappiamo come risolvere, pensiamo soltanto ai problemi legati alla salute, a quelli generati dall’immigrazione, a quelli dovuti alla crisi economica…
Insomma, che cosa ha cambiato la risurrezione di Cristo? La domanda sorge spontanea. Come ha inciso dentro la storia? il mondo di oggi non è certamente diverso da quello che vide la morte e la resurrezione di Cristo.
E allora? Per rispondere a questa inquietante domanda che può davvero mandare in crisi le nostre credenze religiose, occorre riandare proprio a quei giorni di duemila anni fa, quando Gesù risorse. Ce ne parlano i Vangeli, abbiamo la testimonianza degli apostoli: sono loro che ci narrano gli eventi e ci trasmettono quanto è accaduto.
Se ascoltiamo con attenzione e prendiamo in considerazione con attenzione quanto essi dicono e scrivono, la risurrezione di Gesù non fu un fatto pubblico, eclatante, una manifestazione cioè incontrovertibile ed evidente agli occhi del mondo. Forse potremmo cadere in inganno se pensassimo alla risurrezione di Gesù come al lieto fine di una favola o di una storia, una specie di “e vissero tutti felici e contenti” o a un gran finale, quando nei film western “arrivano i nostri” che risolvono in vittoria la battaglia. Noi siamo abituati, all’Happy End”. Ce lo aspettiamo. Più la storia è difficile, contorta e dolorosa, più la vicenda narrata presenta ingiustizie e discriminazioni, più il lieto fine che rovesci la situazione è atteso e auspicato. Ci pare logico che, alla fine tutto venga sistemato, i cattivi puniti e i buoni premiati e liberati dal peso della sofferenza patita.
Ma la resurrezione non fu affatto così e non lo è. Essa avviene ma all’apparenza non cambia niente. Tutto sembra restare come prima.

Consideriamo infatti con attenzione il racconto che ce ne fanno gli evangelisti. Quando Gesù risorge, nessuno è presente, non lo vede nessuno; avviene senza testimoni. Sembra addirittura plausibile che il corpo sia stato trafugato, una diceria che si diffuse ampiamente tra la gente di quei luoghi. Il Risorto si fa vedere, si, ma solo ai suoi, ai discepoli e anche quando questo accade, Egli non è immediatamente riconoscibile. A Gerusalemme, dove è stato crocifisso e poi è risorto non si presenta mai in pubblico e i suoi, li vuole incontrare lontano dalla città, in Galilea, a nord, sulle rive del lago di Tiberiade. Gesù risorto non appare in pubblico, non si fa vedere da coloro che lo hanno condannato, non si mostra a Pilato e ai soldati romani.
Egli è risorto ma la sua risurrezione è un enigma, un mistero da sciogliere, qualcosa che passa di parola in parola ma che può sembrare – diremmo noi oggi – una fake news. Il risorto, vincitore sulla morte, non rimette a posto il disordine del mondo, non si rifà dei torti subiti, non fa della sua risurrezione un segno di vittoria da sbandierare di fronte a quelli che gli hanno voluto male, lo hanno condannato, lo hanno ucciso o davanti a coloro che non lo hanno riconosciuto. Non porta la sua resurrezione come la prova irrefutabile che aveva ragione lui. Il mondo, come dicevo, dopo la risurrezione di Cristo, rimase tale e quale a prima: l’imperatore romano rimase al suo posto a dominare il mondo con le sue legioni, i sacerdoti e i capi del popolo continuarono a tessere le loro trame per cercare di difendere se stessi, i briganti e gli assassini continuarono ad agire e la storia continuò così come l’abbiamo studiata sui libri, fino a questi nostri giorni segnati terribilmente da ingiustizie, violenze di ogni genere, da peccati di ogni tipo e da guerre fratricida.

Il senso vero della risurrezione di Cristo e i suoi effetti dobbiamo cercarli dunque altrove, rispetto a quanto penseremmo umanamente, troppo umanamente.
Determinanti sono, a mio parere, alcune parole di Gesù riportate dagli evangelisti e alcune riflessioni di San Paolo che dice: e di San Pietro: “Come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.” (Rm 6,3-11) O di San Pietro che afferma “Essi – i giudei – lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”. E Gesù che nel vangelo di Giovanni dice: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”. “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11,25). “Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27) e ancora: “Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

Tutto questo ci fa dunque capire una cosa: la risurrezione del Signore Gesù è qualcosa che si rivolge alla singola persona e la coinvolge dal suo interno. La Risurrezione è sicuramente un fatto, un avvenimento, ma, per come l’ha vissuta Cristo, essa ha le caratteristiche di una proposta e di una promessa. Di una proposta che si rivolge a ciascuno in prima persona e che si rinnova di generazione in generazione fino alla fine dei tempi. Una proposta che quindi chiede di essere accolta, esplicitamente, ed è precisamente dall’interno di ciascuna persona che essa produce i suoi effetti. La Resurrezione del Signore Gesù fa sorgere degli uomini e donne nuove, “risorti con Cristo a vita nuova” e “i risorti” vivranno con la grazia di Cristo, lontani dal peccato, lontani dal male, operando il bene e vivendo ogni giorno della vita come un dono sincero e autentico d’amore.

I martiri della fede, coloro che hanno versato e versano il sangue per Cristo, così come i santi che hanno incarnato il vangelo nella loro vita in ogni epoca della storia: costoro sono i segni viventi della risurrezione di Cristo e la dimostrazione dell’efficacia della Risurrezione di Cristo che si può riconoscere soltanto nella loro vita piena di amore. Al tempo stesso, la risurrezione del Signore è una promessa: che la morte non avrà l’ultima parola su di noi, che la morte, anche quella fisica sarà definitivamente sconfitta, se però sconfiggeremo prima e in questa vita terrena la morte del peccato, della mancanza di amore. Come ci ha detto il Signore, i risorti con lui a vita nuova non avranno vita facile nel mondo, esattamente come è stato per lui. Ecco perché all’apparenza sembra che nel mondo non sia cambiato niente a seguito della risurrezione di Cristo. Ma non è così: il mondo invece ha cominciato a cambiare con la testimonianza di una moltitudine immensa di uomini e donne che lungo i secoli hanno dato la vita per Cristo e per i fratelli, hanno cercato la giustizia e la pace, hanno cercato di vivere secondo le esigenze del Regno di Dio pur in mezzo alle atrocità del mondo o nella banalità dei giorni qualunque, come il seme che caduto in terra sembra morire ma invece è lì per dare frutto abbondante e sostanzioso.

Vogliamo dunque fratelli e sorelle accogliere con gioia piena il dono della Pasqua? Sforziamo allora di cercare le cose di lassù, di vivere da risorti, guidati dall’amore di Dio e dall’amore verso i fratelli, seminando speranza in questo mondo che vuole spengerla definitivamente ogni giorno che passa. Non ci meravigliamo del mondo così come va. Ne soffriamo e desideriamo con tutto noi stessi che le cose cambino, ma non cediamo alla tentazione della sfiducia, operiamo invece, ognuno di noi, fin dove può arrivare, in tutto il suo raggio di azione, con la luce radiosa della risurrezione nel cuore.




Omelia Messa Crismale (mercoledì 1 aprile 2026)

Messa Crismale
(Pistoia, Cattedrale di San Zeno, 1 aprile 2026)

La Messa crismale che celebriamo questa sera manifesta anche visibilmente e magnificamente la chiesa, la chiesa particolare. Insieme al Vescovo che presiede in nome di Cristo, ci siete voi presbiteri, voi diaconi, voi fedeli laici, voi ragazzi e ragazze che vi preparate a ricevere la Santa Cresima e voi religiose e religiosi. Tutti insieme formiamo la chiesa santa di Pistoia, un’unità resa tale dal dono dello Spirito. Insieme lodiamo Dio Padre e ci rivolgiamo a lui con la gratitudine per il suo amore manifestato nel Figlio Unigenito, dato per noi fin sulla croce e risorto il terzo giorno. Gesù il Cristo prega con noi come capo del suo corpo che è la chiesa e offre se stesso per la salvezza del mondo, mentre lo Spirito santo ci unisce a Lui, fa di noi un corpo solo, quello di Cristo e ci spinge ad essere nel mondo i testimoni del Regno di Dio nell’attesa del suo compimento definitivo.

La liturgia di questa sera, con la consacrazione degli oli, le letture dalla Scrittura e i segni sacramentali, ci ricorda che siamo la chiesa del Signore e ci ricorda quelli che sono i nostri compiti fondamentali che tutti condividiamo in quanto popolo santo di Dio: l’annuncio della buona notizia di Cristo morto e risorto e la santificazione degli uomini e delle donne del mondo. Vangelo e sacramenti sono i cardini della vita della chiesa, ciò a cui occorre sempre ritornare se vogliamo mantenerci nel deposito della fede ereditato dagli apostoli. A questi due impegni collegati strettamente tra di loro e che sono in definitiva nient’altro che amore, le modalità dell’amore salvifico di Dio, occorre sempre riandare per non perdere la bussola e non far diventare la chiesa una brutta copia di tante associazioni umanitarie.

Vangelo e Sacramenti. Insieme: da una parte annuncio e testimonianza della novità stupenda di Cristo morto e risorto, fondamento della speranza che non delude, comunicazione amorosa della gioia della buona notizia; dall’altra, i sacramenti, per essere pienamente inseriti in cristo, essere resi partecipi già fin d’ora, su questa terra della vita divina secondo lo Spirito, santificati e conformati nello Spirito a Cristo Signore, incontrato, conosciuto ed amato e per venire incontro a tutte le fragilità e peccati degli uomini.

Mentre dunque ricordiamo questi due pilastri fondamentali della chiesa e delle nostre comunità cristiane, godiamo nel sentirci parte l’uno dell’altro, membra vive di una chiesa che è dono che viene dall’alto, segno di unità per tutto il genere umano. Nella bellezza dei riti di questa sera, gustiamo la gioia di essere popolo di Dio in cammino lungo le strade della storia, tra le prove che ci vengono dal mondo e le consolazioni di Dio.

La gioia di questa assemblea scaturisce anche dal riconoscersi uniti nella diversità, ognuno con un carisma suo proprio da mettere a servizio degli altri. Nell’unità che questa celebrazione manifesta è indicata perciò la strada da percorrere con convinzione, oltre ogni pregiudizio, oltre ogni incomprensione, oltre ogni faziosità: la strada della comunione fraterna, quella della collaborazione tra ministeri e carismi, come tra carismi stessi. La nostra celebrazione unitaria manifesta ma anche esige che siamo un corpo solo ed un’anima sola, nonostante tutte le nostre diversità. La liturgia di stasera ci spinge a vivere coerentemente in uno sforzo di comprensione reciproca, di freno alla lingua, di rispetto profondo l’uno dell’altro e, in particolare, anche di perdono reciproco.

Cosa sarebbe il nostro impegno nell’evangelizzazione o nell’amministrazione dei sacramenti, se non contenesse anche la testimonianza di una comunione che supera le simpatie e antipatie umane per farsi luce che illumina un mondo racchiuso nelle tenebre degli egoismi? Ed è invece proprio con questo cammino ed esperienza di unità molteplice e variegata che possiamo riversare il seme della pace in un mondo com’è il nostro, sconvolto dall’odio e dalle guerre. In questa prospettiva di comunione ecclesiale, siamo tutti stasera riuniti insieme: presbiteri, diaconi, laici, religiose o religiosi. Ognuno col suo dono e il suo impegno per il bene e la testimonianza comune.

E allora vorrei dire innanzitutto ai presbiteri: siate consapevoli di essere stati ordinati per spendere tutta la vostra vita nell’annuncio del vangelo e nella santificazione delle persone che sono a voi affidate. Siate premurosi verso tutti, non siate mai scostanti e arroccati in voi stessi ma neanche fatevi prendere da quella mondanità che fa del sale qualcosa di sciapito che non serve più a niente. Amate i vostri fratelli e sorelle, preoccupatevi per loro, soccorrete i malati, sostenete chi sperimenta povertà e debolezza, avvicinate tutti a Cristo, insegnando che tutti possono andare a Lui che da ristoro alle anime nostre, perché il suo giogo è dolce e il suo carico leggero. Non siate mai burocrati della fede, mestieranti senza anima; siate invece guide sagge e umili che non hanno bisogno di mettersi su un piedistallo per essere autorevoli. Dedicatevi in particolare al ministero della confessione oggi più che mai necessario e più che mai trascurato. Abbiate infine molto a cuore le nuove generazioni perché scoprano che Dio ha per loro un progetto bellissimo.

Ai diaconi chiedo che siate sempre di più testimoni del servizio. Che dovunque vi troviate a vivere nella società, in famiglia o altrove rendiate evidente il Cristo che è venuto per servire e non per essere servito. Il vostro servizio all’altare non è che il segno di quella che deve essere la vostra vita, tutta incentrata sul servizio, silenzioso, operoso, fattivo, concreto. E siate veramente di aiuto ai presbiteri: portando con voi l’esperienza della vita nel mondo, della vita familiare come di quella lavorativa, potete essere di grande aiuto ai presbiteri perché la loro azione sia più aderente ai bisogni e problemi degli uomini e donne di oggi.

A voi uomini e donne, fedeli laici, dico: ricordate che avete ricevuto col battesimo il triplice dono che vi fa partecipi di Cristo, che vi fa sacerdoti, re e profeti. Non sentitevi gente di serie b nella chiesa; partecipate, collaborate, esercitate quella corresponsabilità nella vita della comunità e nella missione che è fondata sul battesimo. E soprattutto siate luce e sale della terra col vostro amore dentro le realtà del mondo, nella famiglia, nella società, nel lavoro, nell’economia come nella politica e nello svago o nel divertimento. Siate coerenti, pensando ai molti fratelli e sorelle che nel mondo pagano un prezzo alto per la loro fede. Non vergognatevi mai del Vangelo. A testa alta ma con umiltà, operate perché il progetto di Dio sull’uomo e sulla società si realizzarsi. E se, per qualche motivo, vi è dato di sperimentare sofferenza, incomprensione o rifiuto, sappiate che questa è la strada che Cristo ha indicato per i suoi discepoli.

E anche a voi, ragazzi e ragazze che vi state preparando ad essere confermati nello Spirito Santo una parola: sentitevi amati, sentite accanto a voi e in voi la presenza del Signore per il quale siete preziosissimi e valete di più del mondo intero. Non lasciatevi ingannare dalle falsità del mondo e non abbiate paura: seguite con gioia Cristo Signore perché è l’unico che può darvi davvero ciò che nel profondo il vostro cuore desidera.

Infine, rivolgo un pensiero a voi alle religiose e religiosi, consacrati a Dio con i voti di povertà, castità e obbedienza. Vostro compito è quello di ricordare a tutti che Dio è l’assoluto per il quale merita lasciare tutto per seguirlo e che Lui è capace di riempire totalmente fino a farlo traboccare d’amore, il nostro piccolo cuore. La testimonianza del vostro amore fraterno in comunità, la testimonianza del vostro amore al Signore e della vostra dedizione agli altri, che siano malati, anziani, bambini o poveri in genere, è davvero preziosa per tutta la chiesa e per questo vi dovete sentire parte attiva della comunità cristiana e della diocesi. Molte di voi provenite da altre parti del mondo, portate con voi la ricchezza e la specificità di mondi e culture diverse e ci fate respirare la cattolicità della chiesa, la sua dimensione universale.

Ecco, dunque doni e carismi che insieme formiamo il corpo di Cristo, l’unico popolo di Dio riunito nell’amore e inviato in missione. Stasera tutto questo la vediamo e lo sentiamo e perciò rendiamo grazie. Che sia la nostra chiesa diocesana una Messa crismale continuata nella vita di tutti i giorni e nella vita di ogni comunità parrocchiale




Omelia 28 dicembre – solennità Santa Famiglia

DOMENICA DELLA SANTA FAMIGLIA

Chiusura Giubileo “Peregrinantes in spe”
28 dicembre 2025

Mentre l’anno santo sarà chiuso solennemente dal Papa il prossimo 6 gennaio, con oggi il Giubileo della speranza termina in tutte le diocesi del mondo e ciò accade proprio nella festa liturgica della Santa famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria.

Il pensiero, in questo momento, corre alle nostre famiglie dentro la società contemporanea e nel mondo in genere. Se pure la famiglia resti un’esperienza umana di fondamentale importanza per l’umanità e i suoi frutti buoni siano notevoli, è innegabile che essa attraversi, specialmente in occidente, una grossa crisi. Risulta infatti fragile, sconquassata, soggetta a forti tensioni interne ed esterne. Il calo significativo dei matrimoni e il crollo della natalità, in particolare qui da noi in Italia, sono chiari segnali delle difficoltà in cui si dibatte la famiglia. Segnali allarmanti sono pure i numerosi femminicidi che, come la punta di un iceberg, segnalano una preoccupante conflittualità relazionale affettiva tra uomo e donna. Non meno preoccupante è il manifestarsi sempre più frequente di fenomeni di bullismo e di violenza giovanile, indice indubbiamente di un fallimento educativo della famiglia. La crisi, se si va ancora più a fondo, si rivela nella incapacità odierna di capire cosa sia in realtà la famiglia, mettendo persino in discussione il suo fondamento nel matrimonio tra un uomo e una donna.

Eppure, la famiglia resta di capitale importanza per l’umanità e la società. Come ci ricorda il catechismo della Chiesa Cattolica, “La famiglia è la cellula originaria della società umana e precede qualsiasi riconoscimento da parte della pubblica autorità. I principi e i valori familiari costituiscono il fondamento della vita sociale.” (Compendio n. 457). Per cui, ogni attentato alla famiglia dovuto sia all’immaturità dei suoi componenti oppure ad attacchi o disattenzioni esterne, mina alla base la convivenza civile e ferisce profondamente la società.  Proprio per questo, la chiesa, sotto la guida di Papa Francesco, si è interrogata a lungo qualche anno fa sulla realtà della famiglia e si è espressa nell’Esortazione apostolica papale Amoris Laetitia. Lo ha fatto per venire incontro con misericordia e sollecitudine pastorale alla fragilità delle nostre famiglie, rinnovando nello stesso tempo l’annuncio evangelico della bellezza della famiglia nel progetto di Dio, incarnato per l’appunto nella santa famiglia di Nazareth.

La crisi comunque c’è e si va persino accentuando. Allora vogliamo quest’oggi chiedere nella preghiera proprio alla Santa Famiglia che sostenga le nostre famiglie, che le sorregga, le fortifichi; che tolga ai giovani la paura del matrimonio, di fare figli, di fare famiglia e faccia sentire loro invece la gioia di vivere una grande e bella avventura come è appunto la famiglia; preghiamo ancora la Santa Famiglia che illumini i parlamenti e i governi perché favoriscano in tutto le famiglie con una politica adeguata e che, chi ha in mano le leve del potere economico, veda nella famiglia non un inciampo per lo sviluppo ma la garanzia che questo sviluppo sia veramente umano.

La festa della santa famiglia ci spinge però a pensare non solo alle nostre famiglie, ma alla Chiesa. Infatti, come canta l’inno liturgico dei vespri di oggi, la santa famiglia di Nazaret è “immagine vivente della Chiesa”. E’ qui che trova il suo significato l’anno santo che abbiamo celebrato, volto infatti al rinnovamento della chiesa. Vediamo allora di cogliere brevemente quelle dimensioni e attenzioni che la Santa Famiglia richiama alla Chiesa e che possiamo anche considerare l’eredità del Giubileo da portare con noi.

Prima di tutto Gesù al centro. Come nella Famiglia di Nazaret, è Lui il fondamento di tutto, la pietra angolare su cui poggia l’edificio della nostra via e quello delle nostre comunità e parrocchie. La sua divina presenza è umile e piccola, come il vagito di un bimbo. Occorre fare attenzione, percepirla, trovarla, evidenziarla, adorarla, nella sua parola, nell’Eucaristia, nei poveri, nella stessa fraternità. E’ facile infatti sovrastarla con le nostre parole, le nostre iniziative, i nostri progetti. Allora le parrocchie diventano un chiacchiericcio rumoroso dove non si esprime la gioia festosa dell’incontro con Lui ma la distrazione mondana dei cuori e, irrimediabilmente, non risultano più attrattive.

In secondo luogo, è la comunione che regna nella famiglia di Nazaret a colpirci. Quella relazione piena d’amore che non può non caratterizzare anche la vita della chiesa e quindi delle nostre parrocchie. L’armonia della famiglia di Nazaret ci è d’esempio. Ma non si creda che tale armonia fosse acquisita e pacifica una volta per sempre, senza la fatica del dialogo, della comprensione, dell’accoglienza reciproca. Lo testimoniano ampiamente le narrazioni evangeliche. Basta poco per leggere, oltre le brevi annotazione dei testi, la fatica di un’armonia che era conquista di ogni giorno. Come quando Giuseppe trovò incinta Maria o quando Gesù fu smarrito nel tempio. Cresca in noi, dunque, la consapevolezza che il nostro essere insieme non nasce dalla nostra volontà ma dalla volontà di Colui che ci ha chiamato ad essere uno in Lui. Ricordiamoci, carissimi amici, che noi siamo già un corpo solo in Cristo. Già lo Spirito Santo ci ha unificato inserendoci in Lui facendoci membra di un unico organismo vivente. Si tratta soltanto di rispondere a questo dono. La comunione è dono che ci precede. Prima ancora del nostro necessario impegno per costruire relazioni di carità e di pace, siamo – per dono gratuito e immeritato – una cosa sola, siamo già uniti, facciamo parte gli uni degli altri e non ci possiamo separare, nemmeno se lo vogliamo.

Infine, la speranza. Era l’indicazione per l’anno santo che oggi concludiamo. In questo mondo di cocenti delusioni, dove venti impetuosi cercano di spegnere il lumicino della speranza, noi invece la vogliamo rinnovare, proprio guardando alla santa Famiglia di Nazaret. Una famiglia che vive di speranza, messa alla prova nei lunghi anni di contraria apparenza. E’ certo difficile la speranza oggi come allora. Alcuni sondaggi indicano che oggi la parola preminente è “paura”. Ma noi che abbiamo nelle orecchie e nel cuore le parole del Signore che mille volte ci ha invitato a non aver paura, dobbiamo essere quelli che girano per il mondo e riaccendono dovunque le piccole lampade della speranza che ogni uomo o donna porta con sé ma la cui fiammella magari si è spenta nel tempo. Con il cuore ricolmo della speranza che non muore e che ogni giorno si rinnova, rendiamo a tutti ragione di essa: sarà contagiosa, susciterà domande, accenderà cuori e aprirà strade che faranno fiorire il deserto.




Omelia per la solennità dell’Immacolata (8 dicembre 2025)

Solennità dell’Immacolata

(Pistoia, Cattedrale di San Zeno, 8 dicembre 2025)

Nel pieno del cammino dell’avvento che ci conduce al Natale, oggi sostiamo, fissando i nostri occhi sulla Vergine Santa Immacolata.
Non ci distrae questa festa mariana dal cammino verso il Natale. Anzi, al contrario, ci permette di cogliere il senso profondo del mistero che a Natale si celebra e di riflettere su quanto ci è chiesto personalmente affinché il Natale sia davvero tale.
Perché, diciamocelo con franchezza: tutti questi colori, queste luci, queste vetrine, queste pubblicità, hanno in realtà ben poco a che fare con il Natale che, tra l’altro, ogni giorno di più viene mutilato da ogni riferimento a Nostro Signore, come se, per esseretolleranti ed inclusivi, sia necessario mutilarci e nascondere la verità.
Fa tristezza vedere questo apparato gigantesco che nel nostro occidente senza fede si allestisce per il Natale. Una frenesia senza senso, che ci fa correre e agitarenon sapendo esattamente il perché. Sono “le feste”, si dice, e non si sa neppure bene perché si festeggi. Un rituale ormai pagano censura ogni riferimento al cristianesimo o, se proprio non può fare a meno di accennare a ciò che il Natale dovrebbe significare, lo fa quasi con vergogna o riducendolo ad una favola buona che ispiri tenerezza e dolcezza.

Ma il Natale è invece il Dio che entra nella storia, senza potenza e gloria, fuori dagli schemi mondani; che non schiaccia l’uomo con la sua onnipotenza e non si fa riconoscere, vestendo i panni di un semplice bambino ma che contesta in questo modo tutti gli apparati dei poteri mondani. E’ l’inaudito mistero di un Dio che trova spazio nel grembo di una donna, Maria, e che nasce da lei, dalla sua carne, in una misera grotta, fuori dalla città.
Il malaffare, la corruzione, gli egoismi, le cattiverie e il peccato, segnano l’umanità fin dal suo primo apparire – come ci dice il libro della Genesi. Una caligine di morte ammorba il mondo, da allora. Ci si nutre di oscurità, la si respira, senza percepirne la drammatica negatività. Il peggio è che il male affascina e attrae – come ancora la Genesi ci ricorda. Solo quando ferisce e offende, ci si sveglia, ma a quel punto la colpa è sempre degli altri e delle idee altrui, mai propria.

In questo contesto, brilla splendente la stella di Maria Santissima: la donna nemica del serpente antico. Troppo buona, per il mondo di oggi, troppo senza macchia, troppo perfetta esenza oscurità per piacere a questo mondo. Ma lei non si lascia impressionare e continua ad essere Madre tenerissima di tutti e ad indicare a tutti nel figlio da lei generato, il figlio di Dio altissimo, medico delle anime, speranza dei poveri, redentore e salvatore dell’’umanità, Colui che tutti cercano anche senza saperlo.

Lei continua ad essere madre della speranza e ci invita a non scoraggiarci mai e ad aprire piuttosto il cuore alla conversione perché nasca in ciascuno di noi, dentro di noi, nuovamente e sempre il Signore, cosicché la nostra vita assomigli sempre di più alla sua. La strada che ci propone è quella della disponibilità piena al compimento della volontà di Dio in noi. Il sì detto da lei è modello per noi, chiamati pure noi ad essere uomini e donne del sì a Dio e al suo amore immenso che si fa amore per gli altri. Predestinati come siamo – e sono le parole di San Paolo – ad essere “lode della gloria di Dio”, suoi figli adottivi mediante Gesù Cristo, santi ed immacolati di fronte a Lui nella carità”.

Cerchiamo di rispondere a questa chiamata che coinvolge la nostra esistenza, giorno dopo giorno. Facciamolo, in questo periodo,anche sforzandoci come ci è possibile di testimoniare il vero senso del Natale, custodendone gelosamente il significato, in modo che sia un evento di fede e di amore sincero per ciascuno di noi, per le nostre famiglie, per i nostri amici.

Non si tratta di conservare la “tradizione” del Natale. Poco vale, carissimi fratelli e sorelle, una tradizione ridotta a folclore, a vago sentimentalismo, a semplici gesti esteriori o a bandiera identitaria. Si tratta invece di lasciarsi ferire da quel Dio che annienta se stesso per farsi uno di noi; si tratta di mantenere viva la memoria di un Dio che ci viene a cercare e di rinverdire la volontà di seguirne le orme.

La Vergine santa Immacolata, la madre nostra, ci accompagnerà sicuramente in questo cammino.

 

 




Omelia del 23 novembre per l’ordinazione di quattro nuovi diaconi pistoiesi

Cristo Re
22 novembre 2025
Ordinazione di 4 diaconi permanenti Giuseppe Topia, Marco Lo Bracco, Gianmarco Marianelli, Franco Pacini

Diceva Papa Leone XIV° ai vescovi italiani qualche giorno fa: “Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto. In questo tempo abbiamo più che mai bisogno «di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma». Il Santo Padre poi proseguiva: “Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro (cfr 2Cor 5,14). E la fede in Lui, nostra pace (cfr Ef 2,14), ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace”.

Parole particolarmente illuminanti e appropriate per la festa di oggi, ultima domenica dell’anno liturgico, solennità di Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo. Si. Siamo infatti invitati a guardare a Colui che è il nostro sovrano e Signore ma che regna dal legno della croce, come la lettura evangelica ci ha ricordato. Il nostro Re è un Re crocifisso per amore e per la forza di questo amore, risorto, trionfante sul male e sulla morte. Che Cristo, dunque regni nei nostri cuori e nel mondo! E’ questa la preghiera che oggi innalziamo al Signore. E ciò comporta di capire innanzitutto quello che il buon ladrone capì accanto a Cristo crocifisso: che senza Colui che regna dal legno della croce, a causa dei nostri peccati, della nostra cattiveria, dell’odio che ci abita, saremmo meritevoli – e non è un semplice modo di dire – dell’inferno, della morte eterna, di una eterna infelicità e di una rovina catastrofica del mondo già su questa terra. Il Crocifisso ha il potere di farci entrare nel suo Regno, di perdonarci le nostre malvagità e restituirci ad una vita pacificata e santificata.

Nella festa di Cristo Re, dunque, vogliamo e dobbiamo innanzitutto esprimere il desiderio concreto ed efficace che Egli, con la sua regalità d’amore, regni nella nostra vita personale e in quella delle nostre comunità, perché traspaia con evidenza davanti al mondo che siamo di Cristo, a lui apparteniamo e che in Lui, per lui e con Lui cerchiamo di vivere la nostra vita. Ispirati dalla lettura di San Paolo ai Colossesi, ci rivolgiamo a Lui direttamente e lo invochiamo: Tu sei il Re dell’Universo, il centro del cosmo e della storia. Tutto è stato creato per Te. Tu sei il primogenito di tutta la creazione. Sei la perfetta rivelazione del Padre. Sei fratello e amico degli uomini. Tu sei la luce che illumina le tenebre. Sei la vita che trionfa della morte. Sei il nostro
Redentore e il nostro Liberatore. E noi vogliamo che la tua Regalità d’amore risplenda nella Chiesa e nel mondo.

La festa di Cristo re ha però indubitabilmente anche un messaggio sociale e, se inteso in senso ampio, addirittura “politico”. Il riconoscimento di Cristo come Re universale fa si che il cristiano nel mondo non possa mai essere un “allineato”, rimanendo invece sostanzialmente un rivoluzionario rispetto agli assetti del mondo. Affermare la regalità di Cristo significa, infatti, ridimensionare radicalmente ogni pretesa superiorità di potestà umane, regni o imperi terreni. Nessun potere di questo mondo, nessun re o imperatore, nessun parlamento o governo potrà mai prendere il posto di Cristo Re e potrà mai pretendere obbedienza assoluta dai propri sudditi o cittadini. La causa principale del martirio di tanti cristiani lungo i secoli fino ad oggi, sta proprio qui: nella impossibilità radicale per un discepolo di Cristo di riconoscere a qualsiasi autorità umana il potere assoluto sugli uomini che compete soltanto a Cristo Re.
In questo quadro di riferimento si inserisce quest’oggi anche l’Ordinazione diaconale di quattro nostri fratelli accompagnati dalle loro spose e familiari, chiamati in modo speciale al servizio di Cristo Re. Riflettiamo dunque per quale ministero saranno ordinati questi nostri fratelli.

(Dal rituale dell’Ordinazione del Diacono) “Fortificati dal dono dello Spirito Santo, essi saranno di aiuto al vescovo e al suo presbiterio nel ministero della parola, dell’altare e della carità, mettendosi al servizio di tutti i fratelli.
Divenuti ministri dell’altare, annunzieranno il Vangelo, prepareranno ciò che è necessario per il sacrificio eucaristico, distribuiranno ai fedeli il sacramento del corpo e del sangue del Signore.

Inoltre, secondo la missione a loro conferita dal vescovo, avranno il compito di esortare e istruire nella dottrina di Cristo i fedeli e quanti sono alla ricerca della fede, guidare le preghiere, amministrare il Battesimo, assistere e benedire il Matrimonio, portare il Viatico ai moribondi, presiedere il rito delle Esequie.
Consacrati con l’imposizione delle mani secondo l’uso trasmesso dagli Apostoli e uniti più strettamente all’altare, i diaconi eserciteranno il ministero della carità in nome del vescovo o del parroco. Questi compiti esigono una dedizione totale, perchè il popolo di Dio li riconosca veri discepoli del Cristo, che non è venuto per essere servito, ma per servire.
E voi, figli carissimi, Giuseppe, Gianmarco, Marco e Franco, candidati al diaconato, il Signore vi ha dato l’esempio, perché come egli ha fatto così facciate anche voi. Come ministri di Gesù Cristo che in mezzo ai discepoli si mostrò come un servo, siate sempre pronti e disponibile per compiere la volontà di Dio e servire con gioia e generosità il Signore e i fratelli.
Ricordate sempre che nessuno può servire a due padroni e, mettendo la vostra vita a servizio del Signore, rifiutate gli idoli di ogni impurità e dell’avarizia, che rendono schiavi gli uomini. Poiché vi accostate liberamente all’ordine del diaconato, seguendo l’esempio dei diaconi scelti dagli Apostoli al ministero della carità, sii degno della stima del popolo
di Dio, pieno di Spirito Santo e di sapienza.

Tu, Franco, hai scelto di consacrare il tuo celibato per farne segno e richiamo alla carità pastorale, sorgente di fecondità spirituale nel mondo. Animato dal desiderio di un sincero amore per Cristo e vivendo con totale dedizione in questo stato di vita, ti consacri al Signore a un titolo nuovo e sublime; e aderendo a lui con cuore indiviso, sarai più libero di dedicarti al servizio di Dio e dei fratelli, e più disponibile all’opera della salvezza.
Fondati e radicati nella fede, sia nel celibato che nella vita coniugale, siate sempre irreprensibili e senza macchia davanti a Dio e agli uomini, come devono essere i ministri di Cristo, dispensatori dei misteri di Dio. Non venga mai meno in voi la speranza del Vangelo, di cui sarete non solo ascoltatori, ma araldi e testimoni.
Custodite il mistero della fede in una coscienza pura, manifestate con le opere la parola di Dio che predicate, perché il popolo cristiano, animato dallo Spirito Santo, diventi una oblazione pura, gradita a Dio. E quando andrete incontro al Signore nell’ultimo giorno, ciascuno di voi possa udire da Lui: “Vieni, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo Signore.

 




Omelia per la solennità di San Jacopo (25 luglio 2025)

Omelia per la solennità di San Jacopo
(Pistoia, Cattedrale di San Zeno, 25 luglio 2025)

“In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro”.
Un fatto di tanti secoli fa, quello narrato nel libro degli Atti degli apostoli, che è all’origine della nostra festa: il martirio dell’apostolo Jacopo.
Un ebreo, Jacopo, ucciso da un altro ebreo che allora deteneva il potere, pur controllato da Roma, il re Erode. Questi scatenò una persecuzione nei confronti dei discepoli di Cristo e, come dice ancora il testo degli atti degli apostoli, per far piacere ad altri ebrei, mise in prigione anche Pietro, ebreo circonciso pure lui.
I primi cristiani furono tutti ebrei, tutti gli apostoli lo erano. Ebrei però odiati da altri ebrei solo perché avevano creduto a Gesù come il Messia promesso nelle scritture, come il figlio unigenito di Dio, Dio stesso venuto a cercarci per liberarci dai peccati. Questi ebrei della prima ora si sforzavano di seguire Gesù e il suo messaggio di amore: “amate anche i vostri nemici, e pregate per quelli che vi perseguitano”.
Per questo, paradossalmente, furono odiati dai propri stessi fratelli e in particolare dalla classe dirigente del popolo ebraico, farisei, scribi e dottori della legge.

Una storia di 2000 anni fa eppure attualissima. Perché è la stessa storia che oggi si ripete. Ancora quella terra, santa perché scelta da Dio per rivelarsi, è insanguinata dall’odio, dal risentimento, dalla vendetta. E ancora c’è di mezzo una parte del popolo ebraico e i suoi dirigenti. E ancora, il messaggio di pace, di perdono e di pace predicato da Gesù e da lui incarnato in parole ed opere, non è accolto, è rifiutato, è giudicato impossibile a realizzarsi. Ebrei da una parte, musulmani dall’altra e nel mezzo odio senza fine, incapacità di dialogo, chiusura totale a prendere in seria considerazione le ragioni dell’altro, totale refrattarietà a cercare verità e giustizia. Come conseguenza: sangue di tante persone innocenti, soprattutto bambini versato a fiumi e infinito dolore che durerà a lungo.

Noi cristiani, anche se inascoltati, come accade a Papa Leone oggi ma come accadeva anche a Papa Francesco, continuiamo però a gridare: pace! Si fermi la guerra! Cessino i combattimenti, le rappresaglie, le azioni terroristiche! Con tutta la voce che abbiamo in gola gridiamo: basta! Basta uccisioni! Basta odio! L’unica via è quella segnata da Gesù Cristo: la via dell’amore fraterno, fino ad arrivare persino all’amore verso il nemico! E’ l’unica via che può salvare il mondo dall’autodistruzione.

La vicenda della parrocchia cristiana di Gaza è emblematica: in mezzo alla rovina, quel piccolo resto di cristiani grida pace e la semina, nonostante tutto e rimane nella sua fedeltà a Cristo, un porto di speranza aperto a tutti. Una foto mi ha colpito: un ferito sul letto che bacia con un gesto spontaneo di grande forza, la croce che il Patriarca Pizzaballa porta al collo.
Ma è così per i cristiani, sempre, lungo i secoli. Lo dice bene la seconda lettura di San Paolo, un grande ebreo conquistato da Cristo.
Noi non cessiamo di credere alla vittoria dell’amore suggellata dalla risurrezione di Cristo. Ma siamo consapevoli di non essere considerati, anzi.

Gli ebrei osservanti in gran parte ci odiano e ci sputano in faccia quando ci vedono e i coloni ci vogliono cacciare da una terra abitata da noi fin dal tempo di Cristo.
I musulmani, pur riconoscendo Cristo come profeta, ci considerano infedeli e quindi da sottomettere, idolatri perché appunto crediamo che Gesù sia il figlio di Dio, vero Dio incarnato.
In occidente, molti ci giudicano, se va bene dei superstiziosi, altrimenti addirittura come nemici dell’uomo, della sua libertà e della sua felicità.
Va bene così. Perché il Signore Gesù ce lo aveva detto: hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi e chi vi ucciderà penserà di rendere gloria a Dio. Noi continuiamo però a gridare pace e a lavorare per essa.

Del resto, il racconto evangelico di oggi ci dice con chiarezza che per noi non devono valere le regole del mondo dove “i governati delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono”. Tra voi, dice Gesù, non può essere così perché il modello non può essere che Lui, il quale “non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. La lezione di Gesù fu allora proprio per Jacopo e il fratello Giovanni ma è una lezione che vale per tutti e per sempre.

A questo punto però ci si impone una domanda: di fronte a questo scenario del mondo fatto di violenza e di odio; di fronte alle persecuzioni fisiche o ideologiche che si operano nei nostri confronti, che cosa intendiamo fare? Fuggire? Nasconderci? Abbandonare la nostra identità cristiana? Che cosa vogliamo fare? Barcamenarci cercando di evitare il peggio per noi e la nostra vita, tentando di salvarci la pelle?
Io ritengo invece – e la memoria dell’apostolo Jacopo ce lo ricorda – che dovremmo reagire. Da veri e autentici cristiani. Certamente non impugnando le armi, come in un lontano periodo della storia si pensò fosse necessario. No, piuttosto rinnovando la nostra fede cristiana, conoscendola e approfondendola meglio, rinverdendo la nostra amicizia con Cristo, ritrovando la via della grazia sacramentale del perdono e della comunione, rivitalizzando con la fede, la giustizia e la carità le nostre tradizioni.
Domandiamoci: qual è in questa situazione del mondo, il compito del cristiano? Quello che in questo tempo difficile ci è chiesto dal Signore è di essere molto ben più convinti della nostra fede, molto ben più consapevoli del messaggio di amore e di pace che il Signore Gesù morto e risorto ci ha consegnato, non accontentandoci di essere cristiani solo all’anagrafe oppure anche solo generici credenti bensì dei veri praticanti.

Noi siamo i seguaci di Gesù, di Colui che pur morto e schiacciato dall’odio e dalla cattiveria, si è rialzato vittorioso nella risurrezione per darci speranza e forza nella testimonianza e aprirci gli orizzonti di un mondo nuovo, difficile da realizzare ma non utopia, non fantasia, non immaginazione bensì prospettiva concreta e reale.
Essere cristiani oggi vuol dire essere coraggiosi testimoni di Gesù, via verità e vita. Vuol dire credere e operare per la pace nei cuori, per la riconciliazione tra persone e popoli; vuol dire amare la giustizia e la verità; significa ancora essere saldi nella fede, fondati nella speranza, ardenti nella carità. Vuol dire gridare al mondo con le nostre opere e con le nostre parole che gli uomini sono stati creati e redenti per incontrarsi nella pace e non per farsi la guerra, avendo anche il coraggio di smascherare chi trova mille giustificazioni per continuare a fare la guerra e coltivare l’odio tra persone e popoli col non celato fine di guadagnarci.

Che ci aiuti il nostro celeste patrono San Jacopo, primo apostolo a insanguinare quelle terre che ancora oggi sono intrise di sangue. Chi ci aiuti ad essere cristiani convinti ed autentici con la vita più che a parole, testimoni del Vangelo della pace e dell’amore vero.