Centenario della morte della Beata Caiani (8 agosto 2020)

Omelia per il centenario del Dies Natalis della Beata Caiani

Poggio a Caiano – Casa Madre delle Suore Minime – 8 agosto 2020

 

Mons. Mazzanti, mio predecessore sulla Cattedra di San Zeno, fu davvero guidato dallo Spirito Santo quando, agli inizi del novecento, vide in questa giovane donna di cui oggi iniziamo la celebrazione del centenario della morte, un virgulto bello del giardino di Dio. Con il riconoscimento dato da lui, nel 1902 Margherita Maria – così si volle chiamare – prese l’abito religioso insieme ad alcune su compagne e iniziò un’avventura stupenda di dedizione e di amore che ha portato ad una meravigliosa fioritura di bene per la diocesi pistoiese, la chiesa universale, il mondo intero.

Voglio dirvi subito la mia grandissima gioia nel contemplare questo bel fiore della nostra chiesa locale. Quando una chiesa produce dei santi, ecco, quella chiesa ha compiuto davvero la sua missione, davvero giustifica la sua presenza nel mondo. Anzi, direi che sta proprio in questo la verifica della sua fecondità. Non in opere particolari, non in imprese straordinarie, non in una organizzazione perfetta o nel suo essere aggiornata coi tempi; non ancora quando diventa una ong o un agente sociale. Nel “produrre dei santi”, sta piuttosto la fecondità di una chiesa. Nel far nascere e crescere uomini e donne che sanno fare sintesi in se stessi della forza della grazia di Dio e della umanità, comprensiva di tutta la sua fragilità e debolezza. Uomini e donne che sanno essere lievito e fermento dentro la pasta del mondo; uomini e donne che dovunque si trovino, qualsiasi mansione svolgano, qualsiasi compito si trovino ad assolvere, dal più umile al più alto, vivono del Vangelo, riposano in Dio e hanno il cuore grande come quello di Dio per amare.

Per questi motivi, sono davvero pieno di gioia nel contemplare la figura di questa santa donna, fiore bellissimo della nostra Chiesa. Un fiore che comunque come chiesa diocesana dobbiamo imparare ad apprezzare ancora di più, valorizzandolo, prendendo spunto dalla testimonianza della Madre.

 

Le letture bibliche che abbiamo ascoltato, tratteggiamo magnificamente il carisma della Caiani e quindi direi anche delle sue figlie che oggi continuano la sua opera e che non possono non trarre ispirazione proprio dalla figura della fondatrice.

Partirei proprio dalla pagina evangelica, dall’episodio cioè della cena di Gesù a casa dei suoi amici a Betania, Lazzaro, Marta e Maria. Il brano evangelico sembra porre una contraddizione tra l’opera di Marta e quella di Maria. Contiene anche un dolce rimprovero di Gesù nei confronti di Marta. Ad una lettura superficiale, la contrapposizione sembra esserci tra l’attivismo di Marta per accogliere un ospite così importante come Gesù e la contemplazione di Maria che, come un vero discepolo, sta a i piedi del Maestro per nutrirsi di lui e della sua parola. In realtà non c’è contrapposizione, come afferma Sant’Agostino in un mirabile commento a questo brano evangelico. Il servizio di Marta è necessario ma ha come fine e come motivo, ciò che Maria testimonia. Contemplazione e azione sono dunque due facce inscindibili della stessa medaglia e ogni azione è destinata a compiersi in quella attiva contemplazione che sarà la gioia piena del Paradiso.

La Madre Caiani questa cosa l’ha capita perfettamente e se c’è una cosa che balza agli occhi immediatamente, conoscendo la sua vita e i suoi intendimenti, è proprio l’aver fondato tutta la sua esistenza tutta la sua azione, veramente infaticabile azione, nella contemplazione del Signore, in particolare dell’amore misericordioso di Dio, espresso mirabilmente nel Sacro cuore di Gesù. Al Sacro Cuore volle dedicare la sua vita e mai smise di contemplare nella preghiera e nell’adorazione, l’amore infinito di Dio manifestatosi nel cuore trafitto di Cristo sulla Croce. Al Sacro Cuore volle legare la sua Congregazione e questo radicamento della vita in Dio, a me pare il primo fondamentale messaggio che ci viene da lei.

Il secondo tratto del carisma della Caiani è certamente ben espresso dalla prima e dalla seconda lettura: l’umile vita di servizio al prossimo; la dedizione senza prosopopea agli ultimi; la prontezza alla missione; l’amorevole predisposizione verso le sorelle nella carità. Una carità a tutta prova che si esercita prima di tutto tra i fratelli e sorelle che condividono la vita religiosa e che si estende poi con amorevolezza infinita a tutti i bisognosi.

“Rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!”. Queste parole di San Paolo si adattano perfettamente alla Madre. Esprimono la sua vita. Sono state da lei incarnate nel vivere quotidianamente i rapporti con le sorelle e con gli altri in genere. La carità non era in lei primariamente un’opera, bensì un’attitudine profonda del cuore, di tutta la persona. Non faceva opere di carità. Era piuttosto una donna di carità, fatta carità e per questo attenta ai bisogni degli altri, pronta anche a orientare in diverso modo la sua attività come quella delle sorelle, secondo le necessità e i bisogni.

Così ben di attaglia alla sua figura quanto il profeta Isaia ha affermato come il pensiero stesso di Dio: “questo è il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?” Da un cuore pieno di carità attinta dalla Grazia di Dio a una carità fattiva, concreta, operosa.

Anche in questo dobbiamo prendere ispirazione della Madre: per essere anche noi oggi, particolarmente in questo momento cruciale del mondo, attenti, attentissimi a cogliere i bisogni degli altri; capaci anche di inventare cose nuove, sulla scia del carisma. Questa è anche una sfida per la comunità religiosa che da lei ha preso vita. Per voi carissime sorelle. Occorre imparare a cogliere le necessità del momento presente, anche le più umili e all’apparenza non “alla moda”, per provare a inventare risposte. Oltre la paura per la pochezza delle forze o le fragilità personali. Non cedendo mai al lamento ma operando con quell’entusiasmo e quella fantasia necessarie alla carità. Senza dimenticare però che l’importante non è tanto fare e compire imprese, quanto piuttosto essere uomini e donne di carità. Senza dimenticare che questa stessa carità va esercitata innanzitutto all’interno della nostre comunità, parrocchie, movimenti e Congregazioni religiose.

Un’ultima cosa vorrei infine sottolineare. Mi sembra particolarmente bella. Il fatto cioè che siamo qui ad ammirare, contemplare e ascoltare una donna. L’essere donna della Caiani è una testimonianza speciale del carisma femminile. Una donna che si è saputa far valere, i tempi certamente non facili per una donna. Le donne però portano in sé un dono speciale di Dio che fiorisce magnificamente in figure di Sante donne che hanno costellato il novecento. Un segno dei tempi anche questo, attraverso il quale il Signore ci fa capire quanto la donna possa davvero contribuire all’avvento del Regno di Dio. E a me piace mettere la Caiani insieme a quelle figure davvero luminose di sante e beate donne che hanno costellato i tempi moderni: Teresa di Lisieux, Gemma Galgani, Madre Teresa di Calcutta, suor Faustina Kowalska, Edith Stein, Madlein Delbrel, Gianna Beretta Molla….. Solo per citarne alcune.

Insieme a quella di queste sante donne, invochiamo dunque stasera la intercessione della Beata Caiani, prima di tutto per le sue amate figlie, chiamate a rinnovare il carisma della loro fondatrice, e poi per la Chiesa di Pistoia perché sia culla di santi e di sante. Infine per tutti noi e le nostre famiglie perché sappiamo mettere a frutto i doni che Dio ci ha dato.

+ Fausto Tardelli, vescovo




Solennità di San Jacopo Apostolo (25 luglio 2020)

Omelia per la Festa del santo Patrono della città e della Diocesi di Pistoia

Solennità di San Jacopo apostolo, sabato 25 luglio 2020 – Cattedrale di San Zeno

 

La festa solenne dell’apostolo San Jacopo avviene quest’anno in contesto tutto particolare. Siamo ancora costretti dentro alcune limitazioni che ci hanno impedito tante manifestazioni anche tradizionali a noi molto care e che riducono anche la partecipazione del popolo di Dio a questa celebrazione. Accettiamo comunque di buon grado queste ristrettezze perché alla chiesa sta a cuore la salute delle persone e farà sempre di tutto per collaborare al bene comune della nazione e della città in cui vive.

La presenza delle autorità cittadine e dei vari rappresentanti della città, mi da modo di manifestare pubblicamente il mio apprezzamento per il lavoro certamente non facile che è stato fatto, in particolare nei momenti più critici della pandemia. Ora dobbiamo guardare avanti con fiducia e pensare a ricostruire, a rinnovare, a reimpostare la vita sociale perché sia migliore per tutti. Perché il momento della crisi non sia passato invano ma porti con sé lezioni importanti da mettere a frutto.

Per costruire il futuro credo però che insieme a una grossa iniezione di fiducia, occorra anche concretamente combattere contro atteggiamenti e mentalità che minano alla base la possibilità di una ripresa e di un vero sviluppo. Mi pare di poter individuare quattro atteggiamenti fortemente distruttivi da debellare e togliere di mezzo, se vogliamo rinascere davvero dopo questo triste periodo; più in generale, se vogliamo dare vero sviluppo e futuro alla nostra società. Li elenco solamente, questi quattro atteggiamenti e comportamenti negativi, perché credo non ci sia bisogno di grandi spiegazioni. Sono: L’idea che quando ho pensato a me stesso, ho fatto tutto, perchè l’importante è solo il mio io; poi l’invidia e la gelosia per quello di buono che qualcun altro può fare, per cui è meglio affondare tutti che qualcuno mi sorpassi; poi ancora, la convinzione che debba prevalere sempre la propria parte a costo anche della verità; infine il non volersi mai mettere seriamente in discussione, pensando di aver sempre ragione. Questi atteggiamenti spengono la fiducia, tarpano le ali a chi si vuole impegnare veramente, non danno speranza al futuro e incancreniscono le situazioni negative.

La logica che invece deve prevalere è piuttosto quella indicata nel vangelo che abbiamo ascoltato e che ci è testimoniata dalla vita dell’apostolo San Jacopo: “Ma Gesù – abbiamo ascoltato – li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

E’ ormai tradizione che per la festa solenne di San Jacopo scriva alla Chiesa pistoiese e alla città una lettera programmatica per l’anno pastorale che inizierà a settembre. La lettera pastorale per l’anno pastorale 2020/2021 giunge mentre nel mondo ancora imperversa la pandemia da Covid 19. Il momento è certamente difficile ma da uomini e donne di fede, dobbiamo avere la ferma convinzione che anche questo tempo può esserci utile. In questa prospettiva, l’anno pastorale 2020 / 2021 lo vedo segnato profondamente da alcuni verbi che più che cose da fare, indicano attitudini da assumere consapevolmente, orientamenti di vita, innanzitutto di mente e di cuore: “Pregare, ripensare e continuare ad amare, alla scuola dell’apostolo San Jacopo”.

Come prima cosa, il riferimento a San Jacopo. L’anno che abbiamo di fronte sarà particolarmente dedicato alla memoria dell’apostolo Giacomo di cui oggi celebriamo la festa. Il 2021, anno in cui il 25 di luglio cadrà di domenica, sarà anno santo jacobeo. Certo non potremo celebrare questo anno santo come ci eravamo proposti di fare in un primo tempo. Siamo ancora nell’incertezza e il programma dovrà essere adattato alla situazione che stiamo vivendo. In ogni caso, l’anno santo inizierà solennemente il 9 gennaio prossimo con l’apertura della porta santa e la concessione della indulgenza plenaria. Troverà poi naturalmente il suo culmine nel periodo che va dal 16 luglio alla domenica 25 luglio 2021.  Il fatto che ci sia stata concessa dalla Santa Sede l’apertura della porta Santa, è sicuramente qualcosa di straordinario che merita attenzione e gratitudine.

Scrivo poi nella lettera di “pregare”. Abbiamo infatti bisogno del Signore. Da soli non ce la faremmo mai a risolvere tutti i nostri problemi e quelli dell’umanità. Senza cioè ascoltarlo e seguirlo. Occorre allora tornare al Signore, alla sua santa parola e all’esempio dei santi come San Jacopo. Questo lo si può fare soltanto nella preghiera, nell’ascolto orante della parola di Dio, nella meditazione, nell’adorazione, nel silenzio della propria camera come nella liturgia della chiesa, quella eucaristica in particolare.

Oltre a pregare ho scritto che bisogna anche “ripensare”. Mi pare necessario ripensare a quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Credo sia un segno dei tempi e che, attraverso quello che è accaduto e sta accadendo, Dio ci abbia parlato e ci parli. Dobbiamo quindi cercare di capire il messaggio che questo tempo porta con sé. Cosa ha fatto riscoprire il covid19? Cosa ci ha insegnato e ci sta insegnando questa triste vicenda?  È uno sforzo di lettura e di ascolto che ognuno deve fare per conto proprio e insieme agli altri, riflettendo personalmente su ciò che è accaduto e sta accadendo. E questa riflessione deve essere di tutti, non solo dei cristiani. Soprattutto occorre riflettere a fondo sulle connessioni tra pandemia, disastri ambientali e squilibri economici del mondo. Troppe volte la storia ci testimonia che appelli non ascoltati, segnali non attentamente valutati a suo tempo, hanno poi prodotto tragedie immani, con danni enormi per l’umanità.

“Ripensare”, per la chiesa pistoiese, vuol dire anche ripensare il ruolo della famiglia al suo interno e nel mondo; ripensare tutto il processo con cui si diventa cristiani; ripensare le nostre parrocchie e diocesi per adeguare la presenza della chiesa ai nuovi contesti.

Terza cosa che indico nella lettera pastorale è di “Continuare ad amare”. Il tempo che stiamo vivendo ci sollecita molto sul piano della carità. Se, come dice Gesù nel Vangelo, i poveri li avremo sempre con noi, in questo momento essi sono diventati veramente tanti e lo saranno ancora di più. La crisi economica è solo all’inizio e già si registra purtroppo un consistente aumento delle situazioni di bisogno e di persone o famiglie in gravi difficoltà economiche. Ho detto “continuare ad amare” perché in verità in questo periodo difficile non è mai venuta meno l’opera silenziosa e fattiva della carità. Ora si tratta di perseverare, perché, come dicevo, i bisogni aumenteranno. Sicuramente alla nostra attenzione restano gli immigrati che dobbiamo continuare ad accogliere nel modo migliore possibile. In questo momento però, a manifestare necessità sono sempre di più persone e famiglie, diciamo “della porta accanto”. La mancanza di lavoro è una delle questioni più preoccupanti che abbiamo di fronte e che chiederebbe un impegno convergente da parte di tutti: parlamento e governo, sistema bancario, imprenditori e sindacati, forze politiche e sociali, mondo del terzo settore. Non si dimentichi poi che le necessità non sono soltanto di ordine materiale ma anche psicologico, morale e spirituale. Il tempo del Coronavirus ha portato alla luce tante solitudini, fragilità;  ha influito anche sulla nostra mente e ha portato conseguenze personali sul piano psichico, sollevando paure, senso di impotenza, incertezze sul futuro, senso di precarietà e instabilità.

Termino queste mie riflessioni, invocando il nostro celeste patrono San Jacopo. Questa lettera viene pubblicata e resa nota alla diocesi proprio nel giorno della sua festa. E’ consegnata nelle mani dei presbiteri e diaconi, come di tutti gli altri fedeli, religiosi e laici. Viene consegnata alle singole parrocchie e alle associazioni e movimenti ecclesiali presenti in diocesi, in particolare ai Consigli pastorali parrocchiali, perchè sia letta con attenzione, discussa e attuata secondo le particolarità di ogni realtà. A San Jacopo chiedo l’intercessione perché riusciamo ad essere una chiesa sempre più bella per l’amore al Signore, la forza della carità e l’ardore della missione e per la nostra città, che sia sempre di più una città bella non solo per i suoi splendidi monumenti e le sue opere d’arte ma anche per la laboriosità dei suoi cittadini, la solidarietà sociale e uno sviluppo umanamente sostenibile.




Veglia di Pentecoste e Messa Crismale (30 maggio 2020)

Messa Crismale

Messa Crismale nella Veglia di Pentecoste (Cattedrale di San Zeno – 30 maggio 2020)

 

Quanto stasera, nella Veglia di Pentecoste, celebriamo anche la Messa crismale. Un rito che trova il suo naturale contesto nella Pasqua del Signore. Non per niente la Messa crismale si celebra nella settimana Santa. Quest’anno però ci è stato impossibile celebrarla in quel contesto per la pandemia che ci ha colpito e quindi siamo stati costretti a rinviarla a stasera. Anche se ancora non possiamo celebrarla in tutto il suo solito splendore partecipato da tanti sacerdoti e persone, sempre per lo stesso motivo, con tanta gioia comunque la celebriamo sapendo che essa rimane sempre legata al Mistero pasquale della nostra redenzione. Al mistero della morte e risurrezione del Signore che ha redento l’umanità e la creazione intera e ha effuso lo Spirito Santo che santifica e da la vita. La festa di Pentecoste nella quale quest’anno collochiamo la Messa crismale, non fa che ribadirlo.

È dalla Pasqua del Signore che scaturiscono i sacramenti e gli oli che stiamo per consacrare sono segno della sovrabbondate grazia di Cristo: sono il segno del suo corpo dato per noi, del suo sangue versato per noi; segno di quell’effluvio di grazia che esce dal costato di Cristo per raggiungere ogni uomo e donna del mondo.

Siamo qui, seppur in numero limitato, come rappresentanti di tutto il popolo di Dio che è la Chiesa che vive nei territori di Pistoia, e in parte di Prato e di Firenze.

Siete qui con me innanzitutto voi sacerdoti che in questa occasione rinnovate le promesse sacerdotali.

Carissimi confratelli, siate sempre grati al Signore per la chiamata che vi ha fatto diventare pescatori di uomini. Non c’è cosa più bella al mondo che aiutare le persone a incontrare Gesù, a lasciarsi conquistare da lui. Tanti nel mondo sanno fare molte cose meglio di noi. Non possiamo nemmeno pensare lontanamente di averne noi la capacità. Anzi, dobbiamo con sincera umiltà, riconoscere la nostra piccolezza. Ma c’è una cosa che solo noi possiamo fare, ed è quello che dobbiamo fare e imparare a fare sempre di nuovo, ogni giorno sempre meglio: dare Cristo alle persone; comunicare la speranza che viene dalla parola di Dio e dalla grazia sacramentale, celebrare il divino sacrificio offrendo il corpo e il sangue di Cristo per la salvezza dell’umanità. Solo noi possiamo cancellare i peccati a nome di Cristo, per la potenza dello Spirito Santo. A noi compete indicare agli uomini e alla gente la via del cielo e l’impegno della carità che anticipa il cielo sulla terra. Questo amore, questa carità pastorale che ci fa guardare a ogni uomo e donna come li guarda Dio, cercando per ciascuno la salvezza eterna e munendolo di tutto ciò che spiritualmente è necessario, è il nostro compito. E non pensiate che nell’adempimento di questa missione a favore delle persone, si impoverisca la nostra umanità; che le nostre caratteristiche umane vengano annientate, per ridurci a impersonali uomini del sacro. Il Signore ci ha chiamato con la densità della nostra umanità, con il peso e la bellezza della nostra carne e nell’esercizio della carità pastorale, tutta la nostra umanità è coinvolta con la concretezza delle azioni e dei sentimenti. A noi è chiesto di amare ogni persona cercando per quella persona la salvezza eterna e l’incontro con Cristo salvatore. Ma l’amore che mettiamo in questo ha tutto il sapore della nostra umanità, il calore dei nostri sentimenti, il trasporto della nostra persona. E se ci è chiesto di non avere una famiglia nostra, è solo perché quella dedizione, quell’affetto, quelle emozioni che avremmo messo verso la nostra famiglia, lo mettiamo in ogni relazione umana che il ministero ci propone.

Siete qui con me stasera, anche voi laici, a nome di tutto il popolo di Dio e con voi, sono presenti anche le religiose, una presenza che purtroppo si va assottigliano ma che ancora è molto preziosa.

Voi tutti, laici, uomini e donne, giovani e adulti, e voi religiose, non siete qui come spettatori di un qualcosa che va in scena di fronte a voi. Voi siete pienamente partecipi invece del mistero di amore della Pasqua che da origine alla santificazione degli oli di questa sera. Voi siete chiesa, siete popolo di Dio e insieme ai sacerdoti offrite anche voi l’agnello innocente del nostro riscatto, il Signore Gesù. Voi non siete soltanto fruitori dei sacramenti, ma siete voi stessi chiamati dal dono della Spirito ad essere sacramento vivente, cioè segno dell’amore di Cristo verso i vostri vicini, verso gli uomini e le donne che abitano le nostre terre. Segno vivente di speranza. La vostra vita di famiglia, diventa così testimonianza e lode al Signore. Il vostro lavoro, una partecipazione all’opera continua della creazione e un mezzo per trasformare il mondo; la vostra vita sociale, in mezzo ai paesi e alle città, un modo per raccontare l’amore che cambia il mondo e lo rende migliore. Il Battesimo che avete ricevuto, la Santa Cresima e la divina Eucaristia a cui partecipate, vi abilitano ad essere corresponsabili della missione che Cristo affida alla sua Chiesa. Su di voi, come su di noi, è lo Spirito di Cristo, quello Spirito di cui abbiamo sentito nel vangelo e che spinge Cristo, il messia, alla realizzazione del disegno di salvezza del Padre. “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.

Tutti insieme, come chiesa del Signore abbiamo una missione da compire, un mandato a cui rispondere, dei talenti ricevuti che non possiamo sotterrare ma che dobbiamo invece mettere a frutto.

In questo momento voglio rivolgere ancora un pensiero particolare ai nostri ragazzi. Il Crisma che stasera viene consacrato, servirà in gran parte per cresimarli, per confermare in loro la grazia del Battesimo e configurarli così in modo pieno a Cristo stesso.

La chiusura delle scuole e questo tempo di pandemia hanno di fatto allontanato i ragazzi dalla partecipazione alla Messa. Molte cose sono state fatte, per la verità, perché non venisse meno anche in questo periodo la opportunità di crescere nella fede. Sono stati utilizzati diversi mezzi di comunicazione oggi alla portata di tutti. Sono grato per quanto è stato fatto, in particolare dal personale dell’ufficio catechistico diocesano, per l’impegno profuso in questo tempo. Sta di fatto che i nostri ragazzi dovranno essere aiutati a riprendere dimestichezza con la Santa Messa e la vita della comunità. Ma ora ho in mente particolarmente quei ragazzi già un po’ grandicelli che quest’anno riceveranno la Cresima. Vogliamo pregare stasera per loro, perchè il dono dello Spirito che riceveranno possa mettere radici solide così da fruttificare abbondantemente. Perché si sentano oggetto di un amore grande, quello d Dio; perché sentano la voglia e l’entusiasmo di camminare secondo lo Spirito. Il tempo della pandemia che abbiamo attraversato e che stiamo ancora attraversando, ci ha fatto capire che è necessario costruire un mondo nuovo, migliore di quello di prima; più giusto, più solidale, più umano. Ecco, preghiamo stasera perché i nostri ragazzi sentano la grande e bella responsabilità che hanno in ordine alla edificazione di un mondo migliore e comprendano che devono darsi da fare per questo e che edificarlo insieme al Signore, edificare la propria vita insieme al Signore è una cosa bellissima.

Ecco dunque fratelli e sorelle miei amatissimi. Con questa S. Messa crismale riceviamo tanta gioia dal Signore. Siamone degni e riconoscenti. Ci riscopriamo chiesa del Signore, convocata dal suo amore. E una festa che ci fa davvero lieti nella speranza.




Pasqua di Resurrezione 2020

Cattedrale di San Zeno (12 aprile 2020)

 

Riandiamo fratelli e sorelle carissimi che mi state seguendo attraverso la televisione, riandiamo a quel mattino di venti secoli fa, in cui le donne trovarono il sepolcro vuoto. La grande pietra che ne chiudeva l’accesso rotolata via e dentro, niente. Solo le bende e il sudario ripiegata da una parte, ma di Gesù, niente.

Riandiamo con la mente a quella mattina, perché la risurrezione non è un discorso, non è una teoria, non è un bel pensiero, bensì un fatto preciso che si colloca in un preciso momento storico e in un determinato contesto geografico. Fu qualcosa che colpì i presenti in quell’ora. Molti credettero; tanti altri non credettero e rimasero scettici. La risurrezione di Cristo resta un atto di fede, ma fu un fatto, non un sentimento.

Gesù era stato condannato a morte e la sentenza eseguita: sulla croce. Era finita così la sua vicenda di predicatore, di rabbi o maestro della legge. La sua avventura con un pugno di persone che lui aveva chiamato a sé perché collaborassero con lui, come pescatori di uomini, era finita miseramente. Lui, Gesù, catturato, processato e condannato a morte. Gli apostoli, tutti fuggiti; i discepoli che pure erano stati numerosi, tutti dispersi.

Umanamente avremmo detto che non c’era più niente da fare. Tutto ciò che poteva fornire una speranza secondo criteri umani, era semplicemente svanito. Si era sciolta come neve al sole. Restava è vero la parola stessa di Gesù che più volte aveva detto che il terzo giorno sarebbe risorto da morte. Ma chi poteva credere a quelle sue parole, ora che tutto era miseramente finito e il corpo di Gesù era stato deposto in un sepolcro?

Con la morte in croce, naufragava inoltre miseramente, il sogno legato al Messia d’Israele, di chi sperava che Gesù fosse davvero il Cristo, l’unto del Signore, venuto a restaurare la potenza di Israele, come un novello Davide, il grande re d’Israele che avrebbe ridato fiato, restaurato il Regno e dato a Gerusalemme di nuovo lo status di una capitale. Anche questo sogno messianico era ormai del tutto svanito, con la cattura e la crocifissione di Gesù. Forse anche il tradimento di Giuda potrebbe interpretarsi alla luce di una cocente delusione di chi aveva seguito la chiamata di Gesù, pensando di trovarsi all’alba di un nuovo e più grande regno di Israele.

Quindi, anche da questo punto di vista, tutto sembrava definitivamente chiuso. E c’erano davvero motivi sufficienti per disperdersi e abbandonare ogni cosa. In questo senso, il viaggio che porta due discepoli ad allontanarsi da Gerusalemme dopo la crocifissione, per raggiungere Emmaus, testimonia di questa delusione e di questa voglia di abbandonare tutto.

Inoltre dobbiamo anche considerare un ultimo fondamentale ostacolo, un ultimo e decisivo ostacolo che si levava in quel momento davanti a tutti coloro che comunque in qualche modo avevano seguito Gesù, lo avevano ascoltato, sentendosi commuovere il cuore: la morte. La inesorabile morte. Quella da cui ogni uomo vivente non può scappare. Gesù era realmente morto sulla croce. Aveva esalato l’ultimo respiro. Lo avevano visto in tanti, quelli che erano ai piedi della croce. Quando i soldati si avvicinarono ai crocifissi per il colpo di grazia, spezzando le ginocchia agli appesi perché il peso del corpo ormai senza appoggio, chiudesse definitivamente il diaframma e, se non fosse ancora accaduta, la morte sopraggiungesse immediata; ecco, quando i soldati si avvicinarono a Gesù, non gli spezzarono alcun osso perché era ormai senza alcuna ombra di dubbio morto. E comunque, ad ogni evenienza, con la lancia aprirono il costato di Gesù, dalla cui ferita ormai non uscì più niente o quasi: il sangue era stato ormai tutto versato. Gesù era dunque morto; esanime il suo corpo raccolto dalle braccia della madre; freddo e senza vita, quando fu deposto nel sepolcro e avvolto con qualche unguento in un sudario. E dalla morte non si ritorna. Lo sappiamo bene. La morte inghiotte e non rimanda indietro nessuno. E Gesù in quel momento era preda della morte.

Tutto dunque allora sembrava chiuso, senza alcuna prospettiva, inchiodato a un presente senza speranza. Ed era forte la sensazione che l’ingiustizia avesse trionfato definitivamente; che l’odio e il risentimento avessero trionfato sull’amore e la bontà; che la cattiveria avesse vinto. In quel momento sembrò che il potere corrotto o falsamente giusto avesse la meglio; che i giochi di potere dei sacerdoti del tempio e dei farisei, avessero avuto la meglio; che il tradimento fosse ormai il destino del mondo.

Ecco, amici miei carissimi, in un contesto del genere, che assomiglia per tanti versi a certi momenti della storia degli uomini e forse, per certi versi, anche al momento difficile che stiamo attraversando, dove l’angoscia per il presente, si unisce a una grande incertezza per il futuro, la resurrezione di Cristo la si può riscoprire in tutto il suo valore, in tutta la sua forza dirompente, in tutta la sua novità.
Oggi, quando ci sentiamo fiaccati e frustrati da qualcosa di imprevisto che ci ha tolto improvvisamente tante abitudini belle, con la possibilità di incontrarci, di stringerci la mano, di abbracciarci e di guardarci negli occhi con fiducia, la buna notizia di Cristo che ha vinto la morte, che ha sconfitto il potere oscuro della morte, che ha vinto con l’amore la cattiveria del mondo, ci riempie il cuore di emozione e di gioia.

Il Cristo è davvero il condottiero che ci può condurre oltre le secche della nostra storia di uomini, Colui che ha le chiavi del mondo e della storia, Colui nel quale e per il quale ogni cosa può rifiorire.

Riandiamo ancora, carissimi fratelli a quel mattino di Pasqua. Proviamo ad entrare nel cuore delle donne che non trovarono Gesù nel sepolcro e ascoltarono le parole misteriose degli angeli. Riandiamo agli apostoli che in quel mattino cominciano a sentire che forse davvero Gesù era risorto da morte, come aveva predetto. Pensiamo al fremere sempre più forte di quei cuori, al riaprirsi mano a mano di quei cuori alla speranza, all’asciugarsi delle loro lacrime e all’emozione di ritrovarsi all’alba di un mondo nuovo.
Ripensiamo a loro, alla loro confusa gioia ed emozione crescente di quel mattino di Pasqua… E sia anche la nostra stamani, quella gioia. Lasciamoci invadere da questa traboccante certezza: il Signore è risorto! E’ veramente risorto. E’ vivo, presente, operante col suo spirito in mezzo a noi. Il male non può avere l’ultima parola sul mondo. La cattiveria e il rancore, l’odio e l’ingiustizia non possono trionfare, anche se sul momento sembrano vittoriosi e tutto travolgere.

E illuminati dalla luce del risorto, guardiamo anche al bene che sta fiorendo dovunque nel mondo. Lo Spirito di Dio è all’opera e rinnova la faccia della terra.

Corriamo allora, carissimi fratelli e sorelle, dietro a Cristo. Abbracciamo la sua santa legge! Imitiamolo in tutta la nostra vita. Non ci lasciamo confondere le idee da chi insegna cose diverse da quelle di Cristo. Cristo, e solo Lui è la via, la verità e la vita. E con Lui e dietro a Lui, mettiamoci a ricostruire il nostro mondo, a farlo migliore, perché dopo la tempesta che stiamo attraversando, questo dovremo fare con tutte le nostre forze: ricostruire! Ricostruire nella giustizia e nella verità, nel rispetto dell’ambiente e di ogni persona, nella solidarietà fraterna e nell’amore di Dio. Forse abbiamo sbagliato tante cose in passato, forse abbiamo lasciato che l’ingiustizia e la barbarie della corruzione la facesse da padrona; forse abbiamo lasciato che il male si diffondesse. Non dovrà essere più così e dovremo impegnarci perché non sia così. Cristo è risorto.. E’ veramente risorto




Presentazione al tempio di Gesù 2020

Candelora 2020

Ammissione all’Ordine Sacro e giornata della vita consacrata (2 febbraio 2020 – Cattedrale di San Zeno)

Piccole luci accese dentro la scena del mondo…. Sono davvero ben poca cosa, dentro lo scenario del mondo, di un mondo alle prese con i suoi innumerevoli problemi, con le paure del presente e le incertezze sul futuro… quando le nubi oscurano il cielo e fanno addirittura pensare che il sole non ci sia più…

Che sono mai queste fiammelle, fragili e deboli che abbiamo accese stasera? Niente nei confronti del mondo.
Eppure queste nostre piccole luci che rappresentano i nostri cuori, si sono accese alla luce che non conosce tramonto e che è sorta a Natale sulla terra, luce per illuminare le genti. Noi ci siamo accostati alla luce vera e questa ci ha illuminato; ancora stasera ci accostiamo ad essa e sentiamo su di noi le parole stupefacenti del Signore che ci riempie di meraviglia, lasciandoci a bocca aperta: “Voi siete la luce del mondo”.

Stasera, il bambino di Betlemme ci viene presentato da Maria e Giuseppe: egli nella sua umiltà e piccolezza è la luce somma, lo splendore della gloria divina, la sublimità di ogni bellezza… e la fede lo scopre nella sua verità. Quella luce del mondo nell’apparente oscurità della forma umana ci viene presentata, ci viene offerta come luce di tutta la nostra vita e noi andiamo contenti all’incontro… Tendiamo le braccia per raccogliere da quelle di Maria, la piccola immensa luce del mondo… Ci lasciamo illuminare; buttiamo via le opere delle tenebre e ci apriamo alla luce per diventare anche noi, in Lui e con Lui, luce che illumina il mondo.

Dalle parole del profeta Malachia ascoltate nella prima lettura, abbiamo compreso che la presentazione al tempio di Gesù rappresenta il compimento della promessa di Dio: la sua gloria prenderà dimora nel tempio e così salverà Israele e diverrà luce di salvezza per il mondo intero. Per il mistero del Natale che in certo modo si conclude con la Presentazione al tempio del Signore Gesù, il mondo ormai è abitato dalla presenza di Dio e la storia, che apparentemente sembra solo un susseguirsi sconclusionato di eventi, è divenuta storia di salvezza, passaggio pasquale continuo dalla morte alla vita, fino alla manifestazione definitiva del Regno di Dio. Nelle parole del profeta Malachia si sentono accenti maestosi e terribili del venire della gloria di Dio nel tempio. La venuta del Signore è fuoco del fonditore e lisciva dei lavandai.

Noi sappiamo però che questa maestosità e potenza si è manifestata in realtà nella debolezza e dolcezza di un bimbo e che la purificazione del popolo e dell’umanità è avvenuta da parte del Figlio di Dio fatto uomo, attraverso un amore donato fino all’effusione del sangue. Sorprendente modo di agire di Dio, questo, che trionfa nella debolezza, illumina nell’apparente oscurità e riempie della sua gloria la terra, nascondendosi dentro le pieghe della storia!

Come del resto ci fa capire la lettera agli Ebrei mostrandoci lo stupefacente agire di Dio in Cristo Gesù: Egli – ci dice – si è preso cura degli uomini per liberarli dalla schiavitù del diavolo, rendendosi in tutto simile ai fratelli, e diventare così un sommo sacerdote misericordioso. Dio ha accettato di essere messo alla prova dall’uomo, di soffrire per mano sua, attraverso l’umanità del Verbo e così venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Chiediamo allora stasera, carissimi fratelli ed amici, occhi penetranti, illuminati dalla fede; occhi come quelli del Santo vecchio Simeone e di Anna! Con gli occhi illuminati dalla fede, riconosciamo nella debolezza della carne assunta dal Verbo, la luce splendente che le tenebre non possono vincere. E gioiamo, rinfrancati nella speranza, rafforzati nell’amore, resi luminosa luce del mondo, inviati di nuovo al mondo intero. Non ci spaventi essere una piccola fiammella, perché quella fiammella è accesa alla luce di Cristo. Non ci sgomenti avere tra le nostre mani una sola piccola luce, perché accanto alle molte altre, formiamo un popolo di speranza, una strada di luce in mezzo al mondo.

Ed ecco poi il brano evangelico con la narrazione dell’incontro tra il popolo di Dio rappresentato da quel resto ci cui Simeone ed Anna sono espressione e il bambino luce del mondo.
Il gesto si compie per obbedire alla legge, ma è la legge in realtà a compiersi e ad esaurirsi, con l’ingresso del bambino Gesù nel tempio. E nel cantico del vecchio Simeone ci ritroviamo tutti noi. E’ anche il nostro, stasera. Davvero possiamo tornare in pace alle nostre case, perché i nostri occhi vedono qui presente la salvezza nostra e del mondo, quella luce che rivela l’amore di Dio alle genti, la gloria di tutto il popolo.Il brano evangelico non nasconde però la contraddizione che nella fede occorre superare ogni giorno, immersi come siamo in questo mondo dominato dall’apparenza. La luce del Verbo nascosta in un bambino sfida le potenze mondane e anche la nostra sete di gloria e di affermazione. Ogni giorno, quella luce ci chiede di scegliere da che parte stare, se dalla sua o da quella delle tenebre. Ogni giorno, essa svela le tenebre che sono ancora in noi e il bisogno che abbiamo di essere illuminati. Ogni giorno, una spada ci trafigge l’anima e ci spinge ad abbandonare i compromessi e scegliere di passare dalla morte alla vita.

Sono un segno di questo anche i due nostri giovani che, dopo alcuni anni di seminario, tra poco saranno ammessi ufficialmente tra i candidati all’Ordine Sacro. La chiesa riconosce in questo modo in essi i segni della chiamata del Signore. Ora starà a loro, accompagnati dalla preghiera della chiesa e dall’opera dei formatori, continuare il discernimento e portare a frutto i segni che si sono manifestati. La luce di Cristo li ha illuminati in un modo tutto particolare, prospettando loro di diventare luce del mondo nel servizio del Vangelo attraverso il ministero sacro. Questa luce la portano ora tra le mani e si presentano con essa davanti all’altare del Signore, assumendosi l’impegno di lasciarsi illuminare sempre di più. E per noi è una gioia accompagnarli nel cammino.

Come è gioia per noi in questo giorno, ricordare tutti i consacrati, religiosi e religiose che, rispondendo a una chiamata, si sono presentati al tempio del Signore a hanno donato tutta la loro vita a lui per il bene dei fratelli. Nel ricordare l’anniversario della professione di due nostre care sorelle, preghiamo per tutte le religiose e i religiosi della nostra diocesi, ringraziandoli per la loro presenza in mezzo a noi e soprattutto dicendo grazie a Dio per il dono che Egli ci fa attraverso di loro. Il desiderio nostro e la nostra umile preghiera a Lui è che continui a chiamare tanti giovani alla vita consacrata e che i chiamati, si abbandonino fiduciosi e senza paure, al suo amore.

+ Fausto Tardelli




Ordinazione presbiterale di fra Antonio Sorrentino (6 gennaio 2020)

EPIFANIA 2020

Ordinazione presbiterale di fra Antonio Sorrentino (6 gennaio 2020 – San Bartolomeo in Pantano)

 

Come i re magi, anche tu carissimo Antonio Benedetto hai camminato nella tua vita alla ricerca della luce. Hai viaggiato per terreni accidentati, cercando come a tentoni un segno che chiarisse i tuoi desideri profondi, le tue attese, il senso del tuo essere al mondo. Hai camminato e cercato, senza sapere bene Chi stavi veramente cercando e forse confondendo a volte una cosa con l’altra.

Come i re magi, sei partito da terre lontane dell’anima; hai domandato, chiesto, provato ad imboccare strade diverse. Finché poi Lui, il Signore stesso, la luce che è venuta ad illuminare ogni uomo, non ti è venuto a cercare…. E ti ha trovato, inaspettatamente, meravigliosamente. Da quel momento, come dietro ad una stella cometa hai cominciato a viaggiare con una luce nel cuore. Ti sei lasciato guidare e prima ti ha condotto a una famiglia di fratelli e di sorelle che il Signore ha messo insieme per essere lievito di speranza dentro le città degli uomini, attraverso la gioia della fede, la comunione dei cuori, l’annuncio lieto del Vangelo dell’amore di Dio. E da questa fraternità oggi eccoti qua come i magi davanti al bambino Gesù, che stende verso di te le sue manine perché tu lo abbracci definitivamente e lo porti sempre con te per donarlo poi agli altri.

Chiamato dalla chiesa attraverso il ministero del vescovo, divieni presbitero della Chiesa, ministro sacro dei misteri di Dio, annunciatore della Buna notizia di Gesù Crocifisso e risorto.

Sarai dunque configurato a Cristo sommo ed eterno sacerdote al servizio del popolo di Dio. Diventerai predicatore del vangelo, pastore del popolo di Dio e presiederai le azioni di culto, in specie l’Eucaristia, cooperando col vescovo a edificare il corpo di Cristo che è la Chiesa, in popolo di Dio, tempio santo dello Spirito.

Eserciterai il ministero della sacra dottrina, partecipando alla missione di Cristo, unico maestro; nutrendo con la parola di Dio il suo popolo e guidandolo con il profumo della tua vita di discepolo innamorato di Cristo. Continuerai l’opera santificatrice di Cristo, in particolar modo unendo al sacrificio di Cristo il sacrificio spirituale dei fedeli nel sacramento dell’Eucaristia e facendo di te stesso un sacrificio spirituale gradito a Dio. Attraverso i sacramenti, prolungherai nel tempo l’azione di Cristo e ti fari voce del popolo di Dio e dell’umanità con una intensa vita di preghiera. Lavorerai e faticherai infine, in comunione filiale col vescovo, per unire i fedeli in un’unica famiglia e condurli al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo.

A motivo di tutto questo, dovrai preoccuparti soltanto di piacere a Dio e non a te stesso, avendo sempre danti agli occhi l’esempio di Gesù Buon Pastore.

Tu, carissimo fra’ Antonio benedetto, diventi presbitero, nel giorno in cui la Chiesa celebra l’Epifania del Signore, la sua manifestazione al mondo; l’apparire della misericordia di Dio nella storia. Durante il tempo natalizio, quando più dolce e tenero appare l’amore misericordioso di Dio per l’umanità, quando il Figlio di Dio ha preso carne nel piccolo bambino di Betlemme. Che questo ti insegni e insegni a tutti noi che condividiamo l’ordine sacro, a vivere il ministero come un segno e una testimonianza di misericordia e di tenerezza, attraverso quel farsi piccoli, nella povertà e semplicità di vita che è la strada maestra scelta da Dio per salvare l’umanità.

Come durante tutto il tempo natalizio, anche oggi inoltre, la liturgia ci parla di Luce e di tenebre. L’abbiamo ascoltato dal libro del profeta Isaia: noi oggi celebriamo la luce del Signore che brilla sopra l’umanità e di essa siamo chiamati a rivestirci, nonostante che la tenebra ricopra la terra e nebbia fitta avvolga i popoli.  – E quanto sono vere queste parole proprio oggi, quando dense e nere nubi di tempesta attraversano il cielo del mondo e siamo tutti atterriti da ciò che potrebbe accadere di terribile per le sorti dell’umanità da un momento all’altro. – La parola di Dio ci richiama tutti, noi chiesa del Signore, e noi ministri del Vangelo e tu caro Antonio a non farci mai vincere dalle tenebre ma a sperare e lottare perché trionfi la luce di Cristo e del suo amore sempre. Siamo certi che le tenebre non possono vincere la luce, ma sappiamo anche quanto sia necessario dare testimonianza alla luce con l’impegno di tutti i giorni e la fatica della coerenza. Che il tuo e il nostro ministero, carissimo Fra Antonio Benedetto, sia dunque un continuo accendere luci nel cuore delle persone, o riaccenderle se il vento o la pioggia le avessero spente; anche se saranno piccole fiammelle, non ha importanza. L’importante è che non ci stanchiamo di accenderle e riaccenderle ogni giorno e tutto facciamo perché la luce di Cristo risplenda in noi e nelle persone che il Signore ci fa incontrare. Così la luce nel mondo si espanderà e le tenebre saranno spazzate via.

In questo giorno della Epifania, si celebra infine anche la vocazione di ogni uomo e di ogni popolo alla luce di Cristo; a formare cioè un’unica famiglia di fratelli e sorelle. Di chiamata di tutte le genti alla salvezza, ci ha parlato San Paolo scrivendo agli efesini, mentre il vangelo, raccontandoci la vicenda dei re magi, ci ha simbolicamente fatto vedere questa destinazione di ogni popolo, cultura, nazione, di ogni tempo e ogni latitudine della terra all’amore che unisce in Cristo ogni uomo.

Diventar preti in questo giorno, significa allora sentirsi parte particolarmente operosa di questo disegno grande di Dio. Si è preti mai per un piccolo gruppo, per una piccola famiglia, per un piccolo luogo. Si è preti invece per tutta la chiesa; per tutta una chiesa diocesana; per la chiesa intera sparsa nel mondo, per tutta intera l’umanità. Perché da preti e come preti si è resi participi in un  modo tutto particolare, del cuore largo di Cristo che ama ogni uomo e vuole ogni uomo partecipe del suo corpo. Per cui, anche se un presbitero è legato a un territorio e a una precisa comunità ecclesiale, egli deve avere il respiro del mondo e l’anelito di Cristo che vuole ogni uomo salvo e deve perciò viere e pregare per il compimento ovunque del Regno di Dio. Cosa oggi più che mai importante, quando popoli e genti si mescolano e il mondo ormai si è fatto un unico villaggio globale.

Termino, invitando tutti alla lode di Dio onnipotente e misericordioso e alla profonda gratitudine nei suoi confronti, Lui che mostra la sua tenerezza verso di noi, povera chiesa di Pistoia, concedendoci stasera in dono un nuovo presbitero. In questo caso, si invertono le parti: è il Signore stesso infatti che apre i suoi scrigni e dona a noi, davvero poverelli e indegni suoi figli, non oro, incenso e mirra, bensì un uomo che da ora in avanti sarà per noi e in mezzo a noi immagine viva e concreta del Buon Pastore.




Santa Messa della Vigilia di Natale (24 dicembre 2019)

Santa Messa della Vigilia di Natale (24 dicembre 2019) – Cattedrale di San Zeno

 

Carissimi fratelli ed amici, vi confesso che faccio una certa fatica a pensare al Natale coi colori della festa, delle luci e dell’allegria. Quasi come un’ossessione infatti, mi viene subito alla mente come il Salvatore del mondo fu accolto quando venne nel mondo per dare compimento alle promesse antiche: certamente non bene. Certamente non come si sarebbe meritato. In effetti, la narrazione evangelica ci presenta la nascita di Gesù avvolta nella precarietà, dentro a una stalla, in una mangiatoia, fuori dalla città. Il Re dei re, il Signore dei signori, l’unigenito figlio di Dio venne in mezzo a noi – atteso da secoli – e trovò le porte chiuse; si dovette adattare, con una madre che lo partorì tra gli stenti e poche persone, anche non molto raccomandabili come erano i pastori di Betlemme, a stringersi attorno a Lui. La gioia della nascita del Salvatore non elimina l’amarezza per le nostre chiusure di cuore. È questo il punto! Anche perché la vicenda della nascita del Salvatore non è circoscritta a quel tempo. È attuale.

Papa Francesco, nel discorso per gli auguri alla curia romana, ha detto pochi giorni fa: «Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità̀, non più̀! (…) Non siamo più̀ in un regime di cristianità̀ perché́ la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più̀ un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata». Dunque, aldilà dei colori della festa, mi viene da dire: quanti di noi sono davvero disposti ad accogliere il Signore nella propria vita? E insieme a lui anche gli altri? È vero, siamo presi da mille cose e mille problemi; abbiamo grosse preoccupazioni e anche una giusta voglia di svago e di spensieratezza. Va tutto bene. Però la domanda rimane e provoca: sei disposto ad accogliere il Cristo nella tua vita? A dargli spazio, a farlo regnare in te? E sei disposto ad ascoltare con attenzione chi ti sta accanto, il tuo sposo o la tua sposa, i figli, il vicino, il collega? Sei disposto a farti prossimo, particolarmente di chi è nel bisogno? Sei disposto a pensare un po’ meno a te stesso, a quello che ti piace, a quello che vorresti, a quelli che sono i tuoi desideri, per far posto invece a Dio, alla sua parola e ai suoi inviti, ai suoi comandamenti, come pure agli altri esseri umani, da servire con attenzione e premura, e come pure all’intero creato da salvaguardare e custodire?

Il Natale ha senso se è un momento nel quale si prende in mano la coscienza e la si mette davanti a Dio. Se cioè ci si lascia interrogare e anche inquietare. In questo caso il Natale sarà vero, perché forse produrrà qualche effetto positivo in noi e conosceremo quella gioia che viene solo dall’accoglienza di Dio e del prossimo.

Ancora il Santo Padre ha scritto nei giorni scorsi una bellissima lettera sul presepe, invitando a mantenere viva una preziosa tradizione che risale a San Francesco. Ma il presepe serve per mettercisi davanti e riflettere; serve per pensare al mistero di un Dio che non ha paura di farsi piccolo e debole per amore; che venne non per essere servito ma per servire. Quella capannuccia col bue e l’asinello e coi pastori ha valore in quanto mi chiede se sia disposto ad accogliere Dio nella mia vita e ad accogliere gli altri nella pace, vicini o lontani, chiunque essi siano.

Nonostante comunque tutte le nostre chiusure e l’amarezza che ciò porta con sè, in questa santa notte non possiamo lasciarci prendere dalla tristezza: quello che sovrabbonda, stanotte, è l’ostinata volontà di Dio di amarci, così come siamo, nonostante la nostra durezza di cuore.

Il canto degli angeli di cui abbiamo sentito or ora nel vangelo è chiaro: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e, sulla terra, pace agli uomini, che egli ama». Il Signore Dio onnipotente continua a nascere tra noi, ostinatamente; continua ad offrirsi a noi con infinita tenerezza; non smette di bussare con mansuetudine alla porta della nostra vita. Come è certo che il sole in questi giorni comincia a prendersi la rivincita sulla notte e le giornate cominciamo a riallungarsi, così, ancora più certo è che, a Natale, Dio dimostra che ancora non si stanca di noi e che la sua misericordia non verrà mai meno. Ecco perché il profeta Isaia ha potuto gridare: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia».

Dio continua aver fiducia di noi, a credere che possiamo farcela a diventare buoni, prima o poi. E questo è davvero qualcosa di inaudito! Lui è sicuro che prima o poi la capiremo, quella che è la strada da seguire; pur sbattendo mille volte la testa nel muro fino qualche volta a spaccarcela. E in effetti tanti uomini e donne lungo i secoli e ancora oggi, hanno capito e si sono incamminati sulla strada della giustizia, della verità e dell’more. Magari hanno dovuto pagare il caro prezzo della coerenza; magari c’è chi ancora oggi lo deve pagare, ma ciononostante sono andati avanti e vanno avanti, perché hanno compreso quale è la strada da seguire. E noi dobbiamo imparare da loro.

Ciò che allora è davvero importante per noi, fatti forti della fiducia che Dio ancora ci accorda a Natale, è prendere sul serio le raccomandazioni che ci ha fatto San Paolo e che abbiamo ascoltato nella seconda lettura: «Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà».

Questo dunque, se volgiamo vivere bene il Natale e gustarne appieno la gioia, il nostro programma: in primo luogo, rinnegare l’empietà e i desideri modani. Cioè rifiutare tutto ciò che è contro Dio, che lo nega, che non ne riconosce il posto fondamentale nella vita oppure lo mette da parte, oppure addirittura lo bestemmia direttamente o con una condotta apparentemente religiosa ma ipocrita. E rifiutare inoltre i desideri mondani, cioè l’abuso delle cose temporali, l’appropriarsi di esse facendone degli idoli a cui tutto sacrificare e mancando gravemente nei confronti del nostro prossimo.

In secondo luogo, oltre a rinnegare l’empietà e i desideri mondani, San Paolo ci chiede di vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà. Con sobrietà riguardo a se stessi, cioè facendo uso delle cose terrene in modo misurato dalla ragione e rendendo grazie; con giustizia riguardo al prossimo, nel senso cioè di sforzarsi di fare sempre le cose giuste e infine con pietà riguardo a Dio, cercando cioè di dare sempre a Lui il primo posto nella nostra vita.

Se raccogliamo con serietà e gioia le indicazioni semplici ma fondamentali dell’apostolo Paolo, allora vivremo davvero il Natale e ne godremo in profondità duratura. Ed è in questo senso che auguro a tutti voi di cuore davvero un buon Natale.




Immacolata concezione (8 dicembre 2019)

Immacolata concezione (8 dicembre 2019)

Cattedrale di San Zeno

 

L’odierna festa ci pone davanti agli occhi la bellezza straordinaria di Maria SS.ma, la sua immacolatezza, la sua piena libertà dal peccato, la sua totale redenzione operata dalla misericordia del Padre, in virtù della morte e risurrezione del Figlio, per opera dello Spirito Santo.

Pur nella sua eccezionale bellezza e luminosità, non riusciamo a sentire lontana da noi questa madre tenerissima; tante sono le volte che ci è stata vicina nella nostra vita; tante sono le volte che la sentiamo accanto a noi. Conosciamo la sua fatica; sappiamo che il suo si non fu senza conseguenze dolorose. La conosciamo trafitta dalla spada dal dolore; ci sono noti i suoi patimenti e tutto questo ce la fa sentire vicinissima a noi, una di noi, pur contemplandola ammirati nel suo splendore di immacolata sposa, di Regina del mondo e sovrana di ogni bellezza. La sua grandezza non la distacca da noi, perché ella rimane l’umile serva del Signore, col grembiule della povera gente addosso, con la dolcezza di una madre che piange per i figli scapestrati o indifferenti. E lei finisce sempre per prenderci per mano e portaci al Signore. La sua bellezza non le impedisce di prendere le nostre mani sporche di odio e di ribellione per lavarcele alla fonte, proprio come fa appunto una mamma col bambino che si è sporcato.

E la cosa più bella è che questa donna, luminosa sopra le stelle, umile e alta, più che creatura, è qui con noi. Non è fuori da questa chiesa, stasera. E’ con noi e ci accompagna nel divino sacrificio. Fa corona con noi all’altare del Signore e noi siamo confortati dalla sua amorosa presenza. Per lei, ci sentiamo più sicuri nel confuso cammino della vita.

Certo, la sua totale liberazione dal peccato, il suo essere immacolata, ci interroga e ci mette in crisi. Perché noi non lo siamo davvero, immacolati. Non lo siamo come persone; non lo siamo come chiesa. Nonostante la chiara consapevolezza di essere amati infinitamente da Dio e di essere stati da lui salvati dall’abisso del male per essere trasferiti nel regno della sua ammirabile luce, siamo ugualmente consapevoli dei nostri peccati

Allora la festa di oggi è anche occasione per riconoscere la distanza della nostra vita da quello che il Signore si attende da noi. E penso stasera soprattutto alla nostra Chiesa pistoiese; a tutte quante le sue pesantezze; al peccato che l’attraversa; alla pochezza della vita ecclesiale. Non me ne vogliate se dico stasera che non siamo una chiesa immacolata. Santa si, per il suo redentore e perché lo Spirito ancora soffia nelle sue ali. Santa per i suoi gloriosi santi del passato e per quella schiera anonima di santi della porta accanto che ancora oggi abitano la nostra chiesa. Ma nello stesso tempo, dobbiamo in sincerità riconoscere che siamo una chiesa difettosa sotto tanti aspetti. Una chiesa non certo immacolata, ma macchiata per il peccato dei sui membri. Macchiata per le divisioni che ancora ci caratterizzano; per il cinismo che a volte ci prende; per le sordità e le cecità che spesso abbiamo.

Siamo forse un cuor solo e anima sola? Direi ancora troppo poco. A sprazzi qualche volta, ma il più delle volte, ognuno cammina per conto suo. Eppure, con il cammino sinodale che abbiamo intrapreso, vorremmo proprio imparare a camminare insieme, come un popolo radunato nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Quanta fatica facciamo ancora a conoscerci e a stimarci, ad accoglierci e a pensare più a ciò che ci unisce che a ciò che ci divide! E poi quanto poco ancora siamo rivolti al Signore come al nostro unico re! Così poco protesi a seguire lui e lui solo. Come invece facciamo presto ad assumere criteri di giudizio, valutazioni, opinioni che sono quelle veicolate dal mondo, riproducendo così all’interno della comunità cristiana quelle stesse dinamiche di potere, di interessi e invidie che nel mondo conducono all’ostilità e alla violenza!

No, non siamo una chiesa immacolata, seppur santa per il dono di grazia! Eppure non possiamo costruirne un’altra di chiese, a nostro piacimento, perché questa non ci piace. La nostra unica casa, la nostra unica e comune dimora, l’unica e sostanziale comunità cristiana è questa: presieduta dal Vescovo in nome del Buon Pastore, servita dai presbiteri e dai diaconi, formata da tutti i battezzati, laici e religiosi; tutti partecipi dello stesso dono e della stessa missione nel mondo.

Riconoscere come chiesa di Pistoia la distanza che ci separa da Colei che è l’immagine della chiesa, non ci deve però scoraggiare. Anche perché lo Spirito lavora. Lavora Instancabilmente. E ha lavorato. In questi 5 anni, da quando sono qua, posso dire di aver visto tante volte lo Spirito del Signore all’opera e questo da speranza e consolazione. La Vergine Santa, proprio lei, che si distanzia da noi per la sua santità, ci invita stasera comunque a rallegrarci, perché il Signore, nella sua misericordia rimane a noi fedele e la testa del serpente antico è definitivamente schiacciata, anche se il serpente può dare ancora colpi con la sua coda.

E allora, voglio concludere una breve considerazione su questo mio primo quinquennio tra voi, carissimi amici e fratelli, ed è una cosa bella, per cui benedico il Signore come ci ha invitato a fare Paolo nella lettera agli Efesini.

Son passati in fretta questi 5 anni. Mi ricordo ancora la magnifica accoglienza che ebbi in questa città, con questo duomo stracolmo di gente. Entrai in diocesi, visitando l’ospedale, il carcere, la mensa della Caritas e la Maic. Fu una giornata memorabile e bellissima per me, tanto che la porto gelosamente nel cuore.

Devo dire che il mio amore per voi, carissimi presbiteri, diaconi e laici tutti, religiose e religiose, non è venuto meno in questi anni. E ne ringrazio davvero il Signore. Direi piuttosto che si è approfondito e radicato. Non sono mancati e non mancano momenti di sofferenza e di fatica… Ma l’amore senza croce non è mai amore, lo sappiamo. Il bene che vi voglio, che voglio a questa chiesa santa e peccatrice allo stesso tempo è grande e più grande di cinque anni fa. Più consapevole e realistico, ma sicuramente più grande e intenso. E con gioia, sento anche il vostro affetto e la vostra vicinanza, tanto importante per me.

Dopo cinque anni, siamo ora qua a tentare un cammino sinodale che è una tappa importante per la nostra chiesa. Un passo che dobbiamo fare insieme, credendo che per una chiesa, è questo il modo di rinnovarsi e rendersi docile all’azione dello Spirito Santo. Una chiesa permanentemente in stato sinodale, che si riunisce per discerne i sentieri nuovi della missione alla quale la spinge il suo Signore, per essere fermento di umanità nuova nel mondo. Questo oggi siamo e vogliamo essere.

Chiediamo allora la potente intercessione della Immacolata, perché riusciamo col suo aiuto a vedere in faccia il male che ci tiene schiavi e che non ci fa mettere a frutto i numerosi talenti che questa chiesa ha. Chiediamo la sua intercessione perché ci porti a Gesù; perché ci aiuti ad innamorarci di Lui e a seguirlo con tutto il cuore per le strade del mondo, portando soprattutto ai più deboli, concreta speranza. A Maria Immacolata chiediamo infine una benedizione speciale per il percorso sinodale che abbiamo appena iniziato.




Omelia per la messa di inizio anno pastorale 2019/2020 (Festa di San Luca – 18 ottobre 2019)

Omelia per la messa di inizio anno pastorale 2019/2020
(Festa di San Luca – 18 ottobre 2019)
Cattedrale di San Zeno – Pistoia

Con questa celebrazione eucaristica, diamo inizio, deponendolo nelle mani del Signore, all’anno pastorale 2019/2020, che è accompagnato dalla mia lettera pastorale «E di me sarete testimoni», la quale credo sia già nelle mani di molti di voi.

L’inizio dell’anno pastorale è anche tradizionalmente il momento del “mandato”; cioè di quel semplice ma significativo gesto con cui, coloro che hanno un ministero da svolgere nella comunità, dal più piccolo al più grande, con una particolare attenzione a quello del catechista, ricevono dal vescovo un vero e proprio mandato ecclesiale. Esso, possiamo dire, è il riconoscimento di una vocazione radicata nel Battesimo e nel sacerdozio comune dei fedeli, che pone la persona che lo riceve, al servizio nella chiesa per l’utilità comune. Nello stesso tempo, è invocazione del dono dello Spirito, perché il servizio sia portato avanti con fede, generosità, amore alla chiesa, competenza, generosità e umiltà.

Siamo riuniti qui insieme in assemblea eucaristica, stasera, presbiteri, diaconi, religiosi e laici. Diamo così una bella immagine del popolo santo di Dio che vive e testimonia il vangelo dalle montagne all’Arno, dalla periferia di Prato fino aldilà del Serravalle. Ringraziamo Dio che ci ha radunato come suo popolo. Con gratitudine ci nutriamo della parola di Vita e ci cibiamo dello stesso pane di vita, per camminare insieme, nello sforzo di un amore fraterno sincero e di una attenzione premurosa a tutti coloro che vivono nei nostri territori.

Oggi è anche la festa di San Luca, un evangelista, discepolo di Paolo. La sua memoria ci richiama a quello slancio missionario che sentiamo essere la chiamata di Dio per la nostra chiesa diocesana oggi. Una chiamata urgente che la mia lettera pastorale evidenzia e intende promuovere, indicando innanzitutto come lettura biblica, proprio quegli Atti degli apostoli che insieme al vangelo costituiscono l’apporto fondamentale alla storia della salvezza di San Luca.

La prima lettura, con l’elogio proprio di San Luca fatto da Paolo perché è il solo rimasto accanto a lui, ci fa capire che il cammino della chiesa, il cammino della evangelizzazione non è esente da difficoltà, da crisi, da momenti difficili, anche di sconforto. Dobbiamo metterli nel conto questi momenti. Non esiste una chiesa ideale o “altra”. Esiste la chiesa concreta che siamo noi: santa e insieme fatta di peccatori. Dobbiamo accettarlo e, senza recriminare l’un l’altro il nostro peccato, darci piuttosto una mano per aiutarci ad essere sempre più conformi a quanto il Signore vuole. Maturando la consapevolezza stessa di Paolo che dice nel brano ascoltato: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero».

La lettura dal libro degli Atti, anch’essa ci ha fatto capire che il Vangelo si sparge nel mondo attraverso la persecuzione e la fatica. Il vangelo che si diffonde ad Antiochia di Siria, è l’esempio più luminoso di come la parola di Dio sia capace di fruttificare in contesti e situazioni impensate. Basta che trovi cuori aperti e fiduciosi come vogliono essere i nostri cuori. E proprio da Antiochia partiranno i viaggi missionari di Paolo, la prima grande opera di evangelizzazione della storia cristiana.

Del Vangelo voglio sottolineare soltanto la frase «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» Frase che ho riportato anche nella mia lettera pastorale e che ben esprime l’urgenza di annunciare il vangelo a chi l’attende, magari anche senza saperlo, e che deve trovare in noi una parola di conforto, un gesto di amore, un annuncio di speranza vera.

Vorrei ora presentarvi brevemente la lettera pastorale che ho scritto come orientamento del cammino comune per quest’anno pastorale e che ben si intona con la parola di Dio ascoltata in questa eucaristia. «…E di me sarete testimoni» (Atti 1,8) è il suo titolo che riprende le parole di Gesù agli apostoli al momento dell’ascensione. Il sottotitolo esplicita bene il tema: «Con Gesù per le strade degli uomini».

Durante il cammino compiuto dalla diocesi in questi anni, suggellato dalla mia prima visita pastorale alle parrocchie da poco conclusasi, mi è parso che emergesse sempre più una necessità o meglio una chiamata del Signore: quella di annunciare di nuovo e con più entusiasmo, la Buona notizia del Regno; sia all’interno delle nostre parrocchie, dove la fede a volte si è fatta stanca, sia all’esterno, dove occorre una presenza amorosa, carica di speranza che dia prospettive di salvezza agli uomini e alle donne del nostro tempo. Stimolati in particolare dall’esortazione apostolica programmatica di Papa Francesco, Evangelii gaudium, ci siamo resi sempre più conto che noi – chiesa pistoiese – dobbiamo porre maggiore attenzione a quelle che ho chiamato “attese di vangelo”. Quelle situazioni personali o sociali cioè che, più o meno consapevolmente, manifestano un’attesa, un bisogno, la speranza di una notizia “davvero buona” che rinnovi la vita, dia pace e gioia, permetta di trovare un senso pieno alla propria esistenza. “Attese” che ci interpellano come singoli e come parrocchie, chiamati come siamo ad essere testimoni e annunciatori del Vangelo di Gesù. Queste “attese” sono tante e sono diffuse nelle persone e nelle nostre città. Dobbiamo saperle riconoscere e saper andare loro incontro con una concreta testimonianza d’amore. Penso per fare solo qualche esempio a tutto il mondo degli adolescenti e dei giovani; alle tante situazioni di fragilità e sofferenza che prostrano le persone; penso al bisogno di dignità umana spesso calpestata e oppressa; penso ancora alla crisi della ragione che è sotto gli occhi di tutti e alla debolezza estrema dei legami affettivi come, infine, a quella sete di speranza che nasce dalle profonde ferite della nostra anima.

In questi anni abbiamo però capito che per evangelizzare occorre anche crescere nel senso e nella pratica della vita comunitaria. In quel senso profondo di comunità, di famiglia che ha come fondamento il Signore Gesù; in quel senso ecclesiale di appartenenza a un popolo unito – ministri ordinati e laici – da una comune vocazione, un comune dono di grazia e una comune responsabilità in ordine alla evangelizzazione, che è la missione fondamentale della chiesa. È questa la seconda cosa che mi è balzata agli occhi nella visita pastorale compiuta in tutte le parrocchie della diocesi: dobbiamo senz’altro crescere nella comunione fraterna e nella capacità di camminare davvero insieme.

Tutto questo mi ha portato allora a delineare il cammino della chiesa di Pistoia nei prossimi anni in poche, sintetiche parole: lavoriamo per una chiesa sinodale e per un nuovo, diffuso slancio missionario.

Non meravigli la parola “sinodale”. La Chiesa manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice. Questo vuol dire in sostanza la parola “sinodale”, e la messa in atto di una Chiesa sinodale è ciò che da sempre il Signore chiede ai suoi discepoli come presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero Popolo di Dio.

Il lavoro pastorale di quest’anno per una chiesa sinodale aperta alla missione, sfocerà quindi in un vero e proprio Sinodo diocesano che celebreremo, a Dio piacendo, agli inizi del 2021. “Sinodo” è parola importante per la chiesa, fin dalle sue origini. Ed è stato così anche per la chiesa pistoiese, come ci dice la sua storia. Con questa mia lettera ho inteso pertanto comunicare ufficialmente la celebrazione di quello che sarà il I° sinodo della chiesa pistoiese dopo il Concilio Vaticano II, dedicato all’urgente tema della evangelizzazione nel mondo di oggi. Sarà un momento grande di grazia per la nostra chiesa – ne sono certo.

Allora, carissimi fratelli ed amici: camminiamo! Camminiamo insieme e andiamo avanti nella via della giustizia, della verità e dell’amore.

 

 




Ordinazione presbiterale Alessio Bartolini e Eusebiu Farcas (XIII domenica T.O. – 30 giugno 2019)

Ordinazione presbiterale Alessio e Eusebio
(XIII Domenica del tempo Ordinario Anno C)
Cattedrale di San Zeno 30 giugno 2019

Quarantacinque anni fa, come oggi, “cantavo Messa”; così si usava dire una volta. Ero stato ordinato presbitero insieme al compianto Vescovo Mansueto, la sera prima, solennità dei santi Pietro e Paolo, di sabato, esattamente come quest’anno. Anche allora, il 30 di giugno era la XIII domenica del tempo ordinario dell’anno C e le letture della Messa furono esattamente quelle che abbiamo ascoltato poco fa. Non fui io a fare l’omelia e dunque a commentarle; lo fece il mio parroco; però quelle letture le ho scolpite nella memoria.
Oggi sono qui dopo tanti anni, a ringraziare il Signore insieme a voi per il dono ricevuto con il sacramento dell’Ordine. Sono qui stasera, per motivi misteriosi noti solo al Signore e per una sacra potestà che viene solo dallo Spirito, anche per consacrare a mia volta, quale successore degli apostoli, due nuovi presbiteri.
Doppiamente grato al Signore, mi accingo a conferirvi, carissimi Alessio ed Eusebio, il sacramento dell’Ordine nel grado del presbiterato. Lo faccio veramente con tanta gioia, non solo per l’affetto che in questi anni ci ha unito ma anche perché vedo nella vostra Ordinazione, una speciale benedizione del Signore che ci accarezza, nonostante tutte le nostre deficienze, i nostri mali, le sofferenze che a volte ci procuriamo con le nostre stesse mani. Un nuovo prete è come la nascita di un figlio: è segno di speranza; è segno che Dio non ci ha abbandonato ma ci continua ad amare; è slancio per il futuro; è apertura gioiosa alla vita; è conforto alla nostra debolezza e linfa vitale per le nostre povere vite.
Ed io stasera, illuminato dallo Spirito Santo, vedo con occhi di speranza la nostra chiesa; sento di poter aprire il cuore alla fiducia, lodando il Signore per quanto ci dona.

Ci sono momenti, è vero, soprattutto a causa delle nostre piccinerie e chiusure di cuore e di mente, in cui il fiato si fa corto e l’animo rancoroso; in cui le difficoltà ad intendersi e a camminare gioiosamente insieme sembrano insormontabili. A volte ci prende un po’ di stanchezza perché c’è sempre da ricominciare daccapo, da ripartire, da riprovare, da ricucire, con l’aggiunta che a volte sembra persino tempo perso.
Cionostante, io vedo stasera lo Spirito Santo di Dio che lavora instancabilmente in noi e chi ha occhi abituati alla fede, non può non vedere le opere di Dio nella nostra chiesa, nelle nostre parrocchie, nel nostro presbiterio. Con gli occhi illuminati dalla fede e resi penetranti dalla potenza dello Spirito Santo stasera scorgo non solo il germogliare del grano ma anche le messi abbondanti, le spighe pronte per il raccolto e operai che mietono, con generosità, contenti di essere stati chiamati all’opera. Sono un visionario? Non credo.
L’ordinazione di questi nostri due fratelli è un segno evidente di tutto questo; sono un segno anche gli anniversari delle ordinazioni presbiterali e diaconali che stasera ricordiamo; come pure questa bella cattedrale stracolma di gente.
Affidiamoci allora con fiducia e speranza alla parola di Dio e ripercorriamo l’itinerario che le letture di oggi ci propongono. Lasciamoci prendere per mano dal Signore, certi che la sua Parola è lampada ai nostri passi. Ai vostri, carissimi Alessio ed Eusebio; e ai nostri, presbiteri, diaconi, religiosi e laici.

Nella prima lettura prende forma la chiamata di Dio: la chiamata al suo servizio. Eliseo, unto da Elia da cui riceve anche il mantello, si muove per questo. All’origine della sua missione c’è la volontà di Dio. Una chiamata che è anche gesto di attenzione e di amore da parte del Signore. Questa chiamata – carissimi amici – è all’origine non solo della nostra missione ma della nostra stessa vita. Noi siamo chiamati all’esistenza dall’infinito amore di Dio; siamo da Lui chiamati ad essere suoi figli; da lui ancora siamo chiamati a compiere una missione sulla terra; da Lui infine siamo chiamati a partecipare alla sorte dei santi nella luce nel Regno eterno di Dio.
Ricordiamocelo, dunque, fratelli e sorelle! Ricordatelo sempre anche voi, Alessio ed Eusebio. All’origine di noi stessi, di quello che siamo e che siamo chiamati a fare, c’è l’appello del Signore. In questa volontà d’amore sta il fondamento della nostra vita e della nostra missione, come del nostro stesso destino. In essa sappiate sempre rifondarvi ogni giorno.
Quando magari sarete tristi o abbattuti, ripensate con gratitudine che siete stati chiamati dal suo amore. Quando magari vi sentirete stanchi o sconfitti, ricordate che voi esistete e siete preti perché Lui vi ha chiamato. Così pure, quando proverete gioia e felicità, anche allora e forse lì ancora di più, sappiate che tutto è dono Suo e viene da Colui che ha pensato a voi e ha dato a voi le potenzialità per portare frutti di gioia per la bellezza della vostra e altrui vita.

Nella seconda lettura, sempre di chiamata si parla. San Paolo ci fa capire che la nostra è una chiamata alla libertà, ad essere pienamente liberi, ma ci dice altresì che tale libertà non consiste nel fare quello che ci pare e piace, bensì nell’amare. “Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il tuo prossimo come te stesso”.
Ecco si, l’amore; l’amore a misura di Cristo; l’amore che è dono di sè, che ci spinge a metterci al servizio, che ci fa guardare all’altro come ad una manifestazione preziosa di Dio: questo è ciò a cui si è chiamati tutti e a cui è chiamato in particolare il presbitero; per il quale, l’amore per il prossimo include in modo decisivo e prioritario – va sottolineato – il dono del Vangelo che è Gesù con la sua grazia di salvezza significata nei sacramenti.
Carissimi amici; carissimi Alessio ed Eusebio, non abbiate allora mai paura ad amare come il Signore ci ha insegnato: le persone e il popolo a cui sarete inviati; gli altri presbiteri confratelli, il vescovo, l’umanità tutta. Forse non sarà sempre facile. Anche l’apostolo Paolo, nella lettera ai Galati, mette in guardia su ciò che può capitare e cioè che ci si morda e ci si divori a vicenda. Parole grosse, che mettono di fronte a noi tutti un rischio che ben conosciamo. L’ironia beffarda con cui Paolo conclude, mostra l’insensatezza di tali comportamenti e invita a far prevalere almeno un minimo di buon senso: “badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri”. Non ci scandalizzino queste parole di Paolo, anzi, teniamole bene a mente perché il pericolo è sempre in agguato. Perciò, carissimi Alessio e Eusebio, sappiate rinnovare ogni giorno il vostro sincero impegno per creare comunione, partecipazione, incontro, condivisione; tentando di riannodare continuamente quei legami di amore che il Signore è venuto a stabilire e che noi spesso spezziamo. Siate lampade luminose d’amore; chiunque vi incontra, trovi un cuore aperto che si fa casa accogliente; e sappiate anche andare a cercare chi la casa non ce l’ha mai avuta o non ce l’ha più e ha bisogno di quella del vostro cuore, abitato da Cristo.

Le parole di Gesù nel Vangelo di Luca ci invitano alla missione, all’annuncio del Regno. È la chiamata che tutti ci coinvolge ma che stasera in modo speciale per voi si rinnova, carissimi Alessio e Eusebio.
Vorrei però soffermarmi un attimo soltanto sulla conclusione del brano evangelico, laddove Gesù dice che nessuno che metta mano all’aratro e poi si volti indietro, è adatto per il regno di Dio. Qui si afferma una cosa: che nel rispondere all’amore del Signore non ci devono essere rimpianti per ciò che si è lasciato, per le rinunce che il servizio del Regno richiede, per le “cipolle d’Egitto”, come dicono gli israeliti nel deserto. Bisogna invece andare avanti, a testa bassa, con ostinazione, a denti stretti, tesi alla meta; i ripensamenti possono essere buoni solo se sono il riconoscimento dei propri peccati per aprirsi alla grazia di Cristo. Non ci si può voltare indietro, se non per fare memoria della misericordia di Dio e ricordare le meraviglie che Egli ha operato in noi. Altrimenti no, occorre guardare avanti, con tenacia, rinnovando ogni giorno il santo proposito. La vita passa presto e il tempo dei ripensamenti è tempo perso; tempo tolto a Dio e ai fratelli.

Carissimi Alessio ed Eusebio, fate dunque attenzione a che non si insinui dentro di voi, come tentazione sottile, il rimpianto per ciò che avreste potuto essere o per ciò che avete lasciato. Reagite prontamente, perché il momento del volgersi indietro, come nostalgia o fantasia, qualche volta può capitare e può dar luogo a forme di compensazione che affogano la vita del prete e a volte la rendono persino ridicola. E può capitare anche sotto una curiosa forma: quella del rimpianto di ciò che è stato un tempo, di quel che era nel passato. Il passato è estremamente prezioso e là ci sono le nostre radici, senza le quali non ci sarebbe né presente né futuro. Le nostalgie sono però fuori luogo. Siate piuttosto amanti del tempo presente, pur con tutte le sue contraddizioni; capaci senz’altro di notarle e di rilevarle, richiamando gli uomini a riflettere e a convertirsi. Amate però il presente, il vostro tempo, quello di oggi e quello che vi sarà dato da vivere domani; con le sue sfide, le sue problematicità e anche le sue risorse. Sappiate guardare avanti con fiducia, nonostante tutto. Anche se dovesse crollare il mondo e capitassero le peggiori cose, siate sempre animati dalla speranza e dalla ferma convinzione che il Signore è fedele e che il suo amore è per sempre.

Si, il Signore è davvero fedele per sempre. E noi stasera, con gratitudine lo sperimentiamo. A Lui ogni onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen