Tre video interviste per “ripartire dalle domande”

Sul canale youtube diocesano interviste e relazioni on line per i linguaggi del divino

«Cosa determina le tue scelte? Quali sono le persone a cui credi? Perché?»

Sono alcune delle domande che accompagnano la riflessione sul credere oggi proposte dal tema dell’attuale edizione dei linguaggi del divino. Domande con cui si confrontano Padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato, che ha predicato lo scorso anno gli esercizi spirituali a Papa Francesco a alla curia romana; Lucia Agati, cronista della Nazione di Pistoia, Bernard Dika, giovane studente, “Alfiere della Repubblica Italiana”, molto popolare tra i ragazzi e sui social. Le tre brevi interviste sono disponibili sul canale youtube diocesano: diocesi di Pistoia.

I video sono a cura dell’Ufficio Comunicazioni Sociali e Cultura diocesano; le riprese e il montaggio di Massimo Rosario Mantero.

Sul canale youtube diocesano saranno anche disponibili le registrazioni video degli incontri in programma per il festival “i linguaggi del divino”.




“Un Welfare uguale per tutti”: favorire la costruzione di reti di protezione sociale

A Pistoia incontro a quattro voci per parlare di lavoro e Welfare. Ospiti della serata saranno Roberto Rossini, Marco Bentivogli, don Bruno Bignami, Stefano Franchi

PROGRAMMA

Venerdì 20 settembre 2019
ore 17.00
Aula Magna del Seminario vescovile di Pistoia

Interverranno:
MARCO BENTIVOGLI, segretario Generale FIM-CISL
ROBERTO ROSSINI, Presidente Nazionale ACLI
Don BRUNO BIGNAMI, Direttore della Pastorale Sociale Nazionale
STEFANO FRANCHI, Direttore di Federmeccanica




Novità per le parrocchie del comune di Lamporecchio

In data 16 agosto, Mons. Vescovo ha nominato parroco di S.Stefano in Lamporecchio e coordinatore pastorale di tutte le parrocchie del comune di Lamporecchio (Mastromarco, San Baronto, Orbignano e Porciano) il rev. don Mattia Klimek, trasferendolo in pari tempo dalle parrocchie di Pracchia e Lagacci.

In pari data ha anche confermato quali vicari parrocchiali e suoi collaboratori nel ministero parrocchiale i rev.di don Barnabé TchedJi e don Julien Zadji.

Mattia Klimek è presbitero di origine polacca incardinato nella diocesi di Pistoia. Ha iniziato il suo cammino verso il presbiterato in Polonia all’interno di una esperienza di vita monastica, ed è stato ordinato 27 anni fa a Cracovia. Presso la Pontificia Accademia di Teologia di questa città ha anche conseguito la laurea di dottorato in teologia spirituale. Successivamente è stato inviato in Italia dalla sua congregazione. Qualche anno dopo l’arrivo nel nostro paese è passato alla diocesi di Pistoia, dove gli sono state affidate le comunità di Pavana e Bacchereto. Successivamente don Mattia ha trascorso un lungo periodo in Sardegna nella diocesi di Tempio Ampurias. Dal 2016 era parroco delle parrocchie Pracchia, Lagacci e Frassignoni.

(comunicato)




Tre anni fa la scomparsa del vescovo Bianchi

Mons. Tardelli invita a celebrare una messa di suffragio nelle parrocchie della diocesi

Sabato 3 agosto ricorre il terzo anniversario della morte di Mons. Mansueto Bianchi, ultimo vescovo di Pistoia defunto.

In vista della ricorrenza il vescovo Tardelli raccomanda ai fedeli di pregare per lui e di celebrare in ogni parrocchia una santa messa in suffragio di Mons. Mansueto Bianchi nel giorno della scomparsa.

Mons. Tardelli celebrerà la santa messa di suffragio sabato 3 agosto alle ore 10.30 nella chiesa di Santa Maria a Colle (Lucca) presso la quale il vescovo Mansueto è stato sepolto.




Lettera Pastorale del Vescovo: «…E di me sarete testimoni»

Lettera pastorale del vescovo Fausto per il 2019 – 2020. Al centro una profonda riflessione sulla stato attuale della diocesi. Annuncio del Sinodo e dell’Anno Santo Jacobeo.

«Abbiamo camminato. Si, lo abbiamo fatto. Un po’ alla meglio, qualche passo avanti e qualche altro indietro. Non lo abbiamo fatto sempre tutti insieme, questo è vero; però almeno abbiamo cominciato a capire che insieme bisogna andare, perché siamo il Popolo di Dio, radunato nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, che vive nei territori di gran parte della provincia di Pistoia, di una parte della provincia di Prato e anche della provincia di Firenze. Siamo un solo popolo, seppur suddiviso in tante piccole o grandi comunità».

Cosi mons. Tardelli introduce la sua lettera pastorale “…E di me sarete testimoni” rivolta alla chiesa di Pistoia in occasione del prossimo anno pastorale. Una missiva che parte da un’analisi molto dura e critica della situazione della chiesa diocesana di oggi, che scaturisce dagli esiti della visita pastorale, da poco giunta al termine:

 

«La visita pastorale mi ha permesso di conoscere un po’ di più le piccole e grandi comunità parrocchiali della nostra diocesi. Una realtà, quella delle parrocchie, molto variegata e diversificata, sia per numero di abitanti che per partecipazione, vitalità e impegno pastorale, come per le modalità con cui si organizza e si affrontano i problemi».

 

Un viaggio che ha evidenziato sia le ricchezze che le criticità della diocesi, che fronteggia i tanti problemi della società odierna: la secolarizzazione, l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento delle aree di montagna: «Pur registrando alcune gravi lacune o deficienze, ho riscontrato generalmente una certa vivacità, una voglia di fare, di non arrendersi. Nonostante la partecipazione sia in calo e manchino spesso i ricambi man mano che i più anziani se ne vanno; pur con lo spopolamento che colpisce una parte della diocesi, mi sembra che il sentimento più diffuso sia quello, mi si passi l’espressione, di chi ha intenzione di “vender cara la pelle”, prima di chiudere».

Il vescovo riconosce in due principali punti l’impegno futuro per la diocesi: un rinnovato e maggiore impegno nell’evangelizzazione e la crescita nella pratica della vita comunitaria:

 

«Generalmente le nostre parrocchie sono fatte dal parroco, che può avere la responsabilità magari di una o più parrocchie, e dai suoi collaboratori. Quello che però mi pare spesso manchi, è un senso profondo di comunità; un senso cioè di appartenenza a una famiglia che ha come fondamento il Signore Gesù; quel senso ecclesiale di appartenenza a un popolo che si sente unito da una comune vocazione, da un comune dono di grazia e da una comune responsabilità».

Accanto alla dimensione comunitaria c’è la difficoltà nell’evangelizzazione: «La dimensione missionaria delle nostre parrocchie è piuttosto carente e l’attenzione alle “attese di vangelo” delle persone ancora troppo debole. Intendo qui per “attese di vangelo” tutte quelle situazioni personali o sociali che, più o meno consapevolmente, manifestano un’attesa, un bisogno, la speranza di una notizia “davvero buona” che rinnovi la vita, dia pace e gioia, permetta di trovare un senso pieno alla propria esistenza.

Mons. Tardelli prova ad individuare le principali attese di Vangelo che vanno ad incrociare le aspettative delle persone, in particolare dei giovani. Oltre alla evidente difficoltà nel coinvolgere e strutturare gruppi giovanili, il vescovo annota:

 

«Quello che mi preoccupa non è solo la scarsità di gruppi giovanili, quanto l’assenza di elementi giovani – intendo qui soprattutto giovani adulti – nell’impegno pastorale delle parrocchie, nella vita concreta delle comunità parrocchiali. Nei consigli pastorali, tra i catechisti e nell’insieme dei collaboratori parrocchiali che ho incontrato nella visita pastorale, le persone giovani scarseggiano un po’. Forse nelle giovani generazioni non c’è disponibilità o attenzione alle cose dello spirito? Tutti occupati con l’università o col lavoro oppure, se sposati, con la famiglia e le tante faccende del mondo? Forse le nostre parrocchie non sono a misura di gente che ha famiglia, lavora ed è alle prese con i problemi quotidiani della vita? Son fatte solo per bambini e pensionati? Dovremmo allora ripensare le nostre parrocchie?»

Oltre a parrocchie,  luogo accogliente e di comunione, mons. Tadelli individua altre attese di Vangelo, altrettanto urgenti: «c’è bisogno che il Vangelo della pace liberi e ritempri la mente: eccome se ce n’è bisogno, perché le ferite della ragione sanguinano mortalmente e il peggio è che spesso neanche ci se ne accorge. Ferite che si approfondiscono con l’avanzare nella cultura di un’idea di uomo ridotto a materia manipolabile, a “macchina”, a “consumatore”; col prevalere dell’ideologia tecnologica che dice tutto sul “come” ma rimane muta sui “perché”.

Un’ altra attesa riguarda le persone  “ferite” nella dignità:

 

«I modi sono tanti, la causa però è chiara: quella cultura dello “scarto” che domina il mondo. Anche per quanto riguarda l’affettività umana – afferma Tardelli – c’è attesa di una “buona notizia”. Per “cuore” intendo qui tutto ciò che ha attinenza con la relazionalità umana, con la sua dimensione affettivo-relazionale. La difficoltà ad avere relazioni affettive stabili e durature per mancanza di amore o per le sue caricature, è sotto gli occhi di tutti. Le nostre famiglie sono spesso ferite, disarticolate e riaggregate, cangianti; a volte sono luogo d’inimmaginabile violenza».

Le teorie del “gender” che confondono e negano addirittura le identità sessuali basilari, lacerano, feriscono; vorrebbero sanare, ma il rimedio appare peggiore del malanno.  La solitudine, ancor più drammatica nel mondo della comunicazione globale e dei “social”, ci ammala ed intristisce la vita fino all’angoscia e di questa solitudine senza futuro, la denatalità che colpisce gravemente il nostro paese è un segno inequivocabile.

Infine, l’attesa di una “buon notizia” si avverte in ciò che riguarda più propriamente la nostra anima. La corruzione e l’assopimento della coscienza morale; la trasgressione sistematica dei comandamenti di Dio; il peccato in pensieri, parole, opere e omissioni; l’allontanamento di Dio dal cuore, dalla mente e dagli spazi sociali, tutto questo ferisce in modo a volte mortale la nostra anima.

Concluse le analisi il vescovo traccia la strada dei prossimi anni, indicando la messa in stato sinodale della diocesi: «la strada per i prossimi anni sembra in qualche modo tracciata dai “segni dei tempi”, ciò però non potrà avvenire senza uno sforzo di partecipazione e condivisione le più larghe possibili, con il più ampio coinvolgimento di persone e comunità. 

 

«Quello che del resto la chiesa ha sempre fatto fin dai tempi apostolici quando si è trovata nella necessità di individuare il cammino secondo il pensiero di Dio: mettersi insieme in ascolto dello Spirito, confrontarsi, parlarsi, fare “discernimento comunitario”. E questo si esprime con una parola ben precisa che la tradizione della Chiesa ci ha consegnato: sinodo. Il cammino di quest’anno sfocerà poi in un vero e proprio Sinodo diocesano che celebreremo, a Dio piacendo, agli inizi del 2021»

Infine – conclude il vescovo – Con l’inizio del 2021 prenderà l’avvio – e lo annuncio qui solennemente con grande gioia – anche l’anno santo iacobeo. È tradizione infatti che quando la festa di San Giacomo, cioè il 25 di luglio, cada di domenica, quello sia un anno santo speciale, celebrato con grande solennità a Santiago de Compostela. Questa volta però lo celebreremo anche noi, dal momento che custodiamo da secoli la reliquia più importante di San Giacomo apostolo, dopo quella di Santiago, dalla quale la nostra fu tratta. Già sono stati presi contatti con l’Arcivescovo di Santiago che, con la sua diocesi, si è mostrato molto contento di celebrare l’anno santo insieme con noi».

(Red.)

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San Jacopo: un culto che spiega l’anima della città e il cammino della chiesa pistoiese

Nell’omelia del vescovo Tardelli per la solennità di San Jacopo il valore di un culto che ha segnato, attraverso i valori dell’accoglienza e del pellegrinaggio, la storia della nostra città. Nel segno di san Jacopo apostolo anche il futuro prossimo della città, invitata a cogliere le attese di Vangelo del nostro tempo e a camminare insieme verso il sinodo diocesano nell’anno jacobeo 2021.

L’apostolo San Giacomo il maggiore è un
nostro fratello e amico. In lui abbiamo un grande testimone della fede, fino
all’effusione del sangue. Egli fu infatti il primo degli apostoli a subire il
martirio, ucciso di spada per le mani del re Erode, come ci dice il libro degli
Atti. Fratello di Giovanni l’evangelista, fu pronto a lasciare le reti quando
il Signore Gesù lo chiamò sulle rive del lago di Tiberiade per divenire
pescatore di uomini. Spesso fu con Gesù nei momenti salienti della vita del
salvatore e imparò da Lui, come ci ha ricordato il vangelo poco fa, la via
dell’umiltà e del servizio. Un’antica tradizione dice che sia stato in Spagna a
portare il Vangelo.

Discepolo fedele di Cristo, membro del
collegio apostolico, evangelizzatore, testimone di amore con il dono della
propria vita: sono tanti i motivi per sentirci onorati di avere un così nobile
e grande patrono. Non va dimenticato poi il forte richiamo alla carità che il
culto iacobeo porta con sé: infatti, dopo il ritrovamento dei resti mortali
dell’apostolo a Compostela, si sviluppò un vasto movimento di pellegrini che
portò a quella singolare pratica dell’ospitalità e dell’accoglienza che fece
fiorire ospizi, ospedali e luoghi di servizio e carità un po’ dovunque, lungo
le antiche vie di comunicazione.

San Jacopo è patrono speciale della
città di Pistoia, della comunità civile cioè, non soltanto di quella ecclesiale.
Comunità che saluto, qui rappresentata dalle autorità civili e militari, dalle
realtà economiche e sociali del territorio, dalle associazioni storiche e
culturali, come dai cittadini tutti presenti.

Avere al centro della città le reliquie del santo apostolo che fu compagno di Gesù, evangelizzatore e martire; averle poi da così tanti secoli, racchiuse in scrigni di affascinante bellezza come un tesoro prezioso, è un fatto che merita attenzione. Significa che la nostra città non è un agglomerato informe di case e costruzioni, di vicoli e vie senza nesso, affidate al caso e abitate da un insieme occasionale di individui. Essa è invece una città, una “civitas”, una comunità cioè di uomini e donne liberi che si riconoscono fratelli diversi l’uno dall’altro, ma con gli stessi diritti e gli stessi doveri, rispettosi della dignità di ognuno; persone che interagiscono tra di loro, sentendosi un popolo, con una storia e un destino. La nostra città ha dunque un suo centro, urbanistico e simbolico a un tempo, ben rappresentato dalla nostra meravigliosa piazza del duomo. Non è però un centro del potere, come spesso si interpreta e come a prima vista potrebbe sembrare. Il vero centro infatti è dato dalla reliquia dell’apostolo Giacomo e cioè dalla testimonianza di un uomo che ha dato la vita per restare fedele alla sua coscienza, consumando la sua esistenza nel servizio degli altri e dal cui culto si sono affermati nei secoli i valori del pellegrinaggio e dell’accoglienza. Da questa testimonianza di dedizione e di servizio, trovano senso anche i “poteri” che sulla piazza si affacciano.

Fu la fede cristiana a motivare la
collocazione della reliquia del santo nel cuore della città e a suscitare tante
imprese d’arte e d’ingegno, insieme ad operose iniziative di carità. Essa ha
ancora da dire qualcosa all’uomo di oggi e alla città di Pistoia. Può ancora
alimentare creatività, opere di generosità e di bellezza. Occorre però che non
ci si accontenti di celebrazioni esteriori. Non serve mostrare o esibire
simboli cristiani o fare qualche rievocazione storica: la fede cristiana
dovrebbe tornare ad essere orizzonte luminoso di senso e vita vissuta
nell’esistenza quotidiana. Ciò non vuol dire sminuire l’importanza e il valore
di altri orizzonti di pensiero e di azione, di cultura e religione, che sono i
benvenuti in mezzo a noi e coi quali la fede cristiana vuole solo dialogare e
confrontarsi.  

In questa occasione così importante per la diocesi e la città è consuetudine che io consegni gli orientamenti pastorali per l’anno che ci sta davanti e che inizierà a settembre. “…E di me sarete testimoni” (Atti 1,8) è il titolo della lettera pastorale che consegnerò e riprende le parole di Gesù agli apostoli al momento dell’ascensione. Il sottotitolo esplicita bene il tema: “Con Gesù per le strade degli uomini”.

Durante il cammino compiuto dalla diocesi in questi anni, suggellato dalla mia prima visita pastorale alle parrocchie da poco conclusasi, mi è parso che emergesse sempre più una necessità o meglio una chiamata del Signore: quella di annunciare di nuovo e con più entusiasmo, la Buona notizia del Regno; sia all’interno delle nostre parrocchie, dove la fede a volte si è fatta stanca, sia all’esterno, dove occorre una presenza amorosa, carica di speranza che dia prospettive di salvezza agli uomini e alle donne del nostro tempo. Stimolati in particolare dall’esortazione apostolica programmatica di Papa Francesco, “Evangelii gaudium”, ci siamo resi sempre più conto che noi – chiesa pistoiese – dobbiamo crescere come una vera e variegata comunità fraterna e corresponsabile, facendo maggiore attenzione a quelle che ho chiamato “attese di vangelo”. Quelle situazioni personali o sociali cioè che, più o meno consapevolmente, manifestano un’attesa, un bisogno, la speranza di una notizia “davvero buona” che rinnovi la vita, dia pace e gioia, permetta di trovare un senso pieno alla propria esistenza. “Attese” che ci interpellano come singoli e come parrocchie, chiamati come siamo ad essere testimoni e annunciatori del Vangelo di Gesù. Queste “attese” sono tante e sono diffuse nelle persone e nelle nostre città. Dobbiamo saperle riconoscere e saper andare loro incontro con una concreta testimonianza d’amore. Penso per fare solo qualche esempio a tutto il mondo degli adolescenti e dei giovani; alle tante situazioni di fragilità e sofferenza che prostrano le persone; penso al bisogno di dignità umana spesso calpestata e oppressa; penso ancora alla crisi della ragione che è sotto gli occhi di tutti e alla debolezza estrema dei legami affettivi come, infine, a quella sete di speranza che nasce dalle profonde ferite della nostra anima.

In questi anni abbiamo però capito che per evangelizzare occorre anche crescere nel senso e nella pratica della vita comunitaria. In quel senso profondo di comunità, di famiglia che ha come fondamento il Signore Gesù; in quel senso ecclesiale di appartenenza a un popolo unito – ministri ordinati e laici – laici – lo ribadisco – da una comune vocazione, un comune dono di grazia e una comune responsabilità in ordine alla evangelizzazione, che è caratteristica fondamentale della chiesa.

Tuto questo mi ha portato allora a delineare il cammino della chiesa di Pistoia nei prossimi anni in poche, sintetiche parole: lavoriamo per una chiesa sinodale e per un nuovo, diffuso slancio missionario.

Non meravigli la
parola “sinodale”. La Chiesa manifesta e realizza in concreto il suo essere
comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare
attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice. Questo
vuol dire in sostanza la parola “sinodale”, e la messa in atto di una Chiesa
sinodale è ciò che da sempre il Signore chiede ai suoi discepoli come presupposto
indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero Popolo
di Dio.

Il lavoro pastorale di quest’anno per
una chiesa sinodale aperta alla missione, sfocerà quindi in un vero e proprio
Sinodo diocesano che celebreremo, a Dio piacendo, agli inizi del 2021. “Sinodo”
è parola importante per la chiesa, fin dalle sue origini. Ed è stato così anche
per la chiesa pistoiese, come ci dice la sua storia. Con questa mia lettera intendo
pertanto comunicare ufficialmente la celebrazione di quello che sarà il I°
sinodo della chiesa pistoiese dopo il Concilio Vaticano II, dedicato all’urgente
tema della evangelizzazione nel mondo di oggi. Sarà un momento grande di grazia
per la nostra chiesa – ne sono certo.

Ma non è finita qui. Con l’inizio del 2021 prenderà anche avvio – e con grande gioia lo annuncio qui solennemente– l’anno santo iacobeo. È tradizione che quando la festa di San Giacomo, cioè il 25 di luglio, cade di domenica, quello sia un anno santo speciale, celebrato con grande solennità a Santiago de Compostela. Questa volta però lo celebreremo anche noi, dal momento che custodiamo da secoli la reliquia più importante di San Giacomo apostolo, dopo quella di Santiago, dalla quale tra l’altro la nostra fu tratta. Già sono stati presi contatti con l’Arcivescovo di Santiago che, con il Capitolo dei canonici di quella Cattedrale, si è mostrato molto contento di celebrare l’anno santo insieme con noi. La memoria di un apostolo come San Giacomo, per l’appunto di un evangelizzatore, ci accompagnerà verso la missione e spero vivamente che le celebrazioni dell’anno santo promuovano un grande fervore di fede e di carità in tutta la Diocesi, riflettendosi positivamente anche sull’intera città e provincia di Pistoia.

Mentre dunque il prossimo 2020 ci
vedrà sostanzialmente impegnati in un capillare lavoro di mobilitazione e
preparazione, l’anno 2021 sarà davvero speciale per la nostra chiesa: si aprirà
– a Dio piacendo – con la celebrazione del Sinodo diocesano sul tema della
evangelizzazione e si dipanerà nella memoria festosa e impegnativa di un grande
apostolo, testimone della fede fino al dono della vita, esempio luminoso di
quella gioia del vangelo a cui Papa Francesco ci ha di continuo richiamato in
questi anni.

Allora, carissimi fratelli ed amici: ultreya! “Più avanti”, “sempre oltre”. Con l’antico e caratteristico grido dei pellegrini di San Jacopo, camminiamo insieme e andiamo avanti nella via della giustizia, della verità e dell’amore.

+ Fausto Tardelli, vescovo




Salvare l’antica Pieve di Sant’Andrea

Al via un percorso di progettazione e valorizzazione di una delle più antiche chiese della città. Obiettivo: salvare il complesso e tutelare il pulpito di Giovanni Pisano.

PISTOIA – La chiesa di Sant’Andrea è uno dei luoghi più significativi della città di Pistoia, mèta di migliaia di turisti che ogni giorno visitano i suoi straordinari tesori d’arte sacra, primo fra tutti, il pulpito di Giovanni Pisano, capolavoro dell’arte gotica conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Un tesoro “fragile”, bisognoso di cure e soprattutto di una vigilanza continua, a tutela di opere d’arte che ogni giorno rischiano di essere irrimediabilmente danneggiate.

Un’esigenza che ha condotto la parrocchia a prevedere un
contributo d’ingresso per i turisti, secondo una modalità  già attiva
in molte chiese “monumentali” delle diocesi italiane e toscane, come il complesso
monumentale di Piazza dei Miracoli a Pisa (Battistero, Cattedrale, Campanile e
Camposanto), la Cattedrale di Siena o della più vicina Lucca, da decenni attiva
in molte chiese di Firenze. Una scelta difficile ma necessaria per garantire la
custodia e la conservazione dei capolavori dell’antica pieve pistoiese.

Il progetto prevede l’accesso libero durante l’orario delle
celebrazioni, lasciando l’opportunità, per chi volesse sostare in preghiera nei
giorni feriali o negli orari al di fuori delle funzioni, di fermarsi nella compagnia
del SS. Crocifisso adiacente l’ingresso principale alla Chiesa; un ambiente
raccolto,  tutto da scoprire, in cui sarà
collocato il SS. Sacramento. Dal pagamento del biglietto saranno poi esentati i
cittadini di Pistoia.

«La chiesa di Sant’Andrea e i tesori in essa contenuti sono un patrimonio di tutta la comunità pistoiese – spiega don Luca Carlesi, responsabile della parrocchia e arciprete della cattedrale –. Purtroppo la chiesa, il campanile e la canonica hanno bisogno urgente di importanti lavori di manutenzione e le casse della parrocchia, pur contando sugli aiuti della diocesi, non ce la fanno a coprire le spese necessarie. Inoltre – aggiunge Carlesi – negli ultimi tempi la chiesa è stata continuamente oggetto di atti vandalici, furti, scorribande e veri e propri atti osceni.

Le telecamere di videosorveglianza infatti documentano un progressivo peggioramento della situazione e un aumento dei rischi per la chiesa. Le immagini parlano di gravissimi rischi sia per le opere d’arte, in particolare il pulpito, ma anche di una necessaria tutela della sacralità del luogo. Nel prossimo futuro si rende quindi necessario e improcrastinabile attivare un servizio di custodia, promozione e vigilanza».

Il progetto, attualmente in fase di ultimazione, dovrebbe
prendere il via prossimamente, quando sarà 
illustrato ai cittadini e alle stampa.

La chiesa di Sant’Andrea risale all’alto medioevo, quando era
collocata appena fuori dalla prima cerchia di mura. Fin da allora è indicata
come ‘pieve’, cioè dotata di fonte battesimale, e ricordata come «seconda per
dignità soltanto alla Cattedrale».

All’interno si trova il celebre pulpito di Giovanni Pisano, firmato e datato 1301:
capolavoro di scultura e micro-architettura. Un’opera conosciuta, apprezzata e
studiata in tutto il mondo, ma che risente di problemi statici che e necessita
di monitoraggi studi continui, ultimamente sovvenzionati dai benefattori di “Friends of Florence”.




Mano nella mano, sulle orme di Gesù

Partirà
nella notte del 25 luglio, solennità di San Jacopo, il pellegrinaggio
diocesano  in Terra Santa. Novanta i
pellegrini guidati dal vescovo Tardelli, in gran parte giovani e giovanissimi;
tra loro anche alcuni disabili.

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è un decisione
etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona,
che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». Le
parole di Benedetto XVI, estratte dall’enciclica Deus Caritas est, esprimono sinteticamente il senso del prossimo
pellegrinaggio diocesano in Terra Santa. Un pellegrinaggio davvero eccezionale,
per numero di partecipanti e composizione del gruppo. Partiranno infatti in novanta
da Pistoia la notte del 25 luglio, sulle orme dell’apostolo Giacomo – il santo
patrono dei pellegrini –  diretti in
Israele, per ripercorrere i luoghi e le vicende che hanno cambiato la storia,
riascoltare e incontrare la persona viva di Gesù.

I pellegrini saranno accompagnati dal vescovo Fausto Tardelli, che
guiderà un folto gruppo di giovani e giovanissimi, in particolare volontari
dell’associazione Maria Madre Nostra, attiva presso il Centro Maic di Pistoia,
alcuni giovani disabili che frequentano il Centro, ma anche altri giovani
amici, i seminaristi e alcuni giovani in discernimento vocazionale. Tra gli
accompagnatori don Diego Pancaldo, docente di religione e assistente spirituale
dell’associazione Maria Madre Nostra, don Ugo Feraci, rettore del Seminario e
don Alessio Bartolini, prete novello, vice parroco di Quarrata.

Un viaggio impegnativo, perché non è facile coordinare 90
pellegrini, tra cui alcuni disabili, ma certamente importante: in primo luogo
per la semplice testimonianza di comunione e integrazione, poi perché segno per
l’intera diocesi, invitata ad accogliere le attese dei giovani e ad
accompagnare all’incontro con Cristo. Il pellegrinaggio in Terra Santa è
un’occasione unica, afferma Guido, un giovane pellegrino, per «camminare sulle
orme di Gesù mano nella mano»; «è un po’ il coronamento del percorso di
catechesi con i ragazzi del Centro Maic svolto durante l’anno» aggiunge
Rachele, altra giovane volontaria, ma anche l’opportunità – ribatte l’amica
Giovanna – «per scoprire qualcosa di se stessi e scoprire l’Altro attraverso
l’altro».

«Un pellegrinaggio che ho inteso promuovere lo scorso anno a Roma,
in occasione dell’incontro dei giovani italiani con papa Francesco – ricorda il
vescovo Tardelli – . Con questi ragazzi andremo in Terra Santa a nome di tutta
la diocesi per vivere un momento davvero ecclesiale. Un’occasione per andare
incontro a quella “attesa di Vangelo” che i giovani manifestano, certamente con
i loro modi, ma che purtroppo la comunità cristiana e le nostre parrocchie non
riescono sempre a intercettare». «È anche l’occasione per far presente a questi
giovani pellegrini il messaggio del papa: “Cristo vive. Egli è la nostra
speranza e la più bella giovinezza di questo mondo…Lui vive e ti vuole vivo!”».

Il viaggio prevede il percorso “classico” dei pellegrini in Terra
Santa. All’arrivo in Israele,il 26 luglio, il gruppo visiterà Nazareth, in
Galilea, per poi spostarsi nei giorni successivi sui luoghi santi attorno al
lago di Tiberiade e sul monte Tabor. Seguirà la discesa verso Gerusalemme
attraverso il deserto di Giuda. I pellegrini alloggeranno poi a Betlemme da
dove si sposteranno per visitare Gerusalemme e fare un’escursione a Qumran e
sul mar Morto. A Betlemme incontreranno anche il custode di Terra Santa Padre
Francesco Patton. Il rientro è previsto per venerdì 2 agosto.

Per esprimere il valore diocesano del pellegrinaggio monsignor Tardelli
conferirà a tutti i pellegrini un vero e proprio “mandato” che sarà celebrato,
all’interno di un momento di preghiera, in Cattedrale martedì 23 luglio alle
ore 21.  Sarà poi possibile seguire il
pellegrinaggio online, attraverso il sito diocesano o i canali social diocesani
per camminare tutti insieme incontro al Signore, perché – come scrive papa
Francesco nella sua esortazione apostolica Christus
vivit
, Gesù Cristo, «non solo è venuto, ma viene e continuerà a venire ogni
giorno per invitarti a camminare verso un orizzonte sempre nuovo».




Una vita per la Chiesa. Festa per i giubilei sacerdotali

Domenica 30 giugno alle ore 18 in Cattedrale, in occasione delle ordinazioni presbiterali di don Alessio Bartolini ed Eusebiu Farcas, saranno anche ricordati gli anniversari di ordinazione presbiterale e diaconale. Quest’anno, infatti, la diocesi festeggia i cinquanta anni di vita sacerdotale di don Domenico Fini, don Gino Frosini, don Paolo Palazzi e il venticinquesimo di sacerdozio di Mons. Patrizio Fabbri, don Tommaso Chalupczak, don Valerio Mazzola, don Paul Devreux, don Elia Madu.

Accanto a questi giubilei sacerdotali ci piace ricordare il 40° di ordinazione di don Giordano Favillini e il 70° di don Napoleone Toccafondi, parroco di Spignana.

Abbiamo raccolto le loro testimonianze per raccontare la bellezza del ministero e non dimenticare il loro contributo alla vita della Chiesa di Pistoia. Una bella occasione per ringraziare il Signore e ripercorrere l’ultimo tratto di storia della nostra diocesi.

A cura di Daniela Raspollini

Cinquanta anni di vita sacerdotale

Don Paolo Palazzi

Don Paolo Palazzi

Come è nata la sua vocazione?

La mia vocazione è nata nel seno della mia famiglia, per la fede semplice e forte dei miei genitori che facevano della domenica il giorno più bello e importante della settimana proprio a partire dalla loro libera e gioiosa partecipazione alla Santa Messa. Allora si andava volentieri a messa: il parroco era la persona più importante del paese ed era molto amato dalla gente; le chiese piene di gente. Ricordo che una volta venne don Furio Fabbri  e mi condusse “con forza” in Seminario.

Dove ha svolto il servizio sacerdotale?

Sono stato ordinato presbitero nella Chiesa Cattedrale di Pistoia da mons. Mario Longo Dorni il 29 Giugno 1969. Dopo l’ordinazione il vescovo mi mandò a Vicofaro, come Cappellano di don Baroncellli, dove ricordo ancora i tanti ragazzi e giovani che frequentavano la comunità. La prima parrocchia dove ho imparato a esercitare il mio ministero di parroco è stata quella di san Pietro a Castra: ho ancora nel mio cuore tutte le persone legate alle mie prime esperienze ecclesiali. Ma sopratutto è lì che nel 1977 ho conosciuto l’esperienza del Cammino Neocatecumenale, dove lentamente Gesù Cristo mi ha trasformato. Affermo con sincerità e verità che le comunità neocatecumentali sono state, dopo la mia ordinazione sacerdotale, l’evento ecclesiale più importante della mia vita. È il cammino che mi ha fatto avvicinare, conoscere e amare i gruppi di preghiera di Padre Pio da Pietrelcina e anche le altre associazioni.

Il vescovo Simone Scatizzi nel marzo del 1982 mi ha dato l’incarico di parroco della Parrocchia della Vergine o meglio della parrocchia delle sante Maria e Tecla alla Vergine, che ho tenuto fino al Dicembre 2006, quando il vescovo Bianchi mi ha chiamato per l’ufficio di suo Vicario Generale. Ricordo con tanto affetto i gruppi presenti nella mia parrocchia. Le comunità Neocatecumenali, i gruppi di preghiera di san Pio da Pietrelcina, i gruppi del Vangelo, Il coro della parrocchia, Il Sicomoro  e il coro Gospel. Voglio ricordare con gioia i 30 catechisti per la Cresima e la Comunione, i 15 catechisti per il dopo cresima e la comunione e i giovani che potevano crescere nella fede con l’aiuto dello Spirito Santo. Voglio ricordare anche il gruppo legato al Centro Giovani sempre presente nella vita della comunità parrocchiale che ha servito con umiltà e con fedeltà. In ultimo ricordo il Consiglio di amministrazione e il Consiglio pastorale; numerose famiglie delle quali ho sperimentato la generosità, amicizia e fraternità cristiana.

Nel dicembre del 2006 mons. Bianchi mi ha dato l’ufficio di Vicario Generale che ho esercitato fino al Maggio 2014. Da Maggio a Dicembre 2014, durante la sede vacante, ho esercitato in Diocesi l’ufficio di Amministratore Diocesano. Chiedo perdono al Signore per la mia fragilità umana nell’aver guidato per breve tempo la diocesi di Pistoia. Sono stato Vicario Generale di mons. Fausto Tardelli fino a tutto il dicembre 2015. Ora da tre anni e sei mesi sono nella Parrocchia di santa Maria Immacolata dove sto trascorrendo i momenti più belli della mia vita di presbitero,  forse perché sono più vicino al passaggio da questa vita all’altra, ma sopratutto perché ho conosciuto persone stupende con le quali vivo, parlo, discuto, prego, annuncio il Vangelo e celebro l’Eucarestia. In Parrocchia ci sono importanti itinerari cristiani che devono sempre crescere nella testimonianza del Signore. Sono il gruppo dei catechisti per la cresima e per la Comunione e per il dopo Cresima, la pastorale battesimale e dei malati, l’Azione Cattolica, le Comunità Neocatecumenali, i gruppi di preghiera di padre Pio, i gruppi del Vangelo, la Caritas parrocchiale, il movimento apostolico ciechi, l’adorazione eucaristica del primo Venerdì del mese.

Poi ci sono i gruppi di servizio, come le donne che puliscono la Chiesa, le donne del mercatino e tutte le persone della grande organizzazione del sabato sera.

Il Signore, infine, mi ha fatto un dono stupendo: il 13 Giugno scorso, alle ore 7, ho concelebrato a Santa Marta con papa Francesco, di cui ricordo ancora gli occhi sofferti, sereni e sicuri che trasmettevano la santità di Cristo crocifisso e risorto e la fermezza di un santo pastore che ama la sua Chiesa e il mondo intero. L’ho abbracciato e ho detto grazie per la sua fedeltà al Vangelo e alla Chiesa.

Quale è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Fare il prete nella Chiesa cattolica è bellissimo; obbedire, essere poveri e casti in Cristo è possibile solo con l’aiuto della grazia di Dio e custodendo nel cuore la sua parola (Sal 118,9). Questo ti da una gioia impressionante nell’annunciare il Vangelo a tutte le genti. Penso ai giardini profumati del Cantico dei Cantici, alla bellezza dello sposo, al talamo nuziale eterno e dolcissimo per continuare a gridare «Quanto sei bello amato mio, attirami sempre dietro a te» con l’aiuto di Maria santissima, tua diletta sposa e nostra Madre.

Don Domenico Fini

DON DOMENICO FINI

Come è nata la vocazione?

La mia vocazione è maturata nel tempo, infatti dopo la quinta elementare ho scelto di entrare in seminario e la mia vocazione si è rafforzata fino a decidermi di diventare prete. Eravamo 120 aspiranti sacerdoti, però a scegliere questa strada siamo stati in quattro. Io sono stato ordinato il 29 giugno 1969 da Mons. Mario Longo Dorni.

Dove ha svolto il suo servizio sacerdotale?

All’inizio del mio ministero sono andato a Pian degli Ontani perché il parroco di allora aveva avuto un incidente stradale, poi sono stato a Montale dove allora era in servizio don Baldino Baldini e lì facevo il cappellano. Vi sono rimasto fino alla fine del 1970. Successivamente mi hanno trasferito a Bardalone dove mi trovo ancora adesso. Oltre alla mia parrocchia ho svolto servizio anche per altre parrocchie della montagna: Pontepetri, Lagacci, Limestre. Attualmente sono a Bardalone e faccio servizio anche a Pontepetri e Orsigna.

Nella sua opera pastorale quali sono state le difficoltà, le gioie?

Vi sono state delle difficoltà perché quella era una zona non facile. La popolazione era di estrema sinistra, erano indifferenti e il fatto religioso non faceva parte della loro vita, il sacerdote non era nelle loro aspettative.

Le gioie sono state il vedere che adesso le cose sono cambiate; la realtà è un’altra e il mio impegno è stato ripagato con affetto e stima da parte dei fedeli. Adesso vi è una comunità con aspetti certamente negativi e positivi in cui circa il 10% partecipa alle funzioni religiose. Per quanto riguarda le tradizioni popolari religiose ho un bel ricordo di quando un tempo si festeggiava il santo patrono della Parrocchia di Bardalone: “San Giovacchino”.

Qual è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Vorrei dire che scegliere di fare il sacerdote non è un cammino facile, ma con pazienza è un bel cammino! Vorrei dire a coloro che sceglieranno questa strada che ne vale assolutamente la pena.

Don Gino Frosini

 

DON GINO FROSINI

Don Gino, come è nata la vocazione?

Sono i disegni del destino.. il Signore mi ha chiamato ed io ho risposto con semplicità e dedizione.

Dove ha svolto il servizio sacerdotale?

Ho alle spalle un lungo cammino pastorale, infatti sono ad oggi 70 anni di servizio speso in tre diverse parrocchie: a San Vitale, San Pierino, poi San Sebastiano e infine Chiazzano, dove sono stato ventidue anni.

Ci sono delle figure che vuole ricordare?

Sì, mi piace ricordare una figura di sacerdote, don Mario Gherardini che ho avuto la fortuna di conoscere quando ero in servizio a San Vitale. Gli ho voluto tanto bene e lui mi ha insegnato tante cose, tra le quali l’amore per la gente; la sua testimonianza di fede e di impegno pastorale è stata grande e significativa per me. Era un sacerdote che seguiva con grande amore la sua parrocchia e lui è stato per me un esempio da imitare!

Nella sua opera pastorale si voluto dedicare alle missioni, specialmente in Africa; come è nato questo suo interesse?

Un paesano a suo tempo mi ha fatto conoscere Padre Agostini, il quale mi ha portato con sè in un viaggio in Africa. Da quel momento ho trovato un grande interesse per quelle terre povere: è stata un’esperienza che mi ha segnato e ho voluto proseguire su questa strada, occupandomi personalmente di queste terre, promuovendo progetti a sostegno di quelle popolazioni. Ho voluto aderire all’Associazione Amici dell’Africa di Martine Bugiani di Casalguidi, collaborando con loro tramite la mia parrocchia di Chiazzano. Di recente sono stato in Africa con Martine a Gennaio…

Quale messaggio vuole darci dopo tutti questi anni?

Vorrei dire che vale la pena scegliere la vita consacrata e scegliere di diventare prete.

 

Venticinque anni di vita sacerdotale

Mons. Patrizio Fabbri

Mons. Patrizio Fabbri

Venticinque anni di sacerdozio: fare memoria del dono ricevuto, consapevole che c’è stata una sproporzione fra ciò che si riceve e quello che si è capaci di contenere nel giorno dell’ordinazione, ma ancora di più nell’esercizio del ministero. È impossibile raccontare tutto quello che sono stati questi venticinque anni!

In questi giorni risuona nelle mie orecchie il testo di Isaia 55,6-9: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri».

Credo fermamente che la chiamata ricevuta da nostro signore Gesù Cristo a seguirlo più da vicino sulla via del presbiterato sia un allenamento ad alzare gli occhi verso l’alto per misurare ogni giorno quanto il «cielo sovrasti la terra».

Per noi “empi e iniqui”, quando ci accorgiamo di non essere capaci di calcolare quanto le sue vie sovrastino le nostre vie rimane la consolazione di tornare da colui che «largamente perdona». Un grazie di cuore a tutti coloro che in questi anni mi hanno aiutato a capire la bellezza di questo dono e a quanti mi hanno insegnato a custodirlo.

don Cristiano d’Angelo

 

DON CRISTIANO D’ANGELO

Come è nata la vocazione?

La prima volta in cui ricordo di aver voluto vivere come Gesù risale alla mia infanzia quando all’età di 5 o 6 anni circa avevo visto il film su San Francesco di Assisi di Zeffirelli. Ricordo benissimo dopo il film di aver sentito la bellezza di una vita che poteva essere anche la mia e che mi sarebbe piaciuto vivere. Naturalmente fu solo una folgorazione momentanea, che tuttavia si impresse così profondamente in me da non essersi mai più cancellata dalla memoria anche se per anni non ho più ripensato a quella esperienza, se non alla soglie dell’ordinazione, quando cercando di ricostruire gli inizi della mia vocazione mi apparve chiaro che in quella visione dell’infanzia c’era già tutto quello che avrei desiderato vivere. Ma prima di allora la mia è stata una vita normale, come quella di tanti ragazzi, cresciuto in una famiglia dalle origini contadine, emigrata in toscana dagli Abruzzi, nella quale ho imparato il valore dell’impegno, dell’amore per la natura e i suoi ritmi, l’importanza della parola data, il senso del dovere e la responsabilità, l’importanza delle relazioni amicali e dell’aiuto reciproco.

Nella mia famiglia non si parlava molto di Dio, ma Dio era una presenza normale, e così fu fino a quando, divenuto adolescente, negli anni del liceo ho incontrato la filosofia e la riflessione critica che mi portarono ad allontanarmi dalla fede e dalla chiesa per qualche anno. In realtà in me il bisogno di cercare la verità non si era mai sopito e così, mentre vivevo come ogni ragazzo  le gioie e le sfide della gioventù, continuavo a leggere filosofi e religioni. Ma la vera svolta fu quando per una serie di circostanze cominciai a frequentare un piccolo gruppo di giovani in parrocchia a Casini guidati da suor Giovanna Cheli che leggeva settimanalmente la Parola di Dio. Il salmo “tu mi scruti e mi conosci” e il vangelo di Gesù che abbraccia i bambini furono per me come due terremoti interiori che, paradossalmente, mi mostrarono un volto di Dio in cui non credevo ancora, ma che mi affascinava e che rispondeva al mio bisogno di un assoluto che non schiaccia l’altro, ma anzi si identifica con gli ultimi e i piccoli. Il paradosso di quel Dio, infinito e onnipotente che si annulla per amore, mi turbava e mi innamorava. Non ritrovai, comunque, subito la fede, ma continuai ad andare al gruppo giovani, approfondendo il vangelo e camminando insieme ad altri ragazzi in un cammino di crescita umano e spirituale, accompagnato dal servizio anche in parrocchia, dove mi scosse molto il lavoro con i bambini nei campi estivi e un servizio a una famiglia povera della parrocchia. Nel frattempo crescevo e cominciavo a sentire dentro qualcosa che prima non conoscevo, una gioia che non sapevo dire, ma che era reale e presente ogni volta che nel silenzio, o contemplando la vita o ascoltando il vangelo, o facendo un servizio emergeva e si imponeva alla mia coscienza, anche al di là delle mie prese di posizioni teoriche contro l’esistenza di Dio e la fede. E così ormai dentro ero cambiato fino a quando mi fu chiesto in occasione di un Natale di riconfessarmi, cosa che alla fine feci, e che mi portò una gioia così grande che desiderai subito donare la mia vita al Signore, perché avevo sempre detto a me stesso che se avessi scoperto Dio non avrei potuto vivere che per Lui. Il bravo confessore in cui incappai e che in seguito divenne per un lungo tempo mio padre spirituale mi disse di aspettare e di fare le cose con calma, e così feci, ma mai venne meno la mia scelta.

In definitiva la mia vocazione è stata una lunga gestazione che non ci sarebbe stata senza la mia famiglia, senza l’incontro con il Vangelo e la parola di Dio, senza l’esperienza di un cammino insieme ad altri ragazzi, e senza l’esperienza del servizio e dei poveri.

Dove hai svolto il servizio da presbitero?

Dopo un breve periodo come vice rettore in seminario e vice parroco a Casini fui mandato dal vescovo nella parrocchia di San Francesco a Bonistallo dove continuo attualmente a fare il parroco.

Nella tua opera pastorale quali sono state le difficoltà più grandi, quali le gioie più significative?

Credo che la sfida più grande di oggi è la dispersione, le troppe cose che si fanno, mentre invece credo si dovrebbe tornare all’essenziale: l’annuncio del vangelo; le relazioni; la costruzione di comunità cristiane vive e consapevoli con cui camminare insieme e condividere il compito missionario; la testimonianza della carità.

Le gioie sono state tantissime ma mi piace qui ricordare l’esperienza ogni volta sorprendente dell’opera di Dio che ti fa crescere, ti irrobustisce, ti rinnova, quando ti dedichi agli altri, quando parlando del vangelo e rendendoti disponibile all’ascolto ti accorgi che proprio attraverso coloro che tu servi Dio ti visita e ti conferma nella fede.

Ci sono figure che vuoi ricordare?

Certamente tutti coloro con cui sono cresciuto e che mi hanno aiutato a scegliere con libertà e consapevolezza a diventare prete. Ma poi tutte quelle persone, e sono tante, che in questi anni di vita parrocchiale mi hanno lasciato esempi luminosi di fede, di speranza e di carità.

Qual è il tuo messaggio dopo tutti questi anni?

In questi anni sono molto cambiato e grazie a Dio posso dire di aver visto molte volte operare la grazia di Dio. Questo dunque è il mio messaggio, Cristo vive ancora e il Vangelo è ancora capace di trasformare i cuori degli uomini in sorgenti di pace. Tornare al Vangelo, questo è il mio messaggio, e Lui lo Spirito di verità ci condurrà a Dio.

Don Tommaso Chalupczak

Don Tommaso Chalupczak

Come è nata la sua vocazione?

Da sempre volevo diventare sacerdote. Senza dubbio ha consolidato questo desiderio la mia famiglia, soprattutto la bisnonna, che mi portava ogni giorno a mezzogiorno ad un vicino convento a suonare le campane all’Angelus Domini. Poi sono state importanti la vocazione sacerdotale del cugino di mia madre e l’elezione al soglio pontificio di Giovanni Paolo II.

Dove ha svolto il servizio sacerdotale?

Dopo l’ordinazione avvenuta nella mia città, Kielce, il 4 giugno 1994 ho lavorato per due anni come viceparroco e cappellano dell’ospedale e in una parrocchia di ottomila abitanti. Le prime messe, le prime confessioni, il buon rapporto con il parroco e altri due viceparroci, il contatto con i malati, tante volte abbandonati alla solitudine e alla morte, le amicizie con le persone più grandi, ma desiderose di avere una guida, sono rimasti profondamente impressi nel mio cuore. Dal 1996 al 2003 il vescovo mi ha mandato a Roma al Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo per conseguire il dottorato di Sacra Liturgia. Tra i benedettini ho trovato tanti professori bravi e alcuni anche umili. Proprio studiando ho cominciato a venire a Pistoia, dove il vescovo Simone Scatizzi mi ha mandato per un mese a Vignole per aiutare don Patrizio Fabbri e poi a San Pantaleo per sostituire mons. Bertini, che era molto malato. Dopo la sua morte ho vissuto una bella esperienza pastorale a San Pantaleo con tanti amici, che con la loro vicinanza sono diventati la mia famiglia. Quando due mesi prima del dottorato mi ruppi la gamba, nella canonica di San Pantaleo non mi mancava niente. Nella mia parrocchia italiana ho sperimentato la bellezza dell’amicizia di tante persone.

Senza dubbio un’altra bella esperienza, che ho avuto a Roma, fu l’amicizia con le suore del Papa. Una di esse – la cuoca Suor Germana – proveniva dalla mia città. Questo fatto mi ha dato la possibilità di incontrare spesso San Giovanni Paolo II, la cui presenza mi intimoriva e incoraggiava nello stesso tempo.

Poi nell’agosto del 2003 il vescovo di Kielce mi fece tornare in diocesi. Per me fu doloroso dover interrompere le amicizie ed intraprendere una vita nuova, ma obbedienza è obbedienza. Per sei mesi ho lavorato come viceparroco del Duomo, poi sono tornato per un intervento alla gamba a Pistoia, mantenendo così i rapporti con gli amici. Tornato a Kielce sono stato il segretario del vescovo Casimiro e di Mons. Mariano (vescovo ausiliare e frequentemente ospite a Pistoia) , professore del seminario, cerimoniere e moderatore diocesano della liturgia. Nel 2007 ha deciso di tornare a Pistoia, dove dopo qualche mese ho cominciato a svolgere il servizio nella Parrocchia della Vergine. Da un anno e mezzo sono di nuovo a San Pantaleo e nelle parrocchie di Collina e Vinacciano.

Nella sua opera pastorale quali sono state le difficoltà più grandi, quali le gioie?

Una delle esperienze più toccanti che ho fatto a Pistoia è stata quella di poter assistere il vescovo Simone negli ultimi mesi della sua vita portandogli ogni giorno l’Eucarestia e soprattutto poter partecipare all’estrema unzione (sic!) che gli impartii tre giorni prima della sua morte. Il vescovo preparò per questo rito le letture, che lui stesso lesse. Mi è rimasto impresso soprattutto il frammento delle Confessioni di sant’Agostino: «tardi ti ho amato, Bellezza Antica… Io Ti cercavo fuori, e Tu eri dentro di me». L’esperienza di una persona che con serenità e fede affronta la morte non si può scordare.

Una delle cose che più mi turbano è assistere al cambiamento dell’Europa, che perde la fede cristiana. Ventotto anni fa, durante un oratorio estivo ci è stato letto un racconto intitolato “L’ultimo monaco di un convento”. Allora nel nostro seminario di Kielce c’erano 250 seminaristi. Quell’articolo ci sembrava assurdo. Purtroppo in breve siamo arrivati a questo.

Qual è il messaggio che vuole dare dopo tutti questi anni ?

“Grazie”! Ringrazio Dio per il bene che mi ha dato. Quando ero in seminario volevo celebrare almeno una messa: in 25 anni quante ne ho dette? Colgo l’occasione per salutare gli amici e per ringraziarli per tutto il bene, che in questi anni mi hanno dato!

Don Valerio Mazzola

Don Valerio Mazzola

Come è nata la tua vocazione?

La mia vocazione è nata dopo una preghiera alla Madonna che mi ha convertito all’età di 14 anni. La mia vocazione era missionaria, mi piacevano le missioni. Sono entrato nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi e ho studiato fino all’età di 28 anni, ricevendo anche l’ordine del diaconato a Brescia. Poi sono uscito dall’ordine per fare un’esperienza a Ivrea nel mondo operaio e ho chiesto la dispensa dallo stato clericale. Dopo alcuni anni trascorsi nel mondo del lavoro nel 1970, su consiglio di un padre carmelitano, sono venuto in Toscana all’Eremo di Campiglione e ci sono rimasto per tre anni; poi sono sceso a Firenze in una Casa Famiglia per ragazzi handicappati dove sono rimasto fino al 1976, quindi mi sono ritirato a Stia nel Casentino, in una canonica messa a mia disposizione dal parroco, e lì ho trascorso nove mesi circa. Fu in quel periodo che ho sentito rifiorire in me la vocazione sacerdotale che credevo spenta del tutto. Nel 1998 sono venuto a Pistoia su invito di Mons. Scatizzi che mi aveva conosciuto già nell’eremo e sono rimasto nella comunità di Don Giordano Favillini. Nel 1990 mons. Scatizzi mi ha mandato nella parrocchia di Villa Baggio dopo essere reintegrato nel clero con la dispensa da Roma. Nel 1994 sono stato ordinato sacerdote insieme a Don Patrizio Fabbri e a Paul Devreux.

Dopo l’ordinazione sono rimasto sempre a Villa Di Baggio fino al Febbraio di questo anno dopo che mi hanno ricoverato in ospedale; adesso sono in seminario per curarmi.

Quali sono state le difficoltà e le gioie nella sua opera pastorale?

La difficoltà è stata dal punto di vista religioso: le persone erano persone buone, ma non molto spirituali, erano travolte dalle necessità della vita, dai problemi e per questo motivo la presenza alla Liturgia era scarsa rispetto al numero degli abitanti del paese. La gioia è stata quella di essere un sacerdote che ha cercato di svolgere al meglio possibile il suo ministero. E pensare che non avrei mai desiderato essere un parroco diocesano, ma mi sarebbe piaciuto essere un prete missionario.

Ci sono delle figure che vuole ricordare?

Ricordo mons. Scatizzi, che per me è stato un papà, mi ha voluto bene e mi ha voluto nella sua diocesi. Ricordo anche con molto affetto lo scomparso Mansueto Bianchi, che considero il mio fratello maggiore. Le persone da ricordare sarebbero tante, ma non posso fare nomi di ciascuno, li porto sempre nella mia preghiera.

Qual è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Dopo le varie esperienze burrascose della vita si può enucleare un messaggio tratto dal versetto di un salmo (52,10): «Io invece come olivo verdeggiante nella casa di Dio. Mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre». Credo che il valore della della propria vita consista proprio nel sapersi abbandonare a questa fedeltà che non viene mai meno. A tale proposito vorrei aggiungere anche un altro versetto tratto dal salmo 93,14: «La sua eredità non la può abbandonare».

don Elia Madu

DON ELIA MADU

Come è nata la vocazione?

La mia vocazione al sacerdozio era stata preceduta dalla grazia di essere nato in una famiglia cattolicissima e dai genitori cattolicissimi, con un’educazione alla fede cattolica ben salda. Tra gli anni sessanta e settanta ero molto interessato alla professione medica e contemporaneamente sentivo il richiamo verso il sacerdozio. In questi anni, facendo il chierichetto in parrocchia, la vocazione al sacerdozio prese il sopravvento sulla professione medica. Sono quindi entrato nel seminario minore nel 1971. Terminati gli studi teologici nel 1983 sono entrato nell’Ordine Francescano (Cappuccini) dal 1984 e 1988. Nello stesso anno del 1988, lasciando i Cappuccini sono entrato nella diocesi di Pistoia.

Dove hai svolto il servizio da presbitero?

Sono stato ordinato sacerdote nel 1994 e ho prestato il mio primo servizio sacerdotale Popiglio fino a 1997. Dal 1998 faccio il Parroco nella Parrocchia di Castra. Più precisamente, ho incominciato a venire qui verso la fine del 1997, quando andavo da Popiglio a Castra per le celebrazioni festive.

Nella tua opera pastorale quali sono state le difficoltà più grandi, quali le gioie più significative?

Per quanto riguarda le difficoltà maggiori, direi che le difficoltà sono state tante come in qualsiasi ambito di vita, ma sinceramente non ho ricordo di quali siano state le maggiori. Le gioie più significative invece sono state e sono tuttora, tutte le volte che ho celebrato e comunicato il corpo e il sangue di Cristo alle creature di Dio che per la prima volta ricevono questo sacramento.

Ci sono figure che vuoi ricordare?

Le figure da ricordare sono tre: il Canonico Don Renato Gargini, Mons. Simone Scatizzi, Mons. Mansueto Bianchi per tutto quanto mi ha donato il Signore tramite ognuno  di loro.

Qual è il tuo messaggio dopo tutti questi anni?

Il mio messaggio è questo: sono arrivato al sacerdozio per vie lunghe e tortuose, ma oggi sono felicissimo. Perseveranza e pazienza è il mio augurio a tutti.

DON PAUL DEVREUX

Come è nata la sua vocazione?

La mia vocazione è nata e maturata nella comunità Passionista di Forrottoli, prima situata sul monte Argentario.

Dove ha svolto il suo servizio sacerdotale?

Ho servito 18 parrocchie. Prima a Pian degli Ontani e dintorni. Poi all’Immacolata, Val di Bure e Santo Moro. Da tre anni mi occupo di Campiglio, Piazza e Cireglio.

Nella sua opera pastorale quali sono state le difficoltà, quali le gioie?
La difficoltà più grande è accontentare chi si considera un buon cristiano. La soddisfazione più bella è quella di riuscire a proporre il Vangelo ai lontani.

Ci sono delle figure che vuole ricordare?

Figure importanti sono state Padre Vittorio della comunità di Forrottoli, per la sua accoglienza.
Padre Virginio Spicacci, gesuita, che mi ha dato gli strumenti per spiegare quello che vivo.

Qual è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Il mio messaggio è che il Vangelo è bello da vivere e da annunciare.

 

Settantesimo di sacerdozio

don Napoleone Toccafondi

don Napoleone Toccafondi

Don Napoleone è nato il 13 febbraio 1926 a Quarrata. Prima di salire in montagna don Napoleone è stato cappellano a Carmignano in aiuto a Don Mario Frati, poi parroco a Limite sull’Arno dal 1949 al 1951. Poi è stato trasferito a Lizzano e Spignana, dove ora, novantaquattrenne, risiede e opera. Dopo la sua ordinazione ha dedicato fino ad oggi la sua vita a Cristo, nonostante la sua età e gli acciacchi celebra ancora la Santa Messa nella sua parrocchia di Spignana. Nel 1952, appena arrivato nelle sue parrocchie, ha dato un aiuto non solo spirituale, ma anche materiale, infatti ha restaurato la chiesa di Spignana e la sua canonica. Nel 2017 il vescovo Tardelli ha nominato da Napoleone Toccafondi canonico onorario della Basilica Cattedrale.

Sono 17 anni ormai che risiedo in montagna e devo dire che don Napoleone è stata una grande figura per tutti noi, non solo per la parrocchia di Spignana ma anche per le altre parrocchie come Lizzano e Popiglio.

In tutti questi anni è stato un buon esempio per noi preti nella vita come uomo e come sacerdote . Per le sue parrocchie di Spignana e Lizzano ha fatto tanto e fino ad ora rappresenta una autorità del luogo.

Nel 1952, appena arrivato nelle sue parrocchie, ha dato un aiuto non solo spirituale, ma anche materiale, infatti ha restaurato la chiesa di Spignana e la sua canonica.

Don Adamo Tabiszewski

 

Quarant’anni di ordinazione sacerdotale

don Giordano Favillini

Don Giordano Favillini

 Come è nata la sua vocazione?

Ho percepito la mia vocazione per la prima volta a 14 anni e dopo un ritiro organizzato dall’Azione Cattolica a Limestre decisi di entrare in Seminario. Sono stato ordinato presbitero il 22 aprile 1979, allora domenica in Albis, oggi domenica della Divina Misericordia. Nel luglio del 1977 fui ordinato diacono e subito il Rettore mi chiese di collaborare con la nascente Caritas di cui sono stato vicedirettore fino all’inizio degli anni novanta. Contemporaneamente sono stato responsabile del servizio civile della Caritas fino al 1995. Nello stesso tempo come diacono ho fatto servizio nelle parrocchie di San Felice e Sant’Alessio, poi per tre anni da sacerdote sono stato cappellano a San Michele alle Casermette.

Dove ha svolto il servizio sacerdotale ?

Nei primi anni del mio ministero, insieme ad altri amici, ho iniziato la realtà di Casa Mamre nell’accoglienza di tanti ragazzi in difficoltà e sono stato incaricato della pastorale giovanile della Diocesi. Infine ho svolto il servizio di parroco a San Paolo, quindi alla Basilica della Madonna dell’Umiltà. La nascita della Fraternità di Gerusalemme, l’Adorazione Eucaristica perpetua e altro.

Nella sua opera pastorale quali sono state le difficoltà più grandi, quali le gioie?

Le difficoltà sono state diverse: una nel non essere capito nel ministero pastorale, un’altra nel dover operare dei cambiamenti per rendere comprensibile la fede in un tempo di grandi trasformazioni, pur rimanendo nel tracciato della sana Tradizione, senza trovare sempre l’aiuto in questa operazione così difficile. Le gioie sono state tante: è difficile poterle citare. Comunque una è stata vedere tante persone che hanno scoperto l’amore di Dio e il cambiamento della loro vita.

Ci sono delle figure che vuole ricordare?

In questi anni ho conosciuto tante persone che hanno influito sulla mia vita: dal Rettore di seminario mons. Frosini, fr. Roger di Taizè, Carlo Carretto, Mons. Scatizzi, con il quale ho avuto un buon rapporto, don Mauro Gatti, tante altre persone che ho conosciute; da tutte ho ricevuto molto, per ricordarle sarebbero troppe.

Qual è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Vale la pena dedicare tutta l’esistenza al Signore, con Lui la vita diventa una bellissima avventura per niente noiosa e piena di imprevisti meravigliosi. Ma ciò che entusiasma di più è sapere che con la mia povera umanità, attraverso l’ordinazione sacerdotale sono strumento che perpetua nel tempo e nella storia la Misericordia di Dio e la Redenzione del mondo che si compie nella celebrazione Eucaristica.




AC: Campi estivi per tutti

Un’occasione unica per crescere insieme alla luce del Vangelo

Anche quest’anno l’Azione Cattolica organizza per tutti i bambini, le bambine e i ragazzi della diocesi i campi estivi; un’esperienza di convivenza, scambio e fraternità mirata a approfondire la spiritualità e la capacità di condivisione e partecipazione di tutti e di tutte.

Il tempo estivo è infatti un’ottima occasione per dedicare una settimana di tempo al cammino di fede personale, altrimenti difficile da realizzare durante l’anno mentre i ragazzi si dividono tra impegni scolastici, sportivi e sociali.

Il Campo estivo per le elementari e le medie si svolgerà presso San Martino Altoreggi ( Figline Valdarno) dal 25 al 31 Agosto; le attività saranno come sempre orientate verso l’educazione alla responsabilità, al lavoro di gruppo e alla condivisione di momenti di catechesi e di gioco, per ricevere informazioni specifiche è possibile contattare Damiano (suppressa.damiano@yahoo.it) o Sara (saraferri@hotmail.it).

Per i ragazzi e le ragazze delle Scuole Superiori invece, l’appuntamento è per la settimana dal 29 Luglio al 4 Agosto; il campo per loro si svolgerà nella casa estiva dell’Azione Cattolica di Firenze “Il Cernitorio”, Pelago e referenti a cui rivolgersi sono Luca (lucaneri.ing@gmail.com) e Sara (saratagliasacchi@gmail.com).

Tutti possono partecipare ai campi estivi dell’AC, infatti queste esperienze sono immaginate come dei brevi percorsi di riflessione a misura dell’età dei partecipanti e, attraverso la catechesi esperienziale e i momenti di partecipazione, ascolto e divertimento, sono un’occasione per un incontro individuale e di gruppo con il Vangelo; un’occasione per conoscere la realtà dell’Azione Cattolica a 360 gradi!

Laura Simonetti