Mano nella mano, sulle orme di Gesù

Partirà
nella notte del 25 luglio, solennità di San Jacopo, il pellegrinaggio
diocesano  in Terra Santa. Novanta i
pellegrini guidati dal vescovo Tardelli, in gran parte giovani e giovanissimi;
tra loro anche alcuni disabili.

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è un decisione
etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona,
che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». Le
parole di Benedetto XVI, estratte dall’enciclica Deus Caritas est, esprimono sinteticamente il senso del prossimo
pellegrinaggio diocesano in Terra Santa. Un pellegrinaggio davvero eccezionale,
per numero di partecipanti e composizione del gruppo. Partiranno infatti in novanta
da Pistoia la notte del 25 luglio, sulle orme dell’apostolo Giacomo – il santo
patrono dei pellegrini –  diretti in
Israele, per ripercorrere i luoghi e le vicende che hanno cambiato la storia,
riascoltare e incontrare la persona viva di Gesù.

I pellegrini saranno accompagnati dal vescovo Fausto Tardelli, che
guiderà un folto gruppo di giovani e giovanissimi, in particolare volontari
dell’associazione Maria Madre Nostra, attiva presso il Centro Maic di Pistoia,
alcuni giovani disabili che frequentano il Centro, ma anche altri giovani
amici, i seminaristi e alcuni giovani in discernimento vocazionale. Tra gli
accompagnatori don Diego Pancaldo, docente di religione e assistente spirituale
dell’associazione Maria Madre Nostra, don Ugo Feraci, rettore del Seminario e
don Alessio Bartolini, prete novello, vice parroco di Quarrata.

Un viaggio impegnativo, perché non è facile coordinare 90
pellegrini, tra cui alcuni disabili, ma certamente importante: in primo luogo
per la semplice testimonianza di comunione e integrazione, poi perché segno per
l’intera diocesi, invitata ad accogliere le attese dei giovani e ad
accompagnare all’incontro con Cristo. Il pellegrinaggio in Terra Santa è
un’occasione unica, afferma Guido, un giovane pellegrino, per «camminare sulle
orme di Gesù mano nella mano»; «è un po’ il coronamento del percorso di
catechesi con i ragazzi del Centro Maic svolto durante l’anno» aggiunge
Rachele, altra giovane volontaria, ma anche l’opportunità – ribatte l’amica
Giovanna – «per scoprire qualcosa di se stessi e scoprire l’Altro attraverso
l’altro».

«Un pellegrinaggio che ho inteso promuovere lo scorso anno a Roma,
in occasione dell’incontro dei giovani italiani con papa Francesco – ricorda il
vescovo Tardelli – . Con questi ragazzi andremo in Terra Santa a nome di tutta
la diocesi per vivere un momento davvero ecclesiale. Un’occasione per andare
incontro a quella “attesa di Vangelo” che i giovani manifestano, certamente con
i loro modi, ma che purtroppo la comunità cristiana e le nostre parrocchie non
riescono sempre a intercettare». «È anche l’occasione per far presente a questi
giovani pellegrini il messaggio del papa: “Cristo vive. Egli è la nostra
speranza e la più bella giovinezza di questo mondo…Lui vive e ti vuole vivo!”».

Il viaggio prevede il percorso “classico” dei pellegrini in Terra
Santa. All’arrivo in Israele,il 26 luglio, il gruppo visiterà Nazareth, in
Galilea, per poi spostarsi nei giorni successivi sui luoghi santi attorno al
lago di Tiberiade e sul monte Tabor. Seguirà la discesa verso Gerusalemme
attraverso il deserto di Giuda. I pellegrini alloggeranno poi a Betlemme da
dove si sposteranno per visitare Gerusalemme e fare un’escursione a Qumran e
sul mar Morto. A Betlemme incontreranno anche il custode di Terra Santa Padre
Francesco Patton. Il rientro è previsto per venerdì 2 agosto.

Per esprimere il valore diocesano del pellegrinaggio monsignor Tardelli
conferirà a tutti i pellegrini un vero e proprio “mandato” che sarà celebrato,
all’interno di un momento di preghiera, in Cattedrale martedì 23 luglio alle
ore 21.  Sarà poi possibile seguire il
pellegrinaggio online, attraverso il sito diocesano o i canali social diocesani
per camminare tutti insieme incontro al Signore, perché – come scrive papa
Francesco nella sua esortazione apostolica Christus
vivit
, Gesù Cristo, «non solo è venuto, ma viene e continuerà a venire ogni
giorno per invitarti a camminare verso un orizzonte sempre nuovo».




Una vita per la Chiesa. Festa per i giubilei sacerdotali

Domenica 30 giugno alle ore 18 in Cattedrale, in occasione delle ordinazioni presbiterali di don Alessio Bartolini ed Eusebiu Farcas, saranno anche ricordati gli anniversari di ordinazione presbiterale e diaconale. Quest’anno, infatti, la diocesi festeggia i cinquanta anni di vita sacerdotale di don Domenico Fini, don Gino Frosini, don Paolo Palazzi e il venticinquesimo di sacerdozio di Mons. Patrizio Fabbri, don Tommaso Chalupczak, don Valerio Mazzola, don Paul Devreux, don Elia Madu.

Accanto a questi giubilei sacerdotali ci piace ricordare il 40° di ordinazione di don Giordano Favillini e il 70° di don Napoleone Toccafondi, parroco di Spignana.

Abbiamo raccolto le loro testimonianze per raccontare la bellezza del ministero e non dimenticare il loro contributo alla vita della Chiesa di Pistoia. Una bella occasione per ringraziare il Signore e ripercorrere l’ultimo tratto di storia della nostra diocesi.

A cura di Daniela Raspollini

Cinquanta anni di vita sacerdotale

Don Paolo Palazzi

Don Paolo Palazzi

Come è nata la sua vocazione?

La mia vocazione è nata nel seno della mia famiglia, per la fede semplice e forte dei miei genitori che facevano della domenica il giorno più bello e importante della settimana proprio a partire dalla loro libera e gioiosa partecipazione alla Santa Messa. Allora si andava volentieri a messa: il parroco era la persona più importante del paese ed era molto amato dalla gente; le chiese piene di gente. Ricordo che una volta venne don Furio Fabbri  e mi condusse “con forza” in Seminario.

Dove ha svolto il servizio sacerdotale?

Sono stato ordinato presbitero nella Chiesa Cattedrale di Pistoia da mons. Mario Longo Dorni il 29 Giugno 1969. Dopo l’ordinazione il vescovo mi mandò a Vicofaro, come Cappellano di don Baroncellli, dove ricordo ancora i tanti ragazzi e giovani che frequentavano la comunità. La prima parrocchia dove ho imparato a esercitare il mio ministero di parroco è stata quella di san Pietro a Castra: ho ancora nel mio cuore tutte le persone legate alle mie prime esperienze ecclesiali. Ma sopratutto è lì che nel 1977 ho conosciuto l’esperienza del Cammino Neocatecumenale, dove lentamente Gesù Cristo mi ha trasformato. Affermo con sincerità e verità che le comunità neocatecumentali sono state, dopo la mia ordinazione sacerdotale, l’evento ecclesiale più importante della mia vita. È il cammino che mi ha fatto avvicinare, conoscere e amare i gruppi di preghiera di Padre Pio da Pietrelcina e anche le altre associazioni.

Il vescovo Simone Scatizzi nel marzo del 1982 mi ha dato l’incarico di parroco della Parrocchia della Vergine o meglio della parrocchia delle sante Maria e Tecla alla Vergine, che ho tenuto fino al Dicembre 2006, quando il vescovo Bianchi mi ha chiamato per l’ufficio di suo Vicario Generale. Ricordo con tanto affetto i gruppi presenti nella mia parrocchia. Le comunità Neocatecumenali, i gruppi di preghiera di san Pio da Pietrelcina, i gruppi del Vangelo, Il coro della parrocchia, Il Sicomoro  e il coro Gospel. Voglio ricordare con gioia i 30 catechisti per la Cresima e la Comunione, i 15 catechisti per il dopo cresima e la comunione e i giovani che potevano crescere nella fede con l’aiuto dello Spirito Santo. Voglio ricordare anche il gruppo legato al Centro Giovani sempre presente nella vita della comunità parrocchiale che ha servito con umiltà e con fedeltà. In ultimo ricordo il Consiglio di amministrazione e il Consiglio pastorale; numerose famiglie delle quali ho sperimentato la generosità, amicizia e fraternità cristiana.

Nel dicembre del 2006 mons. Bianchi mi ha dato l’ufficio di Vicario Generale che ho esercitato fino al Maggio 2014. Da Maggio a Dicembre 2014, durante la sede vacante, ho esercitato in Diocesi l’ufficio di Amministratore Diocesano. Chiedo perdono al Signore per la mia fragilità umana nell’aver guidato per breve tempo la diocesi di Pistoia. Sono stato Vicario Generale di mons. Fausto Tardelli fino a tutto il dicembre 2015. Ora da tre anni e sei mesi sono nella Parrocchia di santa Maria Immacolata dove sto trascorrendo i momenti più belli della mia vita di presbitero,  forse perché sono più vicino al passaggio da questa vita all’altra, ma sopratutto perché ho conosciuto persone stupende con le quali vivo, parlo, discuto, prego, annuncio il Vangelo e celebro l’Eucarestia. In Parrocchia ci sono importanti itinerari cristiani che devono sempre crescere nella testimonianza del Signore. Sono il gruppo dei catechisti per la cresima e per la Comunione e per il dopo Cresima, la pastorale battesimale e dei malati, l’Azione Cattolica, le Comunità Neocatecumenali, i gruppi di preghiera di padre Pio, i gruppi del Vangelo, la Caritas parrocchiale, il movimento apostolico ciechi, l’adorazione eucaristica del primo Venerdì del mese.

Poi ci sono i gruppi di servizio, come le donne che puliscono la Chiesa, le donne del mercatino e tutte le persone della grande organizzazione del sabato sera.

Il Signore, infine, mi ha fatto un dono stupendo: il 13 Giugno scorso, alle ore 7, ho concelebrato a Santa Marta con papa Francesco, di cui ricordo ancora gli occhi sofferti, sereni e sicuri che trasmettevano la santità di Cristo crocifisso e risorto e la fermezza di un santo pastore che ama la sua Chiesa e il mondo intero. L’ho abbracciato e ho detto grazie per la sua fedeltà al Vangelo e alla Chiesa.

Quale è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Fare il prete nella Chiesa cattolica è bellissimo; obbedire, essere poveri e casti in Cristo è possibile solo con l’aiuto della grazia di Dio e custodendo nel cuore la sua parola (Sal 118,9). Questo ti da una gioia impressionante nell’annunciare il Vangelo a tutte le genti. Penso ai giardini profumati del Cantico dei Cantici, alla bellezza dello sposo, al talamo nuziale eterno e dolcissimo per continuare a gridare «Quanto sei bello amato mio, attirami sempre dietro a te» con l’aiuto di Maria santissima, tua diletta sposa e nostra Madre.

Don Domenico Fini

DON DOMENICO FINI

Come è nata la vocazione?

La mia vocazione è maturata nel tempo, infatti dopo la quinta elementare ho scelto di entrare in seminario e la mia vocazione si è rafforzata fino a decidermi di diventare prete. Eravamo 120 aspiranti sacerdoti, però a scegliere questa strada siamo stati in quattro. Io sono stato ordinato il 29 giugno 1969 da Mons. Mario Longo Dorni.

Dove ha svolto il suo servizio sacerdotale?

All’inizio del mio ministero sono andato a Pian degli Ontani perché il parroco di allora aveva avuto un incidente stradale, poi sono stato a Montale dove allora era in servizio don Baldino Baldini e lì facevo il cappellano. Vi sono rimasto fino alla fine del 1970. Successivamente mi hanno trasferito a Bardalone dove mi trovo ancora adesso. Oltre alla mia parrocchia ho svolto servizio anche per altre parrocchie della montagna: Pontepetri, Lagacci, Limestre. Attualmente sono a Bardalone e faccio servizio anche a Pontepetri e Orsigna.

Nella sua opera pastorale quali sono state le difficoltà, le gioie?

Vi sono state delle difficoltà perché quella era una zona non facile. La popolazione era di estrema sinistra, erano indifferenti e il fatto religioso non faceva parte della loro vita, il sacerdote non era nelle loro aspettative.

Le gioie sono state il vedere che adesso le cose sono cambiate; la realtà è un’altra e il mio impegno è stato ripagato con affetto e stima da parte dei fedeli. Adesso vi è una comunità con aspetti certamente negativi e positivi in cui circa il 10% partecipa alle funzioni religiose. Per quanto riguarda le tradizioni popolari religiose ho un bel ricordo di quando un tempo si festeggiava il santo patrono della Parrocchia di Bardalone: “San Giovacchino”.

Qual è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Vorrei dire che scegliere di fare il sacerdote non è un cammino facile, ma con pazienza è un bel cammino! Vorrei dire a coloro che sceglieranno questa strada che ne vale assolutamente la pena.

Don Gino Frosini

 

DON GINO FROSINI

Don Gino, come è nata la vocazione?

Sono i disegni del destino.. il Signore mi ha chiamato ed io ho risposto con semplicità e dedizione.

Dove ha svolto il servizio sacerdotale?

Ho alle spalle un lungo cammino pastorale, infatti sono ad oggi 70 anni di servizio speso in tre diverse parrocchie: a San Vitale, San Pierino, poi San Sebastiano e infine Chiazzano, dove sono stato ventidue anni.

Ci sono delle figure che vuole ricordare?

Sì, mi piace ricordare una figura di sacerdote, don Mario Gherardini che ho avuto la fortuna di conoscere quando ero in servizio a San Vitale. Gli ho voluto tanto bene e lui mi ha insegnato tante cose, tra le quali l’amore per la gente; la sua testimonianza di fede e di impegno pastorale è stata grande e significativa per me. Era un sacerdote che seguiva con grande amore la sua parrocchia e lui è stato per me un esempio da imitare!

Nella sua opera pastorale si voluto dedicare alle missioni, specialmente in Africa; come è nato questo suo interesse?

Un paesano a suo tempo mi ha fatto conoscere Padre Agostini, il quale mi ha portato con sè in un viaggio in Africa. Da quel momento ho trovato un grande interesse per quelle terre povere: è stata un’esperienza che mi ha segnato e ho voluto proseguire su questa strada, occupandomi personalmente di queste terre, promuovendo progetti a sostegno di quelle popolazioni. Ho voluto aderire all’Associazione Amici dell’Africa di Martine Bugiani di Casalguidi, collaborando con loro tramite la mia parrocchia di Chiazzano. Di recente sono stato in Africa con Martine a Gennaio…

Quale messaggio vuole darci dopo tutti questi anni?

Vorrei dire che vale la pena scegliere la vita consacrata e scegliere di diventare prete.

 

Venticinque anni di vita sacerdotale

Mons. Patrizio Fabbri

Mons. Patrizio Fabbri

Venticinque anni di sacerdozio: fare memoria del dono ricevuto, consapevole che c’è stata una sproporzione fra ciò che si riceve e quello che si è capaci di contenere nel giorno dell’ordinazione, ma ancora di più nell’esercizio del ministero. È impossibile raccontare tutto quello che sono stati questi venticinque anni!

In questi giorni risuona nelle mie orecchie il testo di Isaia 55,6-9: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri».

Credo fermamente che la chiamata ricevuta da nostro signore Gesù Cristo a seguirlo più da vicino sulla via del presbiterato sia un allenamento ad alzare gli occhi verso l’alto per misurare ogni giorno quanto il «cielo sovrasti la terra».

Per noi “empi e iniqui”, quando ci accorgiamo di non essere capaci di calcolare quanto le sue vie sovrastino le nostre vie rimane la consolazione di tornare da colui che «largamente perdona». Un grazie di cuore a tutti coloro che in questi anni mi hanno aiutato a capire la bellezza di questo dono e a quanti mi hanno insegnato a custodirlo.

don Cristiano d’Angelo

 

DON CRISTIANO D’ANGELO

Come è nata la vocazione?

La prima volta in cui ricordo di aver voluto vivere come Gesù risale alla mia infanzia quando all’età di 5 o 6 anni circa avevo visto il film su San Francesco di Assisi di Zeffirelli. Ricordo benissimo dopo il film di aver sentito la bellezza di una vita che poteva essere anche la mia e che mi sarebbe piaciuto vivere. Naturalmente fu solo una folgorazione momentanea, che tuttavia si impresse così profondamente in me da non essersi mai più cancellata dalla memoria anche se per anni non ho più ripensato a quella esperienza, se non alla soglie dell’ordinazione, quando cercando di ricostruire gli inizi della mia vocazione mi apparve chiaro che in quella visione dell’infanzia c’era già tutto quello che avrei desiderato vivere. Ma prima di allora la mia è stata una vita normale, come quella di tanti ragazzi, cresciuto in una famiglia dalle origini contadine, emigrata in toscana dagli Abruzzi, nella quale ho imparato il valore dell’impegno, dell’amore per la natura e i suoi ritmi, l’importanza della parola data, il senso del dovere e la responsabilità, l’importanza delle relazioni amicali e dell’aiuto reciproco.

Nella mia famiglia non si parlava molto di Dio, ma Dio era una presenza normale, e così fu fino a quando, divenuto adolescente, negli anni del liceo ho incontrato la filosofia e la riflessione critica che mi portarono ad allontanarmi dalla fede e dalla chiesa per qualche anno. In realtà in me il bisogno di cercare la verità non si era mai sopito e così, mentre vivevo come ogni ragazzo  le gioie e le sfide della gioventù, continuavo a leggere filosofi e religioni. Ma la vera svolta fu quando per una serie di circostanze cominciai a frequentare un piccolo gruppo di giovani in parrocchia a Casini guidati da suor Giovanna Cheli che leggeva settimanalmente la Parola di Dio. Il salmo “tu mi scruti e mi conosci” e il vangelo di Gesù che abbraccia i bambini furono per me come due terremoti interiori che, paradossalmente, mi mostrarono un volto di Dio in cui non credevo ancora, ma che mi affascinava e che rispondeva al mio bisogno di un assoluto che non schiaccia l’altro, ma anzi si identifica con gli ultimi e i piccoli. Il paradosso di quel Dio, infinito e onnipotente che si annulla per amore, mi turbava e mi innamorava. Non ritrovai, comunque, subito la fede, ma continuai ad andare al gruppo giovani, approfondendo il vangelo e camminando insieme ad altri ragazzi in un cammino di crescita umano e spirituale, accompagnato dal servizio anche in parrocchia, dove mi scosse molto il lavoro con i bambini nei campi estivi e un servizio a una famiglia povera della parrocchia. Nel frattempo crescevo e cominciavo a sentire dentro qualcosa che prima non conoscevo, una gioia che non sapevo dire, ma che era reale e presente ogni volta che nel silenzio, o contemplando la vita o ascoltando il vangelo, o facendo un servizio emergeva e si imponeva alla mia coscienza, anche al di là delle mie prese di posizioni teoriche contro l’esistenza di Dio e la fede. E così ormai dentro ero cambiato fino a quando mi fu chiesto in occasione di un Natale di riconfessarmi, cosa che alla fine feci, e che mi portò una gioia così grande che desiderai subito donare la mia vita al Signore, perché avevo sempre detto a me stesso che se avessi scoperto Dio non avrei potuto vivere che per Lui. Il bravo confessore in cui incappai e che in seguito divenne per un lungo tempo mio padre spirituale mi disse di aspettare e di fare le cose con calma, e così feci, ma mai venne meno la mia scelta.

In definitiva la mia vocazione è stata una lunga gestazione che non ci sarebbe stata senza la mia famiglia, senza l’incontro con il Vangelo e la parola di Dio, senza l’esperienza di un cammino insieme ad altri ragazzi, e senza l’esperienza del servizio e dei poveri.

Dove hai svolto il servizio da presbitero?

Dopo un breve periodo come vice rettore in seminario e vice parroco a Casini fui mandato dal vescovo nella parrocchia di San Francesco a Bonistallo dove continuo attualmente a fare il parroco.

Nella tua opera pastorale quali sono state le difficoltà più grandi, quali le gioie più significative?

Credo che la sfida più grande di oggi è la dispersione, le troppe cose che si fanno, mentre invece credo si dovrebbe tornare all’essenziale: l’annuncio del vangelo; le relazioni; la costruzione di comunità cristiane vive e consapevoli con cui camminare insieme e condividere il compito missionario; la testimonianza della carità.

Le gioie sono state tantissime ma mi piace qui ricordare l’esperienza ogni volta sorprendente dell’opera di Dio che ti fa crescere, ti irrobustisce, ti rinnova, quando ti dedichi agli altri, quando parlando del vangelo e rendendoti disponibile all’ascolto ti accorgi che proprio attraverso coloro che tu servi Dio ti visita e ti conferma nella fede.

Ci sono figure che vuoi ricordare?

Certamente tutti coloro con cui sono cresciuto e che mi hanno aiutato a scegliere con libertà e consapevolezza a diventare prete. Ma poi tutte quelle persone, e sono tante, che in questi anni di vita parrocchiale mi hanno lasciato esempi luminosi di fede, di speranza e di carità.

Qual è il tuo messaggio dopo tutti questi anni?

In questi anni sono molto cambiato e grazie a Dio posso dire di aver visto molte volte operare la grazia di Dio. Questo dunque è il mio messaggio, Cristo vive ancora e il Vangelo è ancora capace di trasformare i cuori degli uomini in sorgenti di pace. Tornare al Vangelo, questo è il mio messaggio, e Lui lo Spirito di verità ci condurrà a Dio.

Don Tommaso Chalupczak

Don Tommaso Chalupczak

Come è nata la sua vocazione?

Da sempre volevo diventare sacerdote. Senza dubbio ha consolidato questo desiderio la mia famiglia, soprattutto la bisnonna, che mi portava ogni giorno a mezzogiorno ad un vicino convento a suonare le campane all’Angelus Domini. Poi sono state importanti la vocazione sacerdotale del cugino di mia madre e l’elezione al soglio pontificio di Giovanni Paolo II.

Dove ha svolto il servizio sacerdotale?

Dopo l’ordinazione avvenuta nella mia città, Kielce, il 4 giugno 1994 ho lavorato per due anni come viceparroco e cappellano dell’ospedale e in una parrocchia di ottomila abitanti. Le prime messe, le prime confessioni, il buon rapporto con il parroco e altri due viceparroci, il contatto con i malati, tante volte abbandonati alla solitudine e alla morte, le amicizie con le persone più grandi, ma desiderose di avere una guida, sono rimasti profondamente impressi nel mio cuore. Dal 1996 al 2003 il vescovo mi ha mandato a Roma al Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo per conseguire il dottorato di Sacra Liturgia. Tra i benedettini ho trovato tanti professori bravi e alcuni anche umili. Proprio studiando ho cominciato a venire a Pistoia, dove il vescovo Simone Scatizzi mi ha mandato per un mese a Vignole per aiutare don Patrizio Fabbri e poi a San Pantaleo per sostituire mons. Bertini, che era molto malato. Dopo la sua morte ho vissuto una bella esperienza pastorale a San Pantaleo con tanti amici, che con la loro vicinanza sono diventati la mia famiglia. Quando due mesi prima del dottorato mi ruppi la gamba, nella canonica di San Pantaleo non mi mancava niente. Nella mia parrocchia italiana ho sperimentato la bellezza dell’amicizia di tante persone.

Senza dubbio un’altra bella esperienza, che ho avuto a Roma, fu l’amicizia con le suore del Papa. Una di esse – la cuoca Suor Germana – proveniva dalla mia città. Questo fatto mi ha dato la possibilità di incontrare spesso San Giovanni Paolo II, la cui presenza mi intimoriva e incoraggiava nello stesso tempo.

Poi nell’agosto del 2003 il vescovo di Kielce mi fece tornare in diocesi. Per me fu doloroso dover interrompere le amicizie ed intraprendere una vita nuova, ma obbedienza è obbedienza. Per sei mesi ho lavorato come viceparroco del Duomo, poi sono tornato per un intervento alla gamba a Pistoia, mantenendo così i rapporti con gli amici. Tornato a Kielce sono stato il segretario del vescovo Casimiro e di Mons. Mariano (vescovo ausiliare e frequentemente ospite a Pistoia) , professore del seminario, cerimoniere e moderatore diocesano della liturgia. Nel 2007 ha deciso di tornare a Pistoia, dove dopo qualche mese ho cominciato a svolgere il servizio nella Parrocchia della Vergine. Da un anno e mezzo sono di nuovo a San Pantaleo e nelle parrocchie di Collina e Vinacciano.

Nella sua opera pastorale quali sono state le difficoltà più grandi, quali le gioie?

Una delle esperienze più toccanti che ho fatto a Pistoia è stata quella di poter assistere il vescovo Simone negli ultimi mesi della sua vita portandogli ogni giorno l’Eucarestia e soprattutto poter partecipare all’estrema unzione (sic!) che gli impartii tre giorni prima della sua morte. Il vescovo preparò per questo rito le letture, che lui stesso lesse. Mi è rimasto impresso soprattutto il frammento delle Confessioni di sant’Agostino: «tardi ti ho amato, Bellezza Antica… Io Ti cercavo fuori, e Tu eri dentro di me». L’esperienza di una persona che con serenità e fede affronta la morte non si può scordare.

Una delle cose che più mi turbano è assistere al cambiamento dell’Europa, che perde la fede cristiana. Ventotto anni fa, durante un oratorio estivo ci è stato letto un racconto intitolato “L’ultimo monaco di un convento”. Allora nel nostro seminario di Kielce c’erano 250 seminaristi. Quell’articolo ci sembrava assurdo. Purtroppo in breve siamo arrivati a questo.

Qual è il messaggio che vuole dare dopo tutti questi anni ?

“Grazie”! Ringrazio Dio per il bene che mi ha dato. Quando ero in seminario volevo celebrare almeno una messa: in 25 anni quante ne ho dette? Colgo l’occasione per salutare gli amici e per ringraziarli per tutto il bene, che in questi anni mi hanno dato!

Don Valerio Mazzola

Don Valerio Mazzola

Come è nata la tua vocazione?

La mia vocazione è nata dopo una preghiera alla Madonna che mi ha convertito all’età di 14 anni. La mia vocazione era missionaria, mi piacevano le missioni. Sono entrato nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi e ho studiato fino all’età di 28 anni, ricevendo anche l’ordine del diaconato a Brescia. Poi sono uscito dall’ordine per fare un’esperienza a Ivrea nel mondo operaio e ho chiesto la dispensa dallo stato clericale. Dopo alcuni anni trascorsi nel mondo del lavoro nel 1970, su consiglio di un padre carmelitano, sono venuto in Toscana all’Eremo di Campiglione e ci sono rimasto per tre anni; poi sono sceso a Firenze in una Casa Famiglia per ragazzi handicappati dove sono rimasto fino al 1976, quindi mi sono ritirato a Stia nel Casentino, in una canonica messa a mia disposizione dal parroco, e lì ho trascorso nove mesi circa. Fu in quel periodo che ho sentito rifiorire in me la vocazione sacerdotale che credevo spenta del tutto. Nel 1998 sono venuto a Pistoia su invito di Mons. Scatizzi che mi aveva conosciuto già nell’eremo e sono rimasto nella comunità di Don Giordano Favillini. Nel 1990 mons. Scatizzi mi ha mandato nella parrocchia di Villa Baggio dopo essere reintegrato nel clero con la dispensa da Roma. Nel 1994 sono stato ordinato sacerdote insieme a Don Patrizio Fabbri e a Paul Devreux.

Dopo l’ordinazione sono rimasto sempre a Villa Di Baggio fino al Febbraio di questo anno dopo che mi hanno ricoverato in ospedale; adesso sono in seminario per curarmi.

Quali sono state le difficoltà e le gioie nella sua opera pastorale?

La difficoltà è stata dal punto di vista religioso: le persone erano persone buone, ma non molto spirituali, erano travolte dalle necessità della vita, dai problemi e per questo motivo la presenza alla Liturgia era scarsa rispetto al numero degli abitanti del paese. La gioia è stata quella di essere un sacerdote che ha cercato di svolgere al meglio possibile il suo ministero. E pensare che non avrei mai desiderato essere un parroco diocesano, ma mi sarebbe piaciuto essere un prete missionario.

Ci sono delle figure che vuole ricordare?

Ricordo mons. Scatizzi, che per me è stato un papà, mi ha voluto bene e mi ha voluto nella sua diocesi. Ricordo anche con molto affetto lo scomparso Mansueto Bianchi, che considero il mio fratello maggiore. Le persone da ricordare sarebbero tante, ma non posso fare nomi di ciascuno, li porto sempre nella mia preghiera.

Qual è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Dopo le varie esperienze burrascose della vita si può enucleare un messaggio tratto dal versetto di un salmo (52,10): «Io invece come olivo verdeggiante nella casa di Dio. Mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre». Credo che il valore della della propria vita consista proprio nel sapersi abbandonare a questa fedeltà che non viene mai meno. A tale proposito vorrei aggiungere anche un altro versetto tratto dal salmo 93,14: «La sua eredità non la può abbandonare».

don Elia Madu

DON ELIA MADU

Come è nata la vocazione?

La mia vocazione al sacerdozio era stata preceduta dalla grazia di essere nato in una famiglia cattolicissima e dai genitori cattolicissimi, con un’educazione alla fede cattolica ben salda. Tra gli anni sessanta e settanta ero molto interessato alla professione medica e contemporaneamente sentivo il richiamo verso il sacerdozio. In questi anni, facendo il chierichetto in parrocchia, la vocazione al sacerdozio prese il sopravvento sulla professione medica. Sono quindi entrato nel seminario minore nel 1971. Terminati gli studi teologici nel 1983 sono entrato nell’Ordine Francescano (Cappuccini) dal 1984 e 1988. Nello stesso anno del 1988, lasciando i Cappuccini sono entrato nella diocesi di Pistoia.

Dove hai svolto il servizio da presbitero?

Sono stato ordinato sacerdote nel 1994 e ho prestato il mio primo servizio sacerdotale Popiglio fino a 1997. Dal 1998 faccio il Parroco nella Parrocchia di Castra. Più precisamente, ho incominciato a venire qui verso la fine del 1997, quando andavo da Popiglio a Castra per le celebrazioni festive.

Nella tua opera pastorale quali sono state le difficoltà più grandi, quali le gioie più significative?

Per quanto riguarda le difficoltà maggiori, direi che le difficoltà sono state tante come in qualsiasi ambito di vita, ma sinceramente non ho ricordo di quali siano state le maggiori. Le gioie più significative invece sono state e sono tuttora, tutte le volte che ho celebrato e comunicato il corpo e il sangue di Cristo alle creature di Dio che per la prima volta ricevono questo sacramento.

Ci sono figure che vuoi ricordare?

Le figure da ricordare sono tre: il Canonico Don Renato Gargini, Mons. Simone Scatizzi, Mons. Mansueto Bianchi per tutto quanto mi ha donato il Signore tramite ognuno  di loro.

Qual è il tuo messaggio dopo tutti questi anni?

Il mio messaggio è questo: sono arrivato al sacerdozio per vie lunghe e tortuose, ma oggi sono felicissimo. Perseveranza e pazienza è il mio augurio a tutti.

DON PAUL DEVREUX

Come è nata la sua vocazione?

La mia vocazione è nata e maturata nella comunità Passionista di Forrottoli, prima situata sul monte Argentario.

Dove ha svolto il suo servizio sacerdotale?

Ho servito 18 parrocchie. Prima a Pian degli Ontani e dintorni. Poi all’Immacolata, Val di Bure e Santo Moro. Da tre anni mi occupo di Campiglio, Piazza e Cireglio.

Nella sua opera pastorale quali sono state le difficoltà, quali le gioie?
La difficoltà più grande è accontentare chi si considera un buon cristiano. La soddisfazione più bella è quella di riuscire a proporre il Vangelo ai lontani.

Ci sono delle figure che vuole ricordare?

Figure importanti sono state Padre Vittorio della comunità di Forrottoli, per la sua accoglienza.
Padre Virginio Spicacci, gesuita, che mi ha dato gli strumenti per spiegare quello che vivo.

Qual è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Il mio messaggio è che il Vangelo è bello da vivere e da annunciare.

 

Settantesimo di sacerdozio

don Napoleone Toccafondi

don Napoleone Toccafondi

Don Napoleone è nato il 13 febbraio 1926 a Quarrata. Prima di salire in montagna don Napoleone è stato cappellano a Carmignano in aiuto a Don Mario Frati, poi parroco a Limite sull’Arno dal 1949 al 1951. Poi è stato trasferito a Lizzano e Spignana, dove ora, novantaquattrenne, risiede e opera. Dopo la sua ordinazione ha dedicato fino ad oggi la sua vita a Cristo, nonostante la sua età e gli acciacchi celebra ancora la Santa Messa nella sua parrocchia di Spignana. Nel 1952, appena arrivato nelle sue parrocchie, ha dato un aiuto non solo spirituale, ma anche materiale, infatti ha restaurato la chiesa di Spignana e la sua canonica. Nel 2017 il vescovo Tardelli ha nominato da Napoleone Toccafondi canonico onorario della Basilica Cattedrale.

Sono 17 anni ormai che risiedo in montagna e devo dire che don Napoleone è stata una grande figura per tutti noi, non solo per la parrocchia di Spignana ma anche per le altre parrocchie come Lizzano e Popiglio.

In tutti questi anni è stato un buon esempio per noi preti nella vita come uomo e come sacerdote . Per le sue parrocchie di Spignana e Lizzano ha fatto tanto e fino ad ora rappresenta una autorità del luogo.

Nel 1952, appena arrivato nelle sue parrocchie, ha dato un aiuto non solo spirituale, ma anche materiale, infatti ha restaurato la chiesa di Spignana e la sua canonica.

Don Adamo Tabiszewski

 

Quarant’anni di ordinazione sacerdotale

don Giordano Favillini

Don Giordano Favillini

 Come è nata la sua vocazione?

Ho percepito la mia vocazione per la prima volta a 14 anni e dopo un ritiro organizzato dall’Azione Cattolica a Limestre decisi di entrare in Seminario. Sono stato ordinato presbitero il 22 aprile 1979, allora domenica in Albis, oggi domenica della Divina Misericordia. Nel luglio del 1977 fui ordinato diacono e subito il Rettore mi chiese di collaborare con la nascente Caritas di cui sono stato vicedirettore fino all’inizio degli anni novanta. Contemporaneamente sono stato responsabile del servizio civile della Caritas fino al 1995. Nello stesso tempo come diacono ho fatto servizio nelle parrocchie di San Felice e Sant’Alessio, poi per tre anni da sacerdote sono stato cappellano a San Michele alle Casermette.

Dove ha svolto il servizio sacerdotale ?

Nei primi anni del mio ministero, insieme ad altri amici, ho iniziato la realtà di Casa Mamre nell’accoglienza di tanti ragazzi in difficoltà e sono stato incaricato della pastorale giovanile della Diocesi. Infine ho svolto il servizio di parroco a San Paolo, quindi alla Basilica della Madonna dell’Umiltà. La nascita della Fraternità di Gerusalemme, l’Adorazione Eucaristica perpetua e altro.

Nella sua opera pastorale quali sono state le difficoltà più grandi, quali le gioie?

Le difficoltà sono state diverse: una nel non essere capito nel ministero pastorale, un’altra nel dover operare dei cambiamenti per rendere comprensibile la fede in un tempo di grandi trasformazioni, pur rimanendo nel tracciato della sana Tradizione, senza trovare sempre l’aiuto in questa operazione così difficile. Le gioie sono state tante: è difficile poterle citare. Comunque una è stata vedere tante persone che hanno scoperto l’amore di Dio e il cambiamento della loro vita.

Ci sono delle figure che vuole ricordare?

In questi anni ho conosciuto tante persone che hanno influito sulla mia vita: dal Rettore di seminario mons. Frosini, fr. Roger di Taizè, Carlo Carretto, Mons. Scatizzi, con il quale ho avuto un buon rapporto, don Mauro Gatti, tante altre persone che ho conosciute; da tutte ho ricevuto molto, per ricordarle sarebbero troppe.

Qual è il suo messaggio dopo tutti questi anni?

Vale la pena dedicare tutta l’esistenza al Signore, con Lui la vita diventa una bellissima avventura per niente noiosa e piena di imprevisti meravigliosi. Ma ciò che entusiasma di più è sapere che con la mia povera umanità, attraverso l’ordinazione sacerdotale sono strumento che perpetua nel tempo e nella storia la Misericordia di Dio e la Redenzione del mondo che si compie nella celebrazione Eucaristica.




AC: Campi estivi per tutti

Un’occasione unica per crescere insieme alla luce del Vangelo

Anche quest’anno l’Azione Cattolica organizza per tutti i bambini, le bambine e i ragazzi della diocesi i campi estivi; un’esperienza di convivenza, scambio e fraternità mirata a approfondire la spiritualità e la capacità di condivisione e partecipazione di tutti e di tutte.

Il tempo estivo è infatti un’ottima occasione per dedicare una settimana di tempo al cammino di fede personale, altrimenti difficile da realizzare durante l’anno mentre i ragazzi si dividono tra impegni scolastici, sportivi e sociali.

Il Campo estivo per le elementari e le medie si svolgerà presso San Martino Altoreggi ( Figline Valdarno) dal 25 al 31 Agosto; le attività saranno come sempre orientate verso l’educazione alla responsabilità, al lavoro di gruppo e alla condivisione di momenti di catechesi e di gioco, per ricevere informazioni specifiche è possibile contattare Damiano (suppressa.damiano@yahoo.it) o Sara (saraferri@hotmail.it).

Per i ragazzi e le ragazze delle Scuole Superiori invece, l’appuntamento è per la settimana dal 29 Luglio al 4 Agosto; il campo per loro si svolgerà nella casa estiva dell’Azione Cattolica di Firenze “Il Cernitorio”, Pelago e referenti a cui rivolgersi sono Luca (lucaneri.ing@gmail.com) e Sara (saratagliasacchi@gmail.com).

Tutti possono partecipare ai campi estivi dell’AC, infatti queste esperienze sono immaginate come dei brevi percorsi di riflessione a misura dell’età dei partecipanti e, attraverso la catechesi esperienziale e i momenti di partecipazione, ascolto e divertimento, sono un’occasione per un incontro individuale e di gruppo con il Vangelo; un’occasione per conoscere la realtà dell’Azione Cattolica a 360 gradi!

Laura Simonetti




Social network: spazio di comunione o specchio di solitudine?

Nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali un invito a riscoprirsi membra gli uni degli altri a partire dalle social communities.

Se guardo nello specchio dei miei social, quale profilo distinguo?

Potrebbe essere il primo e già impegnativo proposito per vivere la prossima giornata mondiale della Comunicazioni sociali che si celebra domenica 2 giugno, solennità dell’Ascensione.  Papa Francesco ha reso noto a gennaio, in occasione della memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il suo messaggio per il 2019. Il testo punta l’attenzione al mondo social, evidenziando luci ed ombre dell’ambiente digitale in cui trascorriamo buona parte delle nostre giornate, invitando a ripensare il modo in cui stiamo sulla rete. O meglio, il modo in cui ci stiamo da cristiani.

L’ambiente digitale rispecchia i guai del nostro tempo: solitudine, individualismo, frammentazione, pregiudizio, narcisismo; qui la violenza verbale arriva a ferire quanto se non di più di quella fisica, il bullismo si fa cyberbullismo, il desiderio cade nella pornografia. Così – afferma il papa – la rete assomiglia piuttosto «a una ragnatela capace di intrappolare» che ad un mare di opportunità e contatti che apre all’altro, anche in capo al mondo.

Se la metafora della rete rivela ormai anche il suo lato oscuro, finisce pure per suonare un po’ datata. Di fatto Papa Francesco propone nel messaggio di passare ad una nuova, felice metafora: «quella del corpo e delle membra che San Paolo usa per parlare della relazione di reciprocità tra le persone, fondata in un organismo che le unisce. La metafora del corpo e delle membra -continua il papa- ci porta a riflettere sulla nostra identità, che è fondata sulla comunione e sull’alterità».

Come al solito la Parola ci riporta su un piano differente, quello in cui sei costretto a guardarti dentro, per considerare, anche nello specchio dei social, la tua relazione con il Signore e gli altri. Per il cristiano, infatti, pure il “nemico” chiede di essere visto con occhi differenti. «Come cristiani ci riconosciamo tutti membra dell’unico corpo di cui Cristo è il capo. Questo ci aiuta a non vedere le persone come potenziali concorrenti, ma a considerare anche i nemici come persone.

Non c’è più bisogno dell’avversario per auto-definirsi, perché lo sguardo di inclusione che impariamo da Cristo ci fa scoprire l’alterità in modo nuovo (…) Dalla fede in un Dio che è Trinità consegue che per essere me stesso ho bisogno dell’altro.  Sono veramente umano, veramente personale, solo se mi relaziono agli altri».

Insomma, lo specchio dei social, da cui perlustro e navigo in rete, può diventare la lente con cui guardo chi sta dietro il profilo che ho davanti. Chi si svela, si cela o si rivela attraverso un social network? Forse qualcuno che mi attende o è ferito, solo, o incattivito. Per capire chi sono il miglior specchio è il volto dell’altro.

La conclusione del messaggio del papa ci ricorda un altro aspetto quasi sorprendente. Il paradigma di un mondo connesso per il cristiano non è facebook, neppure whatsapp, ma la santa messa. Non c’è realtà più capace di esprimere la connessione di questa. Qui Gesù sorpassa alla grande Steve Jobs e al confronto Zuckerberg è un pivello.

Nella santa messa la connessione è comunicazione, diventa comunione. Presente e passato (la storia della Salvezza) si tengono insieme attraverso la Parola proclamata e ascoltata – la stessa in tutte le chiese del mondo-, il Cielo e la terra si incontrano. Tutti “in rete” attraverso l’unico pane e l’unico calice – gli stessi in ogni parte del globo – entriamo in comunione con il corpo e il sangue di Cristo presente nelle sacre specie. La frammentazione e la solitudine sono superate per il dono dello Spirito Santo che ci fa «un solo corpo e un solo Spirito». La messa è lo spazio della connessione ecclesiale, nella quale preghiamo gli uni per gli altri, ricordiamo il vescovo del luogo e il nome del papa, preghiamo con i santi e per i defunti.  È anche il luogo in cui possiamo imparare a vivere relazioni nuove e rinnovate. Non c’è spazio per gli haters, non c’è violenza o isolamento, ma una scuola di tenerezza e di comunione, di misericordia, di dono di sé. La messa chiede ascolto, tempo e anche silenzio. L’eucaristia custodisce il segreto della festa e della gioia. Ci ricorda che è proprio oggi il tempo di passare dal like all’amen.

«La Chiesa stessa – scrive Francesco – è una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sul “like”, ma sulla verità, sull’amen, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri».

Ci avevi mai pensato?

Ugo Feraci – Ufficio Comunicazioni Sociali e Cultura

 

Quant’è comunità la tua community?

Dalle parole del Papa un piccolo test per valutare la propria vita social personale e comunitaria.

Prendendo spunto da alcuni passaggi del messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali  ricaviamo un piccolo “esame di coscienza” personale e/o comunitario che potrebbe accompagnare la giornata di domenica 2 giugno e qualche riflessione comunitaria. Una sorta di test di auto valutazione sulla propria vita social che non ha altra pretesa che quella di farci pensare a come stiamo online.

VAI AL TEST ONLINE…




Festa della Famiglia: il coraggio di rischiare per la promessa di Dio

Con il titolo Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio, sarà celebrata domenica 12 Maggio presso il centro Giovanni Paolo II della parrocchia della Beata Vergine Maria (La Vergine) la festa diocesana della Famiglia.

La festa si sviluppa nella mattinata con un incontro guidato da Don Ezio Bottacini (Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia) sul tema La missionarietà della famiglia. All’incontro seguirà la celebrazione della Santa Messa.

A seguire pranzo a menù fisso (contributo di 12 € adulti, 5 € bambini , prenotazione richiesta).

Nel pomeriggio è previsto un intrattenimento musicale del gruppo Il Sicomoro e due testimonianze.

Attività di animazione sono previste sia per il mattino che per il pomeriggio. Per info e prenotazioni: Irene 3288852699, Massimo 3332236355, opppure mail a: ufficiofamiglia@diocesipistoia.it.

ECCO IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA

ore 9:30     ACCOGLIENZA
ore 10:00   INCONTRO CON DON ENZO BOTTACCINI
ore 11:00    SANTA MESSA
ore 13:00   PRANZO A MENÙ FISSO
ore 15:00   TESTIMONIANZE E INTRATTENIMENTO MUSICALE

 




La resurrezione è la fonte della speranza

Il messaggio del vescovo Tardelli per la Pasqua 2019

I miei auguri di Pasqua vogliono essere un invito alla speranza.

Perché?

Perché mi pare che oggi soffriamo davvero tanto per la mancanza di speranza. Le delusioni sono sempre molte nella vita, diciamo la verità; molte sono le frustrazioni; molte le amarezze che vengono dalla mancanza di prospettive, dal sentirsi a volte come chiusi in un vicolo cieco, sia sul piano personale che su quello sociale o mondiale addirittura.

Per sfuggire a questa situazione, accade spesso che ci si rifugi in speranze “dal fiato corto” e si cerchino piccole consolazioni immediate o puramente materiali; ma si consumano presto e siamo daccapo. Oppure accade che, ed è ancora peggio, che si smetta di sperare e di cercare, perché tanto sembra tutto inutile.

A me pare poi che quando manca la speranza, quasi automaticamente, aumentino le paure. Ogni cosa finisce per farci ombra, per metterci in ansi; addirittura per terrorizzarci, spingendoci alla difensiva, pronti anzi a colpire.

La speranza delusa genera facilmente rabbia, risentimento, rancore, a volte violenza distruttiva.

La risurrezione di Cristo, la sua vittoria sulla morte, sulla cattiveria e la corruzione umana è per me la fonte della Speranza più grande e più concreta che ci possa essere, quella che non delude. Nel Cristo risorto rinasce sempre di nuovo la speranza perché è la vita che alla fine trionfa. I miei auguri di Pasqua quindi non sono vuote parole, un semplice convenevole. Sono solidi, carichi di energia perché poggiano su di un fatto, la risurrezione di Cristo che continua a dare frutti di bene.

Per la potenza della Risurrezione, anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni nel mondo.

Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche tra le persone più dotte, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro sofferenza si impegnano per Dio e per un mondo nuovo dove, insieme a Dio convivano gli uomini in gioiosa fraternità.

E allora avanti: a voi che sperimentate in vari modi la povertà di mezzi e la povertà della solitudine, della malattia o dell’età avanzata; a voi giovani che vorreste un mondo migliore e vi affacciate con tremore alla vita; a voi donne che cercate una giusta attenzione e un doveroso rispetto; a voi che da varie parti del mondo venite da noi per trovare futuro; a tutti coloro che mi ascoltano: avanti; camminiamo con fiducia nella speranza e quindi: buona Pasqua!

Da quando Cristo è risorto da morte possiamo provare a sognare e a sperare, nonostante ogni vento contrario; possiamo costruire pezzo dopo pezzo, mattone dopo mattone, pur nella fatica dell’amore, una nuova umanità.

+Fausto Tardelli




Le donne oggi: nella Chiesa, nel lavoro, al centro del nostro tempo

di Daniela Raspollini

PISTOIA – Selma Ferrali, direttrice dell’Ufficio per la pastorale sociale del lavoro racconta la sua esperienza nel Consiglio delle donne voluto dal vescovo Tardelli e la situazione della donna nel mondo del lavoro e nella chiesa di oggi.

Come membro del Consiglio delle donne in diocesi, come procede questa iniziativa? Secondo te è importante per la vita della nostra chiesa locale? 

Dopo quasi due anni di esperienza del “nostro” Consilium Mulierum la prima e più notevole considerazione è quella di una sincera e profonda gratitudine a monsignor vescovo perché ha pensato e voluto questo organismo: l’idea di istituire un Consilium Mulierum, nella sua originalità e singolarità, non dipende dal nuovo clima di “apertura” nei confronti della donna promosso dall’attuale Pontefice. Ritengo, infatti, di poter affermare che l’attenzione per le caratteristiche, per le sensibilità, per le “doti femminili”, per l’importanza del “punto di vista” delle donne, sia connaturata al nostro vescovo e da lui espressa in più occasioni, a partire dal  suo primo incontro con gli operatori, i dipendenti della Curia, i direttori degli uffici pastorali ecc, in occasione dello scambio di auguri del Natale 2014 – il suo primo Natale a Pistoia – occasione in cui, come prima cosa ebbe a compiacersi per il fatto di vedere fra noi numerose presenze femminili perché, aggiunse, «la “visione femminile” delle cose è molto importante!».

Ritornando al Consilium Mulierum, mi sento di affermare che ogni incontro, oltre ad arricchirci spiritualmente, genera una sensazione di piacevole stupore per la molteplicità e la intensità delle esperienze messe in condivisione, per i punti di vista espressi a conferma della varietà dei carismi presenti nel popolo di Dio, grazie all’opera dello Spirito Santo.

Il Papa afferma che le donne sono forza d’amore per il mondo; come vuoi commentare questo bel pensiero del santo padre?

Nel volume “Papa Francesco e le donne”, la storica e giornalista Lucetta Scaraffia definisce Bergoglio «rivoluzionario per tanti aspetti, anche per quanto riguarda la questione delle donne». Non si può che concordare pienamente con il punto di vista della giornalista: nessun Papa aveva parlato con un linguaggio così esplicito e chiaro su questi temi. Ripensiamo, per esempio, a quando ha invitato ad individuare «nuovi e significativi spazi da offrire alle donne nella vita della Chiesa», raccomandando al tempo stesso di «stare attenti a non confondere servizio con servitù». In pratica con questa breve frase è stato chiaro, concreto efficace, incisivo: ha detto tutto!

In tutte le circostanze non ha mai mancato di far sentire la considerazione profonda che ha delle donne per esempio quando ha auspicato «una presenza femminile più capillare ed incisiva nelle Comunità» e al tempo stesso, ha raccomandato di valorizzare e non dimenticare «il ruolo insostituibile della donna nella famiglia». Le doti femminili, infatti, «rappresentano non solo una genuina forza per la vita delle famiglie, per l’irradiazione di un clima di serenità e di armonia, ma anche una realtà senza la quale la vocazione umana sarebbe irrealizzabile». È un Papa che ci ama, ci capisce e ci fa sentire che gli stiamo a cuore.

Quale rapporto tra donna e lavoro, quali sono oggi le sfide e le difficoltà? 

La donna ha sempre dovuto “dimostrare” le sue capacità, conquistandole sul terreno della preparazione e della formazione: sono le statistiche a dirci che le bambine, le ragazze, le giovani nei vari livelli di istruzione e formazione sono sempre più brave dei maschi. Tuttavia, benché oltre il 50% dei laureati nel nostro paese sia donna con votazioni mediamente più alte dei colleghi uomini, i dati del mondo del lavoro mostrano ancora oggi un tasso di occupazione femminile in Italia fermo al 46,2%, rispetto ad una media europea del 58,6%.

Alla donna non viene mai riconosciuto il continuo doppio ruolo in cui si trova a dover “giocare”, vale a dire il suo continuo altalenare fra impegno familiare e impegno professionale: il gravoso “lavoro di cura” se lo trova come “assegnato”, o meglio aggiunto quasi in automatico, senza che, in alternativa, venga mai pensato ed elaborato un vero e proprio welfare idoneo a essere di supporto per la donna che lavora. Numerose ed attendibili ricerche ci dicono che, al giorno di oggi, diventa, per esempio, quasi impossibile conciliare lavoro e maternità, per cui circa una donna su quattro si vede costretta ad abbandonare il lavoro dopo la nascita dei figli. Per non parlare della necessità di accudimento e cura, sempre da parte della donna nei confronti dei nostri anziani, magari non del tutto autosufficienti. Insomma, la donna è continuamente stressata e compressa fra impegno familiare e impegno professionale in una realtà economico-produttiva difficile da cui è facile essere espulsi e che non mostra di avere una “cultura” di organizzazione aziendale incline alla conciliazione di questi due aspetti della vita della donna.

E allora: quali potrebbero essere le soluzioni auspicate per facilitare la donna nel conciliare, per esempio, il proprio ruolo di mamma e di lavoratrice? Forme organizzative come il part-time o di welfare quali nidi aziendali, risultano in realtà solo parzialmente risolutive.

In un recente documento, che ho potuto esaminare, la proposta più gettonata proprio dalle mamme intervistate appariva la flessibilità, intesa come orari di lavoro flessibili e, ove possibile, il telelavoro.

La flessibilità, intesa dunque come sistema adatto alla conciliazione dei tempi di lavoro e di vita, e che in un concetto più ampio comprenda tutta la cultura organizzativa e di collaborazione dell’azienda verso il dipendente e del dipendente verso l’azienda, una cultura nella quale anche gli uomini perseguono la realizzazione personale su più dimensioni, non solo quella lavorativa ma anche quella ludica, affettiva, spirituale all’insegna di un miglioramento della qualità della vita di tutti e per tutti. L’auspicio è che si possa davvero pensare a un lavoro come continuazione dell’opera creatrice di Dio, un lavoro che, come dice Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, sia «libero, creativo, partecipativo, solidale».

Si parla molto dei migranti della tratta degli esseri umani, ma raramente delle donne schiave, delle donne costrette a lavorare nei marciapiedi dello sfruttamento sessuale; qual è il tuo pensiero in proposito?

Quando riflettiamo sulla condizione delle donne vittime della tratta non parliamo solo di prostituzione, ma di schiavitù e sfruttamento. Osservando il fenomeno migratorio e la composizione di coloro che arrivano alle nostre coste, si può immediatamente notare che la maggior parte delle persone sono uomini giovani. Vi sono tuttavia anche le donne e sono giovanissime, in stato di gravidanza o già con figli. Sappiamo con certezza, dalle molteplici testimonianze raccolte nel tempo, che la maggioranza ha subìto ogni tipo di abuso, prima di tutto sessuale, da parte dei numerosi trafficanti nei quali si sono imbattute e dei quali, frequentemente, rimangono incinte. Ma non solo. Molte donne riescono a raggiungere l’Europa perché inserite in uno specifico traffico di esseri umani, quello della tratta e dello sfruttamento sessuale, in mano ad organizzazioni criminali feroci, senza scrupoli e senza nessuna pietà. Si parla di mafie, mafie che fanno paura e forse è per questo che si lasciano incontrollate e libere di agire e si parla poco dei fenomeni criminosi di cui si rendono colpevoli: anche della tratta di donne si parla poco, si tengono spenti i riflettori. Le donne facenti capo al fenomeno della tratta appartengono a diverse etnie, ma la più consistente è quella delle nigeriane: si conta che ogni anno siano arrivate 1200/1500 nigeriane arrivate in Italia via mare. Indagini sicure ci dicono che per esempio l’80% delle nigeriane che arriva in Italia è già destinata alla tratta e allo sfruttamento sessuale. Le loro drammatiche storie si assomigliano tutte. Molte volte sono gli stessi familiari che si accordano con queste persone, generalmente figure molto stimate dalla famiglia, alle quali affidano la giovane donna per intraprendere il lungo viaggio verso l’Europa. La tratta appare quindi come un fenomeno fortemente organizzato e solido, non presente solo in quei paesi ad alta instabilità politica dove la mancanza di leggi permette a trafficanti e sfruttatori di portare avanti il loro business, ma anche perfettamente collegato con i paesi europei. La sofferenza di queste nostre sorelle è fonte di lucro per le nostre organizzazioni mafiose che intrecciano losche reti di affari con quelle dell’Africa e di altri continenti che hanno fondato ed affermato il loro dominio contro ogni dignità umana. La situazione è a tutti nota, ma spesso scegliamo di girarci dall’altra parte quando, percorrendo le strade del nostro civilissimo paese, le vediamo illuminate dai fari delle nostre macchine: le vedono anche gli uomini che partecipano a questo degradante “mercato” del sesso.

 

 




L’arte di Educare. Incontri per approfondire la bellezza del crescere insieme

Un ciclo di incontri per approfondire la bellezza del crescere insieme a cura dell’Ufficio diocesano per la pastorale con la famiglia.

La “scuola” si articola in 4 incontri che si terranno presso il centro MAiC alle ore 21  a partire da Martedì 12 Febbraio:

Martedì 12 Febbraio 2019 ore 21
Massimo e Giovanna Marianeschi, Orientatori Familiari
La coppia 4.0 – Sfide e risposte per un’affascinante avventura

Martedì 19 Febbraio 2019 ore 21
Giovanni Bonini, Pediatra
Il ruolo centrale della famiglia nell’educazione dei figli.
Diversità e complementarietà del padre e della madre.

Martedì 5 Marzo 2019 ore 21
Don Diego Pancaldo, sacerdote – Ilaria Romani, neurologa
Dal mondo della disabilità una luce per l’uomo.

Martedì 19 Marzo 2019 ore 21
Teresa Zucchi – Giulio Mazzetti, Teen & Life Coaches,
La sfida educativa nell’adolescenza.

Qui potete scaricare il programma.

 




I migranti e noi(?). La nota dell’AC di Pistoia

Quello che sta accadendo ormai da molti anni nei nostri mari è sconcertante, non ci sono parole per poterlo esprimere.

Come Azione Cattolica di Pistoia più volte ci siamo domandati come sia possibile assuefarci banalmente all’indifferenza. Assistiamo a delle prese di posizioni brutali su come il naufragio, la chiusura dei porti, le torture libiche e la prigionia gratuita siano solo un effetto collaterale tollerabile per far fronte al problema di gestione del fenomeno migratorio. I migranti non solo non vengono più ritenuti meritevoli di un futuro, ma vengono usati come strumento di contrattazione politica internazionale. Non si tratta più di gestione di un fenomeno internazionale; non si tratta più di insostenibilità del welfare locale e di scontro socio-culturale tra popoli che spesso hanno poco da raccontarsi. Le difficoltà ci sono e nessuno le nega, ma i nostri fratelli muoiono ingiustificatamente e senza sceglierlo. Tutto questo non è comprensibile perché la barbarie, la morte e l’indifferenza non fanno parte dell’uomo in quanto tale. Il Padre ci ha pensato con Amore, ci ha dato molti doni tra cui: il pensare e fare per affrontare la vita quotidiana; l’immaginare per sognare e costruire il nostro futuro; la capacità del “prendersi cura” per rispettare se stessi e per saper vivere con e per gli altri. L’uomo è questo e niente di più, l’insieme di molti doni speciali che rendono autentica e inviolabile la vita.

I fenomeni migratori esistono da sempre e sono problematici, ci fanno paura, implicano fatica, ma niente giustifica il disprezzo per un migrante economico, un rifugiato o addirittura per le vittime di tratta (le più numerose) che semplicemente celebrano i doni del Padre, quello di pensare e fare un viaggio, di sognare una vita migliore e di prendersi cura di sé tessi, dei loro figli e della loro cultura.

Tutto ciò è in antitesi con la Creazione «creò l’uomo a sua immagine e somiglianza» ed il Vangelo «amatevi gli uni e gli altri come io ho amato voi». Per questo è insussistente l’accusa di chi imputa alla Chiesa e a coloro che difendono l’umanità di prendere posizioni politiche. La difesa della vita non ha colore politico e tacere in questo momento sarebbe un crimine. Il nostro essere Chiesa si esprime nello smuovere le coscienze e riportare le comunità ad una riflessione democratica e umana sui temi di questi tempi di cui quello dell’immigrazione. Ed è oggi questa immagine di Chiesa che ci deve rendere orgogliosi, dalla sua struttura all’ultimo dei fedeli. Una Chiesa che l’associazione sente come una Madre nel cogliere l’urgenza di dover dire, fare, intervenire, perché la Vita deve essere sempre trasformata in un’occasione di Gioia affinché le sia resa Grazia.

L’Azione Cattolica di Pistoia in questo tempo complesso oltre ad offrire il suo servizio è presente con la preghiera per ogni persona, chiamata a fare delle scelte, a prendere posizioni o esprimere opinioni.

Crediamo che il “meglio” per ciascuno di noi non possa passare dal desiderare il “peggio” per altri.

Siamo vicini all’Italia che lavora sul campo, che si espone per la difesa dei diritti umani e come associati cercheremo di essere promotori di valori evangelici che mirano alla costruzione di una società più giusta e solidale non contaminata da ansie e paure.

La Presidenza Diocesana




Il nostro impegno di IdR

“Il nostro impegno di IdR …”

 L’ATTUALITÀ DEL PENSIERO DEL PAPA SULL’EDUCAZIONE

Continua la riflessione del direttore Armando Bartolini sull’attualità del pensiero del papa sull’educazione.

Il nostro impegno di IdR (3) (Scarica file .pdf)