Tempo di scelte: perchè è importante l’IRC

PISTOIA – Periodo di scelte per le famiglie che hanno i figli in età scolare. Le famiglie si trovano impegnate, in questo periodo, a confrontarsi con le iscrizione dei loro figli. In particolare nel momento dell’iscrizione al primo anno di ogni ciclo, in base alla normativa vigente, studenti e genitori sono chiamati a scegliere se avvalersi dell’Insegnamento della religione cattolica (Irc). Ma quali sono le ragioni di una scelta che potrebbe sembrare secondaria? Insieme a noi ha provato a fare un ragionamento il professor Edoardo Baroncelli, direttore dell’ufficio per l’insegnamento della Religione Cattolica della diocesi.

«La domanda è: a che cosa serve la scuola ? – afferma Baroncelli – e la scelta di avvalersi o no dell’insegnamento di religione cattolica rivela la risposta a questa domanda. Tutti concordano nell’affermare che il compito della scuola non è solo quello di trasmettere conoscenza ma di contribuire alla formazione integrale della persona. Se questo è il compito della scuola, allora, se vogliamo che sia questo, la scelta di avvalersi dell’insegnamento dell’Irc è perfettamente conseguente. «La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello», ha affermato Papa Francesco. Sui nostri ragazzi soffia il vento di una cultura velatamente aggressiva – annota ancora Baroncelli – a tratti violenta, appiattita. Le stelle si vedono sempre più di rado sopra il cielo della città post moderna. La posizione più frequente è quella con la testa ripiegata in giù. Sul cellulare. Ma i nostri ragazzi hanno due potenti contrappesi, come un istinto di sopravvivenza, primordiale e insopprimibile: il punto interrogativo, e l’asse verticale».

Frequentare “l’ora di religione” diventa quindi uno spazio aperto per guardare oltre: «Chi si avvale di Irc – spiega Baroncelli – ha a disposizione un luogo dove il punto interrogativo ha la cittadinanza onoraria. Nel cuore dei nostri ragazzi circolano molte domande che gli alunni non avvalentesi fanno fatica a trovare chi ascolta. La capacità di orientare verso l’alto lo sguardo (e la vita) degli studenti è un compito di ogni insegnante, ma poche materie possono rendere questo progetto un preciso programma come invece l’Irc. Questa è un luogo di incontro: con parti di sé in ombra, con l’altro, con la diversità, con domande grandi che valgono la vita, con orizzonti di pensiero rigorosi e affascinanti. Si legge nei documenti ufficiali che l’Irc serve a “sviluppare un positivo senso di sé e sperimentare relazioni serene con gli altri, anche appartenenti a differenti tradizioni culturali e religiose”

( Indicazioni per l’Infanzia). E ancora: “L’Irc, nell’attuale contesto multiculturale, mediante la propria proposta, promuove tra gli studenti la partecipazione ad un dialogo autentico e costruttivo, educando all’esercizio della libertà in una prospettiva di giustizia e di pace” ( Linee per i Licei) ».

E chi invece desidera fare un percorso diverso? «La norma – ricorda il direttore dell’ufficio scuola – consente alle famiglie di non avvalersi scegliendo tra quattro diverse opzioni, tra cui il nulla. Niente. Uscire da scuola. Nell’emergenza educativa che il nostro paese e questa generazione sta vivendo, ogni insegnante è una zattera per mettere in salvo qualcuno in più». Solo un furore ideologico insensato – conclude Baroncelli – può indurre a ritenere che sia preferibile il nulla rispetto a un’ora di scuola, che sia meglio uscire che restare. Appena accade un fatto negativo di cronaca i commentatori chiedono subito: “E la scuola dov’era?”. La scuola era al suo posto, e gli insegnanti anche. Almeno finchè non li abbiamo resi facoltativi. Si tratta di posizioni fortunatamente oramai marginali, di pochi ex combattenti che non si sono resi conto che il tempo della guerra è finito da un pezzo e che credono di essere ancora negli anni 50 del secolo scorso. Forse per sentire meglio definita una qualche identità. I ragazzi, e il loro futuro, non possono essere il campo di battaglia di residuati conflitti ideologici finiti da un pezzo che con loro, tra l’altro, non hanno nulla a che vedere. Sul bene dei ragazzi, sull’emergenza educativa, sulla necessità che la scuola sia zattera e salvagente tutte le donne e gli uomini di buona volontà possono incontrarsi e dialogare. E in questo orizzonte non vi è nessuna indecisione davanti alla scelta di avvalersi».

«A tutte le latitudini della Diocesi – afferma ancora Baroncelli – gli insegnanti di religione vivono ed operano per una scuola aperta, accogliente, inclusiva. Indicano orizzonti, promuovono esperienze insieme ai loro alunni, accompagnano alla conoscenza di luoghi e posti. Stimolano il pensiero con domande, con proposte di risposte. Tutelano ed accolgono fragilità.

Sono spalle affidabili per la crescita dei loro alunni. Gli insegnanti di religione non sono ospiti delle scuole, più o meno graditi, sono un dono per i ragazzi, per le loro famiglie, per le scuole dove operiamo.

Nonostante questo, come riportava il quotidiano Avvenire, sul piano nazionale l’85.5% delle famiglie e degli studenti sceglie ancora di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Un dono e un compito per tutti gli Irc e per la nostra Diocesi a fare sempre di più e sempre meglio il nostro dovere di educatori. John Fitzgerald Kennedy amava ripetere una frase che spero sia spunto di riflessione per tutti: “Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana”».

Michael Cantarella




Scuola: lettera aperta ai parlamentari della Toscana

In una riflessione inviata ai politici di zona, l’ufficio scuola della diocesi, diretto dal prof. Edoardo Baroncelli, lancia un appello per un vero dibattito sulla riforma della scuola: «I primi a pagare una scuola che non prepara per il futuro sono i più fragili. Sì a un dibattito realistico e condiviso»

PISTOIA 22/11/2021 – No allo svilimento dell’esame di maturità e del livello della formazione e sì a un serio e ampio dibattito sui problemi della scuola italiana a partire dai bisogni di coloro che non hanno un futuro già garantito. È questo il senso della lettera dell’Ufficio per la Pastorale Scolastica diretto dal professor Edoardo Baroncelli, inviata ai parlamentari di zona, ai consiglieri regionali, ai componenti della commissione cultura e istruzione di camera e senato, e a diverse altre personalità del mondo politico che hanno responsabilità in materia. Partendo dalle recenti polemiche sulla semplificazione degli scritti dell’esame di stato riporta l’attenzione sul significato stesso di diritto allo studio e di scuola pubblica e sulla capacità della scuola di preparare al futuro.

«Come noto – si legge nella lettera – l’esame è consistito nella preparazione da parte degli alunni di un elaborato basato sulla materia di indirizzo, con taglio interdisciplinare. Il titolo dell’elaborato è stato consegnato agli studenti entro il 30 aprile ed è stato da loro preparato in collaborazione con gli insegnanti e riconsegnato entro il 31 maggio. Proporre, o anche solo pensare possibile, una modalità di esame che renda di fatto facoltativo lo scritto, significa indebolire o togliere alla scuola la possibilità di attrezzare i propri studenti per le sfide del futuro, siano essere universitarie o lavorative. Togliere agli studenti dell’ultimo anno di scuola superiore la consapevolezza che li attenderà a giugno una prova dal contenuto non prevedibile e non scontato, né banalmente allineato a prove già svolte, rischia di produrre un effetto di demotivazione o di comoda rassegnazione in molti di loro, in particolare nei più fragili didatticamente e spesso socialmente, cioè proprio in coloro per i quali la scuola è l’unica alternativa possibile e l’unica plausibile via di realizzazione di sè». Significa inoltre – continua Baroncelli – incrementare la distanza tra la scuola, diciamo così, presente e pensata nei documenti e nei pronunciamenti ufficiali, e la scuola effettivamente possibile e viva nelle aule o in larghissima parte di esse. È chiaro che a pagare per primi il prezzo di una scuola poco o meno capace di attrezzare alle sfide vere del futuro sono coloro per i quali esso non è garantito, cioè i più deboli e i più fragili, esposti così rischi e incertezze crescenti e a volte definitivi».

Un scelta discutibile, che si innesta in una realtà quotidiana del sistema scolastico sempre più complicata e distante dalle polemiche politiche:

«Le questioni riguardanti il sistema scolastico sono molteplici e certamente complesse – scrive ancora il direttore dell’ufficio scuola nel testo della lettera – rifuggono soluzioni semplicistiche. Tra esse va menzionato lo scivolamento verso una progressiva e a tratti eccessiva semplificazione del nostro sistema scolastico, rilevata da diverse ricerche piuttosto preoccupanti, oltrechè dell’esperienza quotidiana dei docenti non sempre adeguatamente ascoltata e valorizzata; i livelli di preparazione decrescenti ed il cedimento complessivo della azione educativa, ancorchè dovuta ad una molteplicità di fattori riconducibili non soltanto alla scuola; l’assenza di una chiara una visione antropologica e culturale nel dibattito attorno alla scuola e al sistema complessivo dell’istruzione e della formazione nel nostro Paese. Sarebbe poi fin troppo facile cogliere nei molti fatti di cronaca il bisogno che il nostro Paese ha di persone sufficientemente preparate, e messe in condizioni di prepararsi, in tutte le professioni e in tutti i campi della vita civile e sociale».

«Se è lecito immaginare la scuola come una zattera – conclude Baroncelli – non è più possibile salvare tutti o comunque aumenta il numero di coloro che non traggono dalla esperienza scolastica tutto ciò che gli sarebbe possibile e in molti casi necessario per il loro futuro. Con un po’ di enfasi si potrebbe dire: non togliete alla scuola e agli insegnanti anche gli ultimi strumenti che restano per essere utili al futuro dei loro ragazzi. Su questo tema intendiamo dialogare con tutti coloro che ci ascolteranno, e che condivideranno la necessità di una riflessione che sappia di concretezza e di realtà».

 




«Una scuola con le persone al centro»

di Valentina Brachi

Un incontro denso di significati e un punto di partenza per riflettere sul rapporto tra scuola e Chiesa. Venerdì 15 ottobre scorso, si è svolto nell’aula Magna del seminario vescovile di Pistoia l’incontro “Educare infinito presente” organizzato dall’ufficio scuola Diocesano presieduto dal vescovo Fausto Tardelli e monsignor Mariano Crociata.

Il dibattito e la riflessione sul contesto scolastico odierno ha fatto da cornice al ragionamento sulle molteplici sfide educative a cui sono chiamati gli insegnanti di ogni ordine e grado. «La scuola è una realtà che non può essere dimenticata dalla Chiesa» – ha ricordato monsignor Tardelli -. La scuola è un grande pettine che passa nella realtà, trova tanti nodi e li può superare solo se ne ha piena consapevolezza». «Come ufficio scuola la strada da intraprendere è il bisogno di essere comunità, vivere con la consapevolezza di essere insegnanti speciali, un dono» ha indicato Edoardo Baroncelli, direttore del servizio per l’Insegnamento della Religione Cattolica e dell’Ufficio Pastorale scolastica della Diocesi di Pistoia.

La riflessione del vescovo Crociata è stata incentrata sul recente documento della CEI “Educare, infinito presente”. «Non si può parlare di scuola senza conoscerla – ricorda il Presule -. La Chiesa si pone al servizio della scuola. Ha a cuore la scuola, la promuove e la sostiene. La Chiesa non promuove se stessa nella scuola, ma la scuola nel suo valore e ne riconosce la pluralità, che è un valore di tutti, a partire dai suoi protagonisti: alunni, insegnanti, personale scolastico». «Vivere la scuola attraverso l’incontro come esperienza di arricchimento di se stessi – ha continuato Crociata – è un impegno della scuola a tenere al centro le persone, a coltivare la dimensione comunitaria. La Chiesa vive dentro la scuola poiché vi operano persone credenti che possono generare il futuro e rigenerare il presente».

«Importante inoltre – ha ricordato il vescovo di Latina -, il rapporto di affezione tra insegnanti, alunni e cultura. Solo un contesto di relazione capace di coltivare interesse è in grado di far pervenire gli studenti a un inserimento positivo nel reale. Compito del docente è unire competenza professionale e relazione, raggiungere il cuore dello studente per “attivarlo” e aprirlo alla società. A maggior ragione, i docenti di religione cattolica sono chiamati ad animare una fede appassionata».

 




Le cinque parole per la scuola che riparte

Edoardo Baroncelli, direttore dell’ufficio per la pastorale scolastica e del servizio per l’insegnamento della Religione cattolica ha affidato a una nota allegata al messaggio alcune riflessioni e messaggi attorno le cinque parole indicate dal vescovo Tardelli nel suo messaggio al mondo della scuola.

 

Per gli studenti: impegno

Impegnarsi, conquistare con le proprie forze segmenti di traguardi, raggiungere obiettivi, è l’unica strada per provare ad essere felici per davvero, non in modo virtuale. Impegnarsi significa poter dire “buongiorno” ad ogni mattina. Significa dare il benvenuto al futuro, significa saper aspettare l’alba, con la voglia di ripartire. Impegnarsi comporta sentire bisogno degli altri, di affrontare insieme le sfide, di avere amici. Superando la competizione che isola, la sindrome dei talent: chi rimane solo non ha vinto, ha perso. Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, un testo senza tempo, diceva: «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercati le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercati di amici, gli uomini non hanno più amici». E invece la scuola è un tempo prezioso, anche per trovare amici.

 

Per i genitori: fiducia

Nel tempo delle fragilità glitterate dentro una strana forza di tristezza che sembra velare i sorrisi dei nostri figli; nonostante le fatiche quotidiane e i sacrifici a volte durissimi di molti genitori per garantire loro un futuro di opportunità, abbiate fiducia nella scuola. Date il vostro contributo in modo costruttivo, conservando la fiducia nella scuola come comunità educante e a volte sfidante per i vostri figli. Abbiate fiducia nella capacità della scuola di essere accogliente e inclusiva, grazie a tanta generosità di impegno che vi potrete trovare. Mantenete questa fiducia anche davanti alle difficoltà che ogni processo di educazione e di formazione autentico metterà davanti ai vostri figli, ai no che la scuola a volte è chiamata a pronunciare per non rinunciare a se stessa, per non rinunciare a fare il loro bene. La scuola ha e deve conservare il compito di formare il cittadino di domani, senza asprezze e rigidità non orientate al bene; senza percorsi di facilitazione accomodante e diseducativa, veleno dolce che consuma la forza buona dei nostri figli. Solo così potrà realizzarsi ciò che ha recentemente scritto Massimo Gramellini: «Qualcuno ti dirà che la scuola serve solo se riesce a trovarti un lavoro. Non credergli. La scuola serve se riesce a fornirti gli strumenti per gestire un sentimento, smascherare un ciarlatano e ammirare un tramonto, non solo una vetrina».

 

Per i docenti: servizio

Operare nella scuola significa inevitabilmente scegliere di essere a servizio. A servizio del loro bene. Un insegnante è una freccia puntata verso il futuro dei suoi alunni. Essere a servizio significa avere la consapevolezza nitida del proprio ruolo nella vita e nel futuro dei ragazzi che avete davanti, sempre più in cerca, che lo sappiano o no, di riferimenti credibili negli adulti. Servizio significa fare le cose sul serio, avere attenzione e cura dei dettagli, lasciare spazio al dubbio, ripensare. Servizio significa sapere quando occorre combattere per, con, e a volte contro di loro, con forza e tenerezza, quando il bene passerà anche da qui. Servizio significa anche scontrarsi con loro, ma mai per vincere, mai per affermare se stessi, mai per rigidità indifferente e grossolana; ma sempre per seminare, per indicare strade diverse e cieli più puliti, per allenare. Servizio significa saper riconoscere quando è il momento di passare oltre, e quando è quello di tenere il punto. Servizio significa tenere lo sguardo sulle potenzialità degli alunni. Servizio significa operare per accompagnarli ad affrontare e superare le loro difficoltà, senza però trascurarle per sbadataggine, o per indifferenza, o per cinismo. Servizio significa tenere ogni giorno presente le fragilità di un tempo non facile nel quale loro sono chiamati a cercare e costruire la loro strada.

Per i collaboratori scolastici e amministrativi: gratitudine

Gratitudine perché il vostro lavoro, spesso nascosto e silenzioso, non passa inosservato. La scuola riesce a vivere e ad operare anche grazie a voi, a ciò che fate. L’augurio più bello è forse questo: che quando serve qualcuno o qualcosa vi esprima la gratitudine per ciò che fate. Conservate il senso e il gusto di contribuire a qualcosa di grande e di importante per il futuro di tutti gli alunni, anche quelli che non vi capiterà di incontrare quotidianamente. Nella loro vita resterà sempre un pezzo di voi: di una pratica che avete svolto con cura, di un’aula preparata pulita e accogliente, di un adempimento ben svolto anche se vi poteva sembrare inutile.

 

Per i dirigenti scolastici: pazienza

Come dice Papa Francesco: «La pazienza è una virtù della gente che è in cammino», che sa dove andare, con chi andare e perché sta camminando. La pazienza è la virtù di chi sa sopportare, cioè portare su di sé: portare su di sé i problemi, portare su di sè i faticosi ma tenaci tentativi soluzione, portare su di sé le critiche, portare su di sé il senso del limite che significa dare tutto se stessi a volte senza pretendere forza risolutrice di tutto ciò che non va o che dovrebbe andare meglio. Pazienza è dare, dare, dare. A volte senza ricevere, o senza ricevere abbastanza. Pazienza è il contrario di rimandare all’infinito, spazzare i problemi sotto il tappeto, ma affrontare le situazioni con l’impegno di portarle su di sé e di donando il massimo che possiamo, fosse anche poco.
Impegno, fiducia, servizio, gratitudine, pazienza. Per ripartire. Ogni giorno. Buon anno scolastico a tutti.

Ufficio per la Pastorale dell’Educazione, della Scuola, dell’Università
Diocesi di Pistoia




Ripartono le scuole: il messaggio del vescovo

Tra mille dubbi e tante difficoltà riparte l’attività didattica. Nel suo saluto monsignor Tardelli sottolinea la necessità di tornare all’essenziale, ovvero il bisogno di educare alla ricerca del bene comune.

“Carissimi alunni (di tutte le età), carissimi genitori, carissimi insegnanti, carissimi operatori amministrativi e collaboratori scolastici, carissimi dirigenti, giunti all’inizio di un nuovo anno scolastico che porta ancora con sé tante incertezze e preoccupazioni, mi sento di rivolgere un saluto a tutte le componenti della scuola. Non si giudichi questo mio saluto come una forma di ingerenza. Lungi da me. Vi prego di considerarlo invece come il semplice saluto di un amico che è chiamato a servire il popolo cristiano ma al quale sta anche a cuore il futuro di tutti i nostri ragazzi, chiunque essi siano, qualsiasi credo abbiano.

Il mio saluto nasce dal bisogno di dire un grazie sincero a tutti coloro che operano nella scuola e dal desiderio di sostenere il vostro sforzo in questo tempo non facile. Sono anche convinto che l’emergenza educativa e culturale che credo sia sotto gli occhi di tutti, chieda uno sforzo comune, una alleanza che ci raccolga insieme per cercare con onestà e dedizione quello che è meglio per il futuro dei nostri ragazzi e quindi della società.

Siamo all’inizio di una ripartenza, dopo un periodo duro di pandemia che tutti speriamo si concluda al più preso, e anche io, come Vescovo di Pistoia, entro in punta di piedi per condividere con voi l’impegno per il bene comune. Bene comune è una espressione molto usata ma non per questo meno significativa. Siamo a costruire il bene di tutti, della comunità. Siamo il villaggio che è necessario, secondo il famoso proverbio africano, per educare il bambino.

Vorrei con molta semplicità dire una parola che è anche un augurio, per ciascuna delle componenti che danno vita alla scuola. Cinque parole dunque che lascio per un breve approfondimento ad una nota preparata dall’Ufficio diocesano di pastorale scolastica e che allego a questa mia lettera. Agli studenti vorrei dire la parola impegno, per imparare a mettere a frutto il meglio di sé. Ai genitori invece vorrei dire di avere fiducia. Ecco la seconda parola, necessaria per mandare i figli a scuola.

Servizio è invece la parola che mi è particolarmente cara e che condivido con tutti i docenti. Non c’è parola migliore per indicare alla fine “il mestiere” dell’insegnante. E qui permettetemi un pensiero carico di stima e di affetto per gli insegnati di religione. A voi un ringraziamento speciale, in forza del particolare legame anche normativo che ci lega, per il vostro impegno di fronte all’emergenza educativa e di fronte alle sfide di nuove fragilità e povertà che si incarnano nei volti di un numero sempre maggiore di alunni. L’invito più forte che vi faccio è di mettervi con generosità a servizio delle vostre scuole e dei vostri dirigenti dimostrando nei fatti che l’insegnamento della religione cattolica, non impoverisce ma arricchisce la scuola e il processo educativo. Non voglio dimenticare i collaboratori scolastici e amministrativi, per i quali la parola non può che essere gratitudine. Infine una parola di cui conosco il peso, ma tanto importante: pazienza. La parola giusta per tutti i dirigenti scolastici che portano spesso un peso davvero grande e una responsabilità non da poco.

Dunque, di cuore, a tutti: buon anno scolastico”.

+ vescovo Fausto




Pasqua di Resurrezione 2021

Care colleghe e cari colleghi
Il silenzio è di nuovo caduto nelle nostre vite, ci circonda nelle strade nelle quali ci muoviamo furtivi e guardinghi, evitando gli sguardi, parlandoci a distanza. Il papa ieri ha davvero interpretato il pensiero di tutti, dicendo che ”l’anno scorso eravamo choccati, quest’anno più provati”. E le parole vengono meno, mentre cerco di farvi gli auguri di Pasqua.
Ho chiesto aiuto alla forza profetica delle parole di don Tonino Bello.

Solo quando avremo taciuto noi, Dio potrà parlare. Comunicherà a noi solo sulle sabbie del deserto. Nel silenzio maturano le grandi cose della vita …”.

In altra circostanza dice:

Come vorrei che il mio augurio, invece che giungervi con le formule consumate del vocabolario di circostanza, vi arrivasse con una stretta di mano, con uno sguardo profondo, con un sorriso senza parole!
Come vorrei togliervi dall’animo, quasi dall’imboccatura di un sepolcro, il macigno che ostruisce la vostra libertà, che non dà spiragli alla vostra gioia, che blocca la vostra pace!
Posso dirvi però una parola. Sillabandola con lentezza per farvi capire di quanto amore intendo caricarla: “coraggio!”!
La Risurrezione di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore, è il paradigma dei nostri destini. La Risurrezione. Non la distruzione. Non la catastrofe. Non l’olocausto planetario. Non la fine. Non il precipitare nel nulla”.

Per concludere:

… quando la paura dell’abbandono rischia di farci disperare, rimanici accanto. In quel momento, rompi pure il silenzio: per dirci parole d’amore!
E sentiremo i brividi della Pasqua”.

Questi i miei auguri, condivisi dai componenti della Commissione Scuola, che vi rivolgo.

Armando Bartolini
Direttore e la Commissione Scuola




Natale 2020: gli auguri del direttore

NATALE 2020

Perché ho scelto questa immagine* come espressione di auguri per  questo Natale 2020?

Ne ho scartate molte; alla fine, mi sono fermato su questa, perché mi è sembrata interpretare il tempo che viviamo: l‘immagine di questa Nascita (con la croce che viene portata via) meglio di altre, visivamente parlando, annuncia  la liberazione dalla morte e dal dolore.

Perché è quanto che ci auguriamo.

Certo, questo è il kairòs, il tempo opportuno, che ci è dato di vivere: un tempo di immenso dolore, di vera e inconsolabile strage, di lutti non vissuti, di progressiva caduta di certezza in campo scientifico, ma senza dubbio è l’occasione – da non sprecare – per tornare a fare di termini come ‘insieme, ‘comunità, ‘comunione’ il timone del nostro viaggio, tracciato tra confronti e riflessioni, nello scambio continuo tra identità personale e dimensione collettiva.

È il momento del “noi”, come scrive Massimo Recalcati, il momento in cui “la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà”; è il momento in cui siamo chiamati a ribaltare la nostra idea superficiale di libertà che “non è nostra proprietà”, che “non esclude affatto il vincolo ma lo suppone”.

La libertà non è liberazione dall’altro, ma è sempre iscritta in un legame.

La lezione che riceviamo dal ‘virus’ ci introduce nella “porta stretta della fratellanza”. Ed è per il ciclone di emozioni contrastanti, di gioie e di dolori, di soddisfazioni e di sconfitte, che dobbiamo imparare a dire grazie a quanti – in prima persona – si sono fatti e si fanno carico di tutte le fragilità di chi è colpito da un incubo mai visto.

“Con il Natale abbiamo capito … che non bisogna salire per incontrare il Signore, ma scendere, perché in Gesù Dio si è fatto profondamente umano e si è messo al servizio di tutti. Con Gesù Dio non deve essere più cercato, ma semplicemente accolto  (Gv 1,21). Egli è il Dio con noi (Mt 1,23), che chiede di andare, con lui e come lui, verso ogni persona”. (A. Maggi).

In fondo, il nostro destino più vero – come dice Papa Francesco – “è di essere trasformati dall’amore. Lungo il cammino della storia, la luce che squarcia il buio ci rivela che Dio è Padre e che la sua paziente fedeltà è più forte delle tenebre. In questo consiste l’annuncio della notte di Natale”.

Solo la follia di Dio (1Cor 1,25) ha potuto spingere l’Altissimo non solo a diventare un uomo, ma addirittura a rimanerlo. Con la nascita di Gesù, Dio non è più lo stesso e neppure l’uomo.

Più si è uomini, più si libera il divino che è già in noi.

 

Buon Natale a voi tutti e alle vostre famiglie.

 

Armando Bartolini

Direttore USD

 

*Marc Chagall, Natività (collezione privata) 1911.




«Ha da passà ‘a nuttata»: un tempo nuovo si apre per la scuola

«Ha da passà ‘a nuttata». Un tempo nuovo si apre per la scuola

di Edoardo Baroncelli*

Eduardo conclude con questa battuta la commedia “Napoli milionaria” riferendosi alla figlia, che potrebbe non sopravvivere alla notte. Ama’, nun saccio pecché, ma chella criatura ca sta llà dinto me fa penza’ a ‘o Paese nuosto.
Tutto dipende dall’efficacia della penicillina offerta gratuitamente – perché come vedete, chi prima e chi dopo deve, ad un certo punto, bussare alla porta dell’altro – dal ragioniere Spasiano, finito in rovina proprio a causa del mercato nero con cui si era arricchita Amalia, moglie di Gennaro, il protagonista.

Si tratta di una frase gigantesca e magnifica che apre alla speranza. Non è attesa inerte, ma il simbolo di chi inizia una severa revisione di sé e si orienta al ripensamento decisivo, attende giustizia e pace, punta lo sguardo all’arrivo dell’alba, al trionfo del bene, alla nascita del mondo nuovo.

Anche la scuola, come tutto il Paese ma più di altre realtà, ha da passà ‘a nuttata. È una notte pensosa quella che devono trascorrere Gennaro ed Amalia, mentre attendono che la medicina faccia l’effetto sperato. La scuola è in mezzo a questa notte di ricostruzione. Come Amalia Jovine è chiamata a riflettere sul suo cammino passato – Ch’è ssuccieso… ch’è ssuccieso… ripete – a immaginare e organizzare un tempo nuovo. Domani nulla potrà essere come prima nella famiglia Jovine. Quando l’alba verrà, molte cose dovranno cambiare. E si Rituccia dimane sta meglio, t’accumpagno io stesso ‘a Cumpagnia d’ ‘o Gas, e tuorne a piglia’ servizio dice Gennaro al figlio Amedeo che aveva perduto se stesso dietro facili guadagni.
Una notte di pensieri in cui la scuola, in tutte le persone che la abitano, può ritrovare se stessa e ripartire da ciò che conta.

L’emergenza in corso ha messo in una durissima prova insegnanti e dirigenti. Verso loro deve levarsi un vibrante e commosso ringraziamento da parte di tutti coloro che sanno leggere oltre la superficie delle cose. Con spirito di servizio, oltre il loro dovere, lavorando 13-14 ore al giorno, molti insegnanti e dirigenti si sono messi a scudo umano perché per i loro studenti questo non fosse soltanto un tempo di disorientamento e di noia e vuoto interiore. Hanno riempito la loro vita di contenuti, di profondità, di opportunità, di fiabe per i più piccoli. Tra loro, il ringraziamento più alto va rivolto agli insegnanti finora meno abituati alla tecnologia che, silenziosamente, senza cercare ricompensa alle loro fatiche in occasioni di visibilità collegiale, si sono messi in gioco su una piattaforma telematica o su qualsiasi altro strumento fosse utile per i loro studenti.

  • La scuola può, oggi come mai, capire che, ad un certo punto, se non ci stendiamo una mano l’uno con l’altro… O è una comunità di relazioni sincere, o muore di gruppi di potere, di valvassori e valvassini.
  • La famiglia ha l’occasione per costruire un tempo nuovo ed antico, superare una mentalità di facile critica, di superficiale opposizione, per risparmiare i propri figli dalla fatica di crescere e di imparare.
  •  Gli studenti mai come oggi possono rendersi conto che il nostro Paese ha bisogno di persone preparate e competenti, in tutte le professioni e le manualità che servono ad esempio per costruire un reparto di rianimazione, per produrre un respiratore, per saper prendere una buona decisione. Riscoprire l’importanza del sapere e comprendere che la scuola esiste, tra le altre cose, anche per insegnare.

Nel silenzio surreale delle nostre città, la riflessione si apre e un tempo nuovo può essere costruito. Dipende da noi.

Recitavo e sentivo attorno a me un silenzio assoluto, terribile. Quando dissi l’ultima battuta, la battuta finale : “Ha da passà ’a nuttata”, e scese il pesante velario, ci fu un silenzio ancora, per otto, dieci secondi, poi scoppiò un applauso furioso, e anche un pianto irrefrenabile.

(da Settimanale “La Vita” del 5 aprile 2020)

* Direttore della Pastorale per l’Educazione, la Scuola e l’Università

buy valium 10mg UK



Apre a Pistoia “Scholas Occurrentes”, la scuola del Papa

Martedì 10 dicembre ha avuto luogo la presentazione ufficiale della sede all’interno del Monastero delle Benedettine di Pistoia della scuola di voluta da Papa Francesco, che porterà in Toscana le nuove metodologie educative testate negli oltre 190 paesi dove è presente Scholas.

PISTOIA – Chitarra, canti, sorrisi, abbracci e mate. Neanche te ne accorgi e già l’intesa ha preso quota. Tra i giovani presenti e gli animatori di Scholas il contatto è più naturale che mai, fuori da ogni paludamento e scaletta prefissata. C’è un calore tutto latino che nell’aula magna del Seminario di Pistoia, avvolge i presenti, dal direttore mondiale Corral al mons. Tardelli per la presentazione ufficiale della sede pistoiese di Scholas Occurrentes.

«Una bella giornata: un segno bello e gioioso per tutti. Pistoia –afferma il vescovo Tardelli – è una città che merita attenzione e che può diventare un punto di riferimento. Sono contento perché ci si occupa di giovani. Mi stanno a cuore. E mi preoccupa che li facciamo esprimere, perché ognuno può dire molto. L’impostazione educativa di Scholas li porterà ad esprimersi in tutte le loro potenzialità. E poi sono contento perché ci sarà modo di incontrarci a livello mondiale: giovani da tutte le parti del mondo arriveranno a Pistoia». E sarà un mondo globale, “fatto di comunicazione e relazioni. Sono grato a Jose Maria del Corral. Inizia un’avventura tutta da definire ma sicuramente bella”.

«Questa esperienza – commenta Edoardo Baroncelli – direttore dell’ufficio per la pastorale scolastica, chiamato a coordinare i rapporti tra Scholas e Diocesi – cerca di tradurre una proposta educativa in linguaggi che siano i loro – quelli dei giovani – e non i nostri. E i linguaggi con cui si può arrivare al cuore dei ragazzi sono anche questi. La diocesi di Pistoia e l’attenzione del suo vescovo ai giovani raccoglie l’invito del Santo Padre perché Pistoia possa essere luce, segno di speranza, e insieme si possa fare qualcosa di significativo per i nostri giovani».

Il direttore mondiale di Scholas Josè Maria Corral, racconta la sua storia che nasce dalla passione educativa. «Trent’anni fa mi sentivo in mezzo tra i giovani e un sistema educativo che non mi sembrava raggiungerli. C’era un sacerdote, Jorge Bergoglio, che conosceva la gente, un prete “futbolero” (che gli piaceva il calcio), che però aveva visto come la crisi Argentina stava portandosi via i giovani. “La politica non serve a niente””diceva la gente e i giovani non sapevano cosa fare. Restavano spersi in un paese nella crisi. Una domenica pomeriggio ho incontrato don Bergoglio. «Possiamo contare sui giovani per fare un cambiamento?» Mi domandò questo. Ho pensato di mettere insieme un gruppo di giovani cattolici, ebrei, musulmani, hanno cominciato a parlare, cantare, dipingere e hanno iniziato a condividere le loro differenze. Tradizioni, abitudini diverse..all’inizio si guardavano tra loro. Si sono iniziati a rompere i pregiudizi. E in sei mesi questi giovani hanno portato al parlamento argentino un progetto di legge per i giovani. Un mese dopo il congresso l’ha votata all’unanimità. Sapete cosa chiedevano questi giovani? Un’educazione che avesse a vedere con la vita. Non ne potevano più di studiare qualcosa in cui non trovavano senso. Volevano un’educazione che servisse alla vita. Volevano imparare a vivere. Erano pazzi?».

Diocesi e Scholas hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per confermare l’impegno nell’educazione dei giovani. Scholas porterà a Pistoia una scuola per formatori, ma anche progetti di alternanza scuola lavoro, percorsi che diano senso, portino la presenza di questa proposta in mezzo ai giovani.




Un’altra opportunità

L’augurio per il nuovo anno scolastico dell’Ufficio per la pastorale della Scuola e dell’Educazione.

Un nuovo anno scolastico è ormai all’inizio. Ci sentiamo di rivolgere agli studenti, alle loro famiglie, agli insegnanti, ai dirigenti, a tutto il personale della scuola di ogni ordine i nostri più sinceri auguri.

Ogni inizio porta con sé un carico di attese, di programmi, ma anche di questioni irrisolte. Ogni inizio è una opportunità. Cerchiamo di non perderla.

Agli studenti auguriamo di trovare nella scuola il meglio che per loro essa possa rappresentare. La vita dei nostri ragazzi è meno semplice che nel passato, sta dentro la complessità. A loro auguriamo di trovare amicizie di quelle che durano una vita intera. Di trovare un tessuto relazionale accogliente che li metta in salvo da situazioni difficili, tese, arrabbiate, violente in cui sono costretti a vivere. Auguriamo a qualcuno di incontrare il primo sguardo buono, a qualcuno di incontrare il primo sguardo esigente, senza uno dei quali restiamo miseri ed irrisolti. Auguriamo a tutti gli studenti di cogliere in questo anno scolastico l’occasione di capire che la fragilità è un diritto ma non deve diventare un alibi; che non essere perfetti è un male comune, che la felicità è fatta di momenti, che la vita ha sapore solo se ci liberiamo dalla paura di sbagliare, dall’ansia di comperare, di possedere cose, di avere un’immagine. Auguriamo di capire che capita a tutti quelli con un cuore di sentirsi soli, inadeguati, non all’altezza del compito. Che il successo è sempre temporaneo, che il fallimento non è mai definitivo.

Agli insegnati auguriamo di avere un anno pieno di “senso”, di avere almeno una occasione in cui sentirsi significativi nella vita di qualcuno. Auguriamo di non essere e di non avere colleghi ambiziosi, pettegoli, smaniosi di incarichi. Auguriamo di percepire la stima almeno di qualcuno; di costruire e operare in un clima sereno. Auguriamo di non cedere alla tentazione (a volte fondata) di pensare che non faccia nessuna differenza e che a nessuno interessi se si fa il proprio dovere bene oppure no. Auguriamo di sentire che la scuola è sostanza e non solo forma. Auguriamo il coraggio di fare autocritica, di mettersi in discussione, di non sentirsi perfetti, di non pensare di avere una risposta per tutto, di saper perdere. Auguriamo di sentire l’importanza del proprio ruolo, anche se da molti e da molte cose screditato. Auguriamo di sentire che fare l’insegnante è, nonostante tutto, nonostante tutti, il mestiere più bello del mondo e non un modo qualsiasi di guadagnare uno stipendio; che insegnare è generare, non accomodare sé; che insegnare è servire, non trovare visibilità e piccolo potere. Auguriamo di percepire che possiamo essere punti di riferimento per la vita di qualcuno, anche quando scegliamo cosa indossare, anche quando siamo sulla Sala, anche quando scriviamo su Facebook, su Instagram, ovunque. Di capire che solo chi non ama nessuno può fare come gli pare. Di trovare il coraggio di dire agli studenti che siamo tutti, tutti, tutti, degli esseri umani, e cioè fallibili, e cioè imperfetti, e che l’unica forza che abbiamo è ammettere le nostre debolezze ed essere gli uni per gli altri palmo di mano accogliente e tenero in cui riversare le nostre paure, le nostre insicurezze, le nostre fragilità. Auguriamo di non dimenticare che siamo lì per insegnare, che l’ignoranza è un danno irreversibile nella vita degli studenti; di non mollare, di non indietreggiare, di tenere alta l’asticella per il bene dei ragazzi, anche di fronte alle pressioni spesso sconsiderate dei loro genitori, anche di fronte alle battute e ai pettegolezzi da lavatoio dei colleghi, anche di fronte alle disapprovazioni sottili dei dirigenti.

Ai genitori auguriamo di avere fiducia nella scuola, di riuscire a comprendere gli insegnanti e le loro scelte. Auguriamo di imbattersi in insegnanti esigenti, che non fanno sconti, che non si accucciano e che tenacemente stanno dalla parte del futuro dei loro figli. Auguriamo di trovare un clima sereno, accogliente, di non incontrare insegnanti torturatori, frustrati, infelici di sè, psicologicamente a pezzi, in competizione coi colleghi. O menefreghisti, assuefatti a tutto, incapaci di autorevolezza. Auguriamo di ascoltare dai loro figli racconti di episodi, di spiegazioni, di vicende scolastiche carichi di cultura e di saggezza. Auguriamo di avere la forza di protestare per pretendere per i loro figli una preparazione più seria e più vera, ed ore di lezione che non siano ore di ricreazione. Auguriamo di sentire come ortica sulla loro pelle i voti regalati, le interrogazioni facilitate, le materie abbonate, le facilitazioni ottenute o concesse. E di fuggire da tutto questo come si fugge da un pozzo avvelenato.

Ai dirigenti auguriamo di sentirsi stimati dai loro insegnanti e dai loro studenti. Auguriamo di percepire l’utilità dei loro sforzi. Auguriamo il coraggio delle scelte buone e giuste, quale che sia il costo. Auguriamo la tenacia per resistere, senza perdersi, là, in cima, sulla guglia. Auguriamo di saper riconoscere in tempo gli adulatori, i rabdomanti di incarichi, i cercatori di visibilità, i valvassini. Auguriamo di non dover sperimentare la solitudine che spesso accompagna ogni posto di potere: ossequiati, ma nessuno che ti dice la verità. Auguriamo di avere la forza di apprezzare chi, con rispetto e franchezza, sa dissentire. Auguriamo la capacità di ascolto. Auguriamo il discernimento sulle persone e sulle cose. Auguriamo di sentire che il potere ci è dato da chi sta più in alto di noi esattamente per-fare-il-bene. Auguriamo di non barcamenarsi, di non avere l’ossessione dei tatticismi e degli equilibri felpati da mantenere, di non cedere alla tentazione di insabbiare. Auguriamo di sentire che la scuola è a servizio anzitutto degli studenti, e che loro hanno diritto ad avere insegnanti seri, preparati, accoglienti, capaci di tenere le classi. Auguriamo di non soffocare di progetti, di attività, di slogan. Auguriamo di non dimenticare che la scuola serve anche ad imparare; che la mancanza di solide basi, di cultura è una mutilazione nella vita degli studenti per la quale non c’è protesi; che in questa epoca di ignoranze dilaganti insegnare torna ad essere il primario compito della scuola, imparare il primario dovere degli studenti, determinare ciò la primaria responsabilità di insegnanti e dirigenti. Auguriamo di avere la tenacia per non morire di carte, di burocrazie. Auguriamo di incontrare meno insegnanti assurdi e meno genitori pretenziosi e arroganti che sia possibile. Auguriamo di essere accoglienti, di saper ascoltare, di restare sempre appassionati cercatori della verità, a qualsiasi costo. Perché la verità ne ha sempre uno.

Al personale della scuola auguriamo di sentirsi famiglia. Di sentire che tutto, in modo invisibile e non sempre adeguatamente conosciuto, poggia su di loro. Auguriamo di sentire che disponibilità, generosità, compostezza, serietà di comportamento sono le cose che danno valore al loro operato. Auguriamo di non arrendersi mai a credere, anche quando sembrerà così, che nessuno veda, riconosca il valore, apprezzi un lavoro ben svolto. Che la scuola non è uno stipendificio, è una vocazione.

A tutti, buon anno scolastico.

Edoardo Baroncelli

Direttore della Pastorale per l’Educazione, la Scuola e l’Università