Quel che non si può raccontare

Il pellegrinaggio diocesano in Terra Santa nelle parole di una giovanissima pellegrina

Sono passati circa una ventina di giorni dalla conclusione del pellegrinaggio in Terra Santa, iniziato la sera del 25 luglio e terminato con il rientro a Pistoia all’imbrunire del 2 agosto, al quale hanno partecipato ben 90 giovani tra studenti e ragazzi disabili guidati dal vescovo Tardelli.

Per chiunque di questi ragazzi venisse interrogato sull’esperienza, non è difficile immaginare la risposta. Collocherebbe l’evento all’interno di uno spazio e di un tempo ben definito. Si sforzerebbe di ricordare la data esatta del ritorno, controllerebbe la data odierna e dopo un rapido calcolo risponderebbe, con più o meno precisione, in base a quanta voglia ha di sforzare i neuroni storditi dal caldo di agosto e dalle ore piccole. Poi comincerebbe a ripercorrere mentalmente, con uno sforzo ancora maggiore, tutte le tappe, omettendo i luoghi di cui non si ricorda il nome o che non saprebbe ricollocare con precisione nella geografia del luogo. E infine quella frase da protocollo, detta con un sorriso a trentadue denti e lo sguardo fisso: «che bella esperienza…». Non è ipocrisia. Neanche falsità. È solo che il tempo esiste solo se si ha la pretesa di misurarlo, che la memoria fallisce e che i giudizi cambiano insieme a noi continuamente. E allora ci aggrappiamo a una rete fatta di nomi, date e frasi fatte.

Ma la verità è che il nostro cervello funziona in un altro modo: dei migliaia di momenti e immagini che lo bombardano costantemente, lui sa perfettamente cosa conservare e cosa no, scegliendo con cura e facendosi sempre più selettivo di giorno in giorno, finchè a rimanere non è altro che una sequenza sconnessa di immagini e sensazioni che acquista significato solo per noi stessi. Sarebbe complicato parlare a qualcuno della Terra Santa cominciando col dire che per strada a Nazareth hai incrociato lo sguardo del bambino con gli occhi più neri e fondi che tu abbia mai visto, col raccontare come la bocca si impastava del sapore dolcissimo dei datteri mentre quelle rocce color ocra che ti circondavano ardevano sotto al sole o col ricordare il senso di oppressione al petto di fronte a quel maledetto muro grigio tra Palestina e Israele. Come potresti parlargli del suono delle mani che battevano a tempo insieme al ritmo dei canti, della luce dorata del tramonto che illuminava la facciata della Basilica dell’Annunciazione, del vento che increspava la superficie del lago di Tiberiade? E ancora, come glielo spieghi il valore dei sorrisi dei ragazzi disabili, l’amore disinteressato nei loro sguardi e la consapevolezza di come abbiamo tanto da imparare dal loro modo di prendere la vita?

Nei luoghi che i 90 pellegrini hanno visitato c’è qualcosa che va aldilà di tutto ciò che può essere raccontato. Non si tratta di giorni, chilometri, nomi o eventi storici: in Terra Santa, le ore possono trasformarsi in attimi e gli attimi in ore, le salite diventare piani, il rumore mutare in silenzio, il passato diventare presente. Nessuna foto potrà mai cogliere la sua bellezza: le luci di Betlemme la sera, il contrasto tra il bianco dei tetti e l’oro che ricopre la cupola della moschea a Gerusalemme, l’allegra confusione nel mercato lungo la Via Dolorosa cambiano di volta in volta in base a chi osserva.

Tantomeno alcuna testimonianza potrà considerarsi fedele: luoghi come la mangiatoia in cui è stato deposto Gesù, l’orto degli ulivi o il Santo Sepolcro non sono mai uguali agli occhi del cuore. Infine, nessun giudizio sarebbe davvero sincero, perchè la Terra Santa, una volta che l’hai visitata, non la lasci laggiù dove l’hai trovata. Te la porti con te, attraverso i giorni, i mesi e gli anni. Ti segue in ufficio, a scuola, in palestra. Si sveglia insieme a te al mattino, si siede accanto a te a tavola e si corica con te alla sera. Ogni giorno è come tornare: la visiti di nuovo, la respiri di nuovo, la vivi di nuovo. Cambia insieme a te. E anche quando i ricordi diventeranno sbiaditi e lontani, Lei tornerà a galla sgomitando dolcemente tra i pensieri: magari passerà solo un attimo prima che affondi di nuovo sul fondale scuro della nostra memoria. Ma sarà lì, indelebile, a ricordarci quanto possa farsi piccola la distanza tra terra e cielo, se lo si vuole.

Alice Peloni




Novità per le parrocchie del comune di Lamporecchio

In data 16 agosto, Mons. Vescovo ha nominato parroco di S.Stefano in Lamporecchio e coordinatore pastorale di tutte le parrocchie del comune di Lamporecchio (Mastromarco, San Baronto, Orbignano e Porciano) il rev. don Mattia Klimek, trasferendolo in pari tempo dalle parrocchie di Pracchia e Lagacci.

In pari data ha anche confermato quali vicari parrocchiali e suoi collaboratori nel ministero parrocchiale i rev.di don Barnabé TchedJi e don Julien Zadji.

Mattia Klimek è presbitero di origine polacca incardinato nella diocesi di Pistoia. Ha iniziato il suo cammino verso il presbiterato in Polonia all’interno di una esperienza di vita monastica, ed è stato ordinato 27 anni fa a Cracovia. Presso la Pontificia Accademia di Teologia di questa città ha anche conseguito la laurea di dottorato in teologia spirituale. Successivamente è stato inviato in Italia dalla sua congregazione. Qualche anno dopo l’arrivo nel nostro paese è passato alla diocesi di Pistoia, dove gli sono state affidate le comunità di Pavana e Bacchereto. Successivamente don Mattia ha trascorso un lungo periodo in Sardegna nella diocesi di Tempio Ampurias. Dal 2016 era parroco delle parrocchie Pracchia, Lagacci e Frassignoni.

(comunicato)




San Bartolomeo 2019: il programma della festa

Due giorni di preghiera, devozioni e attività per grandi e piccini. Tra le iniziative anche una mostra curata dal giovanissimo servo di Dio Carlo Acutis

Nel prossimo mese di Agosto ricorre la festa di San Bartolomeo una delle tradizioni più care ai pistoiesi. Quest’ anno il programma della festa, a cura della fraternità apostolica di Gerusalemme, sarà dedicato a far scoprire la figura di Carlo Acutis, un giovanissimo venerabile che indica alle nuove generazioni l’ideale più alto: cioè l’amore per Gesù e Maria.

Suor Daniela della fraternità apostolica di Gerusalemme ci aiuta a scoprire il programma del San Bartolomeo 2019.

Quest’anno nell’ambito della festa di San Bartolomeo sarà allestita una mostra ideata dal venerabile Carlo Acutis. Di che si tratta e quale messaggio porta con sé?
Il venerabile Carlo Acutis, pur nella sua brevissima esistenza, ha cercato di trovare modalità sempre nuove per aiutare gli altri a rafforzare la propria fede. Per questo ha lasciato come eredità le sue mostre, tra cui spicca quella dei miracoli eucaristici che abbiamo accolto l’anno scorso nella parrocchia di San Bartolomeo sempre in occasione della festa e che è già stata ospitata in tutti e cinque i continenti.
Nel 2014 l’associazione Carlo Acutis ha portato a termine un’altra mostra dedicata alla Vergine Maria che Carlo aveva iniziato nel 2006, ma che non potè portare a termine a causa di una leucemia fulminante che se lo portò in Cielo in pochi giorni. Il giovane Carlo Acutis fu profondamente segnato nel suo cammino spirituale dalla Vergine Maria, «umile e alta più che creatura», e si pose fin dall’inizio l’obiettivo di imitarla in tutte le sue virtù. La Vergine Maria era per lui il più alto esempio di purezza e di incondizionato amore a Dio. Maria Santissima infatti, ha svelato agli uomini l’immagine di quello che la Chiesa, peregrinante sulla terra, un giorno sarà alla fine di questo mondo. Sappiamo che la santità, per ogni cristiano, si realizzerà solo attraverso una intensa vita di fede, speranza e carità. Di tutte queste tre virtù teologali «Maria -scriveva Carlo- è modello esemplare e il suo esempio di fede, supportato dalla sua carità perfetta, ci deve incoraggiare a proseguire nel nostro cammino verso la santità nonostante le nostre fragilità».
Poiché il compito di Maria è portare Gesù agli uomini e gli uomini a Gesù, nel cuore della mostra ci sarà una stanza adibita all’adorazione con la presenza del Santissimo Sacramento.

Venerdì 23 e sabato 24 agosto sono in programma due giorni di festeggiamenti con celebrazioni religiose e ricreative nella cornice del giardino e della piazza di San Bartolomeo che si anima di bambini in festa. Cosa prevede il programma?

Venerdì 23 agosto il programma religioso prevede: alle 17.30 la recita dei vespri vigilari, alle ore 18.00 la santa messa con la benedizione dell’olio; dalle 19.00 alle 24 le unzioni. Durante le celebrazioni le unzioni verranno sospese.
Il programma ricreativo si svolgerà nel giardino retrostante la chiesa con ingresso da via di Porta Pantano. Dalle ore 10.00 alle 24 saranno disponibili giochi gonfiabili; dalle ore 19.00 alle 24 saranno poi proposti giochi e intrattenimenti vari per grandi e piccini. Dalle ore 19 alle 24 sarà aperta la mostra sulle apparizioni mariane nel mondo ideata dal venerabile Carlo Acutis nei locali di San Bartolomeo. Nella Piazza di San Bartolomeo, dalle ore 21 alle 23 avrà luogo la spettacolo con giochi di prestigio «C’era una volta … “San Bartolomeo”».

Il giorno 24, Festa di San Bartolomeo, alle ore 8.00 sarà celebrata la santa messa; dalle ore 9.00 alle 10.00 ci sarà tempo per le unzioni. Alle ore 10.00 sarà celebrata la messa presieduta dal nostro vescovo Fausto Tardelli; al termine proseguiranno le unzioni fino alle 13.00. Le unzioni riprenderanno alle ore 15.30 fino alle 24.

Nel giardino retrostante la chiesa proseguirà il programma ricreativo dalle ore 9 fino alle 24, infine ci sarà l’estrazione dei numeri vincenti della lotteria di San Bartolomeo: il ricavato della lotteria sarà devoluto al sostentamento della parrocchia di San Bartolomeo e per l’assistenza ai piu bisognosi.

Il programma prevede un ricco programma di giochi, racconti e storie: è possibile saperne di più?
Ci sarà il gruppo “Magi Show” formato da alcuni parrocchiani, persone che ogni anno si impegnano insieme a noi per rendere questa festa sempre più un’occasione per le famiglie di incontro vivo con il Signore, e che riproporrà anche quest’anno uno spettacolo di giochi di prestigio per i bambini con animazioni, sketch e musica intorno alla figura e storia di San Bartolomeo. Inoltre ci sarà anche la possibilità di scoprire i giochi dei nostri nonni e anche tanti altri giochi sorprendenti grazie a un nostro parrocchiano, Maurizio, che da anni mette a disposizione della comunità parrocchiale la sua passione e creatività eccezionali.

Già da tempo come fraternità vi occupate di questo momento forte di devozione popolare: qual è, dunque, il tuo messaggio per la festa?
Il nostro desiderio è invitare le persone che verranno per la tradizionale unzione a prendersi un po’ di tempo, grazie ai momenti di preghiera proposti, alla mostra e alle diverse animazioni di strada, per incontrare Gesù vivo e presente nella loro vita ed entrare così in relazione con la sua persona. Sentiamo infatti l’urgenza di far capire ai cristiani l’importanza di non limitarsi a ricevere una volta all’anno una semplice benedizione, che sicuramente non fa male ma certamente non salva e non cambia in meglio e in profondità la vita quanto un cammino di fede serio e continuativo.

Daniela Raspollini




Nuovo parroco a Casalguidi

Mons. Vescovo in data 10 agosto 2019 ha nominato parroco di Casalguidi don Andrea Mati, trasferendolo in pari tempo dalla parrocchia di Lamporecchio e Orbignano e dalla responsabilità del coordinamento delle parrocchio di Mastromarco, San Baronto, Porciano.

(comunicato)




«Credo?» A ottobre la terza edizione dei linguaggi del divino

Il festival di teologia, che si svolgerà il prossimo ottobre in città, avrà per tema il credere oggi.

«Credo. Aiutami nella mia incredulità». Questa affermazione fragile ma colma di attesa, fiduciosa e consapevole allo stesso tempo, dà il titolo all’edizione 2019  de  “i linguaggi del divino”, un evento giunto ormai alla sua terza edizione e che si configura come un vero e proprio festival di teologia.

La proposta di questa nuova edizione dei Linguaggi del divino offre l’opportunità di approfondire il tema del credere oggi con l’aiuto di figure di primo piano della riflessione teologica italiana. L’apertura del programma, prevista per il 5 ottobre alle 17, è affidata  a  monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che tratterà il tema “credere oggi”. La stessa sera, alle 20.30, Andrea Gambetta, produttore cinematografico, racconterà della sua esperienza a fianco di Wim Wenders, nella produzione del docufilm «Papa Francesco. Un uomo di parola» (Pope Francis – A Man of His Word, 2018).

 

Ricordiamo, tra i relatori la prof.ssa Cecilia Costa (10 ottobre ore 21) sociologa, nominata recentemente da papa Francesco consultore della segreteria generale del sinodo dei vescovi; don Luigi Maria Epicoco (venerdì 11 ottobre ore 17), lo scrittore Davide Rondoni (sabato 19 ottobre ore 10.30).

«Parlare del “credere” oggi – afferma il vescovo – a dispetto di quanto sembrava dominare il pensiero qualche decennio fa, non significa affatto affrontare un tema marginale o del tutto secondario. Nel mondo plurale di oggi le dinamiche “credenti” custodiscono una evidente vivacità, non soltanto per le tensioni –purtroppo anche drammatiche – che hanno animato l’inizio del nuovo millennio, ma anche per le diverse “credenze” diffuse oggi: da quelle legate alle fake news, a quelle di una politica manipolatoria; da quanto si lega a temi più o meno attuali (ad esempio la polemica sui vaccini) ai diversi tipi di dieta (vegetarianesimo, veganesimo), fino agli orizzonti più incredibili (terrapiattisti, teorici del sospetto). Insomma, “credere” appartiene, forse anche nella sua forma più secolarizzata, all’uomo contemporaneo. Oggi il vero nemico del credere non è più l’ateismo militante o l’ideologia, ma l’indifferenza. Papa Francesco aggiungerebbe “la tristezza individualista” dell’uomo immerso nel mondo dei consumi, la “coscienza isolata” di chi resta sulla superficie delle realtà e delle relazioni».

Anche quest’anno gli eventi saranno ospitati in alcuni – unici – ambienti ecclesiali della città di Pistoia: la chiesa barocca di Sant’Ignazio di Loyola, l’ex refettorio del convento di San Domenico con la sua splendida galleria di affreschi, la sala capitolare tardogotica del convento di San Francesco.

A fianco degli eventi ordinari è in programma lo spettacolo “Oltre me”, una performance completamente ideata e prodotta da un gruppo di giovani della diocesi di Pistoia che “andrà in scena” il 19 e 20 ottobre nella suggestiva cornice del battistero di San Giovanni in Corte.

 

SCARICA O LEGGI  IL PROGRAMMA DEFINITIVO

SABATO 5 OTTOBRE ORE 17

Chiesa di San Bartolomeo

Mons.Rino Fisichella

Credere oggi

 

ORE 21

Chiesa di San Bartolomeo

In dialogo con Andrea Gambetta

Produttore del docufilm di WIM WENDERS

«Papa Francesco. Un uomo di parola»

Modera DOMENICO MUGNAINI, Direttore di Toscana Oggi

 a seguire proiezione del film

 

 DOMENICA 6 OTTOBRE ORE 17

Sala capitolare Convento San Francesco

Alfredo Jacopozzi

Nelle inquietudini dell’uomo postmoderno

 

GIOVEDÌ 10 OTTOBRE ORE 17

Sala conferenze Convento San Domenico

Benedetta Rossi

La Scrittura racconta il credere

«Credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24)

 

ORE 21

Sala conferenze Convento San Domenico

Cecilia Costa

Giovani e fede

 

VENERDÌ 11 OTTOBRE ORE 17

Sala conferenze Convento San Domenico

Luigi Maria Epicoco

Credere, oltre (o nelle) ferite?

 

 

SABATO 12 OTTOBRE ORE 11.00

Sala conferenze Convento San Domenico

Andrea Lonardo

Si può ancora credere nella Genesi?

 

ORE 16

Sala capitolare Convento San Francesco

Giovanni Ferretti

Verso un nuovo statuto del credere cristiano in età secolare

 

DOMENICA 13 OTTOBRE ORE 17

Sala conferenze Convento San Domenico

Maria Ignazia Angelini

Dall’ascolto, la fede impossibile e necessaria

«Se tu puoi?» (Mc 9,23).

Sala capitolare Convento San Francesco

GIOVEDÌ 17 OTTOBRE ORE 17

Franco Mosconi

La fede onnipotente

Sala capitolare Convento San Francesco

 

SABATO 19 OTTOBRE ORE 10.30

Sala capitolare Convento San Francesco

Davide Rondoni

La poesia mette a fuoco la vita

La giovinezza è cercare i segni dell’infinito

 

ORE 17

Andrea Vaccaro

Sala capitolare Convento San Francesco

Intelligenza spirituale e neuroateismo

Evoluzioni della generazione incredula

 

19 OTTOBRE – 20 OTTOBRE ORE 21

Battistero di San Giovanni in Corte

“OLTRE ME”

Credere a Pistoia in musica e parole

 




Tre anni fa la scomparsa del vescovo Bianchi

Mons. Tardelli invita a celebrare una messa di suffragio nelle parrocchie della diocesi

Sabato 3 agosto ricorre il terzo anniversario della morte di Mons. Mansueto Bianchi, ultimo vescovo di Pistoia defunto.

In vista della ricorrenza il vescovo Tardelli raccomanda ai fedeli di pregare per lui e di celebrare in ogni parrocchia una santa messa in suffragio di Mons. Mansueto Bianchi nel giorno della scomparsa.

Mons. Tardelli celebrerà la santa messa di suffragio sabato 3 agosto alle ore 10.30 nella chiesa di Santa Maria a Colle (Lucca) presso la quale il vescovo Mansueto è stato sepolto.




Lettera Pastorale del Vescovo: «…E di me sarete testimoni»

Lettera pastorale del vescovo Fausto per il 2019 – 2020. Al centro una profonda riflessione sulla stato attuale della diocesi. Annuncio del Sinodo e dell’Anno Santo Jacobeo.

«Abbiamo camminato. Si, lo abbiamo fatto. Un po’ alla meglio, qualche passo avanti e qualche altro indietro. Non lo abbiamo fatto sempre tutti insieme, questo è vero; però almeno abbiamo cominciato a capire che insieme bisogna andare, perché siamo il Popolo di Dio, radunato nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, che vive nei territori di gran parte della provincia di Pistoia, di una parte della provincia di Prato e anche della provincia di Firenze. Siamo un solo popolo, seppur suddiviso in tante piccole o grandi comunità».

Cosi mons. Tardelli introduce la sua lettera pastorale “…E di me sarete testimoni” rivolta alla chiesa di Pistoia in occasione del prossimo anno pastorale. Una missiva che parte da un’analisi molto dura e critica della situazione della chiesa diocesana di oggi, che scaturisce dagli esiti della visita pastorale, da poco giunta al termine:

 

«La visita pastorale mi ha permesso di conoscere un po’ di più le piccole e grandi comunità parrocchiali della nostra diocesi. Una realtà, quella delle parrocchie, molto variegata e diversificata, sia per numero di abitanti che per partecipazione, vitalità e impegno pastorale, come per le modalità con cui si organizza e si affrontano i problemi».

 

Un viaggio che ha evidenziato sia le ricchezze che le criticità della diocesi, che fronteggia i tanti problemi della società odierna: la secolarizzazione, l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento delle aree di montagna: «Pur registrando alcune gravi lacune o deficienze, ho riscontrato generalmente una certa vivacità, una voglia di fare, di non arrendersi. Nonostante la partecipazione sia in calo e manchino spesso i ricambi man mano che i più anziani se ne vanno; pur con lo spopolamento che colpisce una parte della diocesi, mi sembra che il sentimento più diffuso sia quello, mi si passi l’espressione, di chi ha intenzione di “vender cara la pelle”, prima di chiudere».

Il vescovo riconosce in due principali punti l’impegno futuro per la diocesi: un rinnovato e maggiore impegno nell’evangelizzazione e la crescita nella pratica della vita comunitaria:

 

«Generalmente le nostre parrocchie sono fatte dal parroco, che può avere la responsabilità magari di una o più parrocchie, e dai suoi collaboratori. Quello che però mi pare spesso manchi, è un senso profondo di comunità; un senso cioè di appartenenza a una famiglia che ha come fondamento il Signore Gesù; quel senso ecclesiale di appartenenza a un popolo che si sente unito da una comune vocazione, da un comune dono di grazia e da una comune responsabilità».

Accanto alla dimensione comunitaria c’è la difficoltà nell’evangelizzazione: «La dimensione missionaria delle nostre parrocchie è piuttosto carente e l’attenzione alle “attese di vangelo” delle persone ancora troppo debole. Intendo qui per “attese di vangelo” tutte quelle situazioni personali o sociali che, più o meno consapevolmente, manifestano un’attesa, un bisogno, la speranza di una notizia “davvero buona” che rinnovi la vita, dia pace e gioia, permetta di trovare un senso pieno alla propria esistenza.

Mons. Tardelli prova ad individuare le principali attese di Vangelo che vanno ad incrociare le aspettative delle persone, in particolare dei giovani. Oltre alla evidente difficoltà nel coinvolgere e strutturare gruppi giovanili, il vescovo annota:

 

«Quello che mi preoccupa non è solo la scarsità di gruppi giovanili, quanto l’assenza di elementi giovani – intendo qui soprattutto giovani adulti – nell’impegno pastorale delle parrocchie, nella vita concreta delle comunità parrocchiali. Nei consigli pastorali, tra i catechisti e nell’insieme dei collaboratori parrocchiali che ho incontrato nella visita pastorale, le persone giovani scarseggiano un po’. Forse nelle giovani generazioni non c’è disponibilità o attenzione alle cose dello spirito? Tutti occupati con l’università o col lavoro oppure, se sposati, con la famiglia e le tante faccende del mondo? Forse le nostre parrocchie non sono a misura di gente che ha famiglia, lavora ed è alle prese con i problemi quotidiani della vita? Son fatte solo per bambini e pensionati? Dovremmo allora ripensare le nostre parrocchie?»

Oltre a parrocchie,  luogo accogliente e di comunione, mons. Tadelli individua altre attese di Vangelo, altrettanto urgenti: «c’è bisogno che il Vangelo della pace liberi e ritempri la mente: eccome se ce n’è bisogno, perché le ferite della ragione sanguinano mortalmente e il peggio è che spesso neanche ci se ne accorge. Ferite che si approfondiscono con l’avanzare nella cultura di un’idea di uomo ridotto a materia manipolabile, a “macchina”, a “consumatore”; col prevalere dell’ideologia tecnologica che dice tutto sul “come” ma rimane muta sui “perché”.

Un’ altra attesa riguarda le persone  “ferite” nella dignità:

 

«I modi sono tanti, la causa però è chiara: quella cultura dello “scarto” che domina il mondo. Anche per quanto riguarda l’affettività umana – afferma Tardelli – c’è attesa di una “buona notizia”. Per “cuore” intendo qui tutto ciò che ha attinenza con la relazionalità umana, con la sua dimensione affettivo-relazionale. La difficoltà ad avere relazioni affettive stabili e durature per mancanza di amore o per le sue caricature, è sotto gli occhi di tutti. Le nostre famiglie sono spesso ferite, disarticolate e riaggregate, cangianti; a volte sono luogo d’inimmaginabile violenza».

Le teorie del “gender” che confondono e negano addirittura le identità sessuali basilari, lacerano, feriscono; vorrebbero sanare, ma il rimedio appare peggiore del malanno.  La solitudine, ancor più drammatica nel mondo della comunicazione globale e dei “social”, ci ammala ed intristisce la vita fino all’angoscia e di questa solitudine senza futuro, la denatalità che colpisce gravemente il nostro paese è un segno inequivocabile.

Infine, l’attesa di una “buon notizia” si avverte in ciò che riguarda più propriamente la nostra anima. La corruzione e l’assopimento della coscienza morale; la trasgressione sistematica dei comandamenti di Dio; il peccato in pensieri, parole, opere e omissioni; l’allontanamento di Dio dal cuore, dalla mente e dagli spazi sociali, tutto questo ferisce in modo a volte mortale la nostra anima.

Concluse le analisi il vescovo traccia la strada dei prossimi anni, indicando la messa in stato sinodale della diocesi: «la strada per i prossimi anni sembra in qualche modo tracciata dai “segni dei tempi”, ciò però non potrà avvenire senza uno sforzo di partecipazione e condivisione le più larghe possibili, con il più ampio coinvolgimento di persone e comunità. 

 

«Quello che del resto la chiesa ha sempre fatto fin dai tempi apostolici quando si è trovata nella necessità di individuare il cammino secondo il pensiero di Dio: mettersi insieme in ascolto dello Spirito, confrontarsi, parlarsi, fare “discernimento comunitario”. E questo si esprime con una parola ben precisa che la tradizione della Chiesa ci ha consegnato: sinodo. Il cammino di quest’anno sfocerà poi in un vero e proprio Sinodo diocesano che celebreremo, a Dio piacendo, agli inizi del 2021»

Infine – conclude il vescovo – Con l’inizio del 2021 prenderà l’avvio – e lo annuncio qui solennemente con grande gioia – anche l’anno santo iacobeo. È tradizione infatti che quando la festa di San Giacomo, cioè il 25 di luglio, cada di domenica, quello sia un anno santo speciale, celebrato con grande solennità a Santiago de Compostela. Questa volta però lo celebreremo anche noi, dal momento che custodiamo da secoli la reliquia più importante di San Giacomo apostolo, dopo quella di Santiago, dalla quale la nostra fu tratta. Già sono stati presi contatti con l’Arcivescovo di Santiago che, con la sua diocesi, si è mostrato molto contento di celebrare l’anno santo insieme con noi».

(Red.)

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San Jacopo: un culto che spiega l’anima della città e il cammino della chiesa pistoiese

Nell’omelia del vescovo Tardelli per la solennità di San Jacopo il valore di un culto che ha segnato, attraverso i valori dell’accoglienza e del pellegrinaggio, la storia della nostra città. Nel segno di san Jacopo apostolo anche il futuro prossimo della città, invitata a cogliere le attese di Vangelo del nostro tempo e a camminare insieme verso il sinodo diocesano nell’anno jacobeo 2021.

L’apostolo San Giacomo il maggiore è un
nostro fratello e amico. In lui abbiamo un grande testimone della fede, fino
all’effusione del sangue. Egli fu infatti il primo degli apostoli a subire il
martirio, ucciso di spada per le mani del re Erode, come ci dice il libro degli
Atti. Fratello di Giovanni l’evangelista, fu pronto a lasciare le reti quando
il Signore Gesù lo chiamò sulle rive del lago di Tiberiade per divenire
pescatore di uomini. Spesso fu con Gesù nei momenti salienti della vita del
salvatore e imparò da Lui, come ci ha ricordato il vangelo poco fa, la via
dell’umiltà e del servizio. Un’antica tradizione dice che sia stato in Spagna a
portare il Vangelo.

Discepolo fedele di Cristo, membro del
collegio apostolico, evangelizzatore, testimone di amore con il dono della
propria vita: sono tanti i motivi per sentirci onorati di avere un così nobile
e grande patrono. Non va dimenticato poi il forte richiamo alla carità che il
culto iacobeo porta con sé: infatti, dopo il ritrovamento dei resti mortali
dell’apostolo a Compostela, si sviluppò un vasto movimento di pellegrini che
portò a quella singolare pratica dell’ospitalità e dell’accoglienza che fece
fiorire ospizi, ospedali e luoghi di servizio e carità un po’ dovunque, lungo
le antiche vie di comunicazione.

San Jacopo è patrono speciale della
città di Pistoia, della comunità civile cioè, non soltanto di quella ecclesiale.
Comunità che saluto, qui rappresentata dalle autorità civili e militari, dalle
realtà economiche e sociali del territorio, dalle associazioni storiche e
culturali, come dai cittadini tutti presenti.

Avere al centro della città le reliquie del santo apostolo che fu compagno di Gesù, evangelizzatore e martire; averle poi da così tanti secoli, racchiuse in scrigni di affascinante bellezza come un tesoro prezioso, è un fatto che merita attenzione. Significa che la nostra città non è un agglomerato informe di case e costruzioni, di vicoli e vie senza nesso, affidate al caso e abitate da un insieme occasionale di individui. Essa è invece una città, una “civitas”, una comunità cioè di uomini e donne liberi che si riconoscono fratelli diversi l’uno dall’altro, ma con gli stessi diritti e gli stessi doveri, rispettosi della dignità di ognuno; persone che interagiscono tra di loro, sentendosi un popolo, con una storia e un destino. La nostra città ha dunque un suo centro, urbanistico e simbolico a un tempo, ben rappresentato dalla nostra meravigliosa piazza del duomo. Non è però un centro del potere, come spesso si interpreta e come a prima vista potrebbe sembrare. Il vero centro infatti è dato dalla reliquia dell’apostolo Giacomo e cioè dalla testimonianza di un uomo che ha dato la vita per restare fedele alla sua coscienza, consumando la sua esistenza nel servizio degli altri e dal cui culto si sono affermati nei secoli i valori del pellegrinaggio e dell’accoglienza. Da questa testimonianza di dedizione e di servizio, trovano senso anche i “poteri” che sulla piazza si affacciano.

Fu la fede cristiana a motivare la
collocazione della reliquia del santo nel cuore della città e a suscitare tante
imprese d’arte e d’ingegno, insieme ad operose iniziative di carità. Essa ha
ancora da dire qualcosa all’uomo di oggi e alla città di Pistoia. Può ancora
alimentare creatività, opere di generosità e di bellezza. Occorre però che non
ci si accontenti di celebrazioni esteriori. Non serve mostrare o esibire
simboli cristiani o fare qualche rievocazione storica: la fede cristiana
dovrebbe tornare ad essere orizzonte luminoso di senso e vita vissuta
nell’esistenza quotidiana. Ciò non vuol dire sminuire l’importanza e il valore
di altri orizzonti di pensiero e di azione, di cultura e religione, che sono i
benvenuti in mezzo a noi e coi quali la fede cristiana vuole solo dialogare e
confrontarsi.  

In questa occasione così importante per la diocesi e la città è consuetudine che io consegni gli orientamenti pastorali per l’anno che ci sta davanti e che inizierà a settembre. “…E di me sarete testimoni” (Atti 1,8) è il titolo della lettera pastorale che consegnerò e riprende le parole di Gesù agli apostoli al momento dell’ascensione. Il sottotitolo esplicita bene il tema: “Con Gesù per le strade degli uomini”.

Durante il cammino compiuto dalla diocesi in questi anni, suggellato dalla mia prima visita pastorale alle parrocchie da poco conclusasi, mi è parso che emergesse sempre più una necessità o meglio una chiamata del Signore: quella di annunciare di nuovo e con più entusiasmo, la Buona notizia del Regno; sia all’interno delle nostre parrocchie, dove la fede a volte si è fatta stanca, sia all’esterno, dove occorre una presenza amorosa, carica di speranza che dia prospettive di salvezza agli uomini e alle donne del nostro tempo. Stimolati in particolare dall’esortazione apostolica programmatica di Papa Francesco, “Evangelii gaudium”, ci siamo resi sempre più conto che noi – chiesa pistoiese – dobbiamo crescere come una vera e variegata comunità fraterna e corresponsabile, facendo maggiore attenzione a quelle che ho chiamato “attese di vangelo”. Quelle situazioni personali o sociali cioè che, più o meno consapevolmente, manifestano un’attesa, un bisogno, la speranza di una notizia “davvero buona” che rinnovi la vita, dia pace e gioia, permetta di trovare un senso pieno alla propria esistenza. “Attese” che ci interpellano come singoli e come parrocchie, chiamati come siamo ad essere testimoni e annunciatori del Vangelo di Gesù. Queste “attese” sono tante e sono diffuse nelle persone e nelle nostre città. Dobbiamo saperle riconoscere e saper andare loro incontro con una concreta testimonianza d’amore. Penso per fare solo qualche esempio a tutto il mondo degli adolescenti e dei giovani; alle tante situazioni di fragilità e sofferenza che prostrano le persone; penso al bisogno di dignità umana spesso calpestata e oppressa; penso ancora alla crisi della ragione che è sotto gli occhi di tutti e alla debolezza estrema dei legami affettivi come, infine, a quella sete di speranza che nasce dalle profonde ferite della nostra anima.

In questi anni abbiamo però capito che per evangelizzare occorre anche crescere nel senso e nella pratica della vita comunitaria. In quel senso profondo di comunità, di famiglia che ha come fondamento il Signore Gesù; in quel senso ecclesiale di appartenenza a un popolo unito – ministri ordinati e laici – laici – lo ribadisco – da una comune vocazione, un comune dono di grazia e una comune responsabilità in ordine alla evangelizzazione, che è caratteristica fondamentale della chiesa.

Tuto questo mi ha portato allora a delineare il cammino della chiesa di Pistoia nei prossimi anni in poche, sintetiche parole: lavoriamo per una chiesa sinodale e per un nuovo, diffuso slancio missionario.

Non meravigli la
parola “sinodale”. La Chiesa manifesta e realizza in concreto il suo essere
comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare
attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice. Questo
vuol dire in sostanza la parola “sinodale”, e la messa in atto di una Chiesa
sinodale è ciò che da sempre il Signore chiede ai suoi discepoli come presupposto
indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero Popolo
di Dio.

Il lavoro pastorale di quest’anno per
una chiesa sinodale aperta alla missione, sfocerà quindi in un vero e proprio
Sinodo diocesano che celebreremo, a Dio piacendo, agli inizi del 2021. “Sinodo”
è parola importante per la chiesa, fin dalle sue origini. Ed è stato così anche
per la chiesa pistoiese, come ci dice la sua storia. Con questa mia lettera intendo
pertanto comunicare ufficialmente la celebrazione di quello che sarà il I°
sinodo della chiesa pistoiese dopo il Concilio Vaticano II, dedicato all’urgente
tema della evangelizzazione nel mondo di oggi. Sarà un momento grande di grazia
per la nostra chiesa – ne sono certo.

Ma non è finita qui. Con l’inizio del 2021 prenderà anche avvio – e con grande gioia lo annuncio qui solennemente– l’anno santo iacobeo. È tradizione che quando la festa di San Giacomo, cioè il 25 di luglio, cade di domenica, quello sia un anno santo speciale, celebrato con grande solennità a Santiago de Compostela. Questa volta però lo celebreremo anche noi, dal momento che custodiamo da secoli la reliquia più importante di San Giacomo apostolo, dopo quella di Santiago, dalla quale tra l’altro la nostra fu tratta. Già sono stati presi contatti con l’Arcivescovo di Santiago che, con il Capitolo dei canonici di quella Cattedrale, si è mostrato molto contento di celebrare l’anno santo insieme con noi. La memoria di un apostolo come San Giacomo, per l’appunto di un evangelizzatore, ci accompagnerà verso la missione e spero vivamente che le celebrazioni dell’anno santo promuovano un grande fervore di fede e di carità in tutta la Diocesi, riflettendosi positivamente anche sull’intera città e provincia di Pistoia.

Mentre dunque il prossimo 2020 ci
vedrà sostanzialmente impegnati in un capillare lavoro di mobilitazione e
preparazione, l’anno 2021 sarà davvero speciale per la nostra chiesa: si aprirà
– a Dio piacendo – con la celebrazione del Sinodo diocesano sul tema della
evangelizzazione e si dipanerà nella memoria festosa e impegnativa di un grande
apostolo, testimone della fede fino al dono della vita, esempio luminoso di
quella gioia del vangelo a cui Papa Francesco ci ha di continuo richiamato in
questi anni.

Allora, carissimi fratelli ed amici: ultreya! “Più avanti”, “sempre oltre”. Con l’antico e caratteristico grido dei pellegrini di San Jacopo, camminiamo insieme e andiamo avanti nella via della giustizia, della verità e dell’amore.

+ Fausto Tardelli, vescovo




La Toscana da San Francesco

I prossimi 3 e 4 ottobre le diocesi toscane si danno appuntamento ad Assisi
per un pellegrinaggio regionale. Parrocchie, associazioni, movimenti della
nostra diocesi sono chiamati a partecipare a questo importante momento ecclesiale.

 «Francesco
và, ripara la mia casa» (Fonte Francescane 1411): è l’ invito che Gesù aveva
fatto al giovane Francesco dal crocifisso della chiesetta di San Damiano allora
in rovina.

Da qui si è
accesa la fiamma dell’amore di questo giovane per Dio, per il creato e per la
vita stessa. La sua esistenza, avendo come fonte il Vangelo, l’umiltà e la
povertà fu interamente trasformata e capace di affascinare non soltanto l’
Italia, ma il mondo intero.

In segno di
omaggio da parte di tutte le regioni italiane, ormai da 80 anni è accesa ogni
anno una lampada votiva davanti alla tomba del santo. Per il nuovo anno pastorale
2019 – 2020 tocca alla Toscana accendere e alimentare la fiamma della lampada:
lampada di pace che arde con la fiamma del nostro amore per il Signore. Questa
stessa fiamma d’amore ha illuminato e continua ad illuminare il pontificato di Papa
Francesco, che proprio nel nome, in senso programmatico, ha inteso agganciarsi
al poverello di Assisi. Gesù – oggi come allora- continua a parlare, invitando uomini
e donne di oggi ad accendersi di questa fiamma d’amore; possiamo immaginare che
ai popoli toscani si rivolga con queste stesse parole:«Toscana vai, ripara la
mia casa che è in rovina». Ecco allora il motivo per cui i vescovi toscani invitano
a partecipare a questo pellegrinaggio in maniera significativa.

Come si
organizza la Diocesi di Pistoia per questo grande evento?

Al momento, con il coordinamento di don Gianni Gasperini, responsabile dell’ Ufficio Pellegrinaggi diocesano, ogni vicariato è invitato a prenotare un pullman per il giorno 4 ottobre. I vicari foranei sono chiamati ad impegnarsi personalmente sia per fissare il mezzo di trasporto, sia per organizzare al meglio la giornata. L’ultimo giorno previsto per le iscrizioni dei fedeli è il 31 agosto.

Quanti intendono partecipare a questo pellegrinaggio sono invitati a rivolgersi ai loro parroci per le prenotazioni appena possibile perché i posti sono limitati: per motivi logistici non sarà possibile organizzare più di un pullman per vicariato. I posti assegnati per la nostra diocesi, infatti, sono 504 tra sacerdoti e fedeli. Quanti intendano partecipare due giorni: cioè il 3 e il 4 ottobre, sono invitati a prendere contatto direttamente con il delegato diocesano don Petre Iancu, il quale è a disposizione anche per qualsiasi altra informazione relativa al pellegrinaggio regionale (tel. 0573 904639).

Il 3 e il 4
ottobre sono soltanto l’ inizio di un anno particolarmente dedicato allla
figura di san Francesco; durante l’anno pastorale 2019-2020 ogni comunità potrà
organizzarsi con il suo parroco privatamente e fare un’esperienza di
spiritualità francescana.

Don Petre Iancu




Messaggio alla città per la festa di San Jacopo

Le parole del vescovo Tardelli per la solennità del santo patrono di Pistoia e della Diocesi

«In occasione delle tradizionali feste di San Jacopo, nostro celeste patrono, intendo rivolgere un breve saluto alla città, rappresentata dalle autorità civili e militari, dalle realtà economiche e sociali del territorio, dalle associazioni storiche e culturali, come dai cittadini tutti.

Avere al centro della città le reliquie del santo apostolo che fu compagno di Gesù, evangelizzatore e martire; averle poi da così tanti secoli, racchiuse in scrigni di affascinante bellezza come un tesoro prezioso, è un fatto che merita attenzione. Significa che la nostra città non è un agglomerato informe di case e costruzioni, di vicoli e vie senza nesso, affidate al caso e abitate da un insieme occasionale di individui. Essa è invece una città, una “civitas”, una comunità cioè di uomini e donne liberi che si riconoscono fratelli diversi l’uno dall’altro, ma con gli stessi diritti e gli stessi doveri, rispettosi della dignità di ognuno; persone che interagiscono tra di loro, sentendosi un popolo, con una storia e un destino. La nostra città ha dunque un suo centro urbanistico e simbolico a un tempo; ben rappresentato dalla nostra meravigliosa piazza del duomo. Non è però un centro del potere, come spesso si interpreta e come a prima vista potrebbe sembrare. Il vero centro infatti è dato dalla reliquia dell’apostolo Giacomo e cioè dalla testimonianza di un uomo che ha dato la vita per restare fedele alla sua coscienza, consumando la sua esistenza nel servizio degli altri e dal cui culto si sono affermati nei secoli i valori del pellegrinaggio e dell’accoglienza. Da questa testimonianza di dedizione e di servizio, trovano senso anche i “poteri” che sulla piazza si affacciano.

Fu la fede cristiana a motivare la collocazione della reliquia del santo nel cuore della città e a suscitare tante imprese d’arte e d’ingegno, insieme ad operose iniziative di carità. Essa ha ancora da dire qualcosa all’uomo di oggi e alla città di Pistoia. Può ancora alimentare creatività, opere di generosità e di bellezza. Occorre però che non ci si accontenti di celebrazioni esteriori. Non serve mostrare o esibire simboli cristiani o fare qualche rievocazione storica: la fede cristiana dovrebbe tornare ad essere orizzonte luminoso di senso e vita vissuta nell’esistenza quotidiana. Ciò non vuol dire sminuire l’importanza e il valore di altri orizzonti di pensiero e di azione, di cultura e religione, che sono i benvenuti in mezzo a noi e coi quali la fede cristiana vuole solo dialogare e confrontarsi.  

Mentre dunque invoco la protezione di San Jacopo su Pistoia e su tutti i suoi abitanti, auspico che le feste iacobee, nei cristiani di questa città, risveglino la fede dei padri e la gioia di professarla; nei non cristiani o non credenti, siano invece occasione per godere dei frutti di bellezza che la fede cristiana ha prodotto nei secoli. A tutti dunque, buona Festa!»

+ Fausto Tardelli