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UNA SINTESI A CONCLUSIONE DELLA XXIX SETTIMANA TEOLOGICA

“Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia..” (Misericordiae Vultus, 10). Il dubbio, così espresso da papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo, invita ad un attento esame di coscienza, ma apre anche un dibattito teologico. Abbiamo forse dimenticato o travisato il volto di Dio? Possiamo (dobbiamo?) pensare –come esprime il tema della XXIX Settimana Teologica appena conclusa- “un nuovo volto di Dio?”

Le relazioni proposte in questa occasione, più o meno direttamente, hanno messo in guardia da una certa catechesi, da forme di pensiero e atteggiamenti pratici della Chiesa che sembrano aver dimenticato il volto di Dio, se non averlo parzialmente sfigurato. L’età moderna, soprattutto a partire dall’illuminismo – come ha magistralmente raccontato mons. Giordano Frosini – ha condannato e decostruito una certa immagine di Dio, elaborando un pensiero che dall’autonomia è approdato all’indipendenza e alla rivolta e che, forse, oggi naviga a vista nei territori del disincanto e della dimenticanza. La libertà dell’uomo, riassume Frosini, sembra essersi fatta spazio a spese di Dio, con il rischio -per certi versi ancora oggi attuale – di vedere in lui un concorrente alla felicità delle sue creature. Eppure, ci insegna il Concilio, Dio è dalla parte dell’uomo e la comprensione del suo mistero cresce, piuttosto che sgretolarsi nel tempo. Lo sforzo compiuto per l’aggiornamento e per testimoniare il Vangelo all’uomo di oggi rivela che attraverso i secoli il volto di Dio non si è sfocato e fatto irriconoscibile, bensì è cresciuto in spessore. Non mancano certamente ritardi e pregiudizi. Quante volte, infatti, facciamo fatica a ricordarci che il Dio di Israele è il Dio di Gesù Cristo? Anche nelle nostre parrocchie non ne sentiamo parlare come se si trattasse di una divinità suscettibile e bellicosa? Eppure la nuova alleanza non è totalmente altra dall’antica. Carmine di Sante ci ha invitato a coltivare uno sguardo attento al Dio della Scrittura, prescindendo, per quanto possibile, dall’ellenizzazione dei padri. Il volto di Dio raccontato dagli uomini e soprattutto dalla teologia, infatti, spesso e volentieri assume i tratti di chi lo racconta. C’era il Dio ellenizzato, di Platone e Aristotele, poi il Dio di Anselmo ‘avido’ di soddisfazione vicaria; Rex tremendae maiestatis di una certa iconografia e una certa predicazione. Una teologia dominante –ammesso che l’abbiamo capita davvero- può aver presentato il Dio signore onnipotente, maschio nell’immaginario e per cultura dominante, ma non va trascurato il Dio delle donne – come ha ricordato Adriana Valerio – che ha assunto spesso i tratti del Dio della misericordia. È il Dio di tanta mistica femminile, dal medioevo fino ad oggi: un Dio madre, femminile per sensibilità e per capacità di essere con l’uomo sempre.

Dobbiamo pensare un Dio alternativo dunque? Forse un Dio debole, precipitato dei mutamenti di pensiero? I nostri volti di Dio non esauriscono il suo vero volto, ma ne lasciano emergere, piuttosto, l’umiltà; evidenziano un Dio capace dell’umano, come ricordava Roberto Repole sulla scia di Adolphe Gesché. Ecco, allora, un Dio umile che si china sull’uomo fino a lasciargli la possibilità di essere deformato e dimenticato. Un Dio umile, però, capace di inquietare anche la fragilità dell’uomo post-moderno.

Tirando le fila del discorso il Vescovo Fausto Tardelli ha preso spunto dal volto di Dio intuito da poeti e ‘lontani’,  quale emerge, ad esempio, nei versi del “Testamento di Tito” di De Andrè: “Nella pietà che non cede al rancore, / madre, ho imparato l’amore”.  Chi vede Gesù, chi lo contempla con amore, se ne lascia affascinare e ne fa esperienza non può che cogliere il volto di Dio. Davanti a Gesù anche il nostro concetto di onnipotenza è sovvertito: “non si esprime come forza e arbitrarietà, ma in una libertà amorosa, paterna e materna a un tempo”.

Questo volto di Dio –afferma il Vescovo – chiede alla chiesa di Pistoia almeno tre cose: 1.imparare a cercarlo, contemplarlo, incontrarlo anche nella vita della Chiesa, nell’Eucarestia in primo luogo, dove cogliere il mistero del “rovesciamento” di Dio, quindi nel suo corpo vivente, cioè nei poveri e negli emarginati; 2.  Coinvolgersi in una relazione d’amore, fare un’esperienza saporosa di Dio “che si fa imitazione di Cristo e docilità allo Spirito Santo”; 3. Annunciare il vero (nuovo?) volto di Dio. Ricucendo le parole del vescovo a quelle di Papa Francesco: “è giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono” (Misericordiae Vultus, 10).

Al termine della Settimana abbiamo scoperto il nuovo volto di Dio? Il tempo che stiamo vivendo, pluralistico e fragile, è un tempo di crisi, ma anche il tempo in cui cominciare a reimparare il volto di Dio. Dopo averlo criticato e decostruito oggi siamo forse più consapevoli della necessità di punti di vista diversi. Resta tuttavia, un punto fermo oggi sempre più decisivo nella teologia: Dio è amore. Il volto di misericordia e perdono che ci ha rivelato Gesù Cristo è il punto di partenza necessario da cui promuovere l’aggiornamento. È il volto da contemplare giorno dopo giorno nella formazione permanente che prende anche il nome di vita cristiana.

U.F.

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