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SOLENNITÀ DI SAN JACOPO. L’OMELIA DEL VESCOVO

Solennità di San Jacopo Apostolo
Patrono della città e della Diocesi di Pistoia

Fratelli nel sacerdozio, diaconi, religiose e religiosi, Signor Sindaco, signor Prefetto, autorità tutte civili e militari della città, rappresentanti dei rioni e della giostra, fedeli, uomini e donne qui presenti per onorare il nostro Santo Patrono: un caro e affettuoso saluto a tutti voi.

E’ la prima volta che mi trovo a presiedere la solenne Eucaristia nella festa di San Jacopo e lo faccio molto volentieri perché questa è una festa che ormai sento mia. Da un anno e mezzo sono da voi, tra voi e con voi. E’ obiettivamente poco tempo ma a me sembra di essere qui da sempre e anche se ho ancora da capire tante cose di questa città, avverto sinceramente di essere a casa e che la mia vita è coinvolta pienamente con la vostra. Ne ringrazio davvero il Signore ma il mio grazie va anche a tutti voi che vi siete fatti vicini a me con grande rispetto, attenzione, comprensione e, mi è parso, anche con molto affetto.

In questo momento così solenne non posso non ricordare chi in questa sede mi ha preceduto e ora sta attraversando tempi molto difficili in un letto d’ospedale: Mons. Mansueto Bianchi. Un grande Vescovo che ha lasciato una traccia profonda di bene in questa diocesi pur nei pochi anni della sua permanenza. L’amicizia personale che mi lega a lui mi procura oggi un acuto dolore. Lo raccomandiamo di cuore alla intercessione del nostro Santo Patrono.

Lasciate infine che rivolga un pensiero pieno di affetto e di orgoglio al bel gruppo di giovani della diocesi di Pistoia che sono a Cracovia per la giornata mondiale della gioventù: sono circa 230, accompagnati da diversi sacerdoti. Domani li raggiungerò anch’io per vivere insieme con loro e con Papa Francesco un grande momento di gioia e di impegno. “Misericordiosi come il Padre”, questo è il motto dell’anno santo che stiamo celebrando; “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7) è il motto evangelico della giornata mondiale della gioventù. In tempi di crisi e di paure come i nostri, quando la violenza sembra traboccare da ogni dove, quella moltitudine di giovani che si va riunendo a Cracovia da ogni parte del mondo è un chiaro segno di speranza per l’oggi e il domani.

1.
Carissimi, Gesù ci ha detto nel vangelo: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così…… Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
Quanto è vero ciò che Gesù ci dice! E’ proprio così tante volte nelle nazioni del mondo. Lo vediamo sbigottiti anche in questi giorni. Spesso chi ha il potere lo usa per schiacciare gli altri, per sottometterli, per affermare se stesso o per fare i propri interessi. Le democrazie dovrebbero essere immuni da tutto questo, perché il criterio fondamentale che le muove è il servizio al popolo. Nei fatti però non è così e il malaffare, la corruzione e l’ingiustizia sociale segnano anche le nostre società democratiche.

Non è esente dal pericolo la stessa Chiesa. Non per niente Gesù con le sue parole si rivolge direttamente agli apostoli, perché erano stati proprio Jacopo insieme a suo fratello Giovanni, a cercare tramite la madre, di avere posti di onore che contano. La sete di potere e di denaro, il gusto del prevalere sugli altri cercando il proprio tornaconto e la compiacenza dell’essere serviti e riveriti, son cose che toccano anche gli uomini di chiesa e, costoro, a cominciare da me, ne debbono essere ben consapevoli.
Ecco perché San Paolo nella seconda lettera ai Corinti dice che l’apostolo porta un tesoro inestimabile, che è la parola di Dio e la sua Grazia, in vasi di argilla, che rappresentano invece la debolezza e la fragilità della nostra umanità. Non lo dice però per giustificarsi. Lo dice perché si capisca che tutti dobbiamo convertirci. Tutti, uomini di chiesa e laici, credenti e non credenti, dobbiamo essere consapevoli dei nostri limiti, ma proprio per questo sentirci, tutti, bisognosi di miglioramento, mettendo in seria verifica i nostri comportamenti e prima ancora la nostra mentalità e cultura, perché rispondano a un solo criterio, quello cioè del servizio, del bene comune, del bene dell’umanità.

2.
La testimonianza di san Jacopo che, come abbiamo sentito nel libro degli Atti, ha dato la vita per Cristo, ci richiama inoltre ad un’altra cosa: alla consapevolezza cioè di dover affrontare pure noi, per essere anche soltanto uomini degni di questo nome e ancor più cristiani, quei rischi e pericoli che si incontrano inevitabilmente se si vuol perseguire giustizia e pace. E’ una fatica da assumersi, certi che porterà frutto. Ecco perché, sempre San Paolo dice di sé e di ogni apostolo: “siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati: colpiti, ma non uccisi…”. Oggi più che mai, attraversati da correnti di morte, potremmo essere sopraffatti dal terrore o dal desiderio di rinchiuderci in noi stessi, cercando disperatamente di mettere al sicuro la nostra persona. Dobbiamo invece reagire, accettando il rischio. Non si tratta di essere eroi né super eroi. Si tratta di essere semplicemente uomini coscienziosi e, se credenti in Gesù Cristo, fiduciosi nel suo amore. Uomini che fanno il proprio dovere quotidiano dovunque si trovino. Che si sforzano di operare ogni giorno secondo verità e giustizia, e sono disposti a prendere ogni giorno la propria croce e portala fino in fondo. Con umiltà e determinazione insieme.

3.
La festa dell’apostolo Jacopo non può non condurci infine, carissimi fratelli ed amici, a riflettere sulla città, sul significato di questa nostra città che custodisce da secoli una reliquia del santo e che torna ogni anno a far festa per questo, consapevolmente o meno che sia. Vorrei che non sfuggisse il carattere identitario di questa festa per Pistoia. Aldilà di tutto e nonostante tutto, la festa di San Jacopo nei secoli ha comunque unito e unisce la città. Attorno al Santo e alla sua memoria si ritrova, se vogliamo un faticoso ma vero motivo di unità e di comune identità.
Ma perché, mi sono domandato, San Jacopo e il suo culto hanno così a lungo e significativamente attirato l’attenzione dei pistoiesi? Ho provato a rispondere e azzardo un’interpretazione che vede nella figura di San Jacopo, l’intrecciarsi inscindibile di tre elementi che a ben pensare forniscono anche la traccia di una cultura pistoiese da riconoscere, valorizzare e coltivare.

Questi tre elementi sono prima di tutto il bisogno di una difesa, di un difensore. Così è inteso San Jacopo fin dalla scoperta del suo corpo nel campo della stella in Galizia. I pistoiesi hanno sempre sentito la fragilità della propria condizione e il rischio, il pericolo, dello sgretolamento e del disfacimento. Hanno sempre sofferto di una insicurezza di fondo. Questo li spinse a cercare rifugio in San Jacopo. Allora, prima del mille, di fronte alla reale minaccia dei violenti predoni saraceni; al tempo di Sant’Atto per il rischio di una deflagrazione sociale che avrebbe impedito lo sviluppo del libero comune. E così via nei secoli.
Oggi, la minaccia non è scomparsa, ma è presente sotto la forma del possibile sfaldamento della società e quindi del significato stesso della civitas; sotto la forma della barbarie sempre più diffusa e capillare; sotto la forma dell’individualismo e dell’indifferenza, come dell’egoismo degli interessi di parte. Per cui, anche oggi, occorre sempre una vigilante difesa e resistenza per contrastare il male che è dentro e fuori di noi e che sempre rinasce come la gramigna. Questo ci dice innanzitutto il culto di San Jacopo.

Il secondo elemento che ritroviamo nel culto Jacobeo è il pellegrinaggio. I segni del pellegrino e del viandante caratterizzano San Jacopo, con evidente trasposizione fantastica sulla figura del santo, dell’esperienza della moltitudine dei pellegrini e viandanti – migranti anzitempo – che attraversavano le strade medievali per penitenza, miseria, in cerca di riscatto, per trovare rifugio e fortuna, per scambiare conoscenze e esperienze. I Pistoiesi hanno colto in questo “pellegrinare”, la cifra del cammino dell’uomo sulla terra. Si sono riconosciuti essi stessi pellegrini e viandanti, sempre in marcia, mai arrivati, mai paghi del già raggiunto, sempre consapevoli di doversi mettere nuovamente in cammino per cercare, trovare e cercare ancora. Anche in questo caso, si viene così a indicare un tratto di questa città e forse una sua vocazione: quella dell’essere una città di frontiera, snodo di vie, porta che congiunge il sud e il nord, la montagna e la pianura; una città in cammino, non per niente cantiere di treni. Ma il “pellegrinare” è anche percezione di un limite, della relatività cioè di ogni cosa e spinge a guardare avanti con realismo e concretezza. Non è immobilismo e mancanza di intraprendenza, quella di Pistoia: solo all’apparenza. In realtà è consapevolezza che il cammino della vita è pellegrinaggio, è strada che si fa con fatica, passo dopo passo, sapendo risparmiare energie per i passi del giorno dopo.

Il terzo elemento che si ritrova nel culto Jacobeo e delinea direi in modo marcato la fisionomia pistoiese, è l’intuizione della necessità del farsi fratello accanto al fratello bisognoso. Strettamente congiunta all’esperienza del pellegrinare infatti è la coscienza che il pellegrino ha bisogno degli altri; che il cammino della vita ha bisogno di ristoro e accoglienza, di premura e vicinanza. Ecco il perché della mirabile pratica attestata fin dall’antico, dell’accoglienza dei viandanti e dei pellegrini, della cura delle ferite di chi sta male; pratica nella quale si innesta la gloriosa tradizione degli ospedali pistoiesi, del Ceppo in particolare, come di tutte altre opere di carità fiorite nel tempo. Caratteristica di questa città quanto mai attuale e necessaria. Tratto distintivo della sua cultura, tanto più significativo, quanto tenacemente affermato nei secoli, nonostante e forse proprio per questo, a contrasto con l’inclinazione al litigio, alla faziosità e agli odi di parte. Anche in questo caso, Pistoia finisce per offrire una traccia importante e interessante per le vicende attuali del mondo. Dove non sempre è possibile far tacere le contese e le lotte, sempre può esser possibile inventare gesti di solidarietà e fraternità, curando le ferite che le stesse mani hanno procurato. Vincendo cioè il male col bene. Che è forse l’unica cura veramente efficace per le nostre società malate.

Carissimi tutti. Un Santo non è patrono per caso di una città. Egli è il santo per quella città e per quel territorio. La sua vita, la sua testimonianza, il suo culto, parlano alla città di cui egli è patrono. Così San Jacopo alla città di Pistoia. Cerchiamo di essere attenti al suo messaggio e di farne tesoro. Esso contiene il segreto dello sviluppo armonico e pacifico di questa città. San Jacopo dal cielo, nella gloria dei Santi, ci guarda con paterna amicizia, intercede per noi e ci è a fianco nell’affrontare i problemi di ogni giorno e anche per far si che Pistoia abbia il suo ruolo nel mondo, a vantaggio dell’umanità intera.
Con questi sentimenti, auguro davvero una buona festa a tutti quanti voi.

25 luglio 2016

+ Fausto Tardelli, Vescovo

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