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NUNZIO GALANTINO APRE ‘I LINGUAGGI DEL DIVINO’

Riprendiamo da Avvenire del 3/10/2017 p. 16 un articolo di Giacomo Gambassi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

«L’ospitalità è sacra, no a scuse e ipocrisia»

Galantino alle Settimane teologiche «Si deve accogliere il prossimo come Cristo»

C’è il rischio di affidarci a un «linguaggio del divino proclamato ma contraddetto nei fatti». Il monito del segretario generale della Cei, il vescovo Nunzio Galantino, risuona nella Sala maggiore del Palazzo comunale di Pistoia. Ospite della diocesi, il presule apre nel cuore della città toscana che quest’anno è la «capitale italiana della cultura» il ciclo di incontri fra teologia e arte che la Chiesa locale ha voluto per celebrare il riconoscimento assegnato dal Ministero dei beni culturali ma anche i trent’anni delle Settimane teologiche pistoiesi. Tredici appuntamenti fino a dicembre nel segno dell’Evangelii Gaudium uniti nel titolo «I linguaggi del divino».

Di fronte a una platea che vede insieme sacerdoti, laici impegnati nella vita ecclesiale, politici, amministratori locali, Galantino scandisce: «L’ospitalità è sacra nella Scrittura. Per non viverla si inventano talvolta mille scuse scandalose che rivelano una grettezza inconfondibile e una contraddizione insopportabile». Poi aggiunge: «Il pericolo maggiore sta nel rifiutare di accogliere il prossimo perché non vediamo più in lui quella presenza di Cristo che non riusciremo mai a soffocare sotto le ceneri delle nostre miserie e dei nostri calcoli». In mente vengono gli attacchi di Forza Nuova al “prete pistoiese dei migranti”, don Massimo Biancalani, lo scorso agosto e quell’irruzione a Messa per «verificarne l’ortodossia», aveva annunciato il movimento. Il segretario generale della Cei non cita mai i fatti dell’estate con le annesse polemiche strumentali, ma racconta le critiche che Tertulliano ebbe dalla sua comunità monastica quando fece sedere a tavola uno sconosciuto pellegrino. «Un fratello – dice Galantino – lo affronta: “Sei contento ora? Non hai pensato alle malattie che potrebbe attaccarci?”. “Io ho pensato alle malattie con le quali noi forse potevamo contagiarlo”. È la malattia dell’ipocrisia della quale quei monaci erano inconsapevoli “portatori sani”».

Il vescovo Fausto Tardelli accoglie il segretario generale della Cei nel municipio. «Siamo qui, in questo spazio dove la città dibatte, per dire che la Chiesa vuole stare in mezzo alla comunità, aprirsi al dialogo, mettersi a servizio».

«Uscire» è il verbo al centro della riflessione di Galantino. Preso a prestito da quelli consegnati durante il Convegno ecclesiale nazionale del 2015 a Firenze. «Uscire è la parola d’ordine del cristiano », afferma il presule. Però «nega in modo assoluto il bighellonare senza meta, il trascinarsi stancamente lasciandosi portare verso il vuoto suggerito dalla moda del momento». All’origine dell’incontro con l’altro, invece, c’è «lo stupore della fede che nasce dall’ascolto». Ascolto «della Parola di Dio e al contempo delle parole dell’uomo», osserva Galantino. Ecco perché occorre «empatia per poter udire dall’interno i battiti di questo tempo» ma anche «saper ascoltare le sofferenze e i limiti». Per questo uscire «non è fuga, bensì ricerca». Si tratta di un «esodo missionario» e di un «uscire solidale dove la solidarietà è gratuita ed evita di soggiogare l’altro». E la ricerca «di linguaggi adeguati e di gesti coerenti è indispensabile se, a partire dal Vangelo, si vuole vivere e testimoniare la gioia pasquale ». Guai tuttavia quando «la Parola di verità è manipolata per contrabbandare la menzogna». Al contrario serve «un linguaggio che domanda di essere continuamente adeguato per farsi portatore di un annunzio credibile e coinvolgente nell’attuale realtà socio-religiosa». Non parole «malate», quindi, ma destinate a «illuminare la vita di ogni uomo». Che si mostrino nei volti di «missionari della gioia» che, conclude Galantino, sono stati capaci di «uscire dall’anonimato e dalle sabbie mobili della mediocrità».

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