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LA GRAZIA E LA RESPONSABILITÀ DI ESSERE PRETI OGGI A PISTOIA: LETTERA ALLA DIOCESI DEL VESCOVO TARDELLI

LA GRAZIA E LA RESPONSABILITÀ DI ESSERE PRETI OGGI A PISTOIA

S. E. MONS. FAUSTO TARDELLI VESCOVO DI PISTOIA

8 DICEMBRE 2017
Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria
La nostra chiesa è in festa: nella solennità dell’Immacolata Concezione, verrà infatti ordinato un nuovo presbitero, don Gianni Gasperini, e Dio sa quanto abbiamo bisogno di preti e di preti santi, dediti anima e corpo al ministero apostolico e profondamente innamorati di Cristo. Ci stringiamo pertanto attorno a don Gianni; preghiamo per lui e con lui diamo lode al Signore.
Quella dell’otto dicembre è una grande gioia per tutta la chiesa pistoiese; una gioia che si unisce a quella che scaturisce dalla contemplazione dello splendore della Vergine Maria, la tutta santa, la piena di grazia. Proprio in quel giorno inoltre, si compiono tre anni dal mio arrivo a Pistoia ed è per me motivo di sincera gratitudine al Signore.

Colgo allora la bella occasione che ci si presenta, per consegnare alla diocesi una breve nota sulla vita e le responsabilità del prete, perchè da parte di tutto il popolo cristiano si apprezzi sempre di più il dono del sacerdozio ministeriale e perché gli stessi presbiteri possano corrispondere al meglio al dono ricevuto.
In quanto chiamati da Cristo alla sua sequela come “pescatori di uomini”, i presbiteri hanno il compito fondamentale di aiutare le persone ad incontrare Gesù Cristo Salvatore, ad aprire il cuore a Lui per lasciarsi trasformare dallo Spirito, così da essere veri figli del Padre, ripieni di amore anche verso i nemici e quindi partecipi della vita eterna. Come dice il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium al n.28, “Esercitando, secondo la loro parte di autorità, l’ufficio di Cristo, pastore e capo, i presbiteri raccolgono la famiglia di Dio quale insieme di fratelli animati da un solo spirito; per mezzo di Cristo nello Spirito li portano al Padre e in mezzo al loro gregge lo adorano in spirito e verità (cfr. Gv 4,24)”.

Tale ministero si compie stando tra il popolo, in missione sulle strade del mondo, annunciando in parole e opere Gesù morto e risorto, via, verità e vita; amministrando i sacramenti dell’incontro con Cristo, particolarmente perdonando i peccati e donando il Pane della Vita, affinchè i poveri, gli ultimi, i peccatori ritrovino dignità, speranza e salvezza. Si compie inoltre visitando gli infermi, soccorrendo chi è nel bisogno e guidando i singoli e le comunità verso la pienezza della vita del mondo che verrà.

I presbiteri non sono degli operatori sociali, bensì uomini di Dio altissimo che in Gesù Cristo ha dato possibilità di vita nuova ai peccatori e ha aperto all’umanità le porte del cielo. Essi hanno una missione eminentemente spirituale ma non per questo disancorata dalla realtà; piuttosto concentrata su quello che è il senso stesso della vita, il suo fine, la sua meta: Dio in Cristo. Se si interessano di problemi sociali è perchè gli uomini e le donne possano svincolarsi da condizionamenti indegni della persona umana e ognuno sia libero di abbracciare Cristo e pregustare la bellezza della vita eterna.

I presbiteri sono educatori nel popolo di Dio: educatori alla vita nuova in Cristo, che è vita di lode al Padre, di amore verso di Lui e verso il prossimo; educatori che risvegliano nei laici la consapevolezza della vocazione battesimale che li fa partecipi a pieno titolo della vita e della missione della chiesa. A immagine del Buon pastore, sono chiamati a donare se stessi per il Regno di Dio; ad accogliere e perdonare; ad annunciare la misericordia del Padre e la necessità della conversione; a predicare e insegnare le verità che sono via al cielo, correggendo e sostenendo, consolando e ammonendo, difendendo la vita e la dignità di ogni uomo, sempre però con la viva consapevolezza di aver bisogno per primi della misericordia di Dio, perché coscienti di non essere migliori degli altri. Per questo debbono continuamente verificare con scrupolo, e la propria fedeltà alla Parola di Dio così com’è interpretata dal Magistero, e il rispetto nei confronti della sacra liturgia, e l’osservanza della disciplina ecclesiale. Occorre che vigilino inoltre sulla propria condotta morale e sul celibato vissuto per il Regno, mantenendosi liberi anche da ogni pur minimo attaccamento al denaro e ai beni terreni. Si interroghino ancora sulla propria dedizione alle persone, in specie le più bisognose; sulla disponibilità ad accompagnarle come fa il buon pastore che si carica sulle spalle la pecora smarrita o dolorante; infine sulla prontezza alla collaborazione con gli altri presbiteri, oggi tanto necessaria.

Proprio per la loro responsabilità di educatori, i sacerdoti siano molto attenti nel parlare e nell’agire, in modo da favorire il dialogo e l’incontro, mai lo scontro. Essi sono uomini di comunione e per loro nessuno è nemico, pur se qualcuno può arrivare a considerarli nemici. Anche quando la loro voce si alza per proclamare la giustizia e la verità, lo facciano nei modi che l’ora presente richiede. Oggi infatti siamo seduti su di una polveriera, per cui occorre imparare a misurare i gesti e le parole, perché non accada esattamente il contrario di ciò che vorremmo: che scoppi la guerra, dove invece si vuole la pace. Gli animi sono surriscaldati; in giro c’è rabbia e malcontento; ci si muove spinti più dalla “pancia” che dalla ragione; più dalle sensazioni che dall’obiettività. La denuncia profetica perciò oggi si fa principalmente nel silenzio tenace dell’operosità; nella discrezione dell’azione quotidiana; nella ricerca di un confronto che risolva nel dialogo interpersonale gli inevitabili conflitti; gettando dentro la vita di tutti i giorni, umili semi di speranza. A mio parere, questo è lo stile di azione del presbitero nel tempo presente.

A tre anni ormai dalla mia venuta a Pistoia, posso dire con cognizione di causa che il presbiterio della nostra diocesi è in buona sostanza un grande dono. Ci sono purtroppo qua e là inadempienze e inadeguatezze; non possiamo certo nascondercelo. A volte si riscontra un esercizio ripetitivo e stanco del ministero, oppure comportamenti, abitudini e impostazioni pastorali che non sono del tutto in linea con quanto la Chiesa e il vescovo chiedono. Ogni tanto si affaccia qualche rivalità o invidia. Si fa poi fatica ad accettare una certa mobilità nel servizio parrocchiale, cosa che sarebbe di per sé normale, specie in questa stagione ecclesiale accentuatamente missionaria. Non mancano incomprensioni all’interno di qualche parrocchia e tensioni un po’ troppo aspre che il sacerdote dovrebbe cercare assolutamente di non fomentare, fosse anche solo involontariamente. Altrimenti si produrrebbe un’odiosa divisione nella comunità tra chi sta dalla parte del parroco e chi gli è contrario, finendo per dar luogo a un “nomadismo” da una parrocchia all’altra che non è per niente positivo. Bisognerebbe infatti che ogni fedele riuscisse ad accettare con fiducia il sacerdote che ha, senza andare dal prete che più gli piace; ricercando piuttosto con vero senso di responsabilità, le vie del dialogo, della comprensione reciproca e, se necessario, della correzione fraterna; cosa che del resto il presbitero dovrebbe accogliere con grande apertura di cuore. Qui evidentemente è in gioco anche il mio compito di pastore e padre, di amico e guida, di fratello e compagno di strada. Pur avvertendo la mia debolezza e fragilità e avendo ben chiare davanti agli occhi le mie inadempienze e incapacità, sento la responsabilità di esercitare quella che voglio chiamo una “amorevole vigilanza”. Mi spingono ad essa sia il rispetto dovuto al popolo santo di Dio, che ha diritto di trovare nei preti ciò di cui ha bisogno per crescere nella “statura di Cristo”, sia l’affetto sincero che nutro verso ogni singolo presbitero di questa diocesi.

Se dunque cose da migliorare ce ne siano, ciononostante la nostra diocesi, come dicevo, ha sostanzialmente un buon presbiterio, dedito con entusiasmo e passione alla missione apostolica. La cura pastorale del popolo di Dio non è certo trascurata. Ciò è ancor più degno di nota se si tien conto che di questi tempi ogni presbitero porta un carico non indifferente di preoccupazioni, di fatica e talvolta anche di amarezze. Capita infatti che di tanto in tanto debba sopportare pazientemente critiche ingiuste e ingenerose. In qualche caso gli accade persino di essere vittima di maldicenze se non di calunnie. Un prete che si sforzi di compiere con fedeltà la sua missione, oggi si trova sempre in movimento, direi “consumato” dalle persone, dalle situazioni complicate che deve affrontare, forse anche da tante incombenze di cui farebbe volentieri a meno e che bisognerebbe effettivamente trovassero una diversa soluzione.

Mi sento perciò di dire sinceramente grazie ai presbiteri di questa Chiesa e credo dovrebbero farlo pure ogni comunità e ogni cristiano. Se segnalo dei limiti, è perché ritengo che la vita e l’operato dei presbiteri possa migliorare ancora e che in ogni caso ci sia bisogno di un “colpo d’ala”: per far meglio ed essere in tutto e per tutto dei veri “pescatori di uomini”, se non altro con più gioia, fantasia e abbandono fiducioso nelle braccia del Padre. Per questo, chiedo a tutta intera la comunità diocesana di non smettere di pregare per la santificazione di noi sacerdoti.

Termino ritornando ad assaporare la gioia che il Signore ci dona l’otto dicembre e invitando tutti ad aprire il cuore alla gratitudine. Affido a Maria Santissima la vita di don Gianni perchè sia sacerdote secondo il pensiero, il cuore e la carne di Dio. Affido alla Madonna i presbiteri della nostra chiesa, me compreso, perchè siamo un cuor solo e un’anima sola, contenti della chiamata che il Signore ci ha rivolto.

Affido inoltre a Maria il piccolo gruppo dei nostri seminaristi affinchè si preparino bene al ministero sacerdotale, verificando con attenzione la propria vocazione. Che Maria infine benedica tutto intero il popolo di Dio che è la santa Chiesa pistoiese ma anche un po’ fiorentina e pratese: cresca ogni giorno di più nella gioia del vangelo.

Pistoia 3 dicembre 2017,
prima domenica di Avvento

+ Fausto Tardelli

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