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XXIX SETTIMANA TEOLOGICA. UN NUOVO VOLTO DI DIO? SINTESI DELL’INTERVENTO DI MONS. FROSINI

Si è rimessa in moto, ormai nell’imminenza del Trentennale, la Settimana Teologica. Un appuntamento che quest’anno si interroga su Dio stesso, così come il Pontificato di Papa Francesco, attraverso il suo magistero e l’anno straordinario della Misericordia, intende presentarlo a tutti. Un “segno dei tempi” che invita tutti a contemplare il volto di Dio, cercando di coglierne i tratti autentici. Già, perché viene da domandarselo, qual è il nuovo volto di Dio? Anche la poesia, suggerisce il Vescovo Tardelli in apertura, può chiedere di rivedere, attraverso i versi di Rainer Maria Rilke, il volto di Dio che abbiamo in mente: Non attendere che Dio su te discenda/ e ti dica «Sono»./ Senso alcuno non ha quel Dio che afferma/ l’onnipotenza sua./ Sentilo tu nel soffio, onde Egli ti ha colmo/ da che respiri e sei/. Quando non sai perché t’avvampa il cuore:/ è Lui che in te si esprime.

C’è un punto fermo irrinunciabile che sempre di più la teologia ha imparato ad approfondire: Dio è amore. Eppure questa acquisizione fondamentale si è scontrata spesso con le vicende del pensiero, soprattutto dall’illuminismo in poi. Per quanto questo possa essere considerato il mondo migliore possibile, come affermava Leibniz – ricorda Frosini –, la storia offre sempre il destro a critiche più o meno ragionate del Candido di turno: sarà anche così, ma di fronte al terremoto di Lisbona (come ad altri a noi più prossimi), sorge l’interrogativo che mette in questione il Dio onnipotente, “rex tremendae maiestatis”. Un Dio così “tetragono” nella sua perfezione da restare poco accettabile dall’uomo moderno, che uscito dallo stato di minorità si spinge fino a metterlo in discussione.

È il dibattito che Frosini, per sommi capi, ma da maestro della sintesi, propone nella sua relazione, tratteggiando il profilo di Dio nella modernità. Un profilo scalpellato dalla crescente considerazione della libertà dell’uomo, talvolta intesa come libertà contro Dio. Libertà, comunque, che esprime la cifra dell’uomo moderno. Un’idea che l’età attuale, quella post-moderna, non ha dimenticato, ma che non sorregge più con salde armature di pensiero. Dopo il crollo dei grandi racconti del Novecento (con le sue ideologia, i suoi sistemi, perfino un certo catechismo..), la ragione ne  è uscita depressa e con essa Dio stesso, diventato per molti uomini di oggi, secondo l’espressione di Adolphe Gesché, “materia di sospetto”. Dio è forse nemico dell’uomo? Nemico, ad esempio dell’eros, l’ultimo grande mito dell’uomo odierno? “La Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita?”. Se lo chiedeva Benedetto XVI nella sua Caritas in Veritate e ce lo chiediamo anche noi oggi, riecheggiando la terribile alternativa di Sartre: “O Dio o l’uomo”..e se dobbiamo scegliere, il problema non sta più in un ateismo ragionato, ma in un secco: “non voglio che Dio esista”.

La Chiesa si è confrontata ufficialmente con l’ateismo e la proposta di un umanesimo ateo in Gaudium et spes 19-21. Proprio qui si indicano tra le cause stesse dell’ateismo, alcune “cadute di stile” della Chiesa: “una presentazione ingannevole della dottrina … i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione”.

Come trovare, allora, il genuino volto di Dio? L’aggiornamento è la parola fondamentale. Una parola lanciata, quasi a sorpresa, da papa Giovanni XXIII, che ha trovato fondamento teologico su quel brano di Dei Verbum n. 8 dove si legge: “cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse”. Cresce attraverso lo studio e la contemplazione dei credenti, ma anche attraverso la “intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali” – come attestano, ad esempio, gli scritti di Teresa di Lisieux, dai quali, conformemente alla sua “piccola via”, emerge un nuova visione del volto di Dio. Un invito a ricordarsi sempre che la teologia inizia e finisce con la preghiera. Eppure la comprensione cresce anche per vie ufficiali, “per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità”.

Cresce la comprensione e pone sempre più in evidenza che il Dio cristiano è un Dio che è amore. Gesù ha rivelato agli uomini il volto amante di Dio, con la sua vicenda ha tracciato pienamente il volto del Dio Amore, del Dio che è Misericordia. Non dimentichiamoci, afferma Frosini,  che nella parabola del Figliol prodigo Gesù controbatte ai teologi del tempo che si identificano nel fratello maggiore, il fratello “buono”.

Un Dio che è amore e misericordia, dunque, che non vive in contrapposizione o scapito dell’uomo, ma che dell’uomo è profondamente innamorato, perché l’uomo è la passione di Dio. Un Dio così appassionato che contrasta nettamente con l’idea di Dio propria del mondo antico greco-romano, per cui la divinità non si interessa dell’uomo. Per grande che sia l’eredità del pensiero greco nella teologia cristiana, il Dio di Platone non è il Dio cristiano, e resta sempre viva la questione che ha fatto dibattere gli antichi espressa sinteticamente da Tertulliano: “può esserci qualcosa in comune tra Atene e Gerusalemme?”.

Di fronte al Dio cristiano della Croce e dello scandalo, occorre riaggiornare continuamente il nostro modo di pensare Dio. Dio non comanda, afferma Frosini. La Torah stessa è insegnamento; Dio pone davanti all’uomo la via del bene e quella del male, pone all’uomo la scelta. Occorre accantonare l’idea di un Dio continuamente preoccupato di punire. Se l’inferno non è una creazione di Dio, anche la nostra predicazione non può continuare a presentare i novissimi (morte, giudizio, inferno e paradiso) secondo quella vera e propria “fisica” già stigmatizzata da Yves Congar. D’altra parte se la Chiesa si impegna solennemente ad affermare la santità di alcuni suoi membri, non ha mai confinato nessuno alla dannazione eterna. L’inferno punta il dito, piuttosto, sulla responsabilità dell’uomo, sugli inganni della sua libertà. E a chi si domanda se si può ancora parlare di Dio dopo Auschwitz, si potrebbe chiedere se sia ancora possibile parlare dell’uomo dopo Auschwitz. Dio non sottrae mai all’uomo la sua libertà, anche se l’uomo perde il passo della sua umanità.

Torniamo così al vecchio dibattito sul terremoto. In fondo anche Leibniz aveva le sue ragioni. Dio ha creato il migliore dei mondi possibili. Anche se il mondo materiale ha i suoi limiti inevitabili. Dio non è il Dio chiuso nella sua onnipotenza, semmai è pantokrator, Signore di tutto, come afferma il termine greco del Credo che traduciamo con onnipotente. Gesù ci svela un volto di Dio diverso, quello di un Dio che lava i piedi sporchi dell’uomo, che si china a lavare la sporcizia dell’umanità, come traduce un dipinto suggestivo di Sieger Koder. Evangelizzare significa portare a tutti questo volto di Dio, aggiornarsi alla luce di questa più fedele idea di Dio. E con questo nuovo volto di Dio leggere i segni dei tempi, recuperare lo spazio pubblico, destare le coscienze del popolo di Dio.

(u. f.)

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