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TRIGESIMO DEL VESCOVO BIANCHI. L’OMELIA DI MONS. TARDELLI

 

XXIII domenica del Tempo Ordinario
4 settembre 2016 – ore 18 – Cattedrale

Come ieri, un mese fa, moriva il Vescovo Mansueto. Oggi, seguendo un’antica consuetudine, ci raccogliamo nuovamente in preghiera, per ricordarlo e pregare per lui se ancora ne avesse bisogno, ma soprattutto per riprendere il cammino nella lode del Signore, nell’amore fraterno e nella testimonianza del Vangelo, corroborati dal suo esempio.

Toccati profondamente dalla sua morte, non possiamo però sostare troppo a lungo nel rimpianto o nella tristezza che toglie il respiro. Occorre guardare avanti, come si addice a gente che crede nel Signore Gesù, vincitore della morte; occorre rimboccarci le maniche e continuare quel cammino che il nostro fratello e amico ha già compiuto ma che noi abbiamo ancora da fare, adempiendo alla missione che il Signore ha affidato a ciascuno di noi. Riprendendo un’espressione cara al Vescovo Mansueto, occorre “volare alto”, vivendo non ripiegati dentro le nostre mestizie e gli stessi nostri peccati ma protesi verso il dono completo della nostra vita, verso l’orizzonte infinito di Dio e dell’amore ai fratelli. Affidiamoci pertanto per questo alla Parola di Dio che in questa domenica provvidenzialmente il Padre di ogni misericordia ci dona.

Quanto abbiamo ascoltato nel libro della Sapienza sembra fare proprio al nostro caso. Ciò che si dice, lo sentiamo particolarmente vero. Lo abbiamo sperimentato e lo sperimentiamo: “Quale, uomo può̀ conoscere il volere di Dio? Chi può̀ immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni… A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo?

Si, è così. Non ce la facciamo a capire. Non riusciamo a comprendere. La nostra mente e anche il nostro cuore nel chiedersi il perché si aggrovigliano, si annodano, cominciano a girare a vuoto e spesso sfociano in un amaro senso di impotenza. Ci vuole il dono della Sapienza, per entrare nel Mistero di Dio. Ci vuole il Santo Spirito, per capire e soprattutto sperare. Ci vuole quella Sapienza che viene dall’alto come un dono a nessuno negato, che a tutti si comunica, ma che pure va cercato e implorato, chiesto senza stancarsi e invocato con insistenza. E quando per davvero ci si avventura in questo cammino di invocazione e di preghiera, senza calzari ai piedi, con l’umiltà dei poveri, lo Spirito Santo ci plasma, ci modella e la luce gentile e misteriosa della Sapienza divina ci permette di ridefinire i contorni e la vera consistenza delle cose. Non si fa tutto chiaro, ma tutto si trasforma lentamente in lode di Dio e amore per gli altri.

Pure nella brevissima lettera a Filemone troviamo qualcosa per noi oggi. Nelle parole con cui Paolo rimanda lo schiavo al suo padrone, leggo come in filigrana alcuni rimandi alla nostra esperienza. Perché di Onesimo, Paolo avrebbe avuto ancora bisogno, per essere assistito e confortato. “Avrei voluto tenerlo per me”, dice a Filemone. Così come ho detto io al Signore nei giorni duri della morte dell’amico Mansueto. Così come credo molti di voi allora e oggi potrebbero dire. Ma Onesimo deve tornare dal suo padrone, dal suo Signore, come uno finalmente libero, non più schiavo, ma liberato e pienamente partecipe della vita. Ed è bene così. Dobbiamo dircelo. Con convinzione profonda. E’ bene così. Come fu bene per Paolo restare nelle catene, senza la presenza di colui che pure “gli stava tanto a cuore”.

Illuminati dalla Sapienza di Dio, possiamo infine accogliere le parole del vangelo che ci invitano a lasciare ogni cosa per essere discepoli dell’unico maestro. Nel brano di oggi si parla di necessario distacco da ogni cosa. Si parla di ridimensionamento di tutti gli affetti, anche di quelli più cari, perché non prendano il posto di Cristo. Si parla ancora di distacco dalla stessa vita per entrare nel Regno e della necessità di accettare la croce di una vita come quella di Cristo, spesa per amare senza aspettarsi niente in cambio.

E tali distacchi non sono intesi quali sacrifici “meritori” che fanno guadagnare in qualche moto la qualifica di “discepoli” di Cristo. No. L’esempio della torre e della guerra, stanno lì a dirci che se non siamo “spogliati” non possiamo essere “rivestiti”. Se il nostro il nostro uomo vecchio non muore, se cioè non accettiamo il distacco, la potatura, è impossibile essere discepoli del Signore Gesù. E’ proprio impossibile, di per sé, intrinsecamente impossibile.

La vicenda del nostro amico e vescovo Mansueto ce lo ha ricordato e ce lo ricorda. Anch’egli si è “spogliato” come il buon vino che così, col tempo, diventa speciale. Pian piano si è distaccato da ogni cosa. E ci ha dato una lezione di essenzialità, mettendoci tutti, me per primo, di fronte al mistero della morte che tutti, prima o poi ci visiterà. Quante cose perdono di valore, di fronte a questa consapevolezza! Quante altre invece, più semplici e vere, come l’amicizia sincera, acquistano estrema importanza! Come prende altra luce il tempo che abbiamo, al pensiero che è destinato ad esaurirsi! E quanto diventano ridicoli i nostri egoismi, le nostre invidie e gelosie, le nostre guerre e quel “potere” che affascina terribilmente ogni uomo!

Qualcuno potrebbe ritenere che il pensiero della morte sia da evitare, perché di cattivo gusto e causa di tristezza che cozza contro la nostra profonda voglia di vivere. Ma non è così, anche se oggi la nostra cultura così ce lo presenta. Al contrario, il pensiero della morte ci conduce a trovare ciò che è essenziale e che da senso vero e gusto pieno alla vita e che, alla fine vince sulla stessa morte: cioè l’amore generosamente vissuto, donato e ricevuto in Cristo. Ed è su questa strada che il nostro amico e vescovo Mansueto ci invita a camminare senza indugio.

+ Fausto Tardelli, Vescovo

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