SIRIA: L’IMPEGNO DELLA CHIESA ITALIANA

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Intervista a don Francesco Soddu direttore Caritas nazionale

Sette anni di ‘guerra sporca’ non hanno spento il desiderio di bellezza dei giovani siriani

 

Sull’interminabile conflitto in Siria Papa Francesco ha levato più volte un appello per la pace e per garantire corridoi umanitari a una popolazione stremata da violenze e difficoltà di ogni genere. Anni di stragi e violenze, alimentate da una complessa situazione internazionale, rischiano infatti di cadere nell’indifferenza globale. Caritas Italiana è impegnata da tempo in questa grave crisi umanitaria. Per approfondire la situazione siriana abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Soddu, direttore della Caritas Italiana.

Come Caritas italiana in che modo avete potuto portare aiuto al popolo siriano?

Abbiamo sostenuto il popolo siriano sin dallo scoppio della crisi, attraverso Caritas Siria e attraverso altre espressioni della Chiesa locale, come ordini religiosi, diocesi locali e comunità monastiche. L’intervento si è concentrato soprattutto su aiuti di urgenza, vista la gravissima situazione, ma non sono mancati interventi di formazione e affiancamento ai partner locali e piccoli interventi di ricostruzione e riabilitazione.

Il vostro supporto a Caritas Siria quali campi di interventi ha interessato?

Sicuramente moltissimo è stato fatto nell’ambito degli aiuti di urgenza: una catastrofe come quella che vive la Siria dal 2011 richiede purtroppo uno sforzo enorme per salvare più vite possibile. Ci sono stati quindi molti progetti di distribuzione di aiuti di urgenza (alimentari e non), contributi al reddito attraverso vouchers, contributo all’alloggio per tutti i milioni di sfollati interni, e un ampio progetto di aiuti sanitari sia per le vittime del conflitto (feriti, mutilati, invalidi) sia per patologie ordinarie. Un grosso sforzo è stato dedicato poi alla ricostruzione e riabilitazione del settore educativo: abbiamo contribuito a ristrutturare scuole, fornire kit scolastici e organizzare corsi di formazione specifici. Nel corso di questi 7 anni abbiamo poi sostenuto Caritas Siria con un contributo tecnico, offerto da nostri operatori esperti, che insieme ad altro staff internazionale hanno aiutato i colleghi siriani a gestire questo periodo difficilissimo. Per il futuro immediato ci vorremmo concentrare anche su progetti che aiutino un percorso di pace e riconciliazione, puntando soprattutto sui giovani.

C’è un aspetto che spesso rimane in ombra: cioè l’impegno di tanti volontari disposti a rischiare la vita ogni giorno a servizio di chi ha bisogno. Quanti sono e dove operano?

In questi anni Caritas Siria ha potuto contare su quasi 4.000 volontari in tutto il paese, che hanno contribuito a svolgere le attività umanitarie e pastorali in collaborazione con lo staff dei sette uffici regionali e le Chiese parrocchiali. Purtroppo nel corso di questi anni anche loro sono stati vittime dirette della guerra, due in particolare sono rimasti uccisi durante lo svolgimento del loro servizio, altri feriti. Molti sono dovuti scappare, abbandonare la propria terra e cercare una nuova vita all’estero, moltissimi hanno perso familiari e amici. Ma chi rimane rappresenta davvero un segno di speranza: di fronte a tanto orrore sono riusciti a trovare la forza per attivarsi e dare il proprio contributo a chi sta peggio. Nella ricerca condotta lo scorso anno in collaborazione con Caritas Siria abbiamo potuto costatare che addirittura il volontariato è aumentato in questi anni, nonostante la tragedia c’è ancora chi pensa al prossimo, in modo disinteressato, aiutando cristiani e mussulmani senza distinzione.

 Non è sempre facile comprendere le dinamiche del conflitto siriano. Certamente sono tanti gli interessi internazionali che alimentano questa situazione. Stando a stretto rapporto con la popolazione che idea vi siete fatti?

Si tratta di una guerra sporca, alimentata da vari interessi internazionali, di potenze sia regionali sia internazionali. Come hanno detto in molti è una sorta di guerra mondiale combattuta sulla pelle del popolo siriano. Vari gli attori sul campo. Ognuno per il proprio interesse geopolitico ha ritenuto opportuno alimentare il conflitto, da una parte o dall’altra, anche contro la popolazione civile. Il sogno di libertà gridato nelle piazze dai giovani siriani nel marzo del 2011, si è tramutato presto in un incubo fatto di repressioni violente, incarceramenti e torture. In questo scenario è subentrato l’intervento internazionale, che ha armato e finanziato gruppi di ribelli e di terroristi, tramutando un moto rivoluzionario in una assurda guerra tra fazioni di mercenari. Purtroppo è una guerra con molti colpevoli, e tra questi ci siamo anche noi, italiani ed europei, che abbiamo assistito inermi ai tanti massacri, senza indignarci abbastanza, senza sforzarci di perseguire un vero processo di pace, presi nel nostro egoismo, vittime della paura del terrorismo e dei profughi. Un’Europa più unita e consapevole della propria storia e della propria identità avrebbe forse potuto giocare quel ruolo di mediazione e di freno che le Nazioni Unite non sono state in grado di giocare.

Quali sono stati i progetti che hanno avuto un esito positivo per le città di Aleppo e Homs e quali quelli che tuttora state portando avanti?

Di fronte a tale tragedia è impossibile parlare di esito positivo, la catastrofe è tale che nessun intervento è sufficiente. Abbiamo cercato di fare il massimo aiutando chi era sopravvissuto ad anni di assedio e mesi di bombardamenti. Ci rincuora però sapere che ora sia la Caritas di Aleppo sia quella di Homs sono delle organizzazioni solide, capaci, che oltre a tanta motivazione (quella l’avevano anche prima) hanno le capacità e le competenze per portare aiuto alla popolazione. La Caritas ad esempio, grazie ai suoi operatori di Aleppo, è stata la prima realtà ad essere operativa nella zona est della città, dopo la fine dell’assedio e dei bombardamenti governativi.

Il lavoro da fare è ancora purtroppo enorme, prima di tutto nel campo dell’assistenza umanitaria, ma da qualche mese abbiamo iniziato progetti anche nell’ambito della ricostruzione delle abitazioni e della riabilitazione di piccole attività economiche, perché la popolazione ha bisogno di ritrovare un minimo di indipendenza economica.

Aleppo ha ancora voglia di rinascere?

Certamente, il desiderio è tanto, ma purtroppo è veramente difficile capire da dove iniziare per ricostruire una prima base di normalità. Anche perché la guerra e i massacri non sono finiti, e la “pacificazione” di una regione non è sufficiente a garantire il futuro, perché la pace non è l’assenza di guerra, è molto di più. Purtroppo vediamo infatti che anche in quelle zone dove l’intensità dei conflitti è diminuita, i bisogni sono enormi, sia materiali sia comunitari. Con l’aiuto di tutti sarà possibile rinascere, ma c’è bisogno veramente di uno sforzo collettivo che punti all’assistenza, alla riabilitazione e allo sviluppo di percorsi di pace e riconciliazione.

Qualche anno fa Caritas Italiana e Caritas Siria hanno voluto indagare sulla situazione dei giovani nella nazione siriana. A partire da questa prima ricerca quali progetti avete in cantiere per aiutare le giovani generazioni?

La ricerca è stata molto importante perché ci ha fatto capire, dati alla mano, che nel paese ci sono ancora centinaia di giovani che hanno voglia di mettersi in gioco. Nonostante i tanti che non ci sono più (morti o costretti a partire) chi è rimasto ha voglia di ricominciare, di impegnarsi per il proprio futuro e per il futuro del suo paese. Abbiamo scoperto un grande desiderio di “bellezza”: moltissimi hanno espresso il desiderio di tornare a studiare ma anche di impegnarsi in attività artistiche, come la musica, il teatro e le arti figurative. Come se di fronte a tanto orrore i giovani avessero bisogno di nutrire il loro spirito con l’arte. Per questo con Caritas Siria abbiamo avviato il progetto “come fiori tra le macerie”, per la creazione di laboratori artistici residenziali, dove avviare i giovani a quello che potrebbe essere una professione ma non solo. Il primo vedrà la luce a Damasco speriamo entro il 2018. Si tratterà di un laboratorio di restauro artistico e di produzione di mosaici tradizionali, un centro dove offrire percorsi formativi ai giovani, per dare loro una possibilità professionale concreta, lavorando alla ricostruzione materiale e culturale del proprio paese. Al tempo stesso sarà un simbolo di pace: giovani siriani, senza distinzione di religione, impareranno insieme come ristrutturare le opere d’arte delle moschee e delle Chiese del loro paese, così come dei monumenti civili. Per questo oltre ai corsi tecnici offriremo anche formazione alla pace e riconciliazione, che questi giovani possano essere degli ambasciatori di pace, in mezzo a tanto orrore, come fiori che spuntano all’improvviso tra le macerie, tenaci e delicati al tempo stesso.

Daniela Raspollini

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