QUARANTANNI IN BRASILE, DOVE SCOPRIRE GESÙ

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Nadia Vettori, missionaria laica della Diocesi di Pistoia racconta la sua esperienza a servizio degli ultimi

 

Nadia Vettori è da poco rientrata in Italiana dal Brasile, con alle spalle la sua ricca esperienza di oltre quarantanni vissuti in Brasile. Stavolta non non si tratta però di un periodo di riposo, ma di un addio definitivo alla sua terra di missione. Abbiamo voluto incontrarla per parlare di questo suo importante impegno speso per la chiesa brasiliana.

Come ci si sente una volta tornata a casa con alle spalle 43 anni di esperienza missionaria?

«Questi miei 43 anni sono stati una ..vita intera piena di tante esperienze. Da Paricatuba (Manaus) con gli Hanseniani (cioè i lebbrosi) e le comunità sulle rive dei grandi fiumi, agli anni con i giovani, le donne e la Pastorale dei bambini; e poi tanti anni a Balsas nello Stato del Maranhão, nel Bairro Nuova Tresidela con le famiglie che vivono ai margini della discarica, con i giovani e bambini. Esperienze che mi hanno dato tanto e che mi hanno cambiata, fatta crescere in tutto. Al solo ricordarle mi fanno sentire felicissima e grata al Signore».

Ci puoi raccontare come sei arrivata alla decisione di tornare a casa definitivamente?

«Nella mia vita le partenze e i ritorni sono sempre stati momenti decisivi. Momenti in cui Dio, con la sua grazia, mi ha fatto riconoscere che quello era il tempo opportuno per cambiare, il momento giusto che Lui mi offriva per andare avanti, raggiungere gli altri e crescere! E ora, ancora una volta, il Signore mi ha fatto capire che era giunto il momento opportuno per cambiare; questa volta per tornare alla Chiesa che mi ha inviato. Era il arrivato il tempo di tornare alla mia famiglia di sangue, anche se porterò sempre dentro di me, tutte le famiglie del cuore e dei sogni che ho costruito in Brasile».

Con quali modalità o atteggiamenti hai portato Cristo nella realtà di quella gente?

«Papa Francesco nella sua ultima Esortazione Apostolica “Gaudete et Exultate” al n. 135 ci dice: «Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì». Io non ho portato Gesù in quelle realtà. Lui era già lì!
Era già li a Rio de Janeiro, nel novembre del 1974, quando arrivai in Brasile, a braccia aperte ad aspettarmi, non sul Corcovado, ma sopra un marciapiede, morto, circondato di candele e coperto con giornali.
Lui era li! A Manaus, in Amazzonia, nell’umanità e nella carne ferita dei lebbrosi di Paricatuba e nel pregiudizio millenario della società verso queste persone. Era li! Nel corpo malnutrito e maltrattato dei bambini delle favelas e di quelli che abitavano lungo le rive dei grandi fiumi. Era già li! Nel cuore e nell’anima di tante donne stanche della loro vita oppressa dai mariti e dalla società, stanche e di essere ridotte a oggetto di consumo e sfruttamento.
Anche a Balsas, nel Maranhão, Gesù mi ha sempre preceduta. Quando sono arrivata, Gesù era già li! L’ho riconosciuto negli esclusi del Bairro Nuova Tresidela (luogo di sbandati e criminali, come tutti dicevano), che sentivano su di sé come un marchio indelebile. Lui era nella discarica comunale, nella periferia umana e sociale degradata. Era in un’umanità degradata nella dignità, nella salute, nelle relazioni umane, segnata da liti, furti e dalle violenze dei Boss che trafficano droga e alcol). Lui era li! Nel corpo e nell’anima di tante donne ferite dalla brutalità e dalla violenza del marito. Era nel dolore di famiglie distrutte dall’alcol e dalla droga. Gesù era già lì alla Nuova Tresidela, anche nella religiosità popolare, semplice e sincera di questa gente. Io ho vissuto per e con tutte queste persone, per aiutarle a conoscere meglio quel Gesù che era lì con loro, presente nella loro sofferenza per aiutarle a uscirne. Sono stata con loro, nella solidarietà e nell’amicizia, per aiutarle a conquistare la dignità di figli di Dio, dare loro speranza e permettere al Regno di Dio di realizzarsi in quelle realtà».

Ci puoi raccontare quali sono state le emozioni che hai provato la prima volta che hai toccato la tua terra di missione?

«Tante le emozioni che si accavallavano dentro di me: gioia, gratitudine, stupore e curiosità verso la nuova realtà; tristezza e molti ‘perché’ davanti alla povertà e soprattutto davanti alle tante contraddizioni presenti ovunque».

Sei vissuta come missionaria per la chiesa brasiliana: quali sono stati i momenti più forti che hai vissuto e che ci vuoi raccontare?

«Sono vissuta come Missionaria, inviata e a nome della mia Diocesi di Pistoia, nella Chiesa di Manaus e di Balsas, in due Stati, in realtà e in momenti differenti e distanti negli anni.
Il primo momento più forte è stato quando il vescovo Mario Longo Dorni nella Cattedrale di Pistoia nel novembre 1974, mi ha conferito il mandato missionario per la Chiesa sorella di Manaus. Il Brasile del ‘74 viveva una dura repressione militare e la Chiesa, soffrendo con i poveri, i perseguitati e le tante persone uccise e scomparse, viveva la teologia della liberazione. Era un momento forte e doloroso segnato dalla morte di catechisti, sacerdoti, suore e persone che difendevano i diritti umani.
Un altro momento forte fu la prima Messa celebrata a Paricatuba con i lebbrosi che porgevano “il resto delle loro mani” per ricevere quel Gesù che era già lì con loro, sofferente nella loro sofferenza e mutilato nelle loro mutilazioni.
A Manaus momenti forti sono stati gli incontri con le persone delle comunità sparse lungo le rive dei grandi fiumi (Rio Negro e Rio Solimões), le riunioni, le celebrazioni con loro. Ci sono poi stati i momenti di spiritualità e le celebrazioni con i “lideres” della Pastorale di bambini.
A Balsas non posso dimenticare la prima visita al Bairro Nuova Tresidela e alla discarica comunale; il primo Natale celebrato nel Bairro Nuova Tresidela, in una capanna di paglia e con un Gesù Bambino nato da due giorni; la celebrazione nella quale fu posta la prima pietra della Casa della Comunitá. E poi le celebrazioni di religiosita popolare con i “Benditos” cantati dalle “matriarche” della Comunitá, la festa del “Divino”, la festa dei “Santi Re Magi”; la festa di San Lazzaro con la cena per i cani.
Ma ci sono stati tanti momenti forti, ogni volta che mi incontravo con le persone, i più poveri, i malati».

Sei stata coordinatrice di tanti progetti come il Progetto Tresidela Nova. Come si è sviluppato nel tempo e quali difficoltà hai dovuto affrontare?

«Il Progetto Tresidela Nova, da piccolo che è nato…ora è diventato grande.
Le difficoltà erano tante: la situazione socio economica del Bairro, delle famiglie, dei bambini e adolescenti lasciati a sé stessi e per strada. La situazione economica per portarlo avanti, farlo crescere e far fronte alle tante necessità. La realtà pesante della droga e della violenza familiare; l’analfabetismo nella quasi totalità delle persone.
Nel tempo e con la nostra presenza è cresciuta, il progetto, volto all’accoglienza e all’accompagnamento di bambini e adolescenti, si è fatto conoscere ed è stato riconosciuto dalla società Balsense. Oggi molti amici di Balsas lo sostengono materialmente e economicamente e si sentono partecipi del Progetto. La Biblioteca, nata timidamente con circa 100 volumi usati ricevuti in regalo, oggi conta un’ampia sala di lettura e quasi 4 mila volumi. Lo sviluppo della Biblioteca è stato così grande che abbiamo ‘osato’ realizzare, per la prima volta in Balsas, la Fiera del Libro. Nel 2017 abbiamo realizzato la terza edizione di questa iniziativa con la cooperazione e la partecipazione del Comune, delle scuole e di tantissime altre persone.
Molti ragazzi, che sono stati accolti dal nostro progetto oggi sono educatori. Una di loro si è già laureata in lettere, l’altra in Pedagogia, altri stanno frequentando l’Università. Anche il Bairro è migliorato. La strada è asfaltata, acqua e luce sono in tutte le case, i bambini vanno a scuola e vengono al Progetto nel resto della giornata. Anche la città vede il Bairro Nuova Tresidela con occhi differenti. Non è più un luogo di sbandati e drogati. Nessuno ha più paura di andarci».

Durante i tuoi lunghi anni in Brasile ha lavorato a tanti i progetti e campagne per la difesa dell’ambiente e della dignità umana. Quali obbiettivi ti senti di avere raggiunto?

«Alla fine, non siamo riusciti a realizzare sempre tutto, ma penso a Paricatuba e al lavoro con gli hanseniani (quelli che siamo abituati a chiamare, con un certo disprezzo “lebbrosi” ndr). Certamente non abbiamo debellato la malattia e l’isolamento, ma abbiamo ridato loro quella dignità umana e di figli di Dio che gli era stata tolta e li abbiamo fatti sentire di nuovo amati.
Il mio lavoro nella Pastorale dei bambini aveva come obiettivo principale salvare i bambini dalla morte prematura, insegnando alle mamme come prevenirla. Le mamme hanno collaborato e di bambini ne abbiamo salvati tanti.
A Balsas, il Progetto Tresidela Nova, è ancora in atto, ma certamente ha raggiunto una parte dei suoi obiettivi. Adolescenti e Giovani che attraverso l’arte hanno imparato e imparano a sognare e desiderare una vita differente. Alcuni di loro già hanno cambiato vita, altri la stanno cambiando adesso, studiando e laureandosi. Alcuni dei bambini e adolescenti che io ho trovato all’inizio del progetto e sono stati oggetto delle nostre attenzioni oggi sono educatori per lo stesso progetto.

Molti progetti e campagne le ho vissute in prima linea, non da sola, ma con l’aiuto e il contributo di tanti altri amici. Gli obiettivi raggiunti? Piccoli, puntuali, localizzati. Forse non sempre realizzati. Ma importante è porsi il problema, farlo presente agli altri e lottare perché, in qualche modo, le cose cambino».

In questi anni hai vissuto accanto ai poveri nella periferia della città. Ci puoi raccontare cosa ha significato per te questa esperienza di vita?

«Vivere e andare alle periferie urbane e esistenziali non è un’esperienza di vita, ma una “lezione di vita e per la vita intera”. I poveri, senza saperlo e volerlo, ci insegnano e ci condannano, ci fanno scoprire e sentire la nostra colpa. Ci insegnano la sobrietà, a vivere con l’essenziale e ci mostrano come per vivere degnamente non servono nè molte, nè grandi cose. Per questo il loro vivere ci condanna per tutto il superfluo di cui ci circondiamo, per lo spreco continuo che alimenta il nostro stile di vita, per i bisogni inutili che vogliamo soddisfare.
La fede, per loro, non ha bisogno di tanta esteriorità e mi ha sempre lasciato ammirata, la loro semplicità nell’esprimerla, il loro relazionarsi con Dio, con la Madonna e i tanti Santi loro protettori, ai quali sono devotissimi e che tengono negli “oratori” in un angolo privilegiato della casa. Non posso dimenticare le loro feste, i loro “benditos” cantati dalle matriarche della comunità fino a notte fonda senza stancarsi.
Con Don Tonino Bello mi viene da dire: “vivere con gli ultimi, significa lasciarsi coinvolgere dalla loro vita. Prendere la polvere sollevata dai loro passi. Guardare le cose dalla loro parte”. Tutto questo, cambia la vita; ha cambiato la mia vita».

Quanto è stato importante il legame con i sacerdoti fidei donum della nostra diocesi, tra i quali Don Umberto Guidotti?

«Questo legame è stato importantissimo, perché non si può stare e lavorare insieme se non c’è qualcosa che ci accomuna, qualcosa che ci lega, ci fa sognare un futuro differente per tutti. Eravamo a Manaus non per noi stessi, ma per gli altri!
Il Progetto proposto dalla Diocesi di Manaus alla Diocesi di Pistoia nel lontano 1974, richiedeva l’invio di Sacerdoti e laici per accompagnare le comunità abbandonate e sparse sulle rive dei grandi fiumi, nei laghi e lungo gli “igarape” (bracci di fiume che entrano nella foresta). Siamo partiti in due: io e Don Guidotti. A Manaus ci aspettava padre Cesare de Florio e la comunità del Beco do Macedo. A Cacau Pirera ci aspettava una piccola comunità e due suore: Suor Bruna Coderni (Italia) e suore Gabrielle Cogels (Belgio). Un anno più tardi ci ha raggiunti Don Enzo Benesperi e dopo i laici Berta Cavicchi, Grazia e Stefano Salvatori. Alcuni anni dopo è arrivato don Carlo Goffredi che è rimasto con noi un anno. Un lavoro come quello a noi affidato, in un’area vastissima, con tante e diverse necessità e problemi chiedeva l’impegno di tutti: laici, suore, sacerdoti. Ognuno aveva il suo compito specifico e allo stesso tempo le nostre azioni si univano e si fondevano perche non si può scindere il sacro dall’umano, lo spirituale dal corporale e l’obiettivo, il sogno, era comune per tutti.
Anni di lotte, successi e insuccessi. Anni belli, di tante cose viste, imparate, vissute.
Don Umberto Guidotti è sempre stato per tutti noi un punto di riferimento per la sua grande e vasta conoscenza e per la sua capacità di sintesi e di far capire le cose e i problemi».

Quanto è cambiato il Brasile in questi 40 anni? Che paese ti sei lasciata alle spalle?

«In questi 43 anni il Brasile ha subito cambiamenti enormi, nel bene e nel male.
In campo politico è passato dalla Dittatura Militare con tutte le sue aberrazioni, alle elezioni dirette, a un governo di sinistra con un metalmeccanico come Presidente (Lula) che ha cambiato, in meglio, la vita del paese e di milioni di Brasiliani.
Oggi, come tutti sappiamo, il Brasile è governato da un presidente di destra, frutto di un ‘golpe’ politico che ha destituito la presidente eletta Dilma Rousseff, e che ha fatto mettere in prigione l’ex Presidente Lula. Per questo oggi il paese sta vivendo un periodo molto confuso e difficile, con dinamiche che vanno a scapito dei più poveri, con spettri che tornano in scena, come fame, miseria dilagante. È un momento con tante ingiustizie, contraddizioni e contrasti. Nemmeno oso immaginare cosa può succedere da qui a ottobre quando ci saranno le elezioni presidenziali.

Nel campo ecclesiale, dal tempo bello e entusiasta del dopo Concilio, con Medellin, la Teologia della Liberazione, le Comunità Ecclesiali di Base, con vescovi e cardinali che, senza timore e come buoni pastori e profeti, vivevano per il loro “gregge”, lo difendevano e alzavano la voce contro i lupi della Dittatura e i soprusi da loro realizzati, siamo passati oggi all’assenza di vescovi e cardinali profeti, alla nascita di innumerevoli movimenti e gruppi “intimistici”, che poco intercettano le esigenze del popolo e i suoi problemi. Assistiamo alla nascita di nuove “congregazioni” femminili e maschili in stile francescano, ma anche al ritorno anti-conciliare dell’esteriorità nelle vesti e nella liturgia. Questo è il Brasile che ho lasciato; mi sembra, però, che molti aspetti siano presenti anche qui in Italia e a Pistoia».

Il tuo è stato anche un grande ruolo di educatrice. Penso all’albero delle farfalle che hai realizzato lì a Balsas. Quanti dei giovani che hai incontrato hanno preso il volo verso una vita libera, bella e buona?

«Ci siamo educati a vicenda. È stato questo amore profondo per il mondo e le persone che ci ha sempre dato il coraggio di impegnarci gli uni per gli altri. Se tanti giovani sono cambiati e hanno “preso il volo” anch’io sono cambiata, non sono più la stessa grazie a Dio e a tutto questo. Quando lavori, semini, cerchi di educare e educarti, non pensi mai quanti e quali saranno i frutti. Lavori, semini, vivi con loro, ami e…basta. Molti frutti non li vedremo mai e il successo appartiene solo a Dio.
Importante, anzi, direi l’unica cosa che conta è che il mio lavoro, il mio farmi prossima, il mio vivere con loro e per loro, abbia fatto bene a qualcosa e qualcuno, al punto di suscitare sogno e desiderio di trasformazione, che abbia lasciato un’impronta buona, segno, sogno e speranza di un altro mondo possibile».

Daniela Raspollini

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