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LE ORIGINI DELLA DIOCESI (dal I al X secolo) pistoia

Quando, come e per opera di chi una Chiesa, cioè una comunità cristiana con a capo un proprio Vescovo, abbia avuto inizio a Pistoia, non è possibile stabilire con precisione.

É noto che uno dei caratteri che, fino dai primi tempi, le comunità cristiane rivendicarono con maggior impegno, fu quello della apostolicità, ossia del collegamento con una delle Chiese fondate dagli Apostoli. Quando ciò non fu possibile con dati storici, non si esitò, sotto la spinta della fantasia popolare facile ad abbellire ed ampliare la realtà con miti e leggende, a ricorrere alla creazione di fatti o personaggi più o meno fantastici.

La storia delle Diocesi più antiche conosce spesso leggende di questo genere, talvolta non prive, talaltra del tutto destituite di fondamento storico. Quest’ ultimo è il caso della Diocesi di Pistoia e di molte altre Diocesi della Toscana superiore, la cosiddetta Tuscia annonaria.

 Questa regione ecclesiasticamente restò per molti secoli nell’ area metropolitica romana, ossia fece parte di quella vasta provincia ecclesiastica i cui vescovi erano direttamente soggetti alla superiorità e vigilanza del Vescovo di Roma. Questo stato di cose continuò fino ad epoca abbastanza recente.

Per quanto riguarda la nostra Diocesi, esso cambiò soltanto nel 1420, quando il Papa Martino V, avendo elevato a sede arcivescovile e metropolitica la Chiesa di Firenze, sottopose ad essa come suffraganee le due Diocesi di Pistoia e di Fiesole. Fu pertanto cosa naturale che i cristiani della nostra regione, seguendo la tendenza sopra indicata, cercassero di ricollocare l’ origine delle diocesi con la persona dell’ Apostolo Pietro, primo Vescovo di Roma, attraverso discepoli da lui inviati, come S. Frontino per Firenze, S. Paolino per Lucca, S. Perino per Pisa, S. Romolo per Fiesole, Pistoia e Volterra. Tutti questi santi sono più o meno leggendari, e lo è in particolare, come vedremo, un Romolo protovescovo di Fiesole e di Volterra e fondatore di una comunità cristiana anche a Pistoia.

La leggenda di S. Romolo fu già smentita dal Lami e successivamente, in modo ancor più radicale, dagli storici più autorevoli del nostro tempo. Tuttavia essa ebbe credito in passato e fu sostenuta dall’ Ughelli e accettata da cultori di storia locale fino al Beani.

Secondo tale leggenda, Romolo sarebbe stato inviato ad evangelizzare la Tuscia annonaria da S. Pietro ed avrebbe suggellato la sua attività apostolica col martirio a Fiesole, sotto l’ imperatore Domiziano. Convinti di ciò, i nostri antichi ebbero l’ uso, continuato fino ai nostri tempi, di imporre il nome di Romolo o Romola a tutti i neonati che si battezzavano nella nostra città, in aggiunta al nome scelto dai familiari.

La critica storica ha dimostrato l’ origine tardiva e l’ inconsistenza di questa leggenda. Un ecclesiastico di nome Romolo, sepolto con gli onori di una epigrafe laudativa nella più antica cattedrale di Fiesole, ossia in quella che fu più tardi la Badia Fiesolana e che tuttora è chiamata con questo nome, è un personaggio vissuto tra il IV e il VI secolo, che forse non fu nemmeno vescovo, ma con probabilità semplice diacono. L’ aureola di antichità e di martirio di cui la tradizione lo ha circondato ed i particolari della sua vita si debbono alla fantasia fervida di un monaco del secolo XI.

É dunque escluso che egli possa essere stato evangelizzatore e battezziere di Pistoia nel I secolo. Ciò, del resto, non esclude che il cristianesimo possa essere giunto anche da noi fin da quell’ epoca, per vie che non conosciamo e senza lasciare tracce storiche documentabili. Ma se, com’ è necessario in questo lavoro, ci si deve attenere alle prove storiche, si deve onestamente riconoscere che l’ esistenza del cristianesimo a Pistoia nei primi quattro secoli dell’ era volgare ne ha così scarse e tenui, da lasciare adito soltanto a supposizioni basate su analogie o su notizie di carattere generale.

Tuttavia, in cosa di tanta importanza, anche gli indizi più tenui meritano di essere raccolti e debitamente valutati. Tali indizi sono prevalentemente di natura archeologica. Si tratta di una lucerna fittile, col simbolo cristiano del pesce, e di un frammento d’ iscrizione sepolcrale. La lucerna figura tra i reperti fatti dal Pellegrini nel corso di scavi eseguiti in Piazza del Duomo nell’ anno 1902. Il pesce che vi è delineato è un delfino. Il Pellegrini ritiene che la lucerna sia da attribuire al secolo IV. Si deve peraltro osservare che la sola figura di un pesce, specialmente di un pesce ben determinato nella sua specie e modellato con finezza e precisione, difficilmente può legittimare qualche conclusione più solida che una semplice ipotesi di modesta probabilità.

Sicuramente cristiana è invece l’ epigrafe marmorea della quale un frammento assai notevole è stato ritrovato ultimamente, nei lavori di esumazione e ripristino della cripta romanica della Cattedrale. Vi si notano infatti le locuzioni «hic in pace (quiescit)» e «bone memorie», che fanno parte della terminologia usata nell’ epigrafia funeraria cristiana. I caratteri grafici sono grossolani ed irregolari e vi è presente il fenomeno della fusione delle lettere, così frequente nelle iscrizioni di epoca barbarica.

L’ analogia, nella dicitura e nella forma grafica, con molte iscrizioni delle catacombe romane può tuttavia permettere di attribuire, sia pure con molte riserve, il reperto ad un’ epigrafia popolare e povera del tardo impero.

Come si vede nulla che dimostri la presenza di un Cristianesimo organizzato a Pistoia prima di quell’ epoca alla quale gli storici più autorevoli ne attribuiscono la diffusione capillare in Toscana, cioè del IV secolo. Si parla, beninteso, di un cristianesimo organizzato, ossia della esistenza di una Chiesa con proprio vescovo: il che non toglie che a Pistoia si trovassero fin da epoca assai anteriore singoli individui o singole famiglie professanti la religione cristiana, delle quali non è rimasta tuttavia memoria alcuna.

Certo, la presenza documentata in Toscana di Chiese vescovili fino dal III secolo o dagli inizi del IV, e non solo in centri di notevole importanza (come Siena, Firenze e Pisa, i cui Vescovi figurano presenti nella sinodo romana del 313), ma anche in centri minori (come Chiusi ed Arezzo), autorizza a supporre, almeno come ipotesi di qualche probabilità, che anche in Pistoia l’esistenza di una comunità cristiana organizzata possa risalire almeno alla medesima epoca. Ma un’ ipotesi, per quanto probabile, non è oggetto di storia, nè sarebbe onesto attribuirle valore di dato storico.

Per concludere, è giocoforza riconoscere l’ impossibilità in cui ci troviamo di dimostrare con certezza l’ esistenza della Chiesa pistoiese prima del secolo V.

Il primo documento in cui è ricordato, sia pure in forma anonima, un Vescovo di Pistoia è la nota epistola del Papa Gelasio I dell’ anno 492.

Vero è che questo documento indica il vescovado di Pistoia come già esistente e non offre elementi che servano a far conoscere da quanto tempo esso esisteva. L’ unico elemento che possa avere con ciò una certa relazione è l’ espressione con la quale i vescovi, indicati nella lettera con il solo nome della sede, sono qualificati come «aetate vel honore longaevi».

Il Vescovo di Pistoia poteva dunque essere longaevus per l’ età, ossia avanzato negli anni, ovvero longaevus in forza dell’ honor, vale a dire dell’ anzianità di carica. Anche attribuendo all’ espressione quest’ ultimo significato, l’ età della sede pistoiese potrebbe aumentare solo di qualche decennio, se dovesse essere misurata con l’ anzianità del suo vescovo.

Nulla peraltro ci autorizza a credere che quel vescovo, «aetate vel honore longaevus», sia stato il primo Vescovo di Pistoia. Al contrario, si può presumere con buon fondamento che la diocesi esistesse da tempo. Ma da quanto? Ecco il punto che non sarà forse mai possibile chiarire.

Non ci resterà dunque che limitarci a prendere atto che verso la fine del V secolo esisteva a Pistoia un vescovado già, per così dire, stabile e consolidato e che la sua esistenza potrebbe farsi risalire così ai primi decenni di quel secolo, come forse alla seconda metà del secolo precedente.

Alla penuria delle notizie sulle prime origini del vescovado pistoiese fa riscontro un fenomeno simile anche per l’ epoca successiva, fino al secolo VIII. Il secondo documento storico che interessa la nostra diocesi è una lettera del Papa Pelagio I del 557.

Essa pure è indirizzata ai vescovi della Tuscia annonaria, dei quali peraltro vengono dati questa volta i nomi di persona, ma non quelli delle rispettive sedi. I nomi indicati sono quelli di Gaudenzio, Massimiliano, Geronzio, Giusto, Terenzio, Vitale e Lorenzo.

Secondo l’ opinione comune, le diocesi della Tuscia annonaria erano Volterra, Firenze, Fiesole, Pistoia, Lucca, Pisa, Luni ed Arezzo, restandone escluse quelle della Toscana meridionale (Siena, Chiusi, Populonia e Roselle), collegate con la Tuscia suburbicaria. Ma nell’ elenco predetto non mancano incertezze per quanto si riferisce alle diocesi di Fiesole, di Volterra e di Arezzo, in quanto il loro territorio pare che fosse almeno in parte fuori dei limiti della Tuscia annonaria.

Non per tutte le suddette otto sedi episcopali è possibile trovare documenti sicuri circa il nome del vescovo che ne era titolare nel 557. Si è creduto di poter identificare il Vescovo di Volterra in Gaudenzio, perchè a lui in quella sede lo stesso Papa Pelagio I inviò altra lettera in tale periodo di tempo. Risulta inoltre che Giusto era vescovo di Luni e che Lorenzo era probabilmente vescovo di Lucca. Si ha infine ragione di ritenere che la diocesi non compresa tra le sette indicate da Pelagio nella sua lettera fosse una delle altre due la cui appartenenza alla Tuscia annonaria è stata contestata, cioè Fiesole o Arezzo, mentre si dà per certo che tra i sette nomi si debba trovare quello del Vescovo di Pistoia, poichè per l’ inclusione di questa sede nel territorio interessato dal documento in parola non vi sono mai stati dubbi tra gli storici.

Pertanto, mentre resta esclusa l’ ipotesi del Beani che il Vescovo di Pistoia fosse Gaudenzio (che era invece, come si è detto, Vescovo di Volterra), rimane che il titolare della nostra Diocesi sia da ricercarsi tra i quattro nomi di Massimiliano, Geronzio, Terenzio e Vitale.

Purtroppo, al documento di Pelagio I fa seguito per Pistoia un altro lungo periodo di silenzio assoluto nelle fonti storiche.

Decisamente, la nostra Diocesi è stata delle meno fortunate tra le più antiche diocesi d’ Italia per la conservazione delle sue memorie. Lo stesso Lanzoni, accuratissimo ricercatore, non le ha potuto dedicare se non lo spazio di poco più che mezza pagina della sua monumentale opera “Le Diocesi d’ Italia dalle origini al principio del secolo VII“: spazio veramente striminzito, se si confronta con quello ben più copioso che egli ha dedicato a Firenze, Lucca e ad altre diocesi toscane.

É vero che i nostri vecchi storici hanno creduto di colmare la lacuna con una serie di nomi di vescovi più o meno immaginari, quali Restaldo (realmente esistito, ma agli inizi del secolo XI), Nessorio, Traccia o Traziano I, Teodato, Padetto, Nestorio o Nessorio II, Vigeseldo: tutti nomi fittizi, dei quali nessun documento rimane che possa in qualche modo suffragarne la reale esistenza.

Attribuire la lunga lacuna alla perdita di documenti è sempre possibile, e per Pistoia potrebbe trovare spiegazione nel fatto che i Longobardi vi si stabilirono, al loro arrivo in Toscana (verso l’ anno 570), conquistandola con la violenza e con la distruzione.

Ma il silenzio sulla serie dei Vescovi va dal 557 al 700: un buon secolo e mezzo di tempo, in cui, se una successione più o meno regolare di vescovi vi fosse stata, qualche traccia ne sarebbe rimasta certamente, se non nei documenti locali, che possono sempre supporsi perduti, in quelli di altre Chiese vicine aventi rapporti con Pistoia o almeno in quelli della Chiesa romana, sede primaziale e metropolitica (lettere di pontefici, atti sinodali e simili). Invece nulla assolutamente.

Questo lungo ed assoluto silenzio delle fonti per quel periodo ha indotto uno storico serio come il Chiappelli a pensare ad una temporanea soppressione del vescovado, il cui territorio sarebbe stato unito alla diocesi di Lucca.

Senza bisogno di ricorrere ad un provvedimento giuridicamente sanzionato per tale annessione, come fa il Chiappelli, si può ritenere che essa si sia verificata di fatto, in conseguenza del grave scompiglio portato da noi, anche nel campo religioso, dalla conquista dei Longobardi.

Questi, quando scesero in Italia, erano barbari e feroci, in parte ancora pagani, in parte professanti una religione ariana che di veramente cristiano doveva avere ben poco, specie per quanto si riferisce alla mentalità ed al costume. Fu forse proprio lo stabilirsi a Pistoia di una popolazione ariana, eventualmente anche con proprio vescovo, e lo sterminio della popolazione cattolica, i cui resti dovettero rifugiarsi sulla montagna, il fatto che rese impossibile la permanenza di un vescovo cattolico.

Si sa di molti altri luoghi in cui il clero cattolico venne cacciato o addirittura ucciso. In circostanze simili, ritengo che il passaggio del territorio pistoiese sotto l’egida del vescovado lucchese, sopravvissuto perchè più forte e meglio organizzato, possa essere stato un fenomeno naturale e spontaneo.

A conferma della lunga dipendenza del territorio pistoiese dal vescovado lucchese in quel lungo ed agitato periodo stanno tre fatti fortemente significativi. Il primo è la strana forma di pupillaggio rispetto al vescovado lucchese ed al suo titolare che il primo vescovo pistoiese che riapre la serie, nel 700, mostra di professare.

Chiede infatti al Vescovo di Lucca la conferma della propria elezione, riconosce la dipendenza della sua sede dal vescovado lucchese, confessa che l’ elezione fatta dai pistoiesi nella sua persona non si potrebbe ritenere legittima senza il consenso del Vescovo di Lucca, trattandosi di un territorio in cui quest’ ultimo aveva in precedenza goduto ed esercitato i poteri episcopali ed infine promette di non procedere a ordinazioni di clero (ossia a destinazione di ecclesiastici ad una Chiesa determinata) senza il consiglio ed il consenso del Vescovo di Lucca.

Ecco il documento nella sua parte più importante e nel latino barbarico del suo testo:«… postquam me populus pistoriense in loco episcopati elegerunt, recordati sumus eo quod de diocesis ab lucano episcopus sempre fuerunt et minime potuimus foris tuo consilio episcopus predictus in ipso loco proficiscere; recorrente nos ad orationibus, petivimus licentiam ut in eo loco episcopatio nos suscipere deveremus, si tamen ut ab governatione erga eglesie pistoriensis patrocinio sic ut advivere meruerimus ordinationes presbiterorum diaconorum faciendam una nobiscum …».

Mi pare che l’ oscurità della forma non impedisca di vedere significate con sufficiente chiarezza in questo testo le condizioni di dipendenza del nuovo Vescovo di Pistoia da quello di Lucca, quali sono state indicate sopra.

Il secondo fatto, non meno eloquente e probativo, a conferma dell’ origine di questa dipendenza da un lungo periodo di unione del vescovado pistoiese con quello di Lucca per temporanea cessazione del primo, è dato dai confini territoriali tra le due diocesi.

Tali confini non sono certamente quelli del territorio con cui inizialmente la nostra diocesi dovette sorgere, poichè, secondo la disciplina ecclesiastica del tempo (fissata dal Concilio di Calcedonia nel 451), essi dovevano coincidere con quelli delle circoscrizioni civili.

Ora quella che fu la judicaria e che divenne poi il comitatus di Pistoia si estendeva a tutta la Valdinievole, compresa Pescia. La diocesi invece aveva ed ha tuttora da quella parte limiti molto più ristretti, a tutto beneficio dell’ antica diocesi di Lucca. Era infatti ecclesiasticamente territorio lucchese quello che oggi forma la Diocesi di Pescia, stendendosi a tutta la Valdinievole fino a giungere ad una distanza veramente minima e trascurabile dalla stessa città di Pistoia.

Questa anomalia non avrebbe, a mio giudizio, spiegazione sufficiente se non si fossero verificati anticamente dei fatti che l’ avessero provocata. Una vacanza della sede pistoiese durata per più di un secolo e la conseguente giurisdizione che il Vescovo di Lucca, per necessità, diremmo oggi, pastorali, dovette esercitare sul territorio di una diocesi temporaneamente priva di vita sono avvenimenti che ben possono giustificare tale anomalia.

Infine il terzo fatto a conferma dell’ ipotesi avanzata dal Chiappelli è l’ uso di un rito tradizionale nell’ ingresso dei nuovi Vescovi a Pistoia: uso che, durato per tutto il medioevo e sino alla fine del secolo XVI, può interpretarsi come un modo simbolico per ricordare gli antichi legami del vescovado di Pistoia con quello di Lucca.

Ogni nuovo Vescovo, da qualunque parte provenisse, entrava sempre in Pistoia dalla parte di Porta Lucchese. Sostando presso l’ ospizio della SS. Trinità, vi assumeva i paramenti sacri e attendeva che una delegazione di cittadini pistoiesi venisse ad incontrarlo e a fargli atto di omaggio. Di lì, per la Via Lucchese e la porta omonima, sfilava il corteo che accompagnava il Vescovo fino alla Chiesa di San Pier Maggiore e poi alla Cattedrale.

Se si tiene conto della simbologia medioevale e del valore che allora le si attribuiva, si dovrà pure supporre che ci fosse una ragione nell’ origine e nella continuità di tale usanza, dal momento che l’ accesso alla città poteva, secondo le circostanze, essere più diretto e più comodo da altre parti e che dappertutto vi erano chiese ed ospizi adatti per la sosta e per il ricevimento.

La leggenda della evangelizzazione di Pistoia da parte di S. Romolo avrebbe piuttosto giustificato un ingresso dei Vescovi da Porta Fiorentina o da Porta Guidi, anzichè da Porta Lucchese. Ma tale leggenda è di origine tarda, come abbiamo veduto, e l’ uso dell’ ingresso da Porta Lucchese risale certamente ad epoca anteriore ad essa. Pare dunque logico ricercare la spiegazione di quell’usanza in antichi vincoli di natura religiosa o ecclesiastica tra Pistoia e Lucca, quali possono essere appunto quelli originati dal lungo periodo altomedioevale in cui, la sede pistoiese avendo cessato di funzionare, i Vescovi di Lucca avevano assunto la cura della diocesi vacante, aggregandone il territorio a quello della propria giurisdizione.

Dopo il vescovo Giovanni I che timidamente e quasi come pupillo del Vescovo di Lucca riapre la serie interrotta da oltre un secolo, segue, purtroppo, un’ altra lunga lacuna, fino a quel Vescovo Willerado o Guillerado, col quale, nel 806, l’ elenco dei nomi sicuri si riapre per continuare finalmente con regolarità e senza ulteriori interruzioni apprezzabili.

I vecchi storici si sono adoperati con il solito impegno a colmare tale lacuna coi nomi di ben sette Vescovi: Felice, Teodosio, Licinio, Albondio, Giovanni II, Benedetto e Wiltertrado. Ma di tali personaggi invano si cercherebbe traccia nei documenti; d’ altra parte è già significativo il loro numero settenario, che fa perfetto riscontro con l’ identico numero di vescovi ugualmente fittizi escogitato a riempire il vuoto precedente, tra il VI e VII secolo.

Se ne deve forse dedurre che la sede pistoiese tornò a morire e restò quiescente ancora per parecchi decenni, dopo la sua ben documentata risurrezione? Una conclusione così drastica non è necessaria e nemmeno probabile. Più semplicemente e più logicamente conviene pensare in questo caso ad una perdita di documenti, che non ci permette di stabilire la serie e di conoscere i nomi dei Vescovi dai quali la Chiesa pistoiese fu governata nel secolo VIII.

Quando infatti, ai primi del secolo IX, l’ elenco dei nomi sicuri riprende con Willerad, questi appare come inserito perfettamente in un ambiente dalle caratteristiche ben definite e dalle tradizioni ben consolidate, a differenza del suo lontano predecessore Giovanni I.

Non vi è traccia per lui di nessuna investitura avvenuta ex-novo, molto meno di qualsiasi legame di dipendenza rispetto alla sede lucchese o ad altre della regione. Egli esercità attività pubbliche importanti ed è circondato da personaggi che denotano piena regolarità di organizzazione e di funzionamento del vescovado.

Le notizie relative alle origini della diocesi furono redatte da mons. Sabatino Ferrali.

 

I VESCOVI DI PISTOIA

• San Romolo (anche vescovo di Fiesole)
• 21 vescovi di nome ignoto
• Restardo (?) dal 594
• Nessorio 623
• Traccia 626
• Teodato 640
• Padetto 668
• Nestorio 685
• Vegesaldo 698
• Giovanni I 700
• Felice 722
• Teodosio 730
• Licinio 754
• Abbondio 762
• Giovanni II 772
• Benedetto 786
• Guillerad 806
• Lamprendo 826
• Guasprando 840
• Oschisio 853
• Asterio 901
• Uberto 937
• Raimbaldo 940
• Giovanni III 953
• Antonino 995
• Restaldo 1012
• Guido II 1024
• Martino 1043
vacante
• Leone 1067–1085
• Pietro 1086
• Ildebrando 1104
• San Atto 1133–1153
• Tracio 1154
• Rinaldo 1168
• Buono 1189
• Goffredo Goffredi 1208
• Graziano Berlinghieri 1223
• Guidaloste Vergiolesi 1252
• Tommaso Andrei 1284
• Bartolomeo Sinibuldi 1303
• Ermanno degli Anastasi 1307-1320
(deposto da Papa Giovanni XXII con l’accusa di avere una
politica propendente verso la fazione dei guelfi bianchi).
• Baronto Ricciardi 1322
• Andrea Ciantori 1349
• Remigio 1356
• Giovanni Vivenzi 1370
• B. Andrea Franchi 1381
• Matteo Diamenti 1400
• Ubertino Albizi 1426
• Donato de’ Medici 1436
• Niccolò Pandolfini 1474 (cardinale)
• Lorenzo Pucci 1518 (cardinale)
• Antonio Pucci 1519 (cardinale)
• Roberto Pucci 1541 (cardinale)
• Francesco da Galliano 1547
• Giovambattista Ricasoli 1561
• Alessandro di Ottaviano de’ Medici 1573–1574 nominato arcivescovo di Firenze)
• Ludovico Antinori 1574
• Lattanzio Lattanzi 1575
• Ottavio Abbiosi 1587
• Fulvio Passerini 1599
• Alessandro del Caccia 1600
• Francesco Nerli 1650

• Giovanni Gerini 1653 – 1656
• Francesco Rinuccini 1656 – 1679
• Gherardo Gherardi 1679 – 1690
• Leone Strozzi, 1690 – 1700
• Francesco Frosini 1700 – 1702
• Carlo Visdomini Cortigiani 1703 – 1713
• Colombino Bassi 1715 – 1732
• Federico Alamanni 1732 – 1775
• Giuseppe Ippoliti 1776 – 1780
• Scipione de’ Ricci 1780 – 1791
• Francesco Falchi Picchinesi 1791 – 1803
• Francesco Toli 1803 – 1833
• Angelo Maria Gilardoni 1834 – 1835
• Giovan Battista Rossi 1837 – 1849
• Leone Niccolai 1849 – 1857
• Giovanni Pierallini 1857 – 1867
• Enrico Bindi 1867 – 1871
• Niccolò Sozzifanti 1871 – 1883
• Donato Velluti Zati 1883 – 1885
• Marcello Mazzanti 1885 – 1908
• Andrea Sarti 1909 – 1916
• Gabriele Vettori 1916 – 1930
• Giuseppe Debernardi 1933 – 1953

• Mario Longo Dorni †, dal 24 aprile 1954 al 18 agosto 1985.
• Simone Scatizzi †, dal 27 maggio 1981 al 4 novembre 2006
• Mansueto Bianchi, dal 4 novembre 2006 al 5 Aprile 2014
° Mons Fausto Tardelli, dal 8 Dicembre 2014