Omelia per la Chiusura dell’Anno della Misericordia (13 novembre 2016)

Chiusura anno della misericordia
Cattedrale San Zeno 13 novembre 2016

Le letture di questa XXXIII° domenica del tempo Ordinario ci mettono di fronte al misterioso dipanarsi della storia degli uomini.

La storia ha avuto un inizio. Avrà un termine. Al centro c’è l’Incarnazione del Verbo di Dio, la sua passione, morte e risurrezione con l’effusione dello Spirito. Tutto ciò che è accaduto prima è stato preparazione e anticipazione. Tutto ciò che è accaduto dopo e oggi sta succedendo ne è compimento ed esplicitazione. Finché arriverà quell’ultimo giorno nel quale tutto sarà ricapitolato in Cristo (Ef l, l0), quando Egli ritornerà per giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine e “lo stesso universo, liberato dalla schiavitù della corruzione, parteciperà alla gloria di Cristo con l’inaugurazione dei «nuovi cieli» e di una «terra nuova» (2 Pt 3,13).

Guardiamo avanti, allora carissimi fratelli e sorelle! Solleviamo gli occhi verso l’orizzonte! Protendiamo i nostri occhi verso il futuro nell’attesa del ritorno glorioso di Cristo. Desiderando e pregando che quel giorno finalmente venga! Questa nostra assemblea terrena è protesa verso quel giorno, ad esso guarda con speranza e al tempo stesso con tremore, perché se è vero che Dio è infinita misericordia e chi confida sinceramente in Lui non può perdersi, è altrettanto vero che l’amore infinito di Dio, per chi non ha usato misericordia al suo prossimo in questo mondo, per chi ostinatamente ha rifiutato l’amore e si è voltato dall’altra parte rispetto a Dio e agli altri, sarà strazio e dolore, insopportabile abbraccio, maledizione e rovina. Come già oggi, del resto, già su questa terra, l’indifferenza e l’odio sono un inferno di solitudine e violenza.

In quel giorno “rovente come un forno”, secondo l’espressione usata dal profeta Malachia nella prima lettura, nel giorno cioè del ritorno glorioso di Cristo, avverrà il Giudizio finale. Come ci dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, “Per mezzo del suo Figlio Gesù, Dio Padre pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte”.

Prima di quel giorno tremendo e beatissimo, ecco allora il dipanarsi della storia, lo scorrere del tempo, tra avvenimenti, fatti e circostanze che mostrano chiaramente l’incerta risposta dell’uomo alla misericordia di Dio e la necessità della conversione. Quanto è descritto nel brano evangelico odierno fotografa per così dire la storia di tutti i tempi. Sicuramente vi si fa riferimento alla distruzione del tempio nel 70 D.C., ma la descrizione finisce per abbracciare ogni momento della storia, ogni epoca. I drammatici eventi narrati sono il segno della necessità del ritorno di Cristo e della improcrastinabile necessaria accoglienza di Cristo nel cuore dell’uomo. Mostrano che la storia non trova la soluzione alle proprie contraddizioni al di dentro di se stessa; essa è invece redenta soltanto dalla grazia di Cristo, dalla sua passione, morte e risurrezione che passa anche attraverso il martirio dei discepoli di Cristo.

Le profetiche e drammatiche affermazioni di Cristo su ciò che capiterà ai suoi discepoli, sull’odio del mondo che si scatenerà contro di essi e sulla inevitabile persecuzione, ci fanno capire che la testimonianza dei discepoli fino all’effusione del sangue, si unisce a quella di Cristo, anzi, è raccolta nel sangue stesso di Cristo versato sulla croce, e in questo modo è resa misteriosamente necessaria per il riscatto della storia, affinchè la storia degli uomini, pur cosparsa di lutti, di violenze e segnata dal peccato, sia storia di salvezza e già edificazione silenziosa ma certa del Regno di Dio.

Carissimi fratelli ed amici, la consapevolezza della sorte che, secondo le parole di Cristo ci attende, non ci deve intimorire, né raffreddare nella gioia dell’annuncio del Vangelo. Al contrario, deve essere per noi motivo di letizia e di sereno conforto, perché “nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto”, come abbiamo sentito da Gesù nel brano evangelico. Abbiamo la certezza, assoluta, gioiosa, feconda che ai misericordiosi è usata e sarà usata misericordia. Perché dunque temere, fratelli e sorelle? Perché non desiderare con tutto il cuore che “venga la grazia e passi la figura di questo mondo” (Didakè, 10)? Perché non guardare avanti con fiducia e affrontare le vicende della storia senza sgomento e lamentele, bensì col coraggio della fede, la forza della speranza, l’ardore della carità?

San Paolo nella seconda lettura ci ha esortato a non restare oziosi. Ci ha invitato piuttosto a darci da fare, a impegnarci, a lavorare. E io vedo in questo invito il mandato che ci viene affidato al termine dell’anno straordinario della Misericordia. Stasera si chiude nelle diocesi del mondo questo anno particolare, ma perché tutti gli anni a venire si aprano nel segno della misericordia ricevuta e donata. Si chiude la porta santa del giubileo, ma perché ognuno di noi sia porta attraverso la quale gli altri possano entrare e trovare spazio di accoglienza; si chiude un tempo speciale, ma perché ogni giorno sia tempo speciale e tutta la storia contemporanea, la nostra storia, attraverso il sangue di Cristo mescolato col nostro, diventi storia di salvezza.

Lavoriamo e fatichiamo senza sosta dunque fratelli e sorelle, colorando di misericordia tutti i nostri giorni futuri. Non passi giorno senza aver invocato su di noi e sul mondo la misericordia di Dio; non tramonti il sole sulle nostre giornate, senza che di questa misericordia ne abbiamo fatta esperienza!

Ricordiamocelo: c’è ancora chi ha fame e sete, che addirittura muore di fame e di sete, e attende di essere sfamato; c’è ancora chi è nudo e aspetta di essere rivestito di abiti e dignità; c’è ancora chi fugge da casa, è migrante e pellegrino e ha da essere accolto; ci sono malati da visitare e a cui permettere l’accesso alle cure; carcerati per cui cercare un futuro di speranza; ci sono morti da seppellire con pietà e rispetto; c’è una terra, la “casa comune dell’uomo” che ha da essere salvaguardata e custodita. E poi ci sono ancora disperati e afflitti che cercano consolazione; chi si macera nell’incertezza sulla propria esistenza e attende chi sappia consigliarlo da vero amico; ci sono quelli che non sanno, non conoscono, e hanno bisogno di imparare a gestire la propria vita e a mettere a frutto i propri talenti; ci sono persone rese fastidiose o odiose dalla propria storia che attendono chi sappia accoglierle con pazienza e disponibilità o le sorprenda col perdono senza contraccambio; c’è chi vive nella disobbedienza alla santa legge di Dio e ha bisogno di qualcuno che glielo dica con discrezione e amorosa sincerità; c’è infine un’intera umanità di vivi e di morti che aspettano l’intercessione dei fratelli, il sostegno di un ricordo, il dono di una preghiera.

Quanto c’è da lavorare ancora, fratelli miei carissimi! Quanto ancora dobbiamo darci da fare per il Regno di Dio! Se è vero, com’è vero, che tutto è Grazia e che non siamo certo noi a salvare il mondo, è vero anche però che Dio ci chiede di fare la nostra parte, di dare tutto ciò che possiamo, perché è “con la perseveranza, salveremo la nostra vita”, come ci ha detto Gesù. Soprattutto ci chiede di avere un cuore nuovo, misericordioso come il suo.

Davvero non è terminato l’anno di grazia del Signore, carissimi, l’anno santo della misericordia, il tempo per imparare a essere “misericordiosi come il Padre”! L’anno della misericordia non finisce stasera ma piuttosto continua per diventare storia personale di ciascuno di noi e storia del mondo, nell’attesa del ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi.

+ Fausto Tardelli, vescovo

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