La testimonianza del vescovo Tardelli nell’ultimo saluto al Vescovo Bianchi (Lucca, 6 Agosto 2016)

In morte di Mansueto

Lucca – 6 agosto 2016 (+3 agosto)

Parlare qui di don Mansueto – perché così, semplicemente si chiamava finché è stato a Lucca – credo sia quasi inutile. Perché lo avete conosciuto bene. Qui è nato – meglio, a Colle, all’ombra di San Cataldo. Qui è cresciuto, entrato in seminario, ordinato prete; impegnato a fondo nella pastorale diocesana e nell’insegnamento a vari livelli, dopo un periodo a Roma per gli studi biblici. In tanti di voi lo hanno conosciuto e apprezzato, stimato ed amato.
Sapete dunque quanto si sia sempre sentito legato a questa terra, perché la lucchesia è terra che non si dimentica facilmente e i lucchesi non smettono mai di amarla e di desiderare di tornarci, prima o poi. Così è anche per Mansueto, per il Vescovo Mansueto, che espressamente mi ha chiesto e lasciato scritto che desiderava essere sepolto qui, a Lucca, a Colle, per la precisione.

Mansueto è cresciuto nel seno materno della Chiesa lucchese. Qui ha respirato profondamente il senso della chiesa locale, imparando ad amare concretamente il popolo di Dio, forgiato dallo Spirito Santo, attraverso pastori di eccezionale levatura morale intellettuale e spirituale.

Mansueto non lo si potrebbe capire, senza leggerlo dentro questa chiesa locale. Una Chiesa, quella lucchese, che era fatta di un clero povero e semplice ma dedito totalmente alla cura delle anime, disposto al sacrificio, attaccato alle tradizioni del popolo, pieno di carità verso i bisognosi, con una fede integra e a tutta prova. Una chiesa fatta di gente profondamente religiosa e attaccata ai suoi preti, alle proprie tradizioni e feste; gente semplice, schiva, che non amava l’apparire e le sceneggiate; solida nella fede cattolica, operosa e concreta nella carità senza orpelli. Una Chiesa che aveva ed ha al suo centro il Volto Santo, affascinante icona giovannea del Signore Gesù crocifisso e insieme risorto, crocifisso ma re, re di misericordia ma anche rex tremendae majestatis, giudice d’amore del cielo e della terra. Una chiesa che indica con la sua cattedrale la strada di Martino che divide il mantello col povero intirizzito dal freddo, instancabile vescovo nel servizio di Dio. Una chiesa che vede nel suo santo vescovo Frediano l’esempio del pastore buono che si prodiga per il bene del popolo. E ancora la chiesa di una santità femminile diffusa ed estremamente significativa, a partire da Zita, per arrivare alla Barbantini, ad Elena Guerra e infine alla povera Gemma, la mistica di Gesù Crocifisso. Una Chiesa profondamente mariana, dove il ricordo di Maria SS. è diffuso in ogni dove e dovunque se ne celebrano solennemente dal popolo le glorie. Infine una chiesa che proprio negli anni della formazione di don Mansueto, con la sapiente guida di Mons. Bartoletti si apriva con entusiasmo alla nuova Pentecoste del Concilio Vaticano II.

Mansueto ha respirato a pieni polmoni l’aria che caratterizzava questa chiesa locale. Se ne è imbevuto fin dall’infanzia. C’è rimasto attaccato. Della chiesa lucchese, egli è stato e si è sentito figlio. E se c’era un certo cruccio nel suo animo, durante gli anni dell’episcopato che lo avevano portato necessariamente fuori da questa chiesa madre, era quello a volte di non sentirsi più parte di essa, quasi un estraneo in quella che per lui era ancora la sua casa. Ma i legami fraterni non sono mai venuti meno. Lui sempre li ha coltivati e sono rimasti ancora oggi forti, cosa che fa sentire più acuto il dolore del distacco.

Pur con una vivace intelligenza, la raffinatezza degli studi biblici e un pensiero sempre attento a ciò che si muoveva nel mondo, pur nella possibilità intellettuale di innalzarsi sopra la massa, Mansueto è stato un figlio del popolo. Non è mai stato uno snob. Non si è chiuso sdegnoso in quella fede aristocratica che disdegna il popolo e che, forse, fede autentica non è. La sua fede è stata sempre popolare e si è trovato perfettamente a suo agio con le espressioni della pietà della semplice gente delle nostre terre; religiosità che ha fatto propria e coltivato con sincera partecipazione.

Chiamato dal Signore a servire la chiesa come vescovo, ha imparato sulla propria pelle quello che aveva appreso dai santi pastori che hanno guidato questa chiesa lucchese ma che anche da qui sono usciti, come quel Mons. Filippo Franceschi (don Pippo) – grande assistente generale dei giovani di A.C. al tempo del Concilio – poi vescovo di Civitavecchia, Ferrara e Padova, di cui volle riprendere il motto nel suo stemma episcopale “In lumine fidei” e di cui ha ripercorso per singolare coincidenza la prova della malattia e la morte prematura più o meno alla stessa età.
Malattia e morte che Mansueto ha affrontato per l’appunto, “nella luce della fede”. In un breve audio del 2011 che mi è stato fatto ascoltare in questi giorni a Pistoia, egli, rispondendo a una giovane che gli chiedeva perché credesse in Dio, con semplicità confessava di non essere affatto certo di credere, in quanto, diceva letteralmente “ho paura di morire. E questa paura mi lascia inquieto perché non so se riuscirei ad affrontare la morte con l’atteggiamento dell’obbedienza, dell’accoglienza e quindi dell’amore, oppure se di fronte a quell’evento estremo non farei saltare tutto il sistema della mia vita.”

Posso testimoniare personalmente e ancor di più lo possono tutti quelli che gli sono stati vicini amorevolmente in questi mesi, che don Mansueto ha affrontato nella luce della fede, prima la diagnosi terribile della malattia, poi la malattia e la degenza in ospedale, l’affievolirsi delle forze, lo spegnersi di ogni speranza umana e infine la morte. Il Signore lo ha sostenuto e gli ha fatto vincere la paura, per cui non solo non è saltato tutto il sistema della sua vita, ma si è confermato, testimoniando la gioia luminosa della fede.

Carissimi amici, concittadini generati da questa santa madre Chiesa di Lucca, vi confesso di soffrire molto per la perdita dell’amico mio più caro. Mi conforta la stupenda testimonianza di fede, di speranza e di carità dolcissima che ci ha dato in questi lunghi e interminabili mesi di ospedale. E’ stato duramente provato, tra alti e bassi, piccole riprese e ricadute. Sempre sereno e con una grande pace nel cuore, affidato completamente a Gesù, pieno di amore per Lui e per le persone che sono passate attraverso la sua vita e che ha portato sempre con sé. Posso attestare di persona la sua fede rocciosa, la sua delicatezza d’animo, l’abbandono fiducioso nelle mani del Signore. Ora, sono certo, gli si sono spalancate le porte del paradiso per contemplare viso a viso quel Dio da cui si è lasciato conquistare e consumare, mentre la Chiesa di Lucca aggiunge oggi un’altra perla alla mirabile corona dei sui figli fedeli.

+ Fausto Tardelli, vescovo

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